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Una storia di Arcanosenzanome

Il Viaggio 2: pensavi che fosse finita, vero?

Parte finale

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12 minuti

Pubblicato il 25 aprile 2021 in Horror

Tags: #fantasy #horror #onirico #puraviolenza #splatter

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Conati di vomito mi pervadono il corpo, la rabbia mi avvolge in una nube elettrica: le urla che ho sentito, sono troppo cariche di sentimenti. Quella richiesta di soccorso infernale, continua.


“Siamo totalmente abbandonati al destino, se va bene vivi se va male muori, in entrambi i casi non glie ne frega niente a nessuno; anche perché, per pulirsi la coscienza, gli basterà fare un bel discorso nel quale diranno, che hanno fatto tutto il possibile per salvaguardarci; ma anche quello sarà fatto al vento, perché in realtà, noi siamo i “deportati moderni” anime smarrite, non meritevoli di essere umani; e come stiamo ora, non interessa a nessuno.

Mi guardo intorno e vedo una massa di corpi lobotomizzati, da questo viscido sistema! Accettano nella loro povera ignoranza, di stare al gioco di questi boia, solo per alleviare il loro viaggio! Come dicevo prima, il manicomio tende alla distruzione psicologica e fisica del paziente, sottoponendolo ad una vita indegna; per renderlo a detta loro inoffensivo! Questo trattamento loro lo sintetizzano nella parola “rieducazione”! Ovviamente, chi non ha la forza necessaria per subire tutto questo, accetta, di perdere la propria dignità di essere umano: rischiando la vita per qualche finta comodità!

Un po’ come l’ebreo affamato che vende i suoi compagni alle S.S. per un pezzo di pane, il classico capò.”


Realtà o fantasia? Sono confuso! Si sta mescolando tutto! Le visioni si stanno facendo sempre più forti!”.


“A scuola mi hanno insegnato che studiare il passato, aiuta a progredire verso il futuro, per questo ho usato quel triste periodo storico; perché mi sembrava il più simile a quello che stiamo vivendo oggi, i più superficiali potrebbero pensare che noi anime smarrite a differenza dei deportati, sterminati nei campi di concentramento, abbiamo la colpa di esserci perse! Mentre loro sono stati massacrati da innocenti! Voglio sottolineare l’abuso incontrollato, di un incubo malato, su delle anime: sta sputando sulla sua cosa più importante, la verità!

Non continuo, sono stufo e stanco, e comunque, so che queste parole non verranno mai prese in considerazione! Proprio perché scritte da un pazzo! Basterà qualche bel discorso illuminato dall’ipocrisia, per insabbiare anni e anni di sofferenze, abusi e morti! Quello che posso dirvi, è che non so come finirà questa storia! Ma se devo morire in questo buco dimenticato dalle divinità lo farò mantenendo la mia luce! Costi quel che costi!”.

Una marea di discorsi senza senso mi inonda, sono circondato da figure occultate nell’ombra, i loro occhi luccicano morte nell’etere oscuro; il vuoto mi abbraccia.

Sto di nuovo volando, in quel tunnel frattale, sento del dolore lacerante, una nostalgia che mi strozza avvolge il mio cuore; mi sento privato da una sensazione vitale; una nuova visione mi rivela un mondo parallelo: un anima luminosa di un rosso fuoco intenso, si contorce in una gabbia spinosa, fatta di un lugubre ferro scuro; sul muro, scritto con le unghie, c’è un urlo trasformato in lettere.


Come fa ad esistere una passione così intensa, in un posto come questo?”.


“Ciao, tesoro mio,lo so, ci vediamo spesso e forse ti chiedi come mai ti sto scrivendo una lettera. Cosa mi sarà passato per la testa? E perché ti chiamo tesoro? Tranquilla fa parte della tua natura; cercherò di saziare la tua curiosità.

Sai quanto in questi anni io abbia sofferto per la tua vicinanza, per i tuoi sguardi, per il tuo profumo, per il tuo modo di muoverti, per i tuoi sorrisi e per le tue risate. Tu che mi guardavi da lontano, da dietro un vetro immaginario, come un bambino che va allo zoo e capisce che l’animale, anche se è vivo e si muove, soffre. Molte volte avevi il timore di incrociare l’azzurro gelido dei miei occhi, specchio del peso che mi porto dietro. Altre volte invece mi sorridevi e mi tendevi la mano, fantastica creatura. Riuscivi a cambiarmi l’umore con una semplice carezza.

Mi sento piccolo di fronte alla tua enorme sensibilità, e impotente di fronte al potere della tua bellezza, ma la mia non è una sensazione di inferiorità, non fraintendermi, tesoro mio; quello che sento ogni singola volta che ti incrocio nella mia vita è solo un forte senso di stima, che mi fa inginocchiare davanti alla tua fragile potenza. Mi chiedo ogni volta come devo comportarmi per non mancarti mai di rispetto?

Lo so, tesoro mio, quelli simili a me ti hanno fatto soffrire, hanno abusato della tua fragilità, ti hanno maltrattata, ti hanno sottomessa, non hanno dato il giusto valore a te, creatura magnifica, creatrice di vita. Non potrò mai capire appieno la sofferenza che stai passando per colpa di questo mondo così cinico. Però, avendo assaggiato le sbarre e il cemento gelido di questo posto che ti toglie le libertà donate dalla vita, mi rendo conto di quanto tu stia soffrendo, e, credimi: ammiro la tua forza.

Le mie non sono frasi fatte, quelle che i miei simili usano per cercare di portarti a letto. Ogni singola parola che sto scrivendo nasce dall’atroce vuoto che hai lasciato quando mi hanno allontanato da te. Non ho mai smesso di pensarti, credimi! Tu sei una parte fondamentale di me; senza di te i miei giorni sono spesi a metà. Cosa intendo? Sapendo che ti piacciono i fiori, userò una metafora per fartelo capire. Vivo come una rosa in un prato che, invece che fiorire colorata resta completamente verde e inodore. Priva della caratteristica che la rende completa, che la rende il fiore adatto a dimostrarti l’amore che provo nei tuoi confronti.

Arrivata a questo punto, sono sicuro che una lacrima ti ha già accarezzato le guancette paffute. Piangi spesso e anche il tuo pianto ha qualcosa di soprannaturale; sei magica in ogni cosa. Le tue lacrime: dolci come il miele e carine come la risata di un neonato quando sei felice, poi amare come il veleno e caustiche come l’acido quando sei triste, riescono a fare il bello e il brutto tempo con me e i miei simili. Tesoro mio quanto vorrei tu piangessi solo per la felicità, ma tranquilla le lacrime che ti scendono quando sei triste le divinità le numerano e alla fine presenta sempre il conto.

Mi chiedo molte volte: ma un essere semplice come me, di fronte ad una creatura tanto complessa quanto fragile come te, che senso ha? Perché questo dono? Perché ho l’onore di poterti avere al mio fianco? Perché le divinità hanno creato anche me? Tesoro mio, provo a rispondermi da solo poi lascerò l’ultima parola a te, come sempre. Le divinità mi hanno creato semplice caratterialmente e forte fisicamente per far fronte alle tue debolezze, semplice per aiutarti a superare i tuoi complicati complessi e per non farti mai perdere la fiducia in te stessa, dimostrandoti che non hai bisogno di niente in più, perché sei fantastica già così come sei e forte per difenderti da quelli simili a me che non riescono a capire che sei importante come l’aria che respiriamo. Questo potrebbe il senso del mio dono. La seconda domanda è più complicata in realtà: pensandoci, non ho l’onore di averti al mio fianco perché quello lo devo guadagnare ogni giorno fino all’ultimo della mia breve esistenza, e se ti avrò vicina quando esalerò il mio ultimo respiro allora si che avrò avuto l’onore di averti avuta al mio fianco. Sarà forse il tanto ricercato senso della vita? Mi sa che lo scopriremo solo alla fine. Beh, rileggendo la lettera forse la risposta alla terza domanda potrebbe essere l’insieme di tutte le cose che ti ho scritto. Le divinità hanno creato anche me per completarti e difenderti da questo mondo pericoloso.

Tesoro mio, voglio dirti una cosa che mi premeva dirti da molto tempo, in realtà vorrei urlartelo non per spaventarti ma perché vorrei liberarmi da questo mostro che ho dentro. È come avere un tizzone ardente nello stomaco. Ti chiedo scusa a nome dei miei simili, per tutte le cattiverie che hai dovuto subire nella tua vita, che stai subendo e che, ahimè, dovrai ancora subire. Mi vergogno per loro...Quando sento il male che ti hanno fatto, mi verrebbe voglia di strapparmi la pelle e rotolarmi nel sale per darti una misera consolazione, ma so che in fondo tu non cerchi vendetta, anzi, tu perdoni e ami anche quando dovresti serbare rancore e odiare! Ami con tutte le tue forze, talvolta rischiando la vita, nei migliori dei casi! Quante volte ancora dovrai perdere la battaglia tra odio e amore? Io sono una goccia d’acqua nell’oceano, insignificante come un granello di sabbia tra i tanti del deserto; non posso cambiare quello che il mondo pensa di te e ti chiedo umilmente scusa per non avere la forza necessaria per difenderti in ogni singolo momento. So che tu mi perdonerai, lo fai sempre, che tu sia una madre, un’amica, una sorella, una compagna di classe, una collega di lavoro, una fidanzata, una moglie… sei fantastica sempre, e per quello che mi riguarda come uomo ti prometto che farò del mio meglio per ottenere l’onore di averti al mio fianco.

Spero di aver saziato la tua dolce, simpatica e stuzzicante curiosità! Sei il mio tesoro più grande e voglio che tu lo sappia, voglio che ogni volta che ti trovi in difficoltà tu sappia che ci sono io, sempre pronto ad aiutarti e voglio di nuovo chiederti scusa per il male che ti hanno fatto quelli simili a me, meglio conosciuti come uomini. Spero di poterti amare presto, da vicino”.

Queste parole, scritte e dimenticate, donano vita alla morte che aleggia nell’aria; come se tutto questo non fosse mai successo: mi ritrovo stretto tra le grinfie del mostro.


Che sogno assurdo! L’incubo si stava mescolando con la realtà, rigurgitando pensieri mai ascoltati!”.


Ombra con un fendente deciso, recide un dito al colosso; la caduta è interminabile e l’atterraggio è devastante; mi guardo intorno: il mostro sta urlando, facendo tremare il pavimento, Ombra continua a colpirlo, mentre io sono circondato da una marea di palle arancioni.

Kentron si alza, le catene tirandosi producono un rumore metallico assordante; cerco un posto per nascondermi, i binari non ci sono, ma la stanza è sigillata: non ho vie di scampo.

Le catene si spezzano disperdendo frammenti, letali, in giro per la stanza; i palloncini sfregiati si aprono producendo un rumore ultraterreno; delle creature, simili a dei ragni fosforescenti, si scollano i gusci da dosso: i rimasugli si sciolgono in una melma appiccicosa, rendendo il pavimento pericoloso.


Se non sto attento potrei inciampare!”.


Kentron, alza il lungo e terrificante, braccio destro come se volesse evocare qualcosa; il pavimento nero inizia a brillare, come della brace rovente nella notte buia; un cerchio di fuoco infernale, accompagna tra le mani del colosso, uno spadone dalla forma antica, mistica e spettrale.


Come faremo ad uscire da qua? Sarà la nostra tomba o verrà qualcuno a salvarci?”.


Una voce elfica mi penetra tra i pensieri,


“non ci verrà a salvare nessuno! Le anime che vengono qua dentro, preferiscono ascoltare le fandonie di Cesare e delle sue creature! Tranquillo che adesso ci si diverte! Prendi questo!”.


L’elfo oscuro, mi lancia un bastone; si apre e si curva nell’aria, costruendosi dal nulla: è un arco fatto d’argento chiaro, emana una luce forte, quasi ad ostentare la sua potenza.

Lo afferro al volo, la sua aura splendente si unisce con il mio globo smeraldo; sulla schiena si forma una faretra piena di frecce, lunghe, argentate con la punta uncinata e verde: sono pronto per la battaglia.

I ragni si svegliano dal letargo, sono pronti per la lotta e affamati; i loro esili e spinosi corpi pelosi, mi creano un brivido sulla schiena; i miei nervi si contraggono: come quando bevi, velocemente, una bibita ghiacciata e ti si “ghiaccia” il cervello.

La famelica orda inizia l’attacco, sembra un formicaio visto dall’alto; con una velocità mai avuta, inizio a scagliare frecce colpendo e uccidendo al primo colpo; l’assalto sembra infinito, onde di ragni mi sovrastano oscurandomi il cielo; le frecce scoppiano all’impatto, generando un acquazzone di carni marce.

Ombra combatte contro il colosso, usa i suoi poteri per distrarlo e colpirlo poi con le armi a due mani; Kentron si gira, prende un bel slancio con lo spadone e lancia un fendente verso Ombra; l’elfo con estrema agilità, salta sull’enorme lama; corre sul braccio del mostro caricando un colpo dritto nell’occhio. Il colosso non fa in tempo ad accorgersi del pericolo, il suo occhio cola sotto al potente colpo: barcolla gemendo, misteriosi ed infernali, versi di dolore «dovevo ucciderti quando potevo! Nel bosco!”.


Nel bosco? Demetrio forse? Ormai è indifferente, voglio trovare l’Elfetta!”.


I ragni sembrano non finire mai, si stanno raggruppando sotto al sofferente colosso; salgono coprendolo fino sotto al mento, creandogli un’armatura fatta da gusci neri a forma piramidale; cerco di colpirli ma le frecce rimbalzano, l’unica parte scoperta resta la testa: l’unico punto debole.


“Coprimi le spalle! Vado a dare il colpo di grazia!”.


Attiro l’attenzione del mostro, con una raffica di frecce gli sfregio il collo, facendo schizzare liquido nocciola ovunque; lui si prepara all’attacco, volteggia lo spadone nell’aria, creando un terribile boato; il colpo è potente, ma riesco a schivarlo e mandare un’altra raffica di frecce.

L’elfo segue lo schema usato in precedenza, saltando sulla lama e camminando sul braccio di Kentrum, fino ad arrivare alla sua testa.

La spada si illumina di una forte luce violacea, le rune sulla lama vibrano una luce intensa, Ombra con tutta la forza che ha, infila la lama nell’occhio della bestia: viene inondato da un liquido putrido.

I ragni che formavano l’armatura incominciano a staccarsi, sembra una cascata di morti, preannunciano l’inizio della fine; il colosso cade prima sulle ginocchia, alzando un polverone, poi di peso sbatte il muso a terra: esanime.

Una nebbia in lontananza si dirada, una nuova strada si palesa davanti ai miei occhi, scende più in profondità.


“Sento un’energia oscura, che mi pervade il corpo! Cos’è questa sensazione che sento? È come un richiamo!”











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