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Una storia di angelaaniello

Questa storia è presente nel magazine RecensiAMO....

Il cielo non può essere vuoto!

287 visualizzazioni

4 minuti

Pubblicato il 06 aprile 2019 in Recensioni

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"Qualcuno mi grida nella testa" disse a bassa voce. "Lo sento prima di dormire, ma capita anche di giorno. Allora passeggio nei boschi, dove c'è silenzio. capisci cosa voglio dire?"

Scossi la testa.

"Pensi che sono matto" mormorò.

Mi alzai in piedi.

"Non lo penso mai".

Mi piace cominciare da qui, da uno dei tanti momenti forti e intensi che costellano la narrazione del romanzo "Luce rubata al giorno" pubblicato con Bompiani e scritto da Emanuele Altissimo, al suo esordio dopo aver frequentato il biennio di scrittura creativa della Scuola Holden.

Può davvero tutto la follia? Può mordere e distruggere l'equilibrio di una famiglia già colpita da un lutto?

Sicuramente il romanzo si presenta sin dall'inizio ad alto impatto emotivo, è una storia che prende, che s'infila nelle costole fino a dominare il respiro, una storia autobiografica scritta per vincere il dolore, per far sì che non schiacci e che non raduni in un mucchietto i pensieri sparsi.

Olmo, il protagonista, ha solo 13 anni. I genitori sono morti in un incidente che ha destabilizzato totalmente Diego, il fratello di 21 anni. Poi c'è Aime, il nonno paziente e sempre presente che cerca di mettere insieme i cocci, soffrendo in silenzio ma conservando anche uno spiraglio di speranza.

Forse la montagna può aiutare, forse la vecchia baita dei genitori in scandole grigie e una veranda di legno, in mezzo alla pineta. a Gros Pin è una svolta. Ma...

Olmo conosce Ico che zoppica, appassionato di tennis e Diego comincia a fare escursioni, esperto com'è di montagna.

Diego è sempre agitato, spesso singhiozza, mostra gli occhi arrossati e assenti, si rade i capelli perché ha un sogno che è difficile da realizzare e la tristezza rende monche le parole.

"Chi è destinato a regnare, è solo" esclama aggrottando le sopracciglia mentre Oli ascolta in silenzio e medita.

L'esercito non lo accoglie per il suo compromesso profilo psicologico. È il rifiuto a dilatare i confini delle cose, a scompigliarli, a dilaniare un futuro sempre più incerto.

"Quel ragazzo soffre dentro" continuò Aime. "Non ha niente che non va."

Il nonno avverte tutta la forza distruttiva di quel malessere ma l'ombra della follia si staglia in proporzioni gigantesche con voce cavernosa e sgomenta.

L'autore rafforza anche nei punti più critici l'idea che la vicinanza a chi soffre, forse, salva a suo modo.

Per Diego scalare la montagna significa sfidare se stesso e avvicinarsi a quel cielo che dice essere la sua vera casa. A volte il cono di luce è quello giusto e appaga, altre l'annuncio di un temporale spezza le prospettive e tortura. Non è semplice sentire di essere diverso e conviverci, non è agevole sentirsi graffiato dal mondo ed essere sempre sull'orlo di un crepaccio , scarto per chiunque.

La presa del cielo, una serie di fogli scribacchiati a comporre un romanzo, è l'attesa dell'accoglienza, la pacificazione con se stesso, con i propri scricchiolii, con la propria voce spezzata, con i propri demoni che modificano la planimetria del cuore.

In certe mattine o sere la voglia di sparire non si può rimandare e non c'è orologio o mappa che tenga, la direzione dei passi è un labirinto da interpretare.

"Ricominci daccapo" mormorò. "È la misura dei sogni, quanto siamo disposti a inseguirli."

Olmo continua ad affiancarlo pur temendo a volte il suo sguardo truce e allargato ma spera che un giorno quelli dell'esercito prendano Diego perché è il suo sogno.

"Dipende da ciò che uno vuole" la soddisfazione di un desiderio.

Olmo guarda i suoi modellini, l'ultimo, quello dell'Empire State Building si staglia immenso e solido. Se resiste, resiste anche la famiglia, conserva una latente fragilità. La stessa delle certezze che sente venir meno talora.

Come si fa a restare in piedi?

Se è vero che i guai amano il sole e la pioggia dà sempre la sensazione a Diego di perdersi qualcosa per cui non dorme, l'ansia di occupare la testa, di sbrigare la fila delle ossessioni, di sentirsi triste da sempre aumenta il disagio e il senso di inadeguatezza.

Come si adegua a questo mondo chi intuisce di non appartenergli abbastanza? Fuggendo? Isolandosi dal paese degli ignoranti? Abbandonandosi alla disperazione?

L'amore, però, resta, anche quando l'Empire State Building viene attaccato e tutto intorno è nebbia.

L'amore non è una perdita di tempo, neppure in caduta libera.

"Questo mondo non è per me" proseguì Diego. "Loro me l'hanno detto. Vogliono che li trovi."

"Siamo noi la tua famiglia" mormorai. "Io e il nonno."

E l'amore lascia anche andare, scacciando il pianto dalla gola, faticando a parlare.

Si impara ad aspettare sperando in un ritorno, in un posto giusto da qualche parte.

Scarabocchiato in rosso, l'amore ventila il piacere di resistere perché il cielo non può essere vuoto, perché il vento non può chiudere gli occhi.


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