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Una storia di Jelena

Questa storia è presente nel magazine Pillole del giorno prima

L'ultima volta

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4 minuti

Pubblicato il 05 aprile 2019 in Altro

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"Sono dieci, con questa".


Glielo dissi fissando il soffitto, mentre lui puntava sul cellulare la solita sveglia delle sei e trenta.

"Dieci cosa?"


Sentivo il suo mento posizionarsi nell'incavo tra il mio viso e la spalla, un accenno di barba mi solleticava la pelle.


"Dieci case, dieci traslochi, dieci camere da letto diverse. Dieci addii, dieci finali e dici nuove partenze. E' terribilmente stancante. "


Non l'avevo mai detto ad alta voce, forse perchè non avevo mai avuto il coraggio di contare a quanti pavimenti diversi avrei regalato i miei passi insicuri, su quante diverse sedie mi sarei seduta per fare colazione, mentre in Tv una ragazza in un abito fasciato mi avrebbe comunicato il meteo. I cambiamenti sono la cosa che più mi entusiasma e più mi atterrisce, la frenesia dura pochi attimi, ingoiata velocemente dalla paura di cadere nel vuoto. Ricordo la sensazione che provavo da bambina, quando coraggiosamente, mi arrampicavo sul muretto davanti casa di mia nonna, l'altezza mi spaventava tanto da farmi tremare le gambe, ma non riuscivo a smettere di salire sempre più in alto. Arrivata in cima non sentivo nemmeno un piccolo fremito di felicità, solo una spaventosa stanchezza. Vent'anni dopo è ancora così, una volta conquistata la meta sento un'irrefrenabile voglia di abbandonarmi a me stessa, di lasciare che il mio corpo fluttui sopra i sacrifici e le rinunce, perdere consistenza e somigliare a qualcosa di leggero e trasparente.


"E questa volta come è stata?"

"Diversa, nuova, ma avevo più paura del solito."


Nessuno dei nove cambiamenti precedenti era stato deciso da me, nessuno aveva chiesto un mio parere, mi era stato solo comunicato di riporre i miei vestiti e le mie cose in alcune scatole, di chiudere bene con il nastro adesivo e di scrivere sopra ad ogni scatola il contenuto. Sarebbe stato più facile trovare le cose nella nuova casa, così mi era stato detto.

Non dicevo mai nulla ai compagni di scuola, fissavo l'aula e cercavo di immagazzinare più dettagli possibili. Ricordo ogni banco, ogni lavagna sulla quale, durante la ricreazione, scrivevamo le frasi delle nostre canzoni preferite, portavo con me quegli attimi, li rievocavo quando ad ogni nuovo Settembre dovevo ripresentarmi ad una nuova classe, ripetere di nuovo il mio nome, che deve essere ribadito almeno una seconda volta per far sì che tutti lo comprendano, avere le mani sudate mentre tutti hanno gli occhi puntati su di me, pregare che l'insegnante ponga fine a quella tortura indicandomi dove andare a sedere. Ma era quella la parte più difficile, quei pochi metri tra la cattedra e il mio nuovo banco, quando tra i diversi bisbigli riesci a cogliere solo la frase "è quella nuova".

E nuova sono stata tante volte, forse troppe, tanto da non avere un'amica di vecchia data, perchè ogni volta promettevo a tutti di scrivere e mandare cartoline, e per i primi mesi l'ho fatto, mi facevo accompagnare da papà ad imbuchettare le letterine piene di adesivi e di dediche, attendevo con ansia le risposte dei miei amici ormai lontani. Ma poi scrivevo sempre meno, fino a smettere del tutto.

Nella nostra mente le persone che perdiamo di vista restano immutate, sembrano non crescere come noi, come se per loro il tempo si fosse fermato all'ultimo abbraccio in cui ci siamo stretti. Alcuni di loro saranno diventati genitori, altri avranno ottenuto il lavoro dei loro sogni, altri forse si sono persi nel caos della vita, eppure io li ricordo ancora in quel cortile, a fare piccole coroncine di margherite o a giocare a nascondino tra i pini ed i cespugli.


"Vedrai che questa sarà l'ultima, te lo prometto."


Lui sapeva quanto fosse difficile per me ricominciare ogni volta, di quanto nuovi panorami destabilizzassero il mio già precario equilibrio emotivo. Rimase stupito dalla velocità con la quale svuotavo gli armadi e sigillavo ogni singolo pacco, ma sapeva anche che non sarei mai riuscita a farne un vanto. Non avevo un'aria rilassata mentre la mia camera prendeva di nuovo le sembianze di un magazzino, mentre giorno dopo giorno sparivano i libri e gli oggetti dalle mensole, e le stanze tornavano ad avere un'eco di solitudine. Questa volta però l'avevo voluto anch'io, era stata una decisione condivisa, ponderata, per la prima volta qualcuno era stato a sentire ciò che avevo da dire a riguardo. Non ho mai preso le decisioni di getto, forse è capitato un paio di volte quando ad essere coinvolto era il cuore e non la testa, chè se avessi ragionato con la testa non avrei scritto per dodici mesi di un amore finito. Sono razionale pur avendo idee irrazionali, sono determinata pur vivendo di paure che nascono da ogni granello di sabbia, sono la contraddizione di me stessa.

E questo a volte mi fa sorridere.

Mi stava promettendo più di quanto potesse comprendere, è la tranquillità che permette di provare tutte le altre sensazioni, è non sentirsi più un estraneo, non dover salire ogni volta in cattedra e ripetere chi sei, cosa sei e cosa diventerai.

Sentivo il bisogno di legarmi ad un posto, a riempirmi gli occhi di paesaggi che avrei visto ogni mattina, di riconoscere il rumore del motore delle auto dei vicini, di prendere un gatto e non dover trovare una nuova famiglia che potesse accoglierlo dopo qualche mese.

Non volevo più perdere pezzi di me in giro per il mondo, volevo essere tutt'intera in un solo posto.


"Sono a casa, finalmente".

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