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Una storia di Roberto98

Questa storia è presente nel magazine I frutti del bosco

Il mio ritorno alla capanna di Patrizio Mori

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52 minuti

Pubblicato il 04 gennaio 2019 in Horror

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I - Due Febbraio 1881


Questo non è un giorno come gli altri, e di conseguenza, questa stessa pagina segna un momento importante nella storia del mio lungo diario. “Lungo”: aggettivo riduttivo ma appropriato. Sono ormai diverse le pagine ingiallite che, come cercando di fuggire, si affacciano dall’asfittica rilegatura in cuoio; i rinforzi di stoffa faticano, ormai, ad impedire che questo grande tomo si sfaldi rovinosamente. Eppure non ho trovato di meglio, ancora insisto nel portare questo vecchio diario con me, dovunque io vada; mi ritrovo ancora restio ad acquistarne uno nuovo, sia per le importanti memorie qui conservate – come ad esempio le memorie che mi legano alla Milano della mia infanzia, anzi: della nostra infanzia, caro Patrizio! Ed è anche delle memorie che mi legano a te che finirò inevitabilmente per parlare nei giorni a venire - sia per l'abitudine di averle sempre a portata di mano, pronte per essere consultate. Spezzando gli indugi, ho lasciato una pagina vuota per segnare questo nuovo approdo della mia esistenza; spetta alle righe successive spiegare il perché di tale importanza.

Da dove cominciare, dunque, dopo un periodo di così lunga latitanza dal mio diario? Ebbene, voglio essere chiaro con me stesso fin dal principio: le righe vuote che ho appena lasciato, come a segnare uno spartiacque, non hanno una funzione soltanto formale; se oggi sono qui a scrivere, dopo intere settimane di silenzio, è perché ho scelto di documentare qualcosa. E se questa documentazione dovesse portarmi a qualcosa di più che a lamenti del cuore, ma bensì a fatti concreti, non esiterei a pubblicarla per motivi che tutti i miei cari già conoscono. Dunque, per far sì che questa indagine sia chiara e fruttuosa, sarà necessario fare dell'ordine partendo dal principio, fin dalla scintilla che un giorno portò questo luogo dentro la mia vita, e ancor più al centro della vita del mio amato fratello Patrizio.

L'infanzia trascorsa insieme a Milano, parlandone per sommi capi, fu felice. Essere bambini nell'allora capitale del Regno Lombardo-Veneto era come vivere in un sogno, non di quelli dove tutto è possibile, ma di quelli in cui, di tanto in tanto, nasce qualcosa di meraviglioso; nostra madre, e le altre donne del quartiere, ci crebbero ciascuna come fossimo loro figli; di mano in mano, di abbraccio in abbraccio, ogni giorno scoprivamo nuovi occhi materni e ciascuno di loro ci custodiva con affetto. Nostra madre, lei sempre indaffarata a pulire e a portare a casa qualcosa da mangiare, non era gelosa; data la sua bontà, fra tutte le madri era rimasta la nostra preferita, e lei già di questo si accontentava; com'è sensibile Amelia, chi altro avrebbe potuto capire che i figli non scelgono la madre guardando a un documento ma cercando il seno di chi meglio li può allattare?

Gli anni trascorsero dolci, nella periferia milanese, a contatto con una città in progresso e con una natura ancora feroce, restia a farsi piegare dall'uomo; quando Milano capitale non fu più ma soltanto città fra le altre nel Regno d'Italia, io e Patrizio eravamo quasi adolescenti, ma i nostri timori, fisiologici data l'età, non sfociarono nella politica bensì nel riflettere sulla vita, cosa in cui eccellevamo entrambi. Sempre, lungo quegli anni, io e Patrizio fummo soliti andare a spasso per la campagna, cercando di trovare un senso in quella vita che ora ci imponeva degli obblighi, così come poi delle scelte che infine ancora altri obblighi, ancor più tremendi, nascondevano. Egli veniva da me e mi parlava degli orrori che aveva visto in città – ad esempio, un litigio fra mendicanti – oppure del sangue di un maiale che aveva visto sgozzare in una cascina, e io, con pazienza, cercavo di tradurre razionalmente quelle sue paure in un ragionamento compiuto; in verità, io ancor più di lui, cercando di arrovellarmi con la logica finivo per nutrire nuovi dubbi e nuova paura.

Quand'io finii gli studi superiori, Patrizio, che aveva un anno in meno di me, era giunto solo alla fine dei primi anni di scuola; con i proventi dei miei lavori saltuari e grazie agli sforzi di mia madre, mi iscrissi alla facoltà di Giurisprudenza, e quando ebbi conquistato anche la laurea Patrizio ancora si dannava per cercare di essere ammesso all'Istituto di Belle arti. Fra tutte le ipocrite scelte possibili, feci la più onesta, accettando la società e divenendo poi un giovane avvocato in erba. Patrizio, a causa di questo, iniziò a nutrire una certa diffidenza nei miei confronti, la quale mi addolorava, ancor più perché ero il primo a vivere sulla propria pelle i concreti orrori dell'età adulta. Io, intimamente, pregavo affinché mio fratello trovasse un'altra strada, vivendo più a lungo possibile gli anni della tarda adolescenza, quando le illusioni si confondono al dolore, ma dove il secondo ancora non ha vinto la battaglia finale per la conquista del regno.

Fin da subito, Amelia negò a mio fratello ogni aiuto economico per l'iscrizione all'università, rinfacciandogli il suo scarso rendimento alle scuole superiori; io, dal mio canto, non potevo fare altro che cercare di recuperare quanti più manuali sul disegno mi fosse possibile (facendo repentine incursioni nelle facoltà adiacenti giurisprudenza) e poi portarli a Patrizio; egli ne era avido, e metteva subito in pratica gli scritti traducendoli in meravigliose immagini. La passione per il disegno, poi tramutatasi in pittura, rimase sempre la sua peculiarità, tant'è che già festeggiando la mia laurea tutte le persone in sala scherzavano e lo appellavano come “Il pittore”, e nel quartiere ogni madre sfoggiava con orgoglio i ritratti che Patrizio gli aveva dedicato in cambio di poche Lire.

Intanto, la tristezza stentava ad abbandonare entrambi. Quando ebbi trovato lavoro in un ufficio legale vicino il centro, fu lì che nacque il mio amore per Giulia; nel giro di pochi mesi, dietro mia pressione, eravamo già sposati: ecco realizzatasi l'ennesima scelta imposta dall'alto, a cui fui costretto per cercare una nuova scappatoia dall'angoscia rampante; essa mi perseguitava ovunque, nell'ufficio come a casa, nella solitudine così come per le strade sempre più affollate di Milano. Quando fui sistemato economicamente, cercai di aiutare il mio amato fratello, egli, però, era ormai sempre più restio alla vita mondana, e invece di mettere da parte i miei aiuti in vista di una futura iscrizione all'Università, era solito allontanarsi dalla città in cerca di nuovi panorami e di nuove genti da ritrarre. Fu così che Patrizio, in lettere sempre più lunghe, iniziò a raccontarmi delle campagne lombarde prima, e della pianura padana occidentale poi, finendo per incontrare, lungo il proprio cammino, gli appennini che separano l'Emilia dalla Toscana. Furono sempre meno le occasioni per parlarci di persona, ma riuscimmo a mantenere dei contatti scritti, i quali non si fermarono mai. Ancora oggi, visti i frequentissimi spostamenti di Patrizio, mi sembra un miracolo, un tesoro di cui non sarò mai abbastanza grato al Signore. Passarono i mesi e lo studio legale fruttò sempre più guadagni; la vita domestica proseguiva con i tipici guizzi delle coppie appena sposate e fu così, come natura suggerisce – eccola, l'ennesima effimera scelta! - che giunsero le mie due dolci gemelle: Valeria e Creta, in cui tutt'oggi continuo a rivedere le donne della mia infanzia, così come quel vecchio quartiere ormai sepolto dall'asfalto. E' lì che trovo la pace.

Un giorno giunse a casa una nuova lettera di Patrizio; “Arrivano nuove notizie dal Pittore!” disse Giulia porgendomela con il solito sorriso, proferendo poi la solita presa in giro a carico mio e di mio fratello, prima del rituale bacio sulle labbra. Dal frontespizio della lettera si intravedeva un grande disegno, interrotto solo dalla marca da bollo e dall'indirizzo della mia abitazione, elegantemente scritto da Patrizio con una stilografica. Aprii la lettera in tutta la sua grandezza – un inedito foglio, perfettamente quadrato, grande quasi come una cartina geografica! - osservando il bellissimo panorama ivi disegnato da mio fratello: “Buone nuove da Pievepelago”, diceva il titolo che campeggiava in cima all'opera, raffigurante uno scorcio di questo lontano paese sugli appennini, arroccato ai piedi di diversi monti, in particolare una chiesa in pietra a pianta circolare, riflessa sulle rive di un fiume chiamato Scoltenna. Dopo essermi bagnato gli occhi con la bellezza di tale disegno, girai il foglio, e lessi avidamente la lettera, che qui riporto:


“Mio caro fratello, ti è piaciuto il disegno? Come hai potuto vedere si chiama “Buone nuove da Pievepelago” e il titolo è già tutto un programma.

Prova a immaginare, mio caro avvocato? Finalmente ho una casa! Dopo la lettera che ti ho mandato alcune settimane fa al mio arrivo in paese, ho lasciato per alcuni giorni questa landa di pace e sono sceso a valle, dapprima verso Modena e poi a Est verso Bologna. Due gioielli che dovrai visitare, quando sceglierai di venirmi a trovare, – ed è una di quelle scelte obbligatorie di cui abbiamo parlato tempo fa, se ricordi… ma questa è a fin di bene! - tu ancora consumato dall'olezzo sempre più schifoso della da me (fortunatamente) lontana Milano; ormai anche Modena e Bologna sono troppo per chi ti scrive: non resisto più all'ombra dei palazzi che si allungano minacciosi verso la campagna, non resisto più vedendo i contadini e gli operai che affollano le strade sempre negli stessi orari, come fossero degli orologi a carica. Comunque, è vero che questo foglio gigantesco mi dà molto spazio, ma non è una scusa per perdersi in chiacchiera, peraltro non voglio altre denunce sulle spalle: veniamo al succo: passeggiando per il centro di Bologna, ormai stremato dalle inutili chiacchiere del sottoproletariato più instupidito, mi sono seduto a farmi un bicchierino in un bar affacciato su Piazza Maggiore – indubbiamente uno spettacolo: lo sarà specialmente per te, fanatico che non sei altro, quando contemplerai la meravigliosa Basilica di San Petronio – scegliendo una seggiola anonima come tante altre, con la particolarità di essere posizionata proprio affianco a una vecchissima signora, sulla novantina, che si rimboccava le fasce sulle mani massacrate da anni di fatiche. Mi incuriosiva, quella donna…. forse aveva qualcosa di interessante da dirmi, e infatti tempo di attaccare bottone che siamo subito finiti a parlare di Pievepelago, che così tanto già mi mancava. Dopo aver parlato di quanto fossero belli gli appennini e di quanto ci fosse ancora da scoprire, io mi mostrai ancora più affascinato da ciò che aveva da dirmi, e fu lì che l'anziana mi disse di essere proprietaria di una piccola capanna a poche decine di minuti di marcia da Pievepelago, nella quale risiedeva suo marito all'epoca in cui faceva il taglialegna. Lo so, Fulvio, la questione è strana: le ho chiesto come mai suo marito preferisse vivere nel bosco da solo, con tutti i rumori che si sentono la notte, invece che andare in paese e cercare legna da abbattere nei dintorni del centro abitato, ma la donna, affascinandomi ancora di più, mi ha risposto che il marito era alla ricerca di qualcosa di prezioso che credeva nascondersi in quei boschi. Io avevo capito tutto, e l'affare era per me già fatto: questione di pochi minuti e ci eravamo già accordati sul fitto da versare mensilmente. (Lo pagherò sempre tramite posta, dato che oramai la donna tiene dietro al marito, rimasto monco dopo una gravissima rissa e ora immobile su un letto in una fattoria vicino Bologna.)

Mio caro Fulvio, io da qua non mi smuovo più! Ciò che volevo vedere l'ho visto e qui a Pievepelago c'è tanto di cui dipingere e ci sono tante persone da cui imparare. Dopo aver imbucato questa lettera mi recherò a dormire presso la mia nuova casa, che ho già trovato cercando nel bosco – davvero non più di venti minuti dal paese, camminando speditamente – ma non temere: ho incontrato una dolce metà… mi farà compagnia lungo questa prima nottata, e io mi auguro anche per un po' di più – a meno che non innalzi troppo il tariffario! - quindi puoi rasserenarti all'idea che farò sogni tranquilli. In pianura ho raccolto un discreto gruzzolo con i quadri venduti, e anche quassù ho già trovato dei nuovi ammiratori; anche di questo, non hai niente da temere: ora sono indipendente. E chissà, per il cielo, che io non trovi davvero un tesoro sepolto vicino alla capanna, tanto da costruire un nuovo villaggio per me, per te e per Giulia, e perché no, anche per la mia nuova dolce metà!

Quando verrai, se il disegno ti è piaciuto, ti aspetta anche una versione su tela del “Buone nuove da Pievepelago”: è davvero rilassante dipingere, guardando il paese, mentre intanto si è seduti su una roccia vicino al letto del fiume. Se non ti piace, ho già altri quadri in riserva, fra i quali senz'altro troverai qualcosa di tuo gradimento.

Mi manchi tanto, Fulvio.


Con estremo affetto,

Tuo fratello Patrizio Mori,

26 Febbraio 1879.”


Ecco qui dunque le testuali parole di Patrizio, di cui ora, senza ulteriore spesa di dettagli, avrete senz'altro intuito il carattere e la stoffa. Leggere questa lettera che stringo in mano, dal meraviglioso disegno oramai sbiadito, fu per me una rivelazione: era dunque possibile fare delle scelte libere, e arrivare alla gioia anche passata l'età adulta? Patrizio sembrava la conferma, ancora incerta e alla ricerca di una definitiva identità, di questo. Quanto alla mia, di identità, ormai si era già formata. Moglie e figli, un lussuoso lavoro al centro della città: in quel preciso istante avrei voluto correre fuori di casa stringendo la lettera al petto, cercando la prima carrozza diretta a Modena e poi a Pievepelago, per andare a stringere mio fratello e fargli compagnia per interi anni; eppure mi guardai intorno e capii che Milano era il mio posto, e che ormai era troppo tardi per fare una scelta autenticamente mia, una scelta di libertà.

Patrizio continuò a farsi sentire, ora con più frequenza – all'incirca una volta ogni due settimane – e sempre con più frequenza io gli ripromisi di andarlo a trovare con la famiglia, di lì a poco. Purtroppo non avvenne mai. Le lettere di mio fratello, intanto, si fecero più forbite; se credevo di essere la “penna” della famiglia, mi dovetti ricredere: Patrizio non sembrava parlare più con un linguaggio comune, né con un linguaggio altolocato, bensì con una vera e propria liturgia medioevale a diretto contatto con il latino; una conoscenza che aveva certamente sviluppato grazie alle lunghe letture che faceva nella propria capanna, così come mi diceva nelle sue lettere. Puntuale, il giorno di Natale di quello stesso 1879, Giulia mi consegnò una nuova lettera arrivata a casa quella mattina: sul frontespizio, questa volta, campeggiava il piccolo disegno di un forziere decorato da diverse borchie, intorno a cui sembrava aleggiare una sorta di aura magica. “Che si sia dato al paganesimo?” Commentò Giulia, “Magari fra una donnicciola e l'altra ora brinda anche al Dio bacco!” continuò. Io non ne potevo più dei suoi commenti, di cui questo esempio era soltanto il meno acido; sprezzante per la superficialità della mia consorte, aprii la lettera scritta convulsamente da Patrizio:


“Mio caro fratello, auguro a te e alla tua famiglia una buona natalità e un felice anno nuovo. Che sia un 1880 proficuo e sereno, preambolo di un decennio che sogno diventare la scalata dell'uomo verso la libertà. Non è alterigia, questa, ma gioia: Fulvio, ho trovato il tesoro che cercava il taglialegna, quell'uomo di cui ti parlai all'inizio dell'anno! Io ora sarei disposto a diventare esattamente come lui (monco e senza voce, incapace di esprimermi), mio caro fratello, perché il tesoro che ho trovato è di un tale valore che nulla al mondo può comprarlo: che si prendano dunque le mie braccia e la mia lingua, questi dannati spiriti delle tenebre (e dell'ignoranza): cercherò di portare questo forziere da te, Fulvio, perché è con te che voglio condividere questa grande scoperta. Sarà un grande anno, fratello, lo ribadisco: riesci a sentire il vento della libertà?


Con amore fraterno,

Patrizio Mori,

16 Dicembre 1879.”


Come è ovvio, lette queste poche parole rimasi allibito. Era cosciente o meno, mio fratello, di starmi giocando una tremenda tortura? Non riuscivo a comprendere, allora, se l'ambiguità delle sue parole fosse volontaria - magari per innalzare in me la sete di verità - o se egli stesso fosse talmente eccitato della propria scoperta da essersi dimenticato l'empatia per un pover'uomo che, terminato di leggere la lettera, rimase sconvolto. Ricordo ancora il sorriso beffardo di Giulia, quand’ella tornò nello studio e mi vide contemplare il vuoto, cercando di risolvere l'enigma. Ancor di più ricordo la sentenza che pronunciai a mente in quegli istanti, portando alla luce, come sul banco degli imputati, tutto l'odio che provavo per quella frivola donna. Ora che gli idilli del matrimonio andavano sfumando, ora che le mie figlie erano definitivamente separate dal grembo materno, in lei non vedevo più nulla; soltanto l'inganno. Mai Giulia comprese l'angoscia dei due fratelli Mori; mia, certo, la colpa di aver cercato non una compagna ma una distrazione da quella angoscia; mai Giulia comprese il mio punto di vista sull'amore: qualcosa di ben poco passionale quanto profondamente basato sulla reciproca comprensione, sul reciproco confronto d'idee e di paure; mia, aggiungo, la colpa di non aver saputo attendere come fece Patrizio, cercando una nuova persona più vicina alle mie vedute. Ma nonostante ciò, nonostante tutte le colpe di quest'uomo diventato irrazionale per via del terrore dell'età adulta, spinto addirittura a sposare una donna che sapeva non amarlo fino in fondo, in quei momenti io non provavo per Giulia altro che odio. Odio incondizionato non per le sue idee, pienamente legittime, ma per la sua superficialità; odio per quella borghese annoiata, a cui ero finito sempre più per rassomigliare. Odio per quella donna che era il simbolo di tutte le “scelte” fittizie che la società mi aveva imposto: eccola lì la rappresentazione non dell'anticristo, ma dell'antiuomo: ecco l'esatta antitesi agli uomini come Patrizio, scesa in terra con la maschera più dolce e graziosa. Capii, in quell'istante, di spartire la mia esistenza con la manifestazione di tutto ciò che più odiavo nel mondo; quello schifo che ora, lentamente, stava colando dentro me.

Durante il pranzo di Natale non pronunciai una parola, e pochi giorni dopo, all'arrivo dell'anno nuovo, smisi perfino di dormire nello stesso letto della mia consorte. Uomo potente qual ero, mi applicai per fabbricare una dopo l'altra le prove della sua inadeguatezza come madre; trascinatala in tribunale, davanti a un mio amico giudice a cui avevo appena versato l'ennesimo “compenso”, fu allontanata dalla casa in cui abitavamo e Valeria e Creta restarono con me, esattamente come desideravo. Fui vile e crudele, lo ammetto, ma oramai non mi importa: questo documento non è scritto per me, ma per mio fratello Patrizio, l'unica persona che io abbia mai veramente stimato. Giunta la primavera, dunque, la mia vita era arrivata a una svolta. La mia massima dell'epoca era: “Tutto per la libertà”, ed ora, almeno parzialmente libero, lo ero tornato davvero. Giulia era lontana, a mendicare nuove attenzioni, le mie figlie crescevano felici e io tornai a riassaporare le gioie della vita, portando le due bimbe con me non più solo in ufficio ma anche nelle stesse campagne che avevo esplorato a menadito con Patrizio. Quanto ad egli, nelle ultime settimane non si era più fatto sentire. Un'ultima enigmatica lettera, che preferisco non riportare in questa sede, risaliva alle fine di Febbraio: in poche brevi righe egli accennava nuovamente al volermi incontrare per consegnarmi la sua grandiosa rivelazione – non riuscivo a capire se il forziere di cui parlasse fosse concreto oppure un semplice simbolo – ma al tempo stesso lasciava trasparire, tramite un gioco di rime, di essere trattenuto da qualcosa di tremendo. Al fondo di tutto questo egli rinvangò anche certe nostre memorie, come apprestandosi a salutarmi; un'ombra di inquietudine si stagliava su quelle parole, scritte con una grafia ancor più impastata delle precedenti.

Ai primi di Marzo mi decisi: affidai Valeria e Creta a nostra madre e anche dietro suo definitivo impulso presi una carovana diretta a Modena. Passai una sola notte in città, poi in compagnia di alcuni pellegrini partii a cavallo alla volta di Pavullo; cavalcando nella neve, vi giungemmo in pieno pomeriggio, e stabilimmo di ripartire all'alba diretti a Pievepelago. Fu alla stazione postale, però, che giunse proprio dalla comunità di Pievepelago un telegramma anonimo: mio fratello era stato ritrovato morto nella sua capanna, dopo giorni di assenza dal paese, dilaniato dai colpi di una scure.

Non intendo soffermarmi sul dolore che mi colse appresa la notizia. Dirò solo che trascorsi il resto del tempo in una taverna destinata alle diligenze, finché a sera inoltrata non pagai uno dei pellegrini per seguirmi, salii sul mio cavallo e ancora ubriaco cavalcai in direzione di Pievepelago, mentre le nevi si disgelavano alle prime vampate primaverili. Sfinito e con una tremenda emicrania, giunsi in paese nel pomeriggio successivo, dove mi recai al lazzaretto per identificare la salma di Patrizio. Le suore mi guardarono perplesse; dissero di aver visitato mio fratello il pomeriggio passato, proprio nelle ore in cui ricevetti il telegramma funebre, e che della sua morte nessuno aveva avuto notizia. Caddi a terra ormai privo di forze, lacerato dalla febbre che andava esplodendo nel mio corpo. Non appena mi fui risvegliato nel lazzaretto, a notte fonda, le suore mi portarono un piatto di minestra (un appunto simpatico: gli altri ammalati del posto erano stati fatti accomodare a diversi letti di distanza dal mio, in un angolo, e alcuni trangugiavano una brodaglia totalmente priva di consistenza: il mestiere di avvocato faceva ancor più proseliti che a Milano) e appena terminata quella cenetta ristorante diedi istruzione di mandare un telegramma a Milano, dove comunicavo a mia madre di viaggiare verso Pavullo con la maggiore celerità possibile, portando con sé le mie figlie, “a causa di un brutto avvenimento”. A quel punto mi era chiaro che, indifferentemente dalle condizioni di salute di mio fratello, era giunto il momento di riunire la famiglia, poiché certamente qualcosa di grave aleggiava nell'aria; tutt'al più, nel migliore dei casi, avremmo gioito e festeggiato assieme a Patrizio, dopo tanti anni di separazione.

Poco dopo, vedendomi nuovamente in salute, le suore mandarono a svegliare il commissario della polizia locale, il quale venne nel lazzaretto per ascoltare ciò che aveva da dire questo importante visitatore venuto da lontano. Il commissario, un uomo con folti baffi e due piccoli occhi circondati da rughe, solchi resi ancor più spessi dalla luce ovattata delle candele, entrò nel lungo corridoio con il cappello in mano, come quando si è a cospetto del Re. Timoroso, quanto al tempo stesso curioso delle motivazioni che mi avevano spinto a Pievepelago, mi chiese con apprensione dello stato della mia salute, poi finalmente che cosa desiderassi da lui. Gli raccontai per sommi capi la situazione di mio fratello, che egli dimostrò di conoscere intimamente - accennò anche al fatto di avere un suo bellissimo quadro in casa – e descrissi il misterioso messaggio ricevuto oramai due giorni prima. L'uomo trasalì, incredulo. Fu in quel momento che perfino io iniziai ad avere dubbi circa la mia versione, al che mi frugai in tasca, sudando freddo, ed ebbi un brivido di sollievo quando ritrovai il foglio sgualcito del telegramma. Le parole ivi scritte erano inequivocabili; il commissario lo lesse e tornò a trasalire. Inquieto, l'uomo mi raccomandò di riposare, e mi rassicurò del fatto che la mattina successiva sarebbero subito andati presso la capanna di Patrizio per accertarsi della situazione; io mi imposi, e gli chiesi di poter accompagnare la polizia. Dapprima l'uomo acquistò dell'autorità, poi i suoi occhi si rifecero piccoli e le rughe tornarono profonde; acconsentì.

Mi svegliai all'alba, andai all'ingresso del lazzaretto dove le suore preparavano la colazione e le ringraziai. Rivestito di tutto punto, comunicai di stare molto meglio, ed espressi il desiderio di uscire a respirare un po' di aria fresca. Uscito dal convento, vidi oltre un lungo parapetto il proverbiale torrente Scoltenna farsi strada nella neve; camminai per le stradine semideserte del paese e passai sopra un ponte, scrutando il corso d'acqua dall'alto, e, nel mentre, mi sentivo come stregato. Scesi dei gradini in pietra che portavano alla riva del fiume, e vicino all'acqua trovai una grossa pietra piatta, poi ai bordi di essa vidi alcuni resti di colore ad olio; dovevano senz'altro appartenere a Patrizio. Mi sedetti sulla roccia e mi misi a lanciare alcuni sassolini ai bordi del fiume ancora ghiacciato. Respiravo a pieni polmoni l'aria gelida di quel luogo incantato, e finalmente, dopo interi mesi, mi sentii felice. Continuai a guardare l'acqua scorrere e portare giù dai monti sempre nuovi pezzi di ghiaccio, e mi accorsi di come (a eccezione della neve) quello scorcio fosse esattamente uguale a quello disegnato da Patrizio pochi mesi prima, nella lettera in cui per la prima volta mi parlò della fatidica capanna. Mi commossi. Fu in quel momento che sentii come una carezza sul volto: la mia pelle era gelida, il tocco fu chiaro perché caldo e familiare. Era come se Patrizio fosse lì, a scrutare con me quel meraviglioso panorama d'una bellissima alba primaverile. Il tocco, rapidamente, svanì, come se qualcosa l'avesse trascinato lontano. Pregai, dopo tanto tempo, e pregai di arrivare alla capanna e di trovare Patrizio riposare in compagnia di una delle sue fiamme; immaginai di battere le mani e di svegliarlo; immaginai di vederlo alzarsi ancora nudo – in fondo, cosa me ne importava? - e corrermi incontro per abbracciarmi.

Un saluto riecheggiò nella vallata del fiume. Mi voltai repentinamente verso il ponte, con gli occhi pieni di lacrime, sperando di incontrare il saluto di mio fratello; purtroppo, non era null'altro che il commissario di polizia, il quale mi fece segno di risalire in paese: erano tutti pronti per andare a cercare Patrizio. Anche qui, non intendo soffermarmi più di tanto sulle emozioni che provai in quei momenti, quando, ad esempio, mi voltai e da attraverso gli alberi vidi il paese ormai lontano, uno scorcio che forse anche Patrizio aveva immortalato in un qualche suo quadro; quando tornai a voltarmi alcuni minuti dopo e dietro di me non vidi altro che faggi, abeti e cumuli di neve; quando fummo nel cuore del bosco e per terra si vedevano solo poche orme, senz'altro quelle di Patrizio, intento a fare su e giù dal paese alla capanna. Arrivati finalmente alla piccola abitazione, vidi del fumo uscire dal comignolo in cima alla capanna e mi rallegrai; quando però arrivammo davanti alla porta e la trovammo spalancata, con un sinistro braccio di neve che ormai si era prolungato nella stanza, raggelai. Il commissario entrò per primo, seguito da un altro poliziotto; si voltarono verso di me con occhi cupi, e all'istante capii tutto. Entrai anch'io, nonostante le loro resistenze, e vidi esattamente ciò che era descritto nel telegramma: mio fratello giaceva nel letto, contorto nelle coperte, con il petto dilaniato da diversi colpi di ascia. Feci giusto in tempo a vedere, di fianco al caminetto, il quadro che aveva promesso di regalarmi, quel meraviglioso panorama che anch'io scrutai poco prima sul letto del fiume; appoggiati vicino vi erano della carta e dello spago, probabilmente recuperati per avvolgere il quadro e porgermelo come regalo. Fuggii fuori dalla capanna scosso dalle lacrime.

Lungo le ore successive, nessuno, come immaginavo, aveva per me alcuna risposta. Il commissario non aveva idea di chi avesse potuto recapitarmi il telegramma, e nessuno nel paese aveva notizie di rilievo circa Patrizio, se non il comune sentore che stesse vivendo uno strano periodo, con strani comportamenti e strane dichiarazioni. Comunque sia, tutti erano profondamente affranti per la sua morte. Diverse persone accompagnarono la polizia per recuperare il corpo di mio fratello; io rimasi a Pievepelago e diedi disposizione di ripulire la capanna dal sangue e poi sigillarla, lasciando ogni cosa al suo posto e portando in paese solo il quadro a me dedicato. In molti si offrirono di ospitarmi – ciascuno sembrava fare a gara, per aggiudicarsi il mio consenso, citando il numero di quadri di Patrizio in proprio possesso – ma dopo aver ricevuto il telegramma di mia madre, con cui ella mi comunicava di essere già in viaggio per Pavullo, chiesi ai pellegrini del giorno prima di riaccompagnarmi indietro, in modo da ritrovare un po' di pace e sistemarmi in attesa dell'arrivo di Amelia e delle mie figlie. Intanto, a Pievepelago, le suore lavarono il corpo di Patrizio e iniziarono a ricucirne il petto, in attesa di inviare la sua salma a Pavullo.

Quando arrivarono, le donne erano spaventate ma non avevano neanche una lontana idea di quanto fosse accaduto. Erano tutte vestite di bianco. Mia madre, in particolare, sfoggiava un limpido abito che la avvolgeva con dolcezza; il suo volto, sublimato da un colletto perlato di blu, appariva ringiovanito. Quanto fu doloroso veder le lacrime sgorgare da quei bellissimi occhi, e quanto strinsi a me quelle povere creature, nelle ore successive alla triste notizia. Il giorno seguente ci recammo in sartoria, dove provvidi ad acquistare per tutti un abito funebre; la sera, in albergo, le mie care aprirono le valigie, vi riposero dentro gli abiti bianchi e poi le nascosero sotto il letto, come il ricordo di un passato ormai svanito. Il corpo di Patrizio giunse a Pavullo verso l’alba, e il giorno stesso celebrammo il funerale in una piccola cappella del posto. Amelia intendeva trasportare la bara verso Milano, io le ricordai le idee e i sogni di suo figlio, così come la sua amata capanna nei boschi; senz'altro, era evidente, in quella foresta egli trovò la fine, sicché nella mente di tutti e tre quel luogo era come il sinonimo dell'inferno, ma ricordando le parole di Patrizio – che ora, in parte, erano anche le mie – non potevo fare a meno di vedere anche Milano, a sua volta, come una tomba da cui mio fratello era fuggito alla ricerca della libertà. Giungemmo quindi a un compromesso: le colline di Pavullo, equidistanti da tutto, erano il luogo adatto per riconsegnare il corpo di Patrizio alla terra, e così fu. Inumato il nostro caro defunto fecimo tutti ritorno a Milano, là dove ho trascorso gli ultimi mesi, ricongiungendo mia madre alla casa in cui vivo con Valeria e Creta.

Eccoci dunque giunti al presente, a undici mesi dalla morte di Patrizio. Sono stati mesi di gelo. In casa regna la pace, e nonostante tutto, dato il tenue legame che avevano con loro zio, le mie figlie crescono felici e portano spesso in casa un po' di allegria grazie alla compagnia dei loro amichetti di scuola. Anche mia madre, che Dio l'abbia in gloria, ora che vive con noi sembra aver ritrovato un nuovo equilibrio in questo ambiente tranquillo; tiene dietro alla casa e alle bimbe mentre sono in ufficio, e questo non le reca disturbo, anzi, è senz'altro una delle cose che la salva dalla tristezza. Anch'io tutto sommato ho fatto parte di questo limbo: alcune notti, specie nei primi mesi, ho disertato la casa in favore di bettole e bordelli, luoghi dove più volte, in preda all'alcol, ho brindato al nome di Patrizio; poi, col volgere del tempo, ho sempre più speso la malinconia fra le mura del mio studio. Molte sono state le notti che ho passato insonne, scrutando il quadro di Patrizio che ho ora appeso ai piedi del letto che un tempo spartivo con Giulia: talvolta anche lei mi manca, e anche le bellezze degli Appennini mi hanno segnato, così come il rimpianto di non averli potuti scoprire in compagnia del mio amato fratello. Ma è proprio Patrizio ció che più mi perseguita, ed è con dolore che uso queste sgradevoli parole. La sua calda carezza è tornata più volte a sfiorarmi nel gelo in cui vivo, e tutte le volte qualcosa me l'ha strappata, come trascinandola sotto terra in un misterioso impero del male. Più volte l'ho anche sognato: addirittura, ho sognato attraverso i suoi occhi, da dentro il suo corpo; l'ho sentito svegliarsi al suono di passi feroci e fare appena in tempo ad accorgersi delle pupille rosse intente a precipitarglisi addosso, brandendo la scure, per poi essere trascinato via, lontano dal mondo. Più volte mi sono svegliato gridando, ed è stato terribile, perché spesso non rinvenivo dopo i primi colpi d'ascia ma continuavo, dilaniato, ad avvertire il dolore d'uno squarcio dopo l'altro: nel sogno ero Patrizio ed ero già morto, ma la demoniaca creatura continuava a penetrarmi con la sua lama, spappolando il mio corpo, infliggendomi con sadismo un dolore inqualificabile, che più volte raggiungeva picchi insopportabili; e non era ai picchi che mi svegliavo gridando ma soltanto molto dopo, quando il sangue mi circondava, come se la creatura malvagia, ormai stanca, decidesse di liberarmi da quello strazio in attesa del successivo, che sarebbe certamente venuto.

Eccomi qui, dunque, intento a spezzare questo tremendo ghiaccio. Rieccomi a Pievepelago, forse lo avevate intuito: ho lottato con mia madre, ma l'ho avuta vinta; in fondo anche lei vuole finalmente conoscere la verità. Oltre a ciò, ella ha capito che per me è una questione cruciale: conosce il mio profondo amore per Patrizio, e sa che non potrei tornare veramente a vivere senza arrivare al cuore di questa faccenda; che poi la nostra concezione di “vita” sia molto lontana è un altro discorso, semplice questione di punti di vista. Non lo sa la mia cara Amelia, ma oggi sono libero: hai sentito, Patrizio? Oggi ho finalmente compiuto la mia prima vera scelta: oggi sono felice perché finalmente sono un po' più vicino a te. Forse è questo il tuo famoso forziere, o forse no, non importa: so che i giorni trascorsi nella capanna, divenuta il tuo amore e il tuo inferno, mi porteranno alla verità.

Questa notte dormirò nel tuo letto, attendendo una tua nuova carezza; spero capirai. I quadri, illuminati dalla luce del camino, appaiono meravigliosi; scommetto che guardandoli dal luogo in cui dormivi, in cui pensavi e in cui immaginavi nuovi mondi, saranno ancora più belli. Buon riposo mio caro Patrizio.


II – Tre Febbraio 1881


E' mattina e si muore di freddo. Ho riattizzato le braci nel camino e messo ad ardere un nuovo ceppo. E' umido: la capanna era un po' maleodorante, quindi una passata di fumo non gli farà di certo male. Ho appena finito di cuocere due uova sulla graticola, - alla maniera americana, o almeno è così che dicono sui libri - i contadini della zona mi hanno raccomandato di goderne perché in questo periodo sono particolarmente gustose. Confermo il pettegolezzo. Ho tagliato un tozzo di pane sul bordo del tavolo e la scorza si è lievemente sporcata, su un lato, dell'olio verde che Patrizio doveva aver fatto colare per sbaglio sul legno, dipingendo una delle sue meraviglie. Oggi il mio programma è semplice: fare due passi per i boschi, tenendo sempre d'occhio la bussola che ho acquistato appena arrivato in paese nella bottega del Signor Vaccari, e poi recarmi proprio a Pievepelago, per fare un po' di relazioni pubbliche.

Hai piantato un bel seme, Patrizio, lo sai? In biblioteca salta all’occhio uno scorcio di Milano che hai dipinto diversi anni fa prima di lasciare la città, e tutti lo guardano con meraviglia, idealizzando quella fogna olezzosa d'una metropoli, e affianco al quadro è appesa in grande dimensione una delle tue rare fotografie, scattata proprio di fronte alla capanna! C'è poco da fare, mio caro: sono un fallito. Nessuno si meraviglia più quando gli comunico la professione che svolgo, mentre tutti ancora ricordano le tue parole e le tue gentilezze; l’avvocato è stato sconfitto dall'artista.

Per il resto, nient'altro da registrare: il sonno è stato profondo, senza incursioni d'alcun tipo, e la neve scende sottilissima. Non dovrebbe rappresentare un problema per la mia passeggiata.


(Patrizio, in qualche lettera passata ti ho dato del fifone, ma ammetto che al buio, nel cuore della notte, questo posto mette un po' di soggezione, ma è poca cosa considerando ciò che è avvenuto qui nemmeno un anno fa. Mi piace pensare che sia il tuo tocco ad impedire alla paura di traboccare, permettendomi di non impazzire, ma anzi di vivere con gioia questo strano soggiorno in questa terra incantata.)


III – Quattro Febbraio 1881


Senza far rumore la neve è scesa prepotente, la notte passata, e sarà difficile andare a Pievepelago oggi. Poco male: in paese sono gentilissimi e al massimo domani verranno a recuperarmi con la slitta; nel frattempo ho un intero cabaret di uova, un'intera forma di pecorino, e anche una bella ciabatta di pane insipido, direttamente da Lucca, oltre la montagna. Si scherza per nascondere la paura, vero? Devo dire che un po' di cose inquietanti sono accadute, nel mentre, e questo diario non può trasformarsi nella cronaca di un pagliaccio: mi tocca parlarne.

Ieri, mentre ero a Pieve, sono andato a bere qualcosa con il commissario Malagoli: è ancora lui, con i suoi occhietti e le sue rughe. Ho avuto modo di apprezzarlo, finalmente, come essere umano. Ancora si arrovellano intorno al caso del telegramma fantasma e del massacro nella qui presente capanna: zero indizi! Hanno arrestato qualche mendicante, nei mesi passati, ma ne è uscito un niente di fatto. Tutti innocenti. Veniamo al dunque: congedatosi da me per certi affari, Malagoli ha lasciato il posto vuoto, e vicino a me si è seduto un anziano dalla folta barba, assai rassomigliante al mio adorato Leone Tolstoj, vestito con i tipici indumenti malconci da contadino, povero all'apparenza ma arricchitosi negli anni in quanto a portafoglio e pancia. Ha affermato di conoscere molto bene Patrizio, e anche di avergli più volte fatto compagnia nelle lunghe notti invernali, perfino nella capanna. La chiacchierata si è fatta interessante quando è venuto a parlare del Febbraio 1880, poco prima del tragico avvenimento. E' lì che l'uomo afferma di aver per l'ultima volta visitato la capanna di mio fratello. Quella notte, mentre erano in compagnia di una certa ragazzina con cui avevano fatto amicizia nei pressi di Pieve, e, a sua detta, tutti e tre esuberanti per i calori del vino, Patrizio ha perso il lume della ragione, e ha iniziato a raccontargli di una missione da compiere: di un tesoro da recuperare tutti assieme. Tutti insieme dovevano compiere questa impresa, “per riuscire a sconfiggerlo”; sconfiggere chi, non era chiaro. Pare che abbia raccontato di come in certe notti solitarie una luce giallastra si sprigionasse tutt'intorno alla capanna, come seguendo un percorso, quasi come una strada, ed entrasse oltre la soglia dell'abitazione. Patrizio raccontò di aver più volte seguito quel percorso illuminato, sentendosi rinvigorito da uno strano calore; indossata la giacca egli è uscito a cercare le origini di quella strada, ma l'ha vista poi diramarsi in molteplici direzioni, per poi andare a perdersi sotto le radici di alcuni alberi. Tornato nella capanna, egli ha continuato a seguire il tracciato nella direzione opposta, e l'ha visto entrare nel ripostiglio adiacente la cucina, per poi penetrare sotto una particolare mattonella del pavimento. (Io stesso, tornato a casa, sono andato a cercare nel ripostiglio, ma vi è una tale confusione di legname e utensili che è impossibile addentrarsi per più di pochi passi.) Quella lontana notte raccontatami dall’anziano, mentre Patrizio iniziava a snocciolare i dettagli della “missione da compiere”, egli affermò improvvisamente di stare nuovamente vedendo quella luce, e corse disperato sotto le coperte. La donna e l'anziano lo guardarono indicare oltre la porta, ed egli iniziò a gridare:

“Dev'essere là fuori! E' tornato a fare da guardia alla strada! Venite qui con me a ripararvi, amici, perché io ho tentato di andargli incontro, ma lui è padrone di un'incredibile forza ed è capace di uccidere!”

Ovviamente, i due scoppiarono a ridere. Patrizio continuò a delirare, avvolgendosi nelle coperte, ma a un certo punto si voltò con uno spasmo e alzò la mano verso il ripostiglio, terrorizzato:

“Non è fuori! E' qui dentro con noi! Non lo vedete, amici?! E' lì dinanzi al ripostiglio, e sbarra la strada per impedirci di entrarvi! Dobbiamo chiedergli perdono, perché anche di noi tre, ora insieme, non ha paura!”

L'uomo, a questo punto, si incupì, e mi raccontò di come effettivamente lui e la ragazza si spaventarono, sentendo una strana sensazione tutt'intorno a loro, benché dinanzi al ripostiglio non vedessero nulla. I due si sono quindi stretti vicino al letto di Patrizio, seguendo le sue istruzioni, recitando addirittura giuramenti ad alta voce e implorando di essere risparmiati; poi, finiti questi istanti, Patrizio non aggiunse più nulla per ore, e arrivata l'alba i due tornarono in paese. Fu quello l'ultimo incontro che l'uomo ebbe con mio fratello, ed ho ragione di credere che nessun altro possa raccontarmi di incontri più recenti. Senz'altro qualcosa di grosso era già nell'aria: Patrizio aveva realmente scoperto qualcosa di pericoloso? Oppure, che abbia incontrato una persona potente, capace di terrorizzarlo, approfittando magari della precarietà del suo raziocinio? Non posso ancora arrivare a una conclusione.

Devo anche riportare un secondo avvenimento inquietante, che questa volta mi coinvolge direttamente. La sera, rincasato nella capanna, ho cenato e letto le prime pagine de I fratelli Karamazov, l'ultima opera del grande Dostoevskij, che ho avuto premura di acquistare a Milano prima di intraprendere questa mia avventura. Ero turbato, tant'è che non ho avuto modo di assaporare con dovizia tutti i dettagli del libro, e mi sono messo a dormire, rincuorato dalle luci ancora vivide del camino. Nel sonno è affiorato un sogno repentino: una mano, nel buio, accese un fiammifero e illuminò la porta della capanna; la mano lasciò poi cadere la luce, ed essa divampò senza fine, gelida, come trasformandosi nella luce della luna. La figura misteriosa aprì il palmo e distese lentamente il braccio, indirizzando il mio sguardo altrove, verso i boschi. Alla luce del plenilunio, un nuovo vibrare di colori si fece strada dalle profondità della terra, tracciando quella strada di cui l'anziano mi aveva narrato il giorno prima, perdendosi fra gli alberi. La figura di poc'anzi tornò davanti ai miei occhi, di spalle, ma ora ebbi modo di riconoscerla: era proprio il mio amato Patrizio, avvolto da una tunica purpurea; egli alzò il cappuccio sopra la testa e iniziò ad incamminarsi lungo la strada illuminata, allontanandosi fra le radici e i rami. Fu così che, osservando mio fratello fondersi alla notte, lentamente mi svegliai. Il camino era oramai completamente spento, ma non avevo paura, anzi, ero commosso per quella visione.

È a poco dopo che dobbiamo andare per osservare l'accendersi della paura. Rimuginavo nel letto, con gli occhi spalancati, quando dalle profondità del bosco giunse un eco; si diffuse un grido disperato, e poi ancora un nuovo urlo, diverso, più grave e furioso; le prime grida si fecero così acute e pregne di terrore da sembrare il suono di un tornio che buca l'acciaio; crebbero e si fecero sempre più forti, inseguite dall'urlo malvagio. Quella lotta graffiava le tenebre, e come persa in un vortice riecheggiava sempre diversa fra gli alberi - era un inseguimento che giungeva alle mie orecchie pieno e poi sfumato, vuoto come sospiri dall’oltretomba, il tutto senza alcuna continuità. Mi tirai le coperte fin sotto gli occhi, ma quel trambusto continuò per diversi minuti, fino a quando le grida non cessarono e consegnarono ai boschi l'ultima eco. Tutto strisciò via come un sogno, perché é così che sempre accade: ci si sveglia e che cosa ci rimane? Solo il silenzio e un cuore palpitante. Ma io so che ho sentito tutto per davvero, e forse perfino il sogno è straripato nella realtà: questa mattina, quando a fatica ho aperto la porta della capanna per meglio comprendere quanto stesse nevicando, ho visto alcune orme, e seguivano lo stesso percorso fatto da mio fratello nel sogno. Mi sono coperto per bene e ho seguito quei passi, ma è stato inutile: a un certo punto iniziarono a farsi sottili e poi si persero nel nulla, al che ho preso in mano la bussola e sono tornato alla capanna.

Ho paura, ma sono venuto qui aspettandomi anch'essa, in dosi letali. Ho paura, ma oggi mi sento ancor più libero di ieri, così come ieri mi sentivo più libero del giorno passato. Continuo a pensarti, Patrizio, e so che davvero ascolti le mie parole e che da qualche posto mi benedici, dovunque tu sia. Che la tua luce possa non abbandonarmi mai e anzi farmi nuovamente visita. A domani, o meglio… a stanotte.


IV – Cinque Febbraio 1881


Ho paura, concludevo ieri, e oggi riapro il mio diario con le stesse parole nella testa. La giornata, dopo aver finito di scrivere, è passata molto lentamente. Ho provato a leggere un altro po', inutilmente, poi ho deciso di uscire nuovamente a prendere una “boccata d'aria” (dire “fresca” sarebbe un eufemismo! Rieccoci con la proverbiale ironia scacciapaura...). I boschi innevati sono meravigliosi, ed è meraviglioso vedere la neve cadere dagli alberi, non come nei tristi giorni primaverili di Milano quand'essa cade a causa del disgelo, ma perché qui ancora di nuova ne piove dal cielo, e gli alberi spazzano via la vecchia per fare nuovo spazio a quella che ha da venire. Passeggiare mi ha fatto bene: il giorno e la neve mi danno serenità, perché so che nulla, in quei momenti, può giungere a spaventarmi. Inoltre, ad attenuare la sensazione di essere tagliato fuori dal mondo, vi è stato l'incontro con un gruppetto di cacciatori che avevano deviato percorso per venire a salutarmi e informarsi sul mio stato. Uno di loro portava fieramente intorno al collo una volpe appena uccisa, mentre un altro mi ha consegnato in omaggio un coniglio appena eviscerato. “Stasera mi attende una cenetta coi fiocchi!” Gli ho detto per ringraziarli della cortesia, e ho anche detto che tutto proseguiva serenamente e che nella capanna avevo tutto il necessario. Mi hanno raccomandato di stare attento alle nuove precipitazioni, e di scendere in paese nel caso dovesse continuare a nevicare incessantemente.

Tornato davanti alla capanna, ho avuto paura di essere rimasto chiuso fuori come un allocco. Con un po' di fatica sono riuscito a spalancare la porta, poi sono andato a gettare un occhio nel ripostiglio, dove ho trovato un badile, e mi sono messo sotto a spalare via un bel po' di neve da davanti la soglia, ricavandone due bei mucchi bianchi ai lati della porta e una sicura piazzetta pianeggiante che dovrebbe garantirmi libero accesso ai boschi (ed eventualmente a Pievepelago) almeno fino a domani mattina. Riponendo il badile al suo posto, ho sentito come cedere la mattonella sottostante, al che mi sono incuriosito e con un po' di forza sono riuscito a spostarla. Al di sotto si allungava una buca, lunga almeno due braccia; ho afferrato la lampada e l'ho illuminata minuziosamente, senza trovarvi nulla sul fondo. Al momento di riporre la mattonella al suo posto, ho gettato l'occhio alla sua parte sottostante, e vi ho visto scritto un nome: “Visconte”: così si chiamava il falegname! Da tanto non pensavo a lui e alla sua povera moglie, in quel di Bologna, di cui Patrizio mi aveva freneticamente raccontato nella sua lettera. La grafia con cui era scritto il nome, peraltro, appartiene inequivocabilmente proprio a mio fratello: che l'abbia inciso per far sapere a futuri visitatori che quella buca non l'aveva scavata lui, e che quindi, il buon Visconte aveva sbagliato luogo in cui cercare il fantomatico “forziere”? A quel punto, il collegamento è nato spontaneo. Le parole di Patrizio nella sua vecchia lettera; siamo sicuri che quel taglialegna (riporto nuovamente le testuali parole) “rimasto monco dopo una gravissima rissa”, non fosse anch'egli incappato in qualcosa di più grosso di lui? Chissà se è ancora vivo, quel pover'uomo, e chissà se avrò mai modo di trovare lui oppure la sua cara moglie.

Ripresomi da tali ragionamenti, e in parte sollevato, perché improvvisamente la razionalità (assieme a un po' di conclusioni) aveva fatto capolino in quell'eremo sperduto, pensai sì che qualcosa di grosso fosse nell'aria, ma che fosse riconducibile alla miseria dell'uomo, alla sua cattiveria, e che la faccenda dei fasci di luce e delle grida nel bosco rappresentassero solo una suggestione. In seguito, finalmente, Dostoevskij deve aver tirato un sospiro di sollievo, vedendo il suo fedele lettore divorare interi capitoli del suo ultimo libro. Tutto sommato il pomeriggio è passato con serenità e la cena, nonostante lo scarno condimento che ho potuto accompagnare al coniglio, è stata davvero ottima; ma “Ho paura”, dicevo, ed è della notte che mi tocca raccontare.

Come ormai di consueto, mi sono steso sotto le coperte dopo aver adagiato un nuovo ceppo di legno nel camino, assicurandomi di avere un faro di luce per tutta la notte. Mi addormentai in un batter d'occhi, forse a causa della lunga passeggiata e della fatica che avevo speso per spalare la neve; per un buon periodo il mio sonno fu tranquillo e profondo.

All'improvviso, un vocalizzo secco, come d'una lingua a me sconosciuta, scoppiò nella mia mente strappandomi violentemente all'incoscienza. Spalancai gli occhi e guardai il camino, ancora ardente, poi scrutai la soglia e, Dio… quale terrore si impossessò di quei secondi, maciullandoli, quando la porta iniziò a schiudersi lentamente e dietro di essa vidi stagliarsi un'alta figura oscura, avvolta dalle tenebre. Trasalii nel letto, e rimasi immobile a scrutare quell'ombra, in tutto e per tutto simile a un uomo. Il camino prese a ondeggiare, e le fiamme, a intermittenza, rischiaravano il volto di quella presenza: una giovane figura intorno ai vent'anni, alta quasi come la porta, magra e avvolta da stracci scuri; la pelle emaciata, i lineamenti scarni, corti capelli marroni arruffati sopra il suo sguardo, così simile a un fuoco senza orbite: occhi immobili come due perle rosse, scolpite con maestria sopra a del ghiaccio. Quei due occhi mi guardavano senza vita, privi di alcun sussulto, persi nel loro bagliore rovente. Io continuai a mugolare da sotto le coperte, mentre la figura restava lì, a scrutarmi e a respirare. Il tempo sembrava essersi fermato: tutto appariva immobile, eccetto che per il petto del ragazzo, animato da lenti e profondi respiri, e per l'agitarsi del fuoco, che continuava a gettare nuove vampate di luce sulla sua figura spettrale. All'improvviso, il grido arcano di prima invase la stanza senza peró uscire dalla bocca della creatura, e con quel grido venni meno sprofondando immediatamente nel sonno. Non potevo oppormi.

Questa mattina, appena alzato, mi sono vestito e sono corso alla porta, incredulo. Come per la visione del giorno prima, ho avuto una nuova quanto inequivocabile conferma; ho schiuso la porta verso l’interno, per evitare di compromettere alcuna traccia, e ho visto due nitide impronte nere dinanzi alla capanna (come resti di un fuoco), proprio dove quella demoniaca figura era immobile a osservarmi la notte passata. La neve aveva smesso di scendere, così avrei potuto fuggire verso Pievepelago, ma non l'ho fatto. Sono corso nel ripostiglio, ho afferrato un'asse di legno, un martello e alcuni chiodi arrugginiti, e irrazionalmente – perché solo irrazionalmente si può credere di fermare una simile forza – ho sbarrato la porta; e mentre mi accingevo a rompere un paio di uova per mangiare, ho smesso di farlo e sono corso nel ripostiglio a prendere un altro pezzo di legno per ripetere la stessa azione; poi, dopo aver buttato giù il primo boccone, sono corso di nuovo nell'altra stanza e ho recuperato delle altre assi; ho continuato a farlo più e più volte, come una macchina in una fabbrica, ed è la cosa che ho appena fatto anche ora, dopo aver messo il punto all'ultima frase.

Adesso il mio cammino verso la verità si deve trasformare, per forza di cose, in una corsa. Non ho più tempo da perdere, mio caro Patrizio, sempre se ancora puoi sentirmi. Terminata la colazione, mi sono rimboccato le maniche e ho fatto piazza pulita delle cianfrusaglie nel ripostiglio; ora la cucina sembra essere stata sconvolta da un cataclisma, ma è stato necessario, perché è nel ripostiglio che ho bisogno di libertà d'azione per trovare la chiave di questo mistero. Il forziere, vero o simbolico che sia, è nascosto senz'altro lì: sai qual é la cosa che me lo ha fatto capire, dopo una fulminea intuizione? Il fatto che la capanna sia stata costruita interamente in legno, a eccezione che per la muratura circostante quella stanza, come se in passato il nucleo di tutto fosse ciò che io ho incautamente definito “il ripostiglio”. Ora ritengo con fermezza che quella stanza costituisse, un lontano giorno dimenticato da tutti, l'unica costruzione artificiale presente in mezzo a questi boschi; umana o meno non mi è ancora dato saperlo. E' quello il luogo da cui tutto ha avuto principio.

Sgomberata la stanza, ho preso in mano tutti gli utensili immaginabili (e qui ve ne è davvero un'infinità) e sono riuscito a rivoltare tutte le mattonelle del pavimento, eccetto una. Ecco forse il luogo dove giace la chiave? Senza perdermi d'animo ho continuato a lavorare, perché ora so che di giorno sono al sicuro, mentre è di notte che devo avere paura. Ho preso il badile in mano e ho iniziato a scavare tutt'intorno alla pietra levigata; ho scavato perfino per un metro, con sempre più difficoltà, e ho visto il blocco quadrato di roccia spingersi sempre più in profondità, circondando quello che sembra un gigantesco scrigno di cui non posso immaginare la fine.

Adesso sono sfinito, e il giorno sta per volgere alla fine. Ho paura, sempre di più, ma se giunto a questo punto sono ancora vivo, significa che qualcuno mi vuole ancora almondo. State conducendo una lotta, lì, nelle profondità dei boschi? Oppure forse lotta non v'è ed è una semplice illusione; che quella forza malvagia ammanti tutto e non abbia ancora deciso il mio destino?

Se mi sarà concesso, riprese le forze cercherò di scavare ancora più in profondità. Seguiterò tutta la notte, fino alla fine; forse la mia vita è giunta al termine, ma finalmente sono felice: ho scelto, Patrizio!


V - Sei Febbraio 1881


Mi sono reso conto di aver quasi finito la legna da ardere; anche il cibo, oramai, latita. Il sole ha fatto addirittura capolino nel cielo, e ora che è pomeriggio la neve ha iniziato a trasformarsi in acqua.

Giunto il momento di dormire, ormai stremato dal lungo lavoro, mi sono coricato al semplice lume d’una candela. Ben sistemato sotto le coperte, ho soffiato anche su essa, rimanendo completamente al buio. Tremavo, tremavo come un bambino, e nulla potevo fare per controllare il mio respiro; il letto tremava con me, e di questa tragica situazione ho anche riso, prima di sprofondare nel sonno, sfinito dalla tachicardia. Questa notte la creatura è tornata. Di sogni non ve n'è stata traccia, e neppure di strane voci: sono stato svegliato da dei colpi di scure contro la porta. Ho aperto gli occhi, e ho visto l'ascia luccicare mentre penetrava la soglia. Ho iniziato a urlare, senza pronunciare parole, di un grido disumano che mi ha spezzato la gola. L'ascia si è retratta, poi si è nuovamente infranta sul legno. Ancora colpi, e ancora il mio grido ininterrotto, che andava crescendo all’ombra dell’ignoto; poi la porta è caduta a pezzi, e la figura della notte prima è tornata a fissarmi con gli stessi occhi immobili; continuava, respirando ed espirando, senza mai smettere. Ho preso a piangere come un bambino, abbandonando le grida, e la creatura ha continuato a guardarmi, spavalda dinanzi ai lamenti che gli giungevano attraverso il vento che scuoteva la stanza. Nella penombra, all'improvviso, il ragazzo ha preso a camminare verso il mio letto, e ho capito che nel volgere di pochi istanti sarebbe piombato sopra di me. Mi sono nascosto sotto le coperte, continuando a piangere; all'improvviso i passi si sono fermati e ho sentito il suo fiato caldo penetrare la lana.

“Lasciami stare”, ho sussurrato, con voce rotta. “Non mi fare del male, ti prego...” continuai, “me ne andrò domani mattina, lascerò tutto!” Ho addirittura detto, come un codardo, e sono perfino giunto a rinnegare il nome di Patrizio... E' questa la nuda verità, e ho il dovere di scriverla in queste pagine, per quanto io provi schifo verso me stesso. Proprio mentre stavo pronunciando l'ennesima patetica frase, la presa bollente della creatura mi strinse il cranio; sentii le sue dita spandersi sulla lana, poi il suo palmo si allentò e soffrii sulla mia pelle l’abbassarsi del suo braccio, intento a toccarmi tutto il corpo; un gesto lento e pesante, una morsa rovente a cui dovetti sottostare; inesorabile oltre le coperte, la mano continuò a scendere e arrivò a toccarmi il petto, poi i fianchi, infine le cosce e le caviglie. Cercai di dibattermi, ma ero immobilizzato; non potevo cacciare via quel tocco malvagio, non potevo fuggire, comatoso qual ero. Non potevo fare assolutamente niente. Potei solo cadere nel sonno, quando giunse il suo comando in una lingua arcaica, e immediatamente fui negli occhi di Patrizio, la notte della sua fine. Vidi nuovamente la figura fare capolino attraverso la stanza, brandendo la scure, e gettarsi furibonda contro mio fratello, calando su di egli la propria ascia; uno squarcio doloroso, poi un altro, poi sempre di nuovi e infiniti, per tutta la notte; continuai a vedere quello sguardo rosso avvicinarsi ai miei occhi e allontanarsi, caricare un nuovo colpo e abbassarsi di nuovo furioso, senza alcuna pietà. Fu all'alba che il suo assalto ebbe fine: mi svegliai in una tinozza d'acqua ghiacciata, quale ormai era il mio letto intinto di sudore, e gridai nel chiaroscuro dell’alba; assieme al mio, anche il grido della creatura si liberò nell'aria innevata, stordendomi.

Mi ritrovai solo e non sapevo dove andare. Non avevo la forza di uscire dal letto; rimasi al gelo, mentre l'aria continuava a penetrare da oltre la porta ridotta in pezzi. Dopo aver recuperato le forze, mi trascinai a terra, e ad ogni movimento avvertivo dolore alla gola e anche nel petto, forse provocato dall'ansimare nel sonno o dal tocco così verosimile dell'ascia del mostro. Sferzato dal gelo, recuperai le forze e mi issai contro la parete, riuscendo a staccare gli abiti dall'attaccapanni e coprirmi. Claudicando, presi alcuni brandelli della porta e li gettai nel camino, poi accendesi il fuoco. Senza altre soluzioni, spostai l'unica credenza di Patrizio contro la soglia bucata, bloccando finalmente le frecciate del vento. Scaldandomi vicino al fuoco iniziai a recuperare le forze; la neve penetrata nella notte iniziò a sciogliersi, inumidendo la stanza. Mi meravigliai quando vidi una famiglia di scoiattoli sgusciare da sotto il letto, prendendo ad aggirarsi per la stanza, curiosi e aizzati dal tepore del camino. Cominciai a pensare, mentre li scrutavo destreggiarsi nelle proprie evoluzioni; li osservai salire sulla finestra e scrutare oltre il vetro appannato, cercando un qualche modo per uscire all'aperto; dopo alcuni tentativi si arresero e guardarono verso il fuoco, al che, presa confidenza con la loro nuova dimora, si accucciarono vicino i miei piedi, alzando vertiginosamente la loro testolina per studiarmi. Tornai a sorridere, poi l'antica ombra tornò a incupire il mio sguardo: avevo capito. Avevo compreso ciò che c'era da fare: la soluzione dell'enigma era la notte. Era di notte che la creatura giungeva a sorvegliarmi, e l'ultima, in special modo, era giunta per spegnermi ed impedirmi di agire. E' di notte, dunque, che il “forziere” si può aprire e può rivelare i propri tesori al mondo.

E' qui che metto il punto alla mia testimonianza: non so se tornerò a scrivere su questo vecchio diario, ora così prezioso non solo per le mie memorie ma anche per i posteri, e neppure so se verrà risparmiato dalla furia che le mie azioni scateneranno questa notte. Se mi ascolti, Patrizio, dammi tutta la forza di cui sei capace: è in nome tuo che non cerco di fuggire e vado incontro alla morte. Ti voglio bene, mio caro fratello: ora sono con te.


VI – Notte del Sei Febbraio


Ho passato il giorno nel letto a leggere Dostoevskij e posso morire portando gran parte del libro con me. Ne sono contento. Giunto il tramonto sono andato nel ripostiglio e la mattonella si è spostata senza sforzi, schiudendo il vano di pietra. Ho guardato all'interno: poche decine di centimetri di profondità, poi solo terra: al di sopra di essa giaceva il forziere, Patrizio, proprio come ne parlavi; un bellissimo forziere bruno ricamato da borchie d'ottone. L'ho tirato fuori e l'ho aperto, e finalmente ho visto tutto. L'ho richiuso e l'ho portato con me, pesante eppure leggero, assieme alla torcia e alla bussola… Sono riuscito a metterlo in salvo. A notte fonda sono tornato alla capanna per mettere il punto a questa storia; non avevo più forze, ma tutto sapevo e il mondo si riversava dentro me. Non più solo la strada lucente, vedevo, ma di nuove, d'ogni colore, che attraversavano la terra e salivano al cielo, dentro e oltre di esso. Una volta nel letto, sono rimasto a guardare, e guardando, d'improvviso, ogni luce si è spenta. Il vento intorno alla capanna ha smesso di soffiare. L'uscio era senza porta, la credenza spostata, senza che avessi pensato di riposizionarla contro l'entrata; adesso ero in me, finalmente, e tutto ciò non ha più importanza: solo il piccolo uomo cerca rifugio all'interno di una casa. La creatura ha iniziato a gridare dal profondo dei boschi. Nelle tenebre l'ho vista entrare, illuminando la stanza coi suoi occhi rossi. E' entrata correndo, senza guardarmi, ed è corsa disperata nel ripostiglio. Lì dentro l'ho sentita dibattersi dolorante, e produrre rumori impossibili da descrivere. Gridava, questo sì, ed era un grido sconosciuto agli uomini, ora conosciuto solo a me e a chi altro ha messo piede fra queste stanze. Dopo poco è tornata a uscire, correndo, e si è allontanata gridando per i boschi. Proprio ora, mentre scrivevo le ultime righe, un grande boato si è profuso dalla valle, e il divampare delle fiamme lontane giunge fino alle mie orecchie. Non credo di sbagliare: il paese di Pievepelago non è più. Ora sta tornando da me, tu lo sai, mio caro Patrizio: ma tornerà a mani vuote, perché a Pieve del forziere non v'è traccia… e posso dirlo, infine, perché dopo avermi ucciso non ha importanza che egli legga o meno queste pagine: egli non può inseguire il fiume, non può fermarne le acque, e non può più trovare il forziere, ora che esso ha già seguito a lungo le correnti, scendendo fino a valle. Potrei cercare di andarmene, forse potrei arrancare con la bussola fino a Riolunato, potrei sperare di sfuggire al suo inseguimento, anche ai suoi altri simili che seguono altre strade nei boschi. Ma questa stanza continua a chiamarmi, e ogni quadro mi parla. In ogni quadro vedo la tua vita, Patrizio, e qualsiasi cosa mi accadrà passerò per quei momenti e tornerò da te. Ora sono libero, ora siamo tutti liberi. Non mi resta che attendere lo scadere dei minuti: egli entrerà brandendo l'ascia, e attraverso i miei occhi così come fu per i tuoi, lo vedrò avvicinarsi, e fare ciò che finora ha fatto nel sogno; ma sarà questione di un paio di colpi, poi non mi avrà più: tutto avrà fine e il nuovo avrà inizio. Se un giorno qualcuno leggerà queste pagine saprà di cosa sto parlando.


Nuove grida. Lo sento correre. Arriva.










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