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Una storia di Nightafter019

Il Paddok

Gertrud in visita al maneggio

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12 minuti

Pubblicato il 13 maggio 2020 in Erotici

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Il Maneggio – Pt. I


Era un caldo pomeriggio di fine aprile, la mia compagna di stanza era impegnata nello studio e anche io avrei dovuto esserlo: mancava poco più di un mese al termine dell'anno scolastico e questo era il momento di maggior impegno per chiudere il programma del quadrimestre.

Erano le tre del pomeriggio, tutto il collegio era silenzioso, nessuno ovviamente riposava, il problema era comune: tutti a darci dentro per recuperare le lacune di qualche materia in cui si zoppicava.

Attraverso le finestre spalancate, per la temperatura in ascesa, si poteva rimirare il vasto parco in cui era immersa la grande villa ottocentesca del collegio.

La natura primaverile, si scatenava là fuori con una tavolozza floreale dai toni marcati e fantasiosi, una cornice erbosa di verdi squillanti le faceva da tappeto, la stagione era all'apice del suo splendore.

Ovunque l'occhio posasse lo sguardo, veniva catturato da una a sinfonia di colori e le narici soavemente carezzate dal profumo dell'erba rasata di fresco, dagli aromi intensi dei roseti, delle magnolie, dei lillà, letteralmente inebrianti.

Quel clima e quel momento dell'anno esacerbavano i sensi, mi sentivo nervosa, smaniosa, piena di un'energia interna che stentavo a tenere a freno.

Ero distratta e faticavo a concentrarmi allo studio, si diceva fosse a causa della primavera, ma sapevo che era altro, avevo un disperato bisogno di sesso.

Marco, quel benedetto ragazzo, mi mancavano molto, purtroppo era ancora lungo il momento del nostro prossimo incontro e la cosa mi pesava quanto un macigno.

La notte, sola nel mio letto, pensavo ai nostri momenti più bollenti: rivivevo nella mente le cose porche dei nostri giochi e mi bagnavo fino a macchiare le lenzuola.

La topina mi bruciava per quei ripetuti ditalini, me la sfinivo pompandomi dentro, con veemenza, il dildo Tom e quando la figa era esausta continuavo nell'ano.

La voglia mi toglieva il sonno, inutile dire che quando ti manca un uomo, le pratiche autoerotiche con Tom e i giochi lesbo con la mia compagna di stanza, restavano solo magri palliativi.

Così, in questo stato d'animo irrequieto, desiderosa di una passeggiata all'aria aperta decisi di mettermi sotto braccio il ributtante tomo di "Fondamenti di Chimica Generale" e di andarmene a continuare la sua lettura da sola, nel parco.

Nella natura, contavo di ritrovare concentrazione e ristoro almeno allo spirito, se non al corpo.

Uno dei punti del nostro parco che più amavo era l'area al limite del boschetto di gelsi secolari, sorgeva nei pressi il nostro maneggio interno: fiore all'occhiello del nostro collegio che offriva agli allievi del quarto e quinto anno l'opportunità di un corso d'equitazione.

Con le rette stellari che pagavamo, l'istituto era ottimamente attrezzato alla maniera dei campus americani o britannici: oltre all'equitazione si poteva praticare il nuoto, grazie a un impianto con piscina coperta, di venticinque metri, riscaldata nella stagione invernale, oppure praticare il tennis con due campi in terra rossa.

Il maneggio era costituito da un grande paddock, con una staccionata bianca che delimitava una estesa radura erbosa, al cui interno i cavalli, liberi di muoversi, durante il giorno brucavano il prato .

Al recinto era attigua la stalla realizzata in legno biondo naturale, nello stile dei “barns“ americani: quei grandi fienili col tetto spiovente al terreno su ambo i lati, dove gli animali venivano alloggiati in box, per essere strigliati e riparati la notte.

La scuderia ospitava sei cavalli: tre maschi e due femmine, mezzosangue arabi e andalusi, molto belli a vedersi e un piccolo pony avelignese a mantello sauro, con coda e criniera lunghe e chiare, così incantevole da parere uscito da un cartone animato, era l'amatissima mascotte della scuderia e aveva per nome Jeverly.

Per accudire i cavalli veniva giornalmente il signor Herman lo stalliere, mentre il signor Meyer, maestro di equitazione, proveniente da Lugano e presenziava solo nelle giornate in cui si tenevano le lezioni.

Infine, c'era il versatile signor Lorenzo, che si occupava dei servizi necessitanti alla struttura e che alloggiava in una graziosa casetta a poca distanza dal maneggio: una sorta di chalet in legno, contornato di giardinetto, col tetto di coppi rossi e la veranda con l'edera rampicante sull'uscio,

Come al solito, mi sistemai ai piedi di un grande albero, alla cui base era stato sistemato un grosso tronco diviso a metà nel senso longitudinale, per ricavarne una panca di oltre due metri.

Il luogo era gradevole, la ricchezza della vegetazione e il bosco creavano un angolo naturale, quasi selvatico, in contrasto con le altre aree verdi del parco che venivano regolarmente curate, non era raro veder spuntare lì qualche lepre, il manto fulvo di una volpe in caccia, quaglie, gazze o una nocciolaia bruna punteggiata di bianco.

Si stava da Dio. Alle spalle avevo il boschetto e davanti una fitta siepe che divideva la radura dallo spiazzo del paddock a una trentina di metri, l'area era ombreggiata e ossigenata da una brezzolina confortevole, era appartata e solo il cinguettio degli uccelli e il frinio delle cicale la circondava.

Stando seduti non si era visibili oltre la siepe, quindi c'era il vantaggio di poter finalmente fumare al riparo da occhi indiscreti, cosa totalmente proibita dal regolamento interno: infatti mi accesi una Camel e tirai una gustosa boccata. Sola, senza pensieri e rotture di palle, mi sentivo quasi felice.

Gambe distese e schiena poggiata alla pianta, mi immersi nella lettura: trascorsi così due orette, nelle quali riuscì a completare ben tre capitoli del libro e a fumare cinque sigarette.

Sentì la necessità di una pausa: stirai braccia e schiena per sgranchirmi, ero rilassata e serena, mi scappava solo la pipì.

Per soddisfare il bisogno mi portai a ridosso della siepe, controllai che in giro non ci fosse nessuno: abbassai le mutandine, mi chinai e la feci, come una ninfa dei boschi che, immersa nella natura, compiva un rito di fertilità.

Alleviata dell'urgenza, mi sollevai ricomponendomi: in quella, lo sguardo mi cadde su uno spiraglio della siepe, cogliendo una giovane figura femminile che avanzava lungo il sentiero costeggiante la staccionata del paddock.

Mi abbassai istintivamente, non volevo esser vista: quel cantuccio solitario, che sentivo come spazio esclusivo, non volevo che allargasse la propria notorietà a sconosciuti.

Celata dalle fratte, ripresi a sbirciare e riconobbi la ragazza: era Gertrud un'alunna del secondo anno, proveniva da Basilea nel cantone di lingua tedesca, una brunetta non molto alta ma di bell'aspetto, forse un po' anonima e poco in vista, ricordavo che per quest'aria seriosa la reputavano una specie di suorina, era di certo una secchiona.

Mi incuriosì l'aria quasi furtiva, con cui si muoveva: era strana la sua presenza lì e a quell'ora, poiché era fatto divieto agli allievi del collegio, di avvicinarsi ai cavalli e alla scuderia al di fuori dalle lezioni di equitazione a cui erano iscritti.

Questo per chiari motivi di sicurezza: si poteva essere coinvolti in un incidente con gli animali, inoltre la ragazza essendo ancora al secondo anno, non faceva parte delle classi abilitate a frequentare quel corso.

Gertrud si guardò intorno più volte, poi, a dispetto della ingombrante gonnella che indossava, scavalcò la staccionata del recinto e si diresse verso l'entrata del barns.

Nello spiazzo bivaccavano cinque dei cavalli intenti a brucare l'erba, non vidi tra loro Lucky, il cavallo arabo nero che era solito montare il professor Rinoldi, di certo era rimasto all'interno della stalla, per essere strigliato o per la ferratura degli zoccoli.

Nascosta, continuai a osservare la scena per comprendere che cavolo venisse a cercare lì, a quell'ora, la giovincella con quell'aria da cospiratrice?

Doveva esserci un'importante ragione per correre quel rischio, infischiandosene della trasgressione alla regola del collegio.

Non erano fatti miei, ma la chimica mi deprimeva e già averla studiata per mezzo pomeriggio mi pareva sufficiente, inoltre la curiosità è femmina: così anziché tornare a sedere sotto l'albero, rimasi sul punto d'osservazione in attesa che qualche evento mi chiarisse la singolarità della vicenda.

Mi accesi un'altra cicca e tenendo d'occhio l'entrata del barns la fumai lentamente senza che nulla di nuovo accadesse, dopo mezz'ora mi ero stufata, Gertrud era scomparsa là dentro e non ne era più uscita: l'alternativa era tra tornare alla chimica, o svelare la ragione per cui lei permanesse tanto a lungo all'interno dell'edificio.

Ormai animata da una giocosa voglia di chiarire il mistero, decisi di avvicinarmi alla scuderia per meglio indagare.

Mollai libro e sigarette sulla panca e verificando, a mia volta, che nessuno fosse in vista, scavalcai la staccionata, solcai rapida il prato per raggiungere la stalla.

Compì cautamente un mezzo giro della struttura, per assicurami di non essere vista attraverso il varco d'entrata e attenta a non creare rumore mi portai sotto una delle finestre che si aprivano, sopra la mia testa, in corrispondenza dei box dei cavalli.

Le imposte erano spalancate, perciò, aguzzando le orecchie, cercai di captare un qualche rumore proveniente dell'interno: in effetti, percepì qualcosa, ma era difficile decifrarne la natura, non si capiva a cosa attribuirlo.

Trascorrevano anche lunghi silenzi: la situazione era in stallo, mi stavo stufando un po', ero tentata di tornarmene sui miei passi.

Poi mi parve di udire dei gemiti, come piccoli lamenti che mi misero in allerta, ma ciò che mi fece sobbalzare fu l'udire chiaramente, benché a bassa voce, un dialogo a due voci.

- Dai prendilo bene in mano, fagli sentire che lo stringi. -

- Mi fa impressione: non farmelo fare, ti prego. -

- Non essere sciocca troietta! Prendilo e carezzalo. Brava! Così, continua. -

- No! Perché mi fai fare queste cose? Mi fa schifo, non voglio. -

Erano di certo le voci di Gertrud e di un uomo, poco più che bisbigli, ma sufficientemente decifrabili: la vocina lamentosa di lei e l'altra, maschile e risoluta, che non sapevo a chi attribuire.

Provenivano da un punto remoto rispetto alla finestra sotto cui stazionavo, probabile si trovassero nei pressi di un box lontano della mai posizione.

L'unica cosa certa era che lui le chiedeva di fare cose che lei era restia a eseguire, non potevo ovviamente immaginare cosa: la ma la mia curiosità diveniva ormai incontenibile.

Il cervello già articolava mille congetture: una fregola di impicciarmi pari a un reggimento di portinaie pettegole.

Quanto avevo udito era enigmatico, sicuramente stava avvenendo qualcosa di nascosto, forse di proibito.

Non potevo più tergiversare, a quel punto dovevo sapere!


Lungo la parete dell'edificio, sotto la finestra successiva alla mia, vi era una catasta di assi impilate lì in attesa di qualche prossimo impiego.

Le tavole accumulate, creavano un rilievo di circa sessanta centimetri da terra, potevano costituire un rialzo per permettermi di guardare all'interno della stalla.

Con cautela nel non far rumore o provocare uno smottamento delle assi, ci montai sopra e mi affaccia all'imposta per sbirciare all'interno.

Restai completamente impietrita per quanto vidi: in un box, sul lato opposto della stalla, stava Lucky aggiogato alla sua posta, al suo fianco, stesa in avanti col busto poggiato su una balla di fieno c'era Gertrud nuda.

Dietro lei, con i calzoni calati, il signor Herman lo stalliere, la stava possedendo contro natura: il suo sesso eretto, costellato di rilievi venosi penetrava con veemenza l'ano della brunetta.

Il suo piccolo corpo sobbalzava nel subire quegli assalti brutali e quando il sesso affondava totalmente nel retto, gemeva sommessamente con un lungo lamento, ma non doveva farle troppo male, perché muoveva le natiche in maniera da agevolare quella penetrazione profonda.

Ma ciò che più era sconvolgente a vedersi era che stringeva tra le mani il membro inalberato del cavallo, carezzava l'asta della bestia, facendo scorrere i palmi lungo quell'arnese smisurato: il suo volto era congestionato in una maschera di lascivia e lucido di sudore.

Il sesso dell'animale stillava dal glande un liquido gelatinoso e trasparente, che lei raccoglieva nelle mani per meglio lubrificare la masturbazione: la scena era di una depravata oscenità, evocava immagini di amplessi mitologici tra donne e divinità in veste di animale.

Si presentava uno spettacolo turpe frutto dalla sfera del fantastico, o repertorio di letteratura e pellicole pornografiche per gusti estremi.

Non ero così sprovveduta da ignorare l'esistenza di certe perversioni, di tali argomenti ne avevo sentito parlare tra maschi: filmini "animalsex" in formato "super 8" di produzione danese, tedesca o dei paesi scandinavi, venivano talvolta scambiati tra di loro, per giovanile malsana curiosità.

La scena mi turbò oltremodo: traduceva in un fatto reale il mio sogno erotico, vissuto tempo addietro che aveva come protagonisti me con il professor Rinoldi e il cavallo Lucky.

Avrei dovuto fuggire, correre lontano da quella disgustosa scena di sesso dissoluto, ma ero rigida come una statua di sale, non riuscivo a muovermi, i miei occhi erano incollati sul sesso inghiottito dall'ano della ragazza e quello dell'animale che lei stimolava con sollecitazioni perverse.

Lo sconcerto per quanto visto mi tolse il fiato: il sangue mi salì alla testa procurandomi una vertigine, sentivo il viso incandescente come per un colpo di calore, ero scossa da un tremito e le gambe erano pasta frolla: ero letteralmente scioccata.

Sentirne raccontare o sognarle certe cose era cosa molto diversa dal vederle con i propri occhi, così incredibilmente crude, vivide e concrete.

Qui c'erano la carne e le secrezioni in tutta la loro brutale realtà, ne percepivi gli odori: nell'aria calda, mi investiva a tratti l'odore forte del cavallo in estro, mescolato al sentore dalla stalla, un olezzo organico, un misto pungente di fieno secco, orina ed escrementi, del tutto simile a quello che si avverte nei pressi dei campi concimati di fresco o nelle concimaie di campagna.

Tutto all'intorno era silente, gli unici rumori erano il ronzio delle mosche, rotto a tratti dai gemiti di Gertrud, l'ansare dello stalliere e gli sbuffi nervosi del cavallo.

Eccitato da quelle carezze Lucky appariva nervoso e pestava, rumorosamente con gli zoccoli, la paglia secca sul fondo del boxe, lei spaventata sobbalzava, arrestando la stimolazione.

- Non fermarti troietta, vedi che gli piace, non devi averne paura. - la tranquillizzava lo stalliere, assestandole schiaffi sulle natiche toniche e arrossate dai colpi.

Tutta la pelle di lei era imperlata di sudore, aveva seni acerbi a forma di pera, con grossi capezzoli prominenti: l'uomo li impastava a piene mani, si strusciava su lei, montandola come un lascivo caprone, oscillava col bacino in un movimento rotatorio per dilatarle allo spasimo lo sfintere, le insalivava tra la nuca e la schiena lasciando strisce di bave lucide sulle sue spalle.

Assistere a quel sesso contro natura, mi aveva spalancato una voragine di turbamento, la scena era al tempo stesso disgustosa e morbosamente attraente.

Ero confusa, annichilita da emozioni contrastanti: ripugnanza e concupiscenza.



(Continua)

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