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Una storia di angelaaniello

Di un male che imprigiona bisogna liberarsi

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4 minuti

Pubblicato il 14 agosto 2019 in Recensioni

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"Prendi il tempo che ci vuole".

E che cos'è lo scorrere del tempo in un Salento che verbalizza il volto del male, mettendo a nudo i suoi limiti e le sue contraddizioni?

E non è forse difficile scavare alle radici del male per cercare il bene, lì dove la gente "non potendosi rubare altro cominciava a rubare i morti?"

Mi piace partire da queste domande per introdurre un noir che affascina, travolge, incolla alle pagine il lettore e lo interroga, "Pizzica amara", pubblicato con Rizzoli e scritto dalla sempre più brava Gabriella Genisi.

La storia si apre con il furto della salma di Tommaso Conte dal cimitero di Montesano, paese di poco più di duemila anime, e lo svenimento della povera Lucia Casolaro, vedova Conte, sua madre, appena scoperta la profanazione della tomba.

È solo l'inizio di una serie di eventi raccapriccianti in una terra macchiata di sangue e superstizione.

Ad occuparsi delle indagini è "Francesca lopez, detta Chicca. Venticinque anni. Salentina, di uno dei tanti paesi di quella punta di Puglia piena di azzurro. Novantasette per la precisione. Santa Maria de Finibus Terrae, lei veniva proprio da lì"

Chicca ha un vissuto difficile alle spalle e una relazione burrascosa con Flavia. Una sua cugina di Nardò, Caterina, è morta a ventiquattro anni di leucemia. Troppe morti simili in quello che appare un Paradiso. Colpa del destino o colpa taciuta degli uomini?

Come la Terra dei Fuochi anche il Salento non è esente da discariche contaminate, anche se tacere e occultare pare preferibile e più semplice.

Ma a Chicca, determinata a scoprire la verità, nulla sfugge e pian piano tutto si svela nella sua cruenza, senza imbarazzo.

La faccenda si complica quando viene avvistato il cadavere di una ragazza alla Marina di Torre Chianca da un vecchio pescatore e qualche giorno dopo anche il cadavere di una studentessa del Liceo Pascoli, quasi diciottenne, impiccata ad una fitolacca dioica, dalle radici enormi, "come corpi di uomini e fiere pietrificati da qualche incantesimo."

Chicca si chiede se ci sia un legame fra le tre morti e lo scenario è davvero molto inquietante.

Con una scrittura dettagliata, precisa e senza finzione Gabriella Genisi introduce una nuova idea di Salento, così lontana da quella delle patinate riviste turistiche.

Oltre lo splendore del mare cristallino e delle meravigliose spiagge affollate di turisti, si delinea un mondo di macarie, carte, malocchi, filtri d'amore e superstizioni.

Cosa c'è tra il bene e il male? Oltre il ritmo ipnotico della pizzica e il rito delle tarantolate?

Cosa scombussola in una terra che nei suoi silenzi strangola fino a togliere il fiato?

Gli ulivi amputati per la xylella, spettri di un male che esacerba gli animi e preoccupa, l'ombra cupa delle sette sataniche, i giochi di potere di chi si nasconde dietro le belle facciate dei palazzi, il buio di vite spezzate senza apparente spiegazione.

Chicca ha più di un cruccio da risolvere, sfidando se stessa e le sue paure, se stessa e il suo orientamento sessuale che pare vacillare dinanzi ai complimenti del capitano Biondi e di Carmine Scorrano.

Tanti i personaggi che proliferano mentre il male si nutre del vuoto, delle zone d'ombra di affetti vacillanti, tra figli derubati della speranza e della nostalgia dai padri.

"Ognuno di noi deve interrogarsi su quanto spazio abbia ceduto al male, coltivando la menzogna, la cupidigia, l'edonismo, abbandonandosi al facile guadagno piuttosto che al duro lavoro onesto" urla don Vincenzo dall'altare.

La vita è una scrittura minuta e fitta di accadimenti che segnano e tracciano un orizzonte; l'importante è cogliere la giusta vibrazione per non cedere.

Chicca vede tanto orrore e, sostenuta da Gérard, etnopsichiatra conosciuto sin da quando viveva in una casa famiglia, tenta di capire qual è la sua strada. Liberarsi dai tabù e dalle solitudini pregresse può portare a un cambiamento.

In un vortice di morti e omicidi, di interrogatori e gravi pericoli ci si accorge che la verità può essere peggiore di quella immaginata in uno scenario apocalittico.

Quale il prezzo da pagare? Quale l'antidoto a siffatta violenza?

Fanciulle sacrificate da belve e madri disposte a difendere un figlio sempre, parole che scivolano addosso e lacrime ricacciate, balbettii di sentimenti e soli di mezzogiorno che specchiano solo sofferenza.

Ciò che brucia sulla pelle è la consapevolezza che i luoghi segreti spesso sono omissioni scolpite nella pietra dei templi mentre il cuore pizzica e incalza facendo ruotare su se stesse manciate di speranza.

A incorniciare ogni capitolo i versi significativi di Vittorio Bodini perché la poesia non si smarrisce, ma trova sempre un suo spazio nel mondo agguantando la bellezza vera.

Consiglio vivamente la lettura di questo romanzo per conoscere più da vicino la morsa del Salento e le sue leggende.



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