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Una storia di Veronicadegregorio

E PER AMANTE IL MARE

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7 minuti

Pubblicato il 23 novembre 2018 in Spiritualità

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Il mare è stato il primo amore. Mi sedusse che ero ancora una bambina. Fu un'esperienza potente. Così impagabile e straordinaria da sopraffare tutte le esperienze di Bellezza a venire. Il mio amante azzurro lo conobbi a Praiano, un minuscolo paese incastonato nella roccia di quel gioello che è la Costiera Amalfitana. Fu in un'estate del 72, infiammata dal sole e rallegrata da formine di plastica e una caotica moltitudine di ombrelloni colorati. Ero con mia madre e Lidia, una sua amica e madre di una coppia di gemelli. Avevano dodici anni come me. Rossicci, pieni di efelidi e magrissimi, erano identici. L’unico segno distintivo tra i due consisteva in un minuscolo piccolo neo sulla guancia destra, per indovinarne l’identità bisognava che mostrassero lo stesso profilo. Per il resto nessuna differenza. Si muovevano allo stesso modo, avevano gli stessi gusti e si ammalavano nello stesso momento. Sembravano una sola persona con quattro gambe quattro braccia e una sola faccia. Il modo in cui la madre riuscisse a distinguerli anche al buio era incomprensibile. Forse era per via dell’odore. Li attirava a sé e li annusava. Come un cane la prole. La spiaggia era piccola, gremita all'inverosimile, scoppiava di un'umanità chiassosa e semplice. I ragazzi davano prova della loro virilità e spavalderia tuffandosi da una balaustra altissima. Io e i gemelli estorcemmo il permesso alle rispettive genitrici di unirci alla folla di curiosi. Un gruppo di ragazzini e adolescenti imberbi schiamazzavano eccitati. A ogni nuova esibizione incitavano il tuffatore di turno, gridandone il nome. I loro corpi nudi rilasciavano quel gradevole profumo di ambra solare, spalmata sulle spalle dalle mani provvide di mamme bardate in castigatissimi e abbondanti costumi di spugna. I più pavidi se ne stavano in disparte. Dissimulavano l’incapacità di imitare quel gesto eroico, lappando stecchetti alla banana e ghiaccioli variegati. Luca e Francesco, i due gemelli, si guardarono e si fecero un segnale. In un attimo salirono sul corrimano della balaustra. La folla sembrava impazzita, lanciava fischi e urla d'incitamento. I gemelli, esercitando l'incerta capacità prensile dei piedi, mantenevano un bilico tremolante ma ostinato. Si lanciarono uno sguardo d'intesa. La folla ammutolì. Esibirono il loro doppio coraggio lanciandosi all'unisono. Liberarono un grido potente, acuto, come la chiosa di una decisione estrema, di un’impresa mortale ma necessaria, senza possibilità di tornare indietro. Sprofondarono con un tonfo acqueo, sordo e violento. I proiettili dei loro corpi attraversarono l'acqua. Bucarono la superficie marina, scavando una voragine bianca e spumosa che si richiuse subito. Quei pochi attimi si dilatarono in un tempo incalcolabile. Fissavo terrorizzata la superficie dell'acqua. Ero convinta che non li avrei più rivisti. E invece riemersero, quasi subito, sbucando da quel tempo infinito. Ridevano soddisfatti mostrando una fila di denti accavallati e bianchissimi. Sputavano e soffiavano acqua salata dalla bocca e dal naso. Si arrampicarono sulla scaletta e con l'agilità di due scimmiette, risalirono tra fischi di ammirazione e applausi. Vissero il loro fanciullesco momento di gloria. E volli viverlo anch'io. Soprattutto perchè ero l'unica femmina. La mia gloria, in quel mondo di maschi, sarebbe stata doppia. Decisa, mi feci largo tra la folla. M’arrampicai sulla balaustra baldanzosa, sotto sguardi increduli, fischi di sberleffi e schiamazzi di scherno. Fissai tutto quel mare sotto di me. Mi sentivo in equilibrio sull’orlo del nulla. Il fondale, da quell’altezza, era infinito. Nero. Inquietante. Lo fissavo terrorizzata mentre una forza opposta mi spingeva ad abbandonarmici. Sentii uno schianto allo stomaco. Il rombo del cuore nelle tempie. La gola così stretta da impedirmi di respirare. Affrontai la paura arrendendomi. Senza combatterla. Mi ci abbandonai come alla più potente delle ineluttabilità. Mi sentivo in bilico tra il terrore di scaraventarmi in quell’abisso e la misteriosa spinta a farlo, come davanti a un tremendo ordine superiore cui, pur cogliendone la pericolosità, sia impossibile sottrarsi. Dentro di me contai fino a dieci. Arrivai in fondo alla conta dilazionandola in quarti e mezzi quarti. Non avevo scampo, più dilatavo lo spazio che mi separava da quel “dieci” più gli andavo incontro. Nove e mezzo quarto. Nove e un quarto. Nove e un quarto e mezzo. Ero atterrita. Strinsi gli occhi. Naso tappato. Baccano di voci. Echi di risate sguaiate e di volgari espressioni di scherno. Dieci. Lancio nel vuoto. In caduta libera nella mia paura, oltre il mio smarrimento. Il mondo sparì. Restò sul margine della superficie lontana e chiassosa di una balaustra. Attraversai l’acqua come una scheggia. Con una violenza e a una velocità inimmaginabile. Sembrava che non finisse mai. Le labbra asserragliate contro l’acqua. Gli occhi chiusi per non vedere. Non la conoscevo ma pensai che quella fosse la morte. Poi intervenne qualcosa. Fu una forza benevola. Arrestò quella discesa libera nella mia fine. Restai sospesa nell’acqua, sotto la crosta del mondo. Gli occhi sgranati dalla curiosità e dallo stupore. Era un mondo acqueo e strabiliante. Mi circondava con una bellezza tremolante e fantastica. Stava intorno e sotto di me, a una profondità che potevo calcolare soltanto dal buio che mi separava dalla sua fine. Era la prima volta che stavo sotto il mare, che vedevo il suo mondo dentro. Era inafferrabile e senza superficie. Mi avvolgeva, arrivandomi da ogni direzione. La luce che l’attraversava, filtrata dalla distanza con l’aria, era incupita da un frammisto verde-blu. Mi sentivo accarezzata da un gigantesco nastro d’acqua, immersa in una leggerezza fisica sconosciuta. Sopra di me una volta liquida. Ero come un uccello in un cielo d’acqua. Un popolo luccicante e fantastico lo popolava silenzioso e indaffarato. Pesci che sfilavano veloci, incuriositi dalla mia piccola presenza, agitavano i timoni delle code, restando immobili il lampo necessario per capire se fossi un oggetto interessante. Delusi, invertivano scattanti la rotta, saettando altrove. Sotto di me, a una distanza incalcolabile, ondeggiava una foresta intricata e sconosciuta. Stavo vivendo in un mondo fantastico, oltre tutti quelli delle favole che avevo letto. La sua materia era il silenzio. Era potente. Una materia inafferabile che mi trascese e che i limiti del mio lessico di bambina m'impedirono di nominare. Stavo spalancata sul silenzio. Era imponente, perfetto. Vuoto e accogliente, senza fantasmi. Fatto di pace. Il principio del mondo. Se fossi stata adulta e avessi avuto fede, avrei potuto chiamarlo Dio. Sentirmi parte di qualcosa di superiore. Quel tuffo impavido m'innamorò del mare, per sempre, della sua quiete suprema. Mi circondava carezzevole e pacifico amplificando ogni percezione. Oltrepassò la superficie della mia fisicità, dissolvendo i limiti del mio essere. Ero come una minuscola estensione della mente del silenzio del mare. Galleggiavo in una fiaba e ne ero l'eletta, la principessa del silenzio sotto il mare. Sentii la mia mente, pensava se stessa, immersa in una pace di cui ero parte. Ero nient'altro che la stupita consapevolezza galleggiante del mio esserci. Senza parole, né pensieri. Io che sentivo d’esserci. Una coscienza di vita, in un silenzio che accoglieva, annullava e rendeva imperfetto ogni silenzio, senza solitudine. Lì sotto, lontana dal mondo, ero vita che scorreva nella vita. Senza ricordi, né bisogni, né desideri, né fantasmi. Nessuno spazio per l’inquietudine e le streghe cattive. O il dolore. Ero un'essenza. Pulsazioni di un cuore. Capii che sotto il mare sei. E' tutto ciò che puoi sentire. Fuori, oltre quella superficie inafferrabile e acquea, s'agita un mondo in frastuono di cui non ti arriva nessun rumore. La totalità di quel silenzio te lo fa dimenticare, come se non gli fossi mai appartenuto. Diventi leggero, tutte le zavorre dei pensieri restano a terra. Le fantasie anche. Sei. Nient'altro E stai così bene che ti dimentichi che devi respirare. Vuoi continuare a startene là sotto, nella forma semplice di una coscienza della tua coscienza. E allora resisti. Fino a sentirti i polmoni che scoppiano. Vuoi continuare a fluttuare in quella libertà, da te stesso e dai legami col mondo. Dentro e oltre il tuo essere. Sedotto dalla benevolenza di un'immensa avvolgenza di quiete. Colmo di pace. Senza rumore. Traboccante e stupito del tuo stesso essere. Mi sentii al mondo. Come se fossi nata solo allora. Galleggiavo nella consapevolezza del mio esserci. A casa. Figlia del mare. Dentro il mio nome. Senza paure. Angosce. Mostri notturni. Una semplice coscienza di vita liberata nel silenzio. Nell’occasionale ospite della testa di una bambina con i capelli ricci e neri. Il mare. La sua Bellezza. La libertà. Da se stessi. Dal mondo. Dal suo dolore. Dal male. Fui accolta dallo scroscio di un applauso. Avevo cercato un momento di gloria e di riscatto femminile e avevo trovato l'amore incontenibile per il mare . Sono amante viscerale e figlia del mare. Se esistesse un inferno, oltre questa terra, la peggiore tra le pene sarebbe ricordarne l’esistenza.

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