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Una storia di MirianaKuntz

Il grigio

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6 minuti

Pubblicato il 22 gennaio 2021 in Altro

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Nadia non se lo sapeva spiegare cosa fosse il suo malessere, se fosse una malattia cronica, se fosse un fattore genetico, se fosse un costrutto della sua mente e basta, l’unica cosa che sapeva era che tutto quello che aveva nella testa, la faceva stare male oltre ogni misura. Più del mal di testa nelle giornate fredde, più del mal di denti che spesso le cambiava il viso, fino a renderle le guance come quelle di un pugile suonato, faceva persino più male di quella volta che presa da un pensiero incosciente, si era tagliata un dito con una lama feroce ed affilata, tuttavia, era rimasta lì ad osservare il fiume di sangue, e a succhiarne quanto più ne poteva per nasconderlo agli altri. Nadia era così, aveva sempre nascosto tutto agli altri, ovviamente faceva questo sadico gioco solo se si trattava delle cose brutte. Quelle belle le lanciava, le teneva al caldo, le accarezzava con cura, per poi metterle in un sacchetto colorato e darle a chi non se le aspetta, ma quelle brutte no, erano affare suo, cemento per i suoi palazzoni di paure, vischio, sotto il quale baciare i suoi demoni a viso scoperto. Se l’era tenute così dentro le cose che le avevano fatto male, o quelle che l’avevano spaventata o preoccupata, che non era più stata capace di fronteggiarle né di farle uscire. -il brutto- non riusciva a raggiungere la lingua per trasformarmi in sillabe e parole, non toccava le sinapsi per diventare un pensiero visibile, a volte non riusciva nemmeno a tuffarsi dentro il lago del pianto, per divenire lacrime. Il brutto di Nadia si era cibato di sé stesso, diventando una massa informe, inodore, inaudibile. Esso non era sempre presente, non appariva molto quando c’era il sole, non era estremamente crudele nei giorni di tregua, ma quando aveva fame di male, esso, aveva in serbo tattiche speciali che non lasciavano spazio a strategie diverse. Nadia non sapeva da quale male fosse afflitta, eppure, quei momenti che lei chiamava di -grigio- arrivavano così, dal niente, come se una chiave girasse in una serratura, senza che ci fosse una porta, eppure, tutte le volte, una porta si apriva. Nadia restava ad occhi fissi sul muro, osservando con minuzia pieghe, crepe, increspature ed errori di pennello, poi si lasciava cadere gli occhi sulle sue scarpe, che in genere, erano due orribili scarponi di lana comprati in saldo, solo per combattere il freddo. Li osservava i suoi piedi, dondolarsi avanti e indietro, e poi compiere giri d’orologio, prima in un verso e poi nell’altro, i suoi muscoli sembravano essere come pizzicati da una forza invisibile che non le permetteva di restare immobile. Uno strano senso di freddo le ghiacciava la pelle, e poi una nuvola di calore, le raggiungeva prima la gola e poi la testa, rendendo i suoi labirinti di carne ed ossa, un cunicolo senza uscita durante un incendio. Tutto di lei, sembrava gridare, eppure Nadia non emetteva un suono né un mugolio, nemmeno una parola: quello che provava non trovava spazio sintattico, non sembrava neppure esistere in una dimensione fatta di cose reali e persone. Tutte le cose più brutte del mondo sembravano raggiungerla a coppie di due, piazzandosi prima all’altezza del cuore e poi lungo la schiena. Prima che potesse accorgersene, aveva già lasciato cadere la forchetta, il libro che stava leggendo, aveva spento il televisore e poi anche il telefono, aveva tirato via la spina dalle cose, aveva lasciato freddare il pranzo, aveva imprecato contro il silenzio, e ricercato uno sprazzo di ombra dentro una giornata di per sé già profondamente oscura. Dopo tutto questo, avvenuto in pochissimo tempo, come in sincronia col grigio, aveva pianto senza fare caso a niente, tranne che al numero delle lacrime. Nadia le contava, le sentiva strisciare dalle ciglia all’incavo della guancia. Una, due, tre, alla fine ne aveva contate almeno cinquanta, il giusto numero per vedere il riflesso dei suoi occhi grossi come una mongolfiera. Nadia aveva pianto senza accorgersi del perché l’avesse fatto, non gli era morto nessuno, il suo gatto stava comunque miagolando, aveva cose da mangiare, aveva su una maglietta carina, non c’era alcuna tempesta in avvicinamento, non si era nemmeno rotta un osso del corpo, non aveva detto addio a nessuno, eppure una nuvola di tristezza e rabbia si era presa gioco di lei, portandola via per il colletto dalle cose che stava facendo, vedendo, provando, sentendo, assaggiando. Il grigio se l’era portata dietro come un cappotto, aveva leccato le sue giunture, aveva fatto pressione sui ricordi, mescolato i pensieri nella testa, aveva fatto i conti precisi di quante rinunce e quante perdite avesse provato in un anno o due di terremoti. Nadia sentiva addosso tutto in una volta, il peso del tempo, gli addii che aveva fatto e quelli che invece si era sentita dire. I problemi col suo fisico, il riflesso allo specchio di qualcuno che non le piaceva affatto, i discorsi che si era fatta con sé stessa, tutti disfattisti, annoiati e beceri. Si sentiva addosso il freddo di quel lancio mancato, le risate e i ti amo che aveva smesso di far risuonare nella sua testa, le canzoni che adesso aveva paura di ascoltare e quelle che invece si imponeva alle cuffie, guardando la sua pelle aprirsi da parte a parte. Si sentiva addosso la responsabilità di due che non l’avevano voluta affatto, e che se l’erano ritrovata tra capo e collo, senza poter fare nulla per rimediare. Si sentiva addosso la paura di restare da sola, al buio, in quelle stanze fredde e silenziose che le mettevano i brividi, i camici che l’avevano soppesata, che le avevano raccontato qualcosa che non avrebbe mai voluto sentire. Si sentiva addosso il peso di quelle tre macchine, di quei tre baci, di tutte le persone che si erano avvicendate e che alla fine erano sparite, e le corse sotto la pioggia, persino la paura di quando arrivata la sera, le brutte parole non si facevano attendere, coprendo la voglia di essere abbracciati, protetti, amati oltre ogni misura e tempo. Nadia sentiva il peso di una vita che voleva vivere come voleva, e che invece sembrava vestirsi di abiti che non le appartenevano. Il controvento delle cose che non funzionavano mai, la stima degli altri che tardava sempre, le lettere che non era riuscita più ad inviare, perché aveva iniziato a temere che l’amore fosse più un assassino che un tramite. Così, lo aveva evitato.

E mentre tutte quelle cose le si lanciavano addosso, fuori, il tempo, sembrava come cristallizzato, le auto andavano lente, il vento soffiava di meno, il freddo lasciava piccole pietre di neve in mezzo alle parole di chi invece restava a parlare. Lì fuori, fuori dal grigio, la gente non comprendeva come Nadia fosse bloccata in uno spazio temporale che in realtà non esiste.

Lì dentro la sua testa, il grigio la faceva a pezzi, e nessuno lo sapeva.

Poi tutto tornava a fluire, le dita riprendevano la forchetta, il gira dischi cantava, le crepe del muro tornavano ad essere un dettaglio irrilevante. Un tepore simile alla neve che si scioglie appariva di nuovo sul viso di Nadia, che ricoperta di sangue, veniva vomitata fuori dai suoi stessi pensieri, di nuovo pronta a remare. E alla fine, remava.


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