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Una storia di GeorgeDebilatis

Questa storia è presente nel magazine FORCIPE MISTICO

IL RIENTRO DI MARIO AERTS

2020 ODISSEA NELLO STRAZIO

300 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 24 dicembre 2019 in Horror

Tags: #liberaci #da #ogni #male

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Era un poco disagiato.
Se lo prendevano per il culo al Glenn Raucous andava al
Finn's Drag, e se andava male pure si ficcava al Terminal.
Mario Aerts era un tipo di fiammingo frocio dall'immensa tensione
giuliva; non si poteva che rispettarlo, almeno così Io facevo
quando la nuova guardia in latex lo pizzicava per la sua giacca,
con le toppe viola.
Poteva avere 43 anni e io giravo i locali gay perché sono gli
unici aperti fino a ore che tirano un brutto scherzo all'alba,
e riescono, addirittura, a rimandarla indietro, talvolta.

Non che non ci mettesse del suo per fare la mosca bianca:

gli era, come dire, connaturato.
Wlad, che detestava le checche ma veniva con me, lo chiamava
Monsieur Verduz, perché s'aggirava per i locali con l'aria di
controllare la tappezzeria, fare un check ai cessi, discutere
col barista se la fornitura di rosse era stata adeguata.
Continuava a sembrare in cerca di qualcosa, non si fermava

mai più di tre minuti con la stessa persona e, a volte, allargava
le braccia sul banco come a farsi crocifiggere dai suoi
stessi pensieri, appesi alla musica nell'aria.


Spiccava, per così dire.
All'uscita mentre mi scroccavano una sigaretta e toccavano
il culo al polacco, facendosi bestemmiare dietro in quella lingua

da unni, qualcuna delle regine me lo indicava a pisciare sotto
la pubblicità della Fitcher & Powie, con tutta la tranquillità del
mondo, mentre i primi due netturbini ambulanti passavano
insonnoliti.
Nessuno sapeva dirmi perché lo avessero appiccicato alle strade

con quel nome normalissimo: MARIO AERTS.
Forse ero stato io, perché mi ricordava un ciclista della mia
giovinezza (sono sempre stato un grande fan del ciclismo
professionale da poltrona) mezzo pelato. Con tanto di chierica

anni '70.
Sicuramente nelle Fiandre aveva lasciato qualcosa di grosso,
magari una madre avventista e un padre benzinaio,
un fratello che correva in moto e non lo guardava nemmeno,
perché era transitato all'altra sponda.
Non dava, in ogni caso, l'aria di passarsela bene.


Fu al Dos Milagros che andò fuori di testa, e c'ero anch'io,
per chissà quale destino fesso, a farci da testimone.

Qualche idiota continuava a sbattergli colpi di polpastrelli
sulla chierica, e lui al solito non reagiva.
Mi sarebbe piaciuto fargli qualcosa, precludere sfottò eccessivi.
Ma in ambienti come quelli te la sistemi da solo.

Non hai San Cristoforo a portarti sulle robuste spalle, da solo,
non hai Maria Goretti a prenderti per le spalle, e a cacciare
i cattivoni.

è parte del gioco.
Li mandi affanculo, lo pigli in faccia, naso a naso, e gli dici,
arrotondando le labiali: "YOU MOTHERSCUM OF A SLEAZEBAG,
FUCKIN' CREEP SON OF A CHAINCOCKSUCKING BITCH."

E tutto torna tranquillo. La lingua la capiscono.
E anche l'espressione.

Non ci vuole granché e tutto si raddrizza.

Ma Mario Aerts sembrava averla preso sull'intimo e iniziava
a tremare, forse i finocchi muscolosi gli ricordavano suo fratello,
con tutto il codazzo di sensi di colpa, educazione cristiana,
conflitti edipicidipicipicidipici mai risolti, il paese che ti sbertuccia
dietro, e i ragazzini che lo fiondavano in modo rudimentale,
o gli infilavano le bottigliette di coca, piene di petardi Osama

fra i raggi della bici da passeggio sgangherata.

Oudenaarde, Fiandre.


Non so. ricordo solo che a un certo punto si è tolto la giacca,
e ha iniziato a sanguinare da sotto le ascelle.
Non mi spiego, ancora adesso, che cazzo fosse: una specie di stimmate...
Anche se mi è capitato di vedere teste di pera o albini che avevano
la pelle così evanescente, da sanguinare al minimo sfregamento
di unghia.

Ma lui non era un santone, c'avrei scommesso parecchio,
forse tutto.
Alla fine della fiera si era mutato in una specie di fontana,

che zampillava sangue per tutto il frontale della lounge,
non si sapeva cosa fare, pareva sciogliersi nel plasma fresco,
e intanto si guardava in giro con gli occhiali appannati.

C'è chi caga oro e chi suda sangue, pensai, mentre finalmente
qualcuno della security lo stendeva sul ponte nudo dell'ammiraglia,
"NIGHTCLUB WATERGATE" e attendeva rinforzi.
L'ambulanza arrivò quando il sangue ormai lambiva le scarpette
dei frequentatori, assiepati lontani dal centro.
Le palle stroboscopiche esplodevano in porpora.
Seppi più tardi che lo avevano menato via, inzuppandosi
anche quelli del primo intervento, da capo a piedi.
Mario Aerts aveva avuto un rapidissimo e quasi letale crollo nervoso,
e come a Nostro Signore qualcuno, forse troppe persone (Magari,

involontariamente, persino il sottoscritto) gli avevano infilzato
la lancia nel costato, senza nemmeno avere la premura di

accostargli alle narici un pizzico di popper.

Così le interiora psichiche gli avevano ceduto, senza che la
Big City nemmeno se ne accorgesse.


Mario Aerts... Ero andato a trovarlo quattro giorni dopo alla Charité;

poi, in un gesto di sfida non so bene verso chi, mi ero occupato

di tutte le pratiche per reinsediarlo a Oudenaarde, sulla Schelda,

non lontano da Ghent (Nelle Fiandre non esiste mai nulla troppo

lontano da Ghent).
Forse sarebbe tornato in pompa magna. Da mistico, toccato
dal Cielo.

Forse avrebbero ripreso ad incularlo, sia metaforicamente,

che idealmente. Non lo seppi mai più, dopo.

Sapete, in una città come Berlino i contatti si trovano,
e si perdono.


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