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Una storia di Gmela

La pasta col ketchup

Orrore in Scandinavia

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26 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2018 in Humor

Tags: #amore #cucina #horror #ironia #viaggi

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E così, dopo averne sentito tanto parlare, sono in Svezia!

Questo penso, guardando scorrere il paesaggio attraverso il finestrino dell'autobus, mentre procediamo lenti lungo una stretta e sinuosa stradina di campagna.

Ylva, accanto a me, è al telefono con la madre, e ovviamente non capisco un cavolo di quello che dice. Non che me ne curi: da quando ho messo i piedi a terra, nel piccolo aeroporto di Skavsta, questo paese non smette di stupirmi. Tutto è uguale, identico, a come la mia fidanzata me l'ha descritto: ci sono i boschi - le gigantesche foreste di conifere delle fiabe nordiche; ci sono i laghi che luccicano al sole e le penisole labirintiche che si insinuano tortuose tra le centinaia - migliaia - di isolette che punteggiano questo angolo di costa sul mar Baltico, a nord-est di Stoccolma; ci sono i cartelli "pericolo alci" a bordo strada, le casette rosse in mezzo ai prati, il cielo immenso, le nuvolette bianche e le bandiere gialloazzurre che sventolano decise nell'aria luminosa dell'estate. Gli autobus camminano tranquilli, portando la gente verso le case di campagna - stugor, le chiama Ylva - dove tutti, a quanto pare, passano l'estate. Famiglie numerose, bimbetti piccoli su enormi passeggini: biondi, tutti o quasi. Thermos di caffè, banane, canne da pesca, torte panna e fragola, odore di cannella. Ci sono le "A" col pallino, sui cartelli stradali: proprio come all'Ikea.

È un mondo alieno, rispetto a quello che conosco. Eppure, qui sono: Andrea, ventidue anni, studente fuori sede al Politecnico di Torino, nato e cresciuto in un paesino del basso Piemonte senza infamia né lode. Con fidanzata svedese: Ylva, appunto, in Italia per l'Erasmus. Bellina, simpatica. Bionda, ovviamente. Sveglia - anche troppo, a volte - sempre entusiasta. Appassionata di giochi da tavolo e di recitazione, due cose delle quali, prima di conoscerla, sapevo ben poco. In Svezia faceva parte di una troupe teatrale che mette in scena spettacoli per bambini ispirati ai libri di Astrid Lindgren; il suo ruolo preferito - ama spiegarmi: la piratessa sanguinaria in "Pippi Calzelunghe contro i pirati".

Tra alti e bassi, le cose vanno piuttosto bene tra noi: siamo diversi, ma siamo compatibili. Io la porto al cinema, lei a passeggiare in angoli di città dove non avrei mai messo piede: alla Falchera, periferia profonda, un sabato mattina, per uno spettacolo teatrale del quale ha sentito parlare bene - penso che mi romperò le balle, e invece poi mi diverto. Io la sfido a vecchi videogiochi Nintendo, lei mi porta a pescare al lago di Meugliano. Prendiamo una trota, torniamo a casa col pesce in mano, sul tram tutti ci guardano storto; la cuciniamo assieme, poi mi distrugge a Monopoli e la batto a Scarabeo: a quest'ultimo vinco sempre - fino a prova contraria, l'italiano lo conosco meglio di lei - ma Ylva tiene conto dei punti. «Ahah, prima o poi ti acchiappo!», annuncia soddisfatta, vedendo che il mio margine di vittoria si assottiglia al filo dei mesi. Un giorno mi sveglio: «Andiamo al mare!», dice lei. Corriamo alla stazione del Lingotto, tre ore dopo siamo in Liguria. Ci tuffiamo, la notte torniamo a casa con l'ultimo treno e ci addormentiamo sul vagone ascoltando canzoni italiane anni novanta al cellulare.

Ogni tanto litighiamo, ma quella non è certo una storiella senza futuro - né per me, né per lei: teniamo l'uno all'altra e ci supportiamo a vicenda. Quando Ylva ha traslocato, l'ho aiutata io ad attraversare la città con i mobili in spalla; quando il mio gatto è morto, Ylva c'era. Preso dall'entusiasmo, dopo che Martin è tornato ad Amburgo le ho chiesto se volesse trasferirsi da me, ma subito me ne sono pentito. Ha storto la bocca, distolto lo sguardo: non era pronta. Pazienza, mi sono detto: non c'è fretta. Prima o poi, magari.

In realtà a breve Oğuz tornerà ad Ankara, e un posto per lei, a casa mia, ci sarebbe di nuovo... Ma ora non voglio pensarci, preferisco godermi la vacanza. Viaggiare con Ylva è divertente; per il momento ce la siamo cavata bene e non abbiamo ancora bisticciato, nonostante diversi problemi organizzativi: il convivente di sua mamma avrebbe dovuto incontrarci all'aeroporto ma è stato punto da una zecca e si è preso una brutta malattia - inconveniente tipico in Svezia, spiega Ylva. Ha dovuto lasciare la minuscola isoletta sulla quale si trova la stuga di famiglia e andare dal dottore, in città, dove è stato però bloccato da un guasto meccanico alla barca. Dopo ore di bus, quindi, io e Ylva dovremo raggiungere l'isoletta di Snarö in barca a remi.

Onestamente mi sembra una cosa piuttosto stramba, ma Ylva ne parla come se fosse il piano più normale del mondo. A me, italiano in un mondo esotico, non resta che credere in lei e godermi quel viaggio. Le stranezze mi sono sempre piaciute, in fondo; anzi, probabilmente questo è ciò che più mi ha attirato verso Ylva, quando l'ho incontrata la prima volta, giocando a briscola a casa di amici comuni. Gli altri vedevano in lei il fascino della ragazza scandinava, sognavano la conquista della bella straniera per vantarsi con gli amici; io ci ho visto, più che altro, la possibilità di conoscere un nuovo mondo e una nuova cultura.

Per questo, credo, alla fine ha scelto di stare con me, nonostante non sia certo un modello di bellezza, o di cool, all'italiana: le ho parlato come si parla a una persona normale, e a forza di parlare - sorpresa sopresa - abbiamo scoperto che ci piacciamo.

A volte, suppongo, succede.

Intreccio le dita con le sue, mi sento gasatissimo. Penso a Max, Alex e tutti gli altri, in spiaggia a Riccione in mezzo a migliaia di persone praticamente uguali a loro. Di sicuro parlano della Juve, dell'abbonamento Sky. Io, invece, sto per raggiungere una casa di campagna in barca a remi. Su un'isola, dove ci sono solo tre casette di legno, dove l'acqua si pompa - a mano - da un pozzo e la cacca si fa in un barile. Questa sera Max e Alex mangeranno la solita pizza; io, invece, chissà quali nuove esperienze vivrò! Appoggio la testa sulla spalla di Ylva e guardo fuori, lei mi passa distrattamente la mano nei capelli. Gliela prendo, la bacio e la rimetto dov'era: sono praticamente in paradiso.

Quando Ylva finisce la conversazione, schiocca le dita davanti ai miei occhi.

«Mmhh?», faccio io, ancora assorto nei miei pensieri.

«Allora, ti piace la Svezia?», chiede lei, vagamente divertita. «Sembri in trance.»

«Guarda,» rispondo, «com'è in inverno non lo so, ma d'estate qui è fighissimo! Cioè, mi spieghi chi te l'ha fatto fare a te, di andare a studiare a Torino?»

Lei fa una risatina.

«Senti Andrea,» dice poi, seria. «hai capito questa storia che mamma è sola sull'isola?»

Io annuisco. A sua madre, Suzanne, ho già parlato brevemente su Skype, per cui non mi sento particolarmente impaurito dall'idea di incontrarla per la prima volta: sembrava una signora alla buona, anche lei parlava italiano. Malino, ma lo parlava.

«Sì?», faccio io.

«...E quindi ha qualche problema di organizzazione. Per la cena.»

Io scaccio le sue ansie con un gesto «Ah, non preoccuparti per quello!»

«Andrea,» taglia corto Ylva, «mi spiace ma mamma ha fatto la pasta col ketchup.»

Sbianco, mi alzo sul sedile.

«Eh?», esclamo.

Ylva storce la bocca, la mia reazione evidentemente la irrita. Non l'ho fatto apposta, mi è scappato.

La pasta col ketchup è argomento spinoso, tra noi.

A Ylva il buon cibo piace, quando la porto al paese divora tutto ciò che mamma cucina con un appetito invidiabile. Ma tardi la sera, nel suo appartamentino studentesco in condivisione, una, due, magari tre volte a settimana, mangia la pasta col ketchup. Pasta stracotta, dritta dal pentolino. Spaghetti collosi, attaccati assieme, bolliti troppo a lungo, in troppo poca acqua, con troppo poco sale. Apre la porta del frigo e spruzza il ketchup su quella schifezza, si siede davanti al computer, accende Netflix e mangia, tirando su tutto col forchettone grande. Taglia la pasta a pezzettoni e se li ficca in bocca, uno dopo l'altro.

Come una donna malata, non riesce a trattenersi. Come una persona che sembra normale, ma che nasconde un vizio; come il padre di famiglia che, tardi la sera, esce per andare dalla vecchia prostituta obesa che batte giù vicino alla stazione: è brutta, è grassa, è piena di malattie e ha una voce orribile, ma gli dà quel nonsoché marcio e dolciastro a cui non riesce a rinunciare.

Abbiamo provato a parlarne, io e Ylva, ma non è mai andata a finir bene.

«Ma come fai a mangiare quella roba?», le chiedo esasperato ogni tanto. Sono una persona impulsiva, a volte non riesco proprio a trattenermi.

Coi piedi sul tavolo, Ylva mi risponde con la bocca piena, alza la forchetta in aria con gesto di sfida.

«Non rompere! Se ti fa schifo levati!»

Io mi allontano, vado in un'altra stanza. Mi sdraio sul letto e guardo nervosamente il cellulare finché Ylva non ha finito. Non riesco a concentrarmi, apro Wikipedia e navigo a casaccio. Quando lei arriva sulla porta, con una macchiolina rossa al lato della bocca, ha l'espressione seria, quasi di sfida, di chi sa di aver fatto qualcosa di brutto e malato, qualcosa che disapprovo ma sulla quale non ammette discussioni.

Facciamo l'amore, ma c'è tensione. Evitiamo l'argomento. Sappiamo, entrambi. Facciamo finta di nulla.

Fino alla prossima volta.

Ora, qui sull'autobus rosso che si muove tranquillo in mezzo alla campagna, Ylva mi guarda con gli stessi occhi seri, la stessa espressione di sfida. Non parla, così tocca a me farlo.

«In che senso...», chiedo lento. «Cos'è che ha fatto... tua mamma?»

Ylva allarga le braccia. «Ha fatto la pasta col ketchup, Andrea. Tutto qui.»

«Ma io non la voglio!», rispondo d'istinto.

Si vede che Ylva non apprezza, stringe la bocca.

Mi affretto a spiegarmi.

«Scusa davvero, Ylva, ma guarda che non è un problema se tua mamma ha fatto la pasta col ketchup! Non ho bisogno di mangiare, seriamente. Non ho mica tanta fame. Håkan arriva domani, no?»

Ylva annuisce lentamente.

«E allora se tua mamma oggi non ha nient'altro da mangiare sull'isola non fa niente! Abbiamo i biscotti... e... e... Posso mangiare quel pane là, quel coso secco che mangiate voi, come si chiama? Il cacchebrod!»

«Knäckebröd.»

«Eh, quell'affare ce l'ha tua mamma, no? Ma guarda che anche se non ce l'ha non fa mica niente, eh! Mica muoio di fame per un giorno a digiuno!»

Ylva incrocia le braccia, sento la tempesta che si prepara. Lei, così dolce, sa essere dura, a volte. Mi sento mancare.

«Per piacere Ylva, inventa una scusa...», dico con voce lacrimevole. Stringo gli occhi. «Non ce la faccio, davvero!»

«...Fa troppo schifo», mormoro piano, guardandola con occhi imploranti.

Lei non si muove.

«Dille che sono malato...»

«...qualcosa...»

«...per piacere...»

«Hai finito?», chiede Ylva.

Capisco che mi devo spiegare meglio, o saranno guai.

Nascondo la testa tra le mani, mi chino in avanti per mostrarle quanto sono contrito. «Ylva lo so che tua mamma è gentilissima, e di sicuro si è impegnata al massimo e ha fatto il meglio che ha potuto e poverina è intrappolata su un'isola senza niente di niente, e che vuoi che faccia in fondo, povera donna? Ma ho paura di vomitare, davvero! Quando sento l'odore di quella roba che ti cucini tu mi vengono proprio su i conati, capisci? Sento la gola che pizzica, giù in fondo, e me ne devo andare.»

«Pfff», fa lei.

«È proprio una cosa fisiologica!», le spiego in fretta, in preda al panico, «L'odore di quell'affare zuccheroso sulla pasta appiccicata assieme...» Scuoto la testa, non riesco nemmeno a descriverlo. «...Non ce la faccio», concludo con una lacrimuccia di disperazione che mi scende giù dal lato dell'occhio.

Ho un'idea, scatto in avanti.

«Ylva, Ylva, dì a tua mamma di non condirla per me, la pasta la mangio in bianco! Ok? In bianco va benissimo! Anche senza olio, senza burro, senza formaggio, senza niente di niente va benissimo!»

Ylva scuote la testa lenta.

«L'ha già condita», dice semplicemente.

«Ma come l'ha già condita?», chiedo sconvolto. «Siamo ancora lontanissimi, non avrà mica già cucinato tutto, no? No?»

Gli occhi di Ylva mi dicono che è così.

«Cioè, la mangiamo pure fredda, la pasta?!»

Lei mi fa una smorfietta di scherno. «La riscalda quando arriviamo, no?», risponde con una vocina sarcastica.

«Al microonde?»

Ylva sbuffa. «La rimette nella pentola, accende il fuoco e ce la scalda», spiega mimando irritata ogni gesto.

Non ce la faccio più a sostenere lo sguardo della mia fidanzata, mi volto verso il vetro. La Svezia continua a scorrere fuori dal finestrino, come se nulla fosse.

Come si fa? Come si fa?

Ylva prende il cellulare in mano. «Ok», dice.

Mi volto. «Che fai?»

Lei sospira. «Che vuoi che faccia Andrea? Chiamo mamma.»

Le poso una mano sul polso, la costringo ad abbassare il telefono. Lei si sistema un ciuffo di capelli ribelle dietro l'orecchio, mi guarda.

«Ylva, sta andando tutto troppo veloce, non capisco più niente!»

«Mmmhhh», fa lei sarcastica, irritata e poco convinta.

Io mi mordo il labbro. Non posso fare lo stronzo con sua madre, la prima volta che la vedo; d'altro canto non posso mangiare la pasta col ketchup. Purtroppo sono due cose assolutamente incompatibili: mi viene da piangere.

Ylva mi guarda seria. «Lascia che ti spieghi io come stanno le cose, Andrea: quando si va a casa d'altri bisogna fare dei piccoli sacrifici, non si può avere sempre tutto come lo si vuole, giusto? Giusto o no?»

Io non riesco proprio a risponderle.

«Mia mamma è su un'isola, sola, senza barca. Håkan ha la borrelia e la febbre alta, il motore non parte, il meccanico è in ferie. La gente ha problemi ogni tanto, Andrea, problemi veri. Mamma è tutta eccitata e contenta perché mi rivede dopo sei mesi e perché ti incontra per la prima volta. Si sente una merda perché non ti ha potuto cucinare nulla di ché. Aveva solo pasta e ketchup sull'isola, ha fatto del suo meglio per preparare comunque qualcosa, per te. Ha telefonato e mi ha chiesto, tutta inquieta, se andava bene lo stesso. E le ho detto di sì, di non preoccuparsi, poveraccia.»

Osservo la mia fidanzata sconsolato.

«Ora, se tu vuoi non c'é nessun problema, le telefono e le dico che no, che in realtà la pasta col ketchup alla finfine non va bene, che non è evidentemente un piatto all'altezza del nostro ospite. Sappi che non accetterà mai di lasciarti a digiuno. Così, quando arriviamo, lei prende la barca, rema, torna a riva, si fa mezz'ora di bus fino a Norrtälje, mezz'ora al ritorno, torna a mezzanotte, poi ti prepara quello che preferisci. Salmone? Puré? Risotto ai funghi? Cosa gradiresti mangiare stasera, eh? Eh?»

Ylva allarga le braccia.

«E con questo ho detto tutto, poi fai pure come vuoi», annuncia infine, aprendo Online Risiko sul cellulare.

Io mi giro contro il vetro e mi metto a piagnucolare in silenzio.




Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile.

Ylva è di buon umore, si mette a correre. «Mamma!», urla forte, saltando su e giù e sbracciandosi come una pazza. A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria.

«Ylva!», la sua voce arriva da lontano. Io mi sistemo accanto alla mia fidanzata, alzo anch'io una mano in un gesto di saluto. Vorrei partecipare al suo entusiasmo, ma è davvero difficile, se penso alle cose terribili che ho promesso di fare. Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo.

«Vi kommer!», grida Ylva, aprendo il lucchetto a combinazione che attacca la barca a un palo - mi ha spiegato, una volta, che anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande.

Saliamo a bordo: lei davanti, io dietro. Raccoglie due lunghi remi da terra. «Fai tu o faccio io?», chiede.

«Come vuoi», rispondo.

«Varsågod», conclude lei porgendomi i remi. Vuol dire "prego".

Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo. I remi entrano in acqua con un "plop, plop" regolare, altri rumori non si sentono. Davanti a me ci sono gli zaini e il cactus che ho portato in regalo a Suzanne dall'Italia. Ylva, appassionata di canzoncine per bambini, canticchia uno dei suoi classici appollaiata di sbieco sulla prua: «Hej-oh, hej-oh-oh», fa, con voce profonda, «...härliga liv på böljan blå...» La conosco - è l'inno dei pirati, la canzone che le gira sempre in testa: di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto.

Terminiamo la traversata, Ylva salta sul pontile, madre e figlia si abbracciano mentre io mi distraggo un attimo e vado alla deriva. Mi tirano indietro con la corda, chiudono la barca col lucchetto. Suzanne si fa avanti, «Andrea!», dice venendomi incontro a braccia aperte, tendendomi una mano per aiutarmi a sbarcare, «Benvenuto a Snarö!»

«Grazie», rispondo io, porgendole il mio cactus-regalo. Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme. Dal vivo sembra la versione più vecchia e più brutta di sua figlia.

Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina. In mezzo a me e Ylva, Suzanne ci passa un braccio attorno alla vita. «Ah, come sono contenta che sei qui!», mi dice. «Ylva sempre parla di tu. Andrea qui Andrea lì... Oh Andrea, io tanto tanto contenta!»

«Anch'io», rispondo, anche se non posso evitare di pensare a ciò che quelle mani, che ora mi toccano, hanno cucinato.

«Ehi mamma guarda che ci sono anch'io eh!», fa Ylva.

«Ja men jag vet, älskling», ribatte sua madre baciandola sul collo; Ylva lancia un urletto scappando all'indietro, le viene la pelle d'oca, le due ridono e scherzano in una lingua di cui non capisco niente.

Io metto semplicemente un piede davanti all'altro, salgo lungo il sentiero con gli occhi per terra.

La stuga è in cima a una collinetta: una casetta vecchia, rosso vinaccia; un tavolo blu e quattro sedie di legno sono abbandonate distrattamente in mezzo al giardino, dove l'erba avrebbe bisogno di una sforbiciata. Ci sono un melo e un pero, lamponi e ortiche che crescono assieme, ai bordi del prato, cespugli di uva spina, un'enorme quercia alla quale è appeso un asse di legno a fare da altalena.

Ylva butta lo zaino a terra, si siede sull'asse con un «Ah!» soddisfatto e finisce la bottiglia di Gatorade che abbiamo condiviso sul bus. «Ohi,» dice Suzanne, «che tardi! Voi sicuro avete tanta fame. Ylva, mostra toilette a Andrea, prima che fa buio, io vado veloce a scaldare pasta con ketchup.»

Appoggio i bagagli al muro, guardo la donna sparire in casa. Alle mie spalle Ylva dondola avanti e indietro, piano, il sole ormai se ne è andato. Tutto è più silenzioso, senza Suzanne. So che dovrei dire qualcosa ma non ci riesco: è troppo difficile, specialmente col rumore di pentole che proviene ora dall'interno della stuga.

«Questo è un posto molto speciale per me sai, Andrea?», dice Ylva piano, «Tanti ricordi...»

«È bello», rispondo, ed è vero: non sto mentendo, si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo.

Salta giù dalla sua altalena. «Dai, ti faccio vedere l'isola», dice.

Mi porta dietro alla casa: c'è la pompa dell'acqua, la rimessa per la legna da ardere e uno stanzino in legno con un buco a forma di cuore sulla porta. È il cesso.

«Per lavarsi si scende al mare», spiega, poi apre la porta dello stanzino: dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera. Ylva infila una pala in un secchio e tira su una palata di polvere bianca. «Se hai bisogno di pisciare falla nei cespugli; se devi cagare, quando hai finito, butta la calce nel buco.»

«Ok.»

Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.»

La seguo, ci inoltriamo nel bosco. Lei si china a raccogliere qualcosa, io calpesto un fungo velenoso.

«Lingon», spiega, passandomi una piantina dalla quale pendono grappoli di bacche rosse. Ne assaggio una, è aspra e amarognola.

Ci facciamo strada in mezzo agli alberi, non so come faccia Ylva a orientarsi. Dopo un po' ci sono rocce, saliamo, ci aiutiamo con le mani. In cima c'è muschio, il vento soffia e si vede tutta l'isola: un cerchio allungato su un lato, in mezzo al mare - forse quattrocento metri di diametro, nulla più. A nord c'è la stuga di Ylva, a sud-est e sud-ovest altre due casette.

«Ecco, questa è Snarö», dice Ylva, allargando le braccia a croce coi capelli nel vento.

«E quelle case laggiù?», chiedo io.

«Sono i vicini. Ma uno sta vendendo casa, l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.»

Io non rispondo, guardo verso l'orizzonte. Se da un lato la terraferma è vicina, dall'altro c'è solo mare. E la Finlandia, suppongo, qualche centinaio di chilometri più ad est.

Ylva guarda le nuvole, in alto. «Il tempo sta cambiando», dice piano.

Una campana lontana si mette a suonare.

«Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...»

È l'unico rumore nell'aria e sembra provenire da un altro mondo, mette ansia. «Cos'è?», chiedo.

«La cena è pronta», risponde Ylva, puntando il braccio verso la stuga. Piccola sagoma scura in piedi davanti a casa, Suzanne agita su e giù una catena, facendo suonare una pesante campana che pende da un gancio sul muro.

Ripartiamo in silenzio, non c'è più nulla da dire. Quando arriviamo alla stuga blocco Ylva per la spalla.

«Vado a pisciare e arrivo», le dico sulla soglia, guardandola negli occhi.

Lei annuisce, entra in casa lanciandomi un ultimo sguardo difficile da interpretare. Forse è empatia, forse altro, non so.

Mentre la faccio nei cespugli penso a quello che sto per mangiare e non mi pare vero. Ho male allo stomaco, nausea, non so se avrò la forza di andare fino in fondo a questa storia, avrei voglia di andarmene da qui: ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile.

Poi penso a Ylva. Oh, Ylva...

Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo.

Devo.

Chiudo la zip ed entro nella stuga, lento. Il pavimento scricchiola, l'ingresso dà su una grande cucina. C'è puzzo di casa vecchia, tappezzeria a fiori, ci sono piatti e posate. Un grande tavolo di legno scuro, in mezzo. La luce è bassa, le sedie spaiate.

Nel centro del tavolo, la spaghettiera.

Ylva e la madre chiacchierano, sedute, ridono. Non capisco nulla, di quello che dicono.

Suzanne mi nota. «Hej», fa, con un gran sorriso.

La guardo in faccia, annuisco tra me e me. Ora le faccio vedere io a quella, penso.

«Ehi», rispondo sedendomi al tavolo, accanto alla mia fidanzata. Non la guardo: mi fisso sulla spaghettiera e cerco di non pensare a null'altro.

Per Ylva, mi dico, per Ylva, svuotando il recipiente a mestolate.

Le donne si sono già servite - alla maniera svedese, paese in cui non si aspetta necessariamente l'arrivo dei commensali per iniziare il pasto. È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa.

«Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.»

«Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta.

«Ecco qui», fa la donna con un largo sorriso sincero.

«Grazie.»

Devo buttarmi subito, mi dico. Ingoiare tutto prima che il mio cervello capisca davvero quello che sto facendo. Pianto la forchetta nel piatto e tiro su un gran pezzettone di massa rossastra e informe. Non sembra nemmeno più pasta: quelli che un tempo erano spaghetti si sono uniti assieme durante la lunghissima cottura, le ore di riposo e il riscaldamento finale, saldandosi in una specie di osceno puré. Me lo ficco in bocca: ingoiare e basta, mi dico, questo è il mio obiettivo. Dalla forchetta alla gola, senza sfiorare altro: fortunatamente il cibo è talmente stracotto che non c'è bisogno di masticare.

Una, due, tre forchettate vanno giù, una dopo l'altra.

Mi sono dimenticato di respirare, mi manca il fiato, appoggio la forchetta sul tavolo. La mia bocca è tutta impastata col gusto acre del condimento; la mia lingua trova un pezzo di spaghetto, tra i denti e la gengiva, e per un attimo mi sento perduto: come un malefico verme inacidito, quell'inconfondibile rimasuglio di pasta col ketchup fa salire un formicolio familiare, in fondo alla gola. I conati sono lì dietro, sento, stanno per partire.

Ylva e Suzanne non parlano più, da quando ho iniziato a mangiare. Mi osservano perplesse, in silenzio, ma non me ne curo, mi concentro sull'obiettivo: tenere dentro quello che ho buttato giù, evitare di vomitare. Stringo le mani forte attorno alle posate, inspiro, espiro, cerco di pensare a mamma. Il formicolio aumenta, all'improvviso mi sento perduto.

«Un po' d'acqua?», chiede Ylva porgendomi il bicchiere.

Non rispondo nemmeno, lo afferro e bevo, trangugio tutto. Quando sento finalmente che riesco a controllarmi, ricomincio a mangiare.

Per Ylva, mi dico, per Ylva.

Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce.

Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco.

Alla fine allontano il piatto e lascio cascare la forchetta sul tavolo, quasi ipnotizzato dal recipiente vuoto: ce l'ho fatta? Davvero? Non riesco a crederci.

«Ah beh!», fa Suzanne, tutta contenta, «Allora Ylva proprio ragione che tu ti piace pasta con ketchup!»

Mi volto verso Ylva ma la sua sedia è vuota, mi sorprende dal lato opposto: arriva portando una monumentale zuppiera con coperchio, la posa in mezzo al tavolo, torna a sedersi accanto a me. «Mamma», dice, «ho una cosa da annunciarti: quando torniamo a Torino, io e Andrea andiamo a vivere assieme.»

Io mi volto a guardarla. «Eh?»

Lei mi prende la mano, intreccia le dita con le mie.

«Andrea», inizia, «Ti devo dire una cosa: lo so quanto la pasta col ketchup ti fa schifo e...»

Io la guardo, confuso.

«...e per questo ho chiesto a mamma di cucinartela. Le ho detto che era il tuo piatto preferito!» Posa la mano sul coperchio della zuppiera, si ferma per una pausa a effetto; poi lo alza, liberando nell'aria un celestiale profumo di carne col sugo. «...e che lo stufato di alce al vino rosso e funghi finferli poteva tenerlo in frigo per domani», conclude con un sorriso entusiasta, che sembra andarle da un orecchio all'altro.

«Nämen... Ylva!», fa Suzanne, incredula nel sentire le parole della figlia.

Io la osservo a bocca aperta.

«Che... cosa?!», dico a fatica.

«Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!»

Io non so che rispondere.

«Ma... Ma... Ma...», balbetto.

Tutto, ho ingoiato, per lei. Ho rotto e calpestato le mie convinzioni più profonde, per lei; ho rischiato di vomitare in faccia a sua madre. L'ho fatto, per lei.

Non si fa, così!

«...Ma io sono una persona, cazzo!», urlo alzandomi in piedi e battendomi una mano sul petto.

Ylva quasi casca all'indietro. «Oddio, Andrea», dice, persa, aggrappandosi al tavolo.

Le punto un dito in faccia, cerco di dirle qualcosa di orribile ma la furia che provo è troppa, per essere espressa a parole.

Eppure la rabbia uno sfogo lo esige, e fermarla è assolutamente, totalmente impossibile: accecato dal furore afferro la zuppiera e la rovescio su Ylva, la cui testa, come in un folle e insensato teatro slapstick per bambini, viene letteralmente inghiottita dall'enorme recipiente.

«Herregud!», urla Suzanne con occhi allucinati. Io barcollo all'indietro, sbatto contro il frigorifero facendo cascare un magnete, guardo come ipnotizzato la mia fidanzata con la testa nella zuppiera - osceno copricapo in porcellana che le nasconde la testa intera. Si alza in piedi, muove il capo, le braccia, sembra confusa, emette strani suoni, fa cascare la sedia, forse non capisce.

Io inspiro, espiro attraverso narici tremanti.

Suzanne, in piedi accanto alla finestra, si aggrappa alla tenda. La noto solo con la visione periferica, evito di spostare gli occhi su di lei. Meno cose vedo, in quella stanza, meglio è.

Perché so che, qualunque cosa veda, non la dimenticherò mai.

Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca.

Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro.

Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa.

«A... Andrea?», dice.

Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi butto nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva.

Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto.

Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla.

Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro.

Cosa succederà, ora, non lo so proprio.




Note a fondo pagina:

Per chi fosse interessato, la zuppiera in testa a Ylva è un occhiolino a Emil, personaggio di Astrid Lindgren, il quale, in una famosissima scena, infila, appunto, la testa in una zuppiera per poi rimanerci incastrato. Visti gli interessi teatral-letterari di Ylva, mi pareva giusto che subisse una punizione "in tema" per le sue azioni.

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