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Una storia di Acewriter

Il pianeta solitario

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8 minuti

Pubblicato il 16 febbraio 2019 in Fantascienza

Tags: #civilt #inseguimento #pianeta

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Ginley si svegliò dal sonno indotto dalla sua tuta interplanetaria da un allarme per carenza ossigeno interno. Si tirò su sui gomiti. La terra era dura e bluastra. Si tastò leggermente ovunque e constatò che non fortunatamente non aveva niente di rotto. Mise mano all'analizzatore d'aria. Lo avviò e questo emise un bip; dopo un paio di secondi il risultato fu che l'aria era respirabile. Ginley girò il casco sulla ghiera lo tirò verso l'alto, dall'intercapedine venne fuori un sibilo d'aria, mentre la pressione dell'aria si equalizzava. Finalmente tolse il casco e riuscì a respirare l'aria fresca anche attraverso le branchie poste alla base del collo. Appena in tempo, perché prima si era sentito leggermente svenire.

Finalmente riuscì a superare il cerchio alla testa che aveva da quando si era svegliato e si mise in piedi. Attorno a lui c'era ancora il cerchio provocato dal teletrasporto. Era la prima volta che lo usava e sentiva lo stomaco al posto dei piedi. Se non fosse stato per quella meteora che era entrata in collisione con la sua astronave cargo, sarebbe già arrivato al sistema di Betelgeuse e avrebbe consegnato il carico di polvere di Unaturbutanio al pianeta 250-Amds7.

Vide in lontananza le montagne nude, precedute dalla brulla prateria, solcata da striature e dirupi, e alternata con pozze di liquido che da quella distanza parevano essere di acqua, ma avrebbe dovuto fare dei test prima di poterne bere. Controllò la sua attrezzatura, consistente in un kit di primo soccorso, una confezione di razioni di emergenza bastante per una settimana e una serie di micro attrezzi per la manutenzione dell'astronave. Dopo aver finito di controllare, decise di dirigersi verso le montagne. Verso la salvezza o verso la morte.


Ginley camminava faticosamente sulla roccia nuda. La prateria sembrava irraggiungibile ed egli si sentiva costantemente in pericolo. Nell'aria c'erano poco azoto e molto ossigeno. Le sue branchie potevano regolare il flusso di ossigeno, ma il trauma del teletrasporto e la fatica eccessiva stavano minando la sua fisiologia.

Ginley non si sentiva bene, imprecava contro i sapientoni della compagnia per quel piano di volo sciagurato. L'unaturbutanio era merce rara, perciò niente percorsi diretti. Per evitare ladri e scocciature burocratiche sulle rotte ufficiali lo avevano costretto su un tragitto che s'inoltrava all'interno della cintura di Orione. Da lì avrebbe dovuto puntare verso una stella chiamata Sole con la esse maiuscola. Più o meno a metà strada avrebbe incrociato l'orbita galattica di Betelgeuse e finalmente avrebbe potuto deviare verso l'obbiettivo.

Ginley si fermò e si accasciò al suolo. Blu, bluastro, tutto era blu. L'associazione stellare OB1 doveva essere vicina. Indossò di nuovo il casco, non voleva assorbire troppa radiazione ultravioletta. La vista di quei pericolosi soli era offuscata da un'atmosfera pesante e umida. Doveva esserci molta acqua su quel pianeta, acqua che evaporava e che la radiazione stellare scindeva in idrogeno e ossigeno.

L'astronauta si rialzò e riprese a camminare. Non vedeva l'ora di raggiungere le montagne, trovare un riparo, riposarsi e riflettere. La sua mente rifiutava qualsiasi considerazione semplice sulla situazione, semplice come fare 2+2.

L'erba, finalmente. Un'erba bluastra e rigogliosa. Ginley aveva visto tante stranezze in vita sua, durante i suoi viaggi avventurosi, perfino pianeti con erba verde, immense distese d'acqua e cieli azzurri e splendenti. Quello doveva essere un pianeta giovane, non ancora inaridito da tutti quei soli blu che gli sottraevano idrogeno. Oppure era un pianeta orfano, solitario, che solo da qualche millennio si trovava ad attraversare quello zona di Orione. Un pianeta tanto fortunato da trovare sempre una stella che avrebbe permesso la conservazione della vita sviluppatasi in tempi remoti intorno ad un progenitore che forse non esisteva più.

Ecco il semplice calcolo che la mente di Ginley si rifiutava di fare. Se egli si trovava su un pianeta non legato ad alcuna stella... addio carico. Forse, nell'urto con l'asteroide, la stiva si era salvata, ma chissà dov'era diretta senza un sole che avrebbe potuto stabilizzarne la traiettoria su un'orbita. E addio soccorsi. Chi avrebbe cercato un pianeta vagabondo, quasi certamente non catalogato, per cercare un naufrago ?

Com'era tranquillo e accogliente quel pianeta dove si estraeva l'unaturbutanio, un pianeta che orbitava intorno ad un'antichissima nana rossa in uno spazio vuoto, desolato, circa a metà strada tra le nebulose di Orione e Rosetta. Un sole che pochi conoscevano benché la polvere di unaturbutanio fosse molto richiesta.

Maledetti predoni, maledetti burocrati, maledetta compagnia. << Forza, Ginley, qui la notte sembra non arrivare mai. Hai tutto il tempo che ti serve per raggiungere le montagne. >>


I piedi palmati avevano cominciato a dolergli dopo circa un chilometro, camminando su quella terra così dura. Era abituato alle vaste profondità degli oceani o le delicate superfici erbose della superficie del suo pianeta natale, Arbol, in cui da bambino si era divertito in continuazione con gli altri bambini. L'aria non era troppo secca, quindi la sua pelle non ne avrebbe risentito se non dopo un mese e sperava di riuscire ad andarsene da quel pianeta prima o di idratarsi prima. Non c'era stato molto tempo per reagire quando quel meteorite era entrato in collisione con il suo cargo. Aveva impostato un teletrasporto di emergenza, l'unico caso di cui era ammesso l'uso, sul pianeta più vicino. Nel frattempo la scansione rapida orbitale aveva evidenziato che c'erano degli edifici abbandonati sulla superficie. Senza avere la minima conoscenza della della destinazione d'uso di questi edifici o la loro datazione, aveva puntato tutto su quell'unica carta per la sua sopravvivenza. Un posto sperduto sulle montagne. Un avamposto di frontiera, una tana Era riuscito a trasferire le coordinate sull'olo-palmare della sua tuta, prima di dover attivare il dispositivo di trasferimento.

Camminava e sentiva la eccessiva quantità di ossigeno nell'aria dargli un leggero senso di euforia. Per il momento si sentiva pieno di energia, ma sapeva che ad un certo punto l'ossigeno gli avrebbe dato dei problemi nella capacità di concentrazione. Erano tutti piccoli problemi, ma sarebbero diventati grandi fra un po' di tempo. Le montagne parevano distanti come pianeti esterni di un sistema planetario orbitante intorno ad una stella. Vedeva il riverbero della rifrazione dei raggi ultravioletti sulla ionosfera che producevano delle stupende aurore arancioni sull'orizzonte, dietro il profilo delle montagne.

Gli facevano venire in mente le eruzioni vulcaniche sottomarine, specialmente sulle faglie, che producevano "vibrazioni" arancioni per chilometri. Sul suo pianeta assieme alla gente della sua tribù ci era andato ogni Turbitennio, una ricorrenza molto importante che rendeva fertili le colture di alghe per via del terreno vulcanico. E gli ricordavano anche gli splendidi tramonti delle quattro lune, Leigas, Utur, Sawan e Teiora, che tutte allineate allo zenit riflettevano sul pelo dell'acqua tutti i "colori dell'Universo", così gli aveva detto suo padre. Ed era stato molto fortunato, visto che le lune si allineavano solo una volta ogni 682 anni. Pensava a queste cose, Ginley, e sperava con tutto il cuore di poterci tornare, ignaro di ciò che lo attendeva.


Una astronave, chiamata "Great Blast" dai suoi occupanti si stava avvicinando al luogo di impatto del cargo di Ginley con il meteorite, in orbita attorno alla stella Raavar- 823. I detriti della collisione stazionavano attorno alla carcassa ormai fuori uso dell'astronave da carico Ipertoop20 che una volta era stata di proprietà di Ginley Daarmoyeey, un Arboliano che operava come guardia di sicurezza sulla sua stessa nave nei viaggi particolari, come quelli del trasporto dell'Unaturbutanio, un superconduttore. Quello in questione era un minerale che veniva utilizzato nelle navi da guerra di ultima generazione della classe Feng/8, Le quali montavano un motore a curvatura, che facevano andare quelle navi fra i dodici e i venti anni-luce al minuto. Era una delle ultime scoperte che aveva ridefinito il sistema degli spostamenti interstellari, ma per poter compiere questi balzi il motore poteva funzionare soltanto con l'apporto di energia fornito da cavi di una lega di argento- unaturbutanio. Per questo controllare l'estrazione e la distribuzione di questa sostanza era di fondamentale importanza per l'economia dell'intera Galassia.

Questa era una cosa di cui il capitano Wurk Barktuk, un furiano, era ben a conoscenza. Dopo diversi mesi di cyber-attacchi ai server della Interstellar Cargos, la compagnia che per prima aveva scoperto l'Unaturbutanio, e infiniti appostamenti per attaccare un cargo, senza un singolo successo avevano finalmente dato i loro frutti. La difficoltà era rappresentata soprattutto dal fatto che non si aveva neanche idea da dove fosse estratto il prezioso metallo, perciò si trattava di una ricerca alla cieca. Ma con questo trasporto erano infine riusciti a intercettare la rotta che avrebbe effettuato la nave di Ginley.

Una volta messe le mani sul computer di bordo o su uno dei responsabili del trasporto, riuscire a risalire al punto di partenza sarebbe stato un gioco da ragazzi. Il difficile sarebbe stato attaccare la base sul pianeta, ma ogni cosa sarebbe venuta a suo tempo. La "Great Blast" si avvicinò evitando i detriti, che avrebbero potuto bucare la carlinga e si accosto di dritta al relitto della Raavionsteer, spezzata a metà dalla collisione con l'asteroide. Tutti i sistemi di sicurezza, i circuiti elettrici e cibernetici erano scollegati, secondo la scansione. Rayborn, un gardiano del sistema di Sirius, uscì dal portello di manutenzione della "Great Blast", armato di sonda cibernetica e indossando una tuta interstellare ridotta. I gardiani erano alti soltanto 46 centimetri, e avevano un fisico magro ma muscoloso. Erano perfetti per infilarsi in cunicoli, così come in relitti alla deriva accartocciati. Passando tra le macerie

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