scrivi

Una storia di coyoteil

L'ULTIMO TRENO

56 visualizzazioni

6 minuti

Pubblicato il 17 dicembre 2019 in Fantascienza

0


Claudio riusciva a malapena a fissare l'ammasso di immagini sfocate e prive di significato che scorrevano davanti ai suoi occhi. Le carrozze del treno su cui viaggiava, attraversavano le interminabili praterie come cavalli imbizzarriti, dondolando in continuazione. Il tramonto in arrivo complicava ancor di più la percezione di quello che stava accadendo: C’era stata un'improvvisa accelerazione del convoglio e questo lo preoccupava.

Era trascorso molto tempo da quando era partito. All'inizio, il viaggio fu piacevole e persino divertente anche se lui non era mai uscito dallo scompartimento. Attendeva la sua fermata ma il viaggio era lungo. Ricordava gli abbracci e baci dei suoi genitori e di tutti quelli che l’avevano voluto bene fino il giorno della partenza. Molte promesse di un al più presto ritorno ma, dentro di sé, intuiva che non sarebbe stato così semplice tornare. Era partito pieno di sogni e speranze e solo la forza della giovinezza e la sua voglia di vivere avrebbero sostenuto la sua impresa: tornare indietro non era tra i suoi piani e poi, non immaginava nemmeno come poterlo fare.


Nel treno aveva conosciuto numerose persone con le quali aveva persino stabilito dei rapporti. Alcuni superficiali, altri d’interesse e pochi persino d’amore. Queste persone, man mano che il treno ripartiva dopo una fermata, avevano fatto irruzione nel suo scompartimento, delle volte in modo casuale e distratto, altre però, guardavano dentro e sceglievano di entrare in modo deciso, come attirate da una calamita invisibile.

Quasi sempre s'instauravano delle chiacchierate, a volte che destavano il massimo interesse da parte di Claudio. Erano passati dal suo scompartimento numerose persone: giovani e vecchi, uomini e donne, persone amichevoli e non tanto. Qualche volta Claudio si affezionava e persino perdeva la testa quando qualche bella donna gli dimostrava interesse ma, purtroppo tutti, prima o poi, si dileguavano. Scendevano dal treno nelle loro fermate, specialmente durante la notte, quando lui dormiva. Il risveglio di Claudio era sempre un trauma la maggior parte delle volte. La sua carrozza era diventata una sorta di porto di mare dove nessuno, tranne lui, sarebbe rimasto molto a lungo. Faceva di tutto per rimanere sveglio ma al momento di crollare e dopo che il sole iniziava ad arrampicarsi riempiendo di luce la cabina, si svegliava di colpo per trovarsi completamente da solo. Trascorreva lunghissimi periodi in solitudine non riuscendo mai ad afferrare un po’ di affetto o poter dispensare un saluto di cortesia o quantomeno un addio.


Non aveva mai avuto il coraggio di uscire dalla sua cabina per perlustrare le carrozze in cerca di compagnia. Si sentiva al sicuro all'interno della sua gabbia di ferro e legno e una buona dose di timidezza facevano il resto: s’erano gli altri a cercarlo era meglio. Aveva persino imparato a desiderare le fermate del treno, sempre più distanti fra di loro, con la speranza che salissero nuove persone da conoscere sempre che, scegliessero il suo scompartimento.

Mentre, i suoi unici compagni fedeli erano il dondolio delle carrozze e lo scricchiolio del legno. Delle volte però, il rumore delle ruote sulla giunzione dei binari, gli facevano paura. Il treno continuò ad aumentare la sua velocità e Claudio non riusciva quasi a guardare il paesaggio dal finestrino. Non vedeva l’ora che quel suo viaggio finisse come finiva per tutti gli altri che aveva conosciuto. Sembrava condannato a viaggiare in eterno, e sempre in solitudine…


L’aumento della velocità diventava sempre più preoccupante. Il dondolio era diventato terrificante e il rumore assordante. Non riusciva più a dormire e nemmeno a vedere fuori. Non c’erano più fermate e nessuno era più entrato nel suo abitacolo che oramai sembrava destinato a stordirlo. La angoscia l’aveva paralizzato tenendolo incollato al sedile. Si era pentito di non essere sceso in una delle ultime fermate ma, d'altronde, non si aspettava questo peggioramento. Non poteva far niente per rimediare, doveva solo sperare che il treno si fermasse ancora una volta e sarebbe saltato fuori con la sua valigetta senza il più minimo dubbio: non ce la faceva più.


Il tempo era mutato dentro quello scompartimento e le giornate s'accorciavano sempre di più mentre le notti s'allungavano a dismisura. Si trovava immerso in un buio quasi permanente interrotto da brevi lampi di chiarore. La flebile luce delle lampadine della carrozza, iniziarono a illuminare in modo intermittente fino allo spegnimento. Una ad una si spensero e il buio iniziava il suo abbraccio inesorabile. Si trovava proiettato come un razzo verso l'ignoto e sena riferimenti. La disperazione gli fece perdere la apparente calma e Claudio improvvisamente, comincio ad urlare a squarciagola. Era l’unico che gli rimaneva da poter fare per darsi un po’ di coraggio: urlava come un neonato che chiama disperatamente la sua mamma.


All'improvviso, un assordante sfiato d'aria seguito da un violento spintone, lo proiettò in avanti scaraventandolo contro le pareti della cabina: Il treno aveva attivato i freni di emergenza e lo sforzo per smaltire l'enorme energia accumulata, teneva a Claudio schiacciato contro la parete. I fischi provenienti dalle ruote strisciando sui binari, ferro contro ferro, gli ferivano i timpani e il penetrante odore acre dei ferodi bruciati gli davano il voltastomaco. Dopo interminabili minuti, l’enorme gigante di ferro con un ultimo singhiozza, si fermò definitivamente.


Silenzio totale.


Claudio rimasse atterrito. Immobile come un animale spaventato che frugava qua e là con i sensi per capire qualcosa. Era notte e non sembrava esserci alcuna fermata. Dal finestrino non si vedeva altro che una luna piena, anche se un po’ velata, ma niente di più. Tremando di paura, aprì la porta della cabina dovendo spingere con tutte le sue forze perché era rimasta danneggiata. Posò lo sguardo lungo il corridoio ma non vide nessuno. S'avviò verso la testa del convoglio e subito dopo verso la coda ma nulla: le cabine erano tutte vuote e in penombra: era l'unico passeggero rimasto.


In fondo all'ultima carrozza c'era il portellone d'uscita. Non aveva altre scelte oltre a quella di scendere di una volta per tutte e affrontare la sua esistenza. Un’impetuosa voglia di vedere qualcuno lo riempì d’ansia. Chiunque, disposto soltanto a starle vicino, quantomeno per un istante, gli avrebbe cambiato la vita e riempito il cuore di gioia, ma non c'era nessuno.

Nessuno. Azionò il meccanismo di apertura e dopo un leggero sibilo, il portellone si spalancò mostrandogli la via d’uscita: Claudio non si fece attendere e scese.


L’aria era tiepida e l’odore acre delle ruote era scomparso. L’aria era profumata. Dovevano esserci dei campi fioriti intorno ma non vedeva nulla. La luna appannata, a malapena riusciva a dare un minimo di chiarore per almeno vedere dove appoggiare i piedi. Fece alcuni passi e sentì sotto i piedi la morbidezza di erba, l’erba di un prato. Qualcosa di familiare che, in qualche modo, lo rapportava con la terra ferma, dopo tanto tempo...


Si tolse i vestiti e le scarpe rimanendo completamente nudo. Sapeva che lì che non sarebbero serviti. Si guardò intorno e scelse di camminare accompagnato dalla brezza che soffiava alle sue spalle. In un certo senso fu gratificato di non essere più su quel pazzo treno e ora iniziava qualcosa di nuovo.

Un sorriso abbozzò sul suo stanco volto...un buon inizio.


Dopo alcuni metri, nel preciso instante in cui si spense l'ultima lampadina del treno, Claudio si girò per guardare il suo vecchio contenitore per l'ultima volta ma non riuscì più ad individuarlo. Non lo vide più…


«Già» disse tra sé e sé mentre riprendeva la sua marcia.


Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×