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Una storia di Giadim

Il mio finale sbagliato

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9 minuti

Pubblicato il 19 maggio 2019 in Altro

Tags: #AlbertoAngela #Morte #Parcheggio #Roma #Sigaretta

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Mi piace la sigaretta del dopo cena. Sul balcone di casa mia, in ciabatte che una volta saranno state blu e una tuta di quelle che uso da sempre, forse ancora prima di essere messo al mondo, colore improbabile, colpa di lavatrici troppo aggressive.

Non è vero che le centrifughe fanno bene, è una moda, passerà.

Adoro starmene al buio, vorrei trattenere il respiro ma non è compatibile col fatto di accendersi una sigaretta e allora mi nascondo perché ho una mia dignità ed è meglio non farmi vedere così conciato.


Credo di avere rapporti di buon vicinato.

Credo di avere rapporti buoni.

Credo di avere rapporti.


A vederli mi sembrano persone normali. Parlo dei miei vicini. Buongiorno e Buonasera dispensati con educazione e qualche Salve di circostanza, di quelli freddi, quando magari non hai ben metabolizzato quella faccia che non riesci ancora ad associare a nulla.

Tutte brave persone si direbbe salvo poi scoprire che dietro quelle persiane si nasconde un serial killer.

Cosa spinge un uomo di mezza età tutto casa e centro commerciale a diventare uno spietato assassino provo a spiegarvelo io. Per manifesta incapacità non mi aiuterò con nessun disegnino, preferisco dimostrare le cose a parole. Allora immaginate un tizio che tutte le mattine si alza alle sei per raggiungere il posto di lavoro che si trova dalla parte opposta della città. Uno dice vabbè, è pur sempre un lavoro, ma se gli altri lo considerano uno sfigato allora quel lavoro corre il serio rischio di essere etichettato come un lavoro di merda. Ma non basta perché il tizio una volta ha provato ad andarci con i mezzi pubblici ma a Roma è un po’ come giocare a Monopoli: Probabilità e Imprevisti condizionano l’essenza stessa del viaggio che può addirittura trascendere nel metafisico, un’esperienza lisergica. Allora ci va in auto, un usato mica tanto sicuro ma che a fatica lo porta nei paraggi del proprio ufficio. Lì inizia la ricerca del parcheggio perduto, qualcosa che forse non è mai esistito, un miraggio. Finisce che si arrende per sfinimento collassando sulle strisce. Colleziona multe come fossero francobolli e il suo stipendio si consuma come una candela.

Poi va in mensa, la pasta che galleggia in una poltiglia verde, le uova grigie, le banane di un giallo stinto ma che fanno pendant con quel triste arcobaleno. E’ una scelta cromatica la sua. Mangia spesso da solo perché detesta parlare di lavoro mentre manda giù senza masticare le farfalle al pesto. Chissà perché puntualmente gli viene in soccorso la prof di scienze delle medie che lo interroga sulla fotosintesi clorofilliana. E giù silenzi, lo stomaco che si chiude e le farfalle restano irrimediabilmente in trappola.

Gli piacerebbe parlare di calcio o di figa ma non sono argomenti tollerati in mensa mentre lo sono le restanti sette ore in cui i suoi colleghi lo guardano come un alieno perché sta lavorando, ha questa pessima abitudine di darsi da fare, hanno provato a dirglielo usando delle metafore, parole che fanno il giro largo ma lui non raccoglie o meglio raccoglie i cocci della propria esistenza per rintanarsi finalmente a casa dove proverà ad addormentarsi con in sottofondo la voce di Alberto Angela che narra usi e consuetudini degli Etruschi.

Ma non si addormenterà perché un pensiero lo tormenta da un po’. Vuole eliminarne uno perché è da lì che si inizia, punirne uno per educarne novantasei (cento è un obiettivo troppo sfidante) e uno in meno significa una macchina in meno in giro per Roma e un parcheggio che si libera in zona. L’indiziato sono io. E’ me che vuole. Mi sta studiando da un po’, conosce le mie abitudini, sa che quella sigaretta accesa sul balcone è il mio momento di vulnerabilità, quel cilindro di tabacco mi espone e io a tutto penso tranne di essere diventato un bersaglio. Ma a pensarci bene ora mi è molto chiaro il perché ha scelto proprio me.

Perché ho dei brutti pensieri che proprio sul balcone si sublimano e diventano laceranti. Per esempio non mi spiego perché tutte le sere che torno a casa sfatto, giro come un idiota per cercare un parcheggio e quelli che trovo regolarmente disponibili e vuoti sono quelli dei diversamente abili.

Vuoti a perdere, la pazienza.

Allora viene spontaneo domandarsi dove cazzo vanno questi disabili tutte le sere o perché dormono sistematicamente fuori se hanno casa lì. Magari occupano il posto di un altro disabile che giustamente s’incazza e questo a sua volta ne occupa un altro ancora.

Nessuno si salva da solo.

Un colpo secco, sordo, ha un fucile di precisione silenziato e sento come la puntura di un tafano ma poi crollo giù, una ciabatta verosimilmente blu vola via, l’altra rimane incollata al piede, la testa che penzola in maniera innaturale, mi inginocchio e poi mi lascio andare sulle piastrelle del balcone. Faranno dei rilievi, verranno quelli del RIS e la prima preoccupazione della mia compagna sarà quella di fargli trovare la casa in ordine quando entreranno perché non sta bene vivere (o nel mio caso morire) in un disordine che non ha nulla di creativo.

La tuta finalmente prende colore. E’ il mio sangue, lo facevo più di un rosso accesso, tipo lo smalto delle unghie invece è cupo come se avesse assorbito tutti i pensieri del mondo.

Un tizio vestito di bianco mi guarda e mi fa delle fotografie. Tantissime, un vero e proprio book, e vorrei mettermi in posa ma da morto tutto si complica maledettamente. Allora si avvicina un altro tizio che senza parlare s’inginocchia e penso a un gesto di devozione invece con un gessetto bianco inizia a disegnare il contorno del mio corpo. Lo fa con un certo trasporto, non c’è superficialità nei suoi gesti.

Nel fine settimana arrotonda lo stipendio facendo il Madonnaro a Fregene.

Poi mi portano via e rimane solo la sagoma di me tipo la campana disegnata sull’asfalto. L’odore di caffè copre quello della morte e del Lysoform e la vita si riprende il palcoscenico della normalità.

Vorrei disperarmi ma non ci riesco, in fondo tutto quel futuro mi spaventava anche se non lo davo a vedere. E anche il rumore assordante della vita era diventato insopportabile.

Accetto la cosa quasi con serafica rassegnazione perché, difficile a dirsi, ma è da qualche tempo che


Ho perso il desiderio della rivoluzione

Ho perso il desiderio

Ho perso.

Ma soprattutto: mi sono perso.


Mi spiego meglio. L’idea di perdermi mi ha sempre affascinato, è una cosa che ho desiderato spesso, certo, non l’ho mai formalizzata come richiesta. Nelle lettere a Babbo Natale non c’è, che io ricordi, una frase del tipo “Caro Babbo Natale, quest’anno vorrei perdermi”. Poi arriva un giorno che uno stronzo qualunque ti fa fuori e quello diventa paradossalmente il momento in cui ti ritrovi. Quindi ti eri perso prima. Ma dove? E soprattutto quando? Mi dico tra me e me che certi ragionamenti del cazzo sono roba da vivi e da morto dovrei smetterla di pormi troppe domande.

Lo hanno preso due settimane dopo, per caso. Le varie perizie balistiche non avevano portato a nulla. Come se fossi stato vittima di un proiettile vagante del tipo quelli che si sparano l’ultimo dell’anno o in una battuta di caccia al cinghiale.

E’ successo che un ausiliario del traffico aveva notato una Dacia Duster parcheggiata sulle strisce e sul sedile posteriore parzialmente avvolta da alcune pagine della Gazzetta dello Sport c’era una carabina Beretta, di quelle che si usano per la caccia grossa. Poi da lì è stato abbastanza semplice risalire al proprietario dell’auto che era proprio il tizio autore del mio omicidio. Era da qualche giorno che la portava con sé.

Voleva far fuori un suo collega della spedizione ma in quei giorni era in Legge 104 e quindi aveva dovuto rimandare il suo proposito omicida. In realtà in tasca aveva un elenco di una decina di nomi, ma molti di questi erano lungo assenti, altri avevano degli impegni sindacali. Mica facile radunarli tutti nello stesso giorno e farli fuori in maniera collettiva.

Quando lo hanno arrestato non ha mostrato nessun segno di pentimento, l’unico rammarico consisteva nel non potersi godere l’abbonamento a Netflix appena rinnovato.

Non si è nemmeno coperto il volto quando lo hanno portato via. Guardava la gente fuori che lo additava e gli sembrava uno di quei cortei che sfilano per le strade di Roma.

Un film senza sonoro visto dai finestrini oscurati di una Gazzella della Polizia.

Spengo la cicca in un posacenere rubato in un Bar. Mi piaceva e l’ho portato via. Ricordo il freddo di quella mattina, il vento mi tagliava la faccia che profumava di dopobarba al Ginseng. Avevo smesso di nascondermi, l’avevo proprio rimossa come situazione.

C’è chi va incontro alla morte in maniera più o meno consapevole io avevo invece scelto deliberatamente di farmi investire dalla vita. A sceglierla avrei preferito una fine diversa, che ne so, magari travolto da una valanga di parole fuori controllo e invece milioni di fotografie senza didascalia, nessun commento, tutto andava interpretato. Una prateria sconfinata di pollici all’insù a testimoniare la sconfitta irrimediabile dell’interazione.

Si muore da soli ma circondati da milioni di occhi che ti guardano con indifferenza.

L’umanità che non ti aspetti ma soprattutto che non ti aspetta.

Ci vorrebbero delle gambe veloci o magari un bell’epitaffio del tipo


Tu sei più bella di ieri, vita. (Ivano Fossati)

Credimi, morire non è niente se l’angoscia se ne va. (Baustelle)

Esistere è giusto un momento, chi vive nel tempo muore contento (The Zen Circus)

Era proprio un grande, meritava un altro inferno. (Colapesce)


O un’altra vita.

O un finale ad effetto.

(Prova di esistenza superata).

Forse ci hanno davvero provato a farmi fuori ma certe traiettorie sono imprevedibili.

Mi hanno evitato, ignorato, mancato.

O forse sono io che mi manco da morire.

Nel mio finale sbagliato trova dimora solo l’improvvisazione e vivo nell’errore fino a morirne.

Io sento le voci.

Mio figlio è molto preso dalla musica Rap.

Gli dico: il Rap è morto. Lui risponde: sei morto te.

Il dubbio mi assale e mi gratto la barba. Lo faccio sempre. Un dubbio, una grattata.

Le voci. Le sento più forti di prima. Sono quelle di una televendita che pubblicizza un corredo di biancheria. La mia vicina ormai non ci sente più e la tele le fa da badante.

Getto un’occhiata al palazzo di fronte, un tizio mi vede e rientra subito quasi a volersi nascondere da me.

Parte un colpo.

Ma è una falsa partenza e quindi mestamente me ne ritorno ai blocchi.

g.

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