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Una storia di MirianaKuntz

Bambole: metafora di un amore malato

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12 minuti

Pubblicato il 09 dicembre 2019 in Fantasy

Tags: #malato #amore #bambole #fantasy

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C’era puzza di fumo e chiuso, simile a quando annusi una vecchia scatola di cartone, il buio pesto non permetteva la visione di niente. Il mio corpo sembrava incastrato in uno spazio strettissimo, simile ad una strettoia dove ci passano solo bambini. Il mio naso ostruito dal tanfo rancido tirava su col naso un’aria che in realtà non arrivava ai polmoni, ma si disperdeva nell’eco sordo della paura. Tentai di scuotere le spalle, sentendo qualcosa sbattere contro le scapole, poi tentai con le braccia, e alla fine le mie mani riuscirono ad afferrare un pomello tondo e freddo, mi sembrò una porta, e infatti, cadendo ruzzoloni in avanti l’antro dove ero incastrata lasciò spazio ad una stanza più grande. Era un salotto vecchio stile, con le poltrone in feltro, il caminetto mezzo acceso e mezzo spento, una fila di libri impilati in ordine alfabetico, mi sembrarono edizioni molte vecchie a prima vista, e tutte, riguardavano la politica e la storia. In un angolo un vecchio gira dischi con almeno un centinaio di vinili nella loro confezione originale. Mi sembrò di riconoscerli tutti quegli oggetti, una parte di me sembrò ricordare persino le vecchie poltrone, senza arrivare al pensiero cosciente del perché ricordassi a metà, e cosa ci fosse da ricordare. Quando arrivai allo specchio di ottone, l’immagine riflessa mi mise paura. Ero io, ma in una versione più piccola e strana. I miei capelli riccioluti avevano la parvenza di un riccio finto, la mia bocca aveva perso il bordeaux naturale delle mie labbra per apparire più rosate. I miei occhi vividi assomigliavano più ad una riproduzione in olio da pittore. Provai a cancellare le lunghe ciglia con un colpo di mano, ma il trucco non veniva via, come se fosse stato iniettato sotto le scaglie della mia pelle. Provai a parlare ad alta voce e il suono che avevo sentito per tutta la vita, mi sembrò quasi di tre toni più su, quasi stridulo, da bambina inferocita. Poi mi accorsi di una cosa fondamentale che divideva gli esseri umani da qualcos’altro: non avevo polso, e non avevo cuore. In preda alla disperazione impugnai persino un coltellino da burro lasciato lì accanto alla ceneriera del salotto, e a riprova di ciò che temevo, se non avevo polso e non avevo cuore, è perché non avevo nemmeno sangue, e di fatto non potevo morire.

Ero una bambola, di plastica e capelli sintetici. Ogni fattezza che ricordavo della mia persona, adesso era solo un’imitazione da fabbrica. Pensai si trattasse di un sogno, provai a darmi un pizzicotto forte sulla guancia, ma quella plastica non mi permetteva nemmeno di provare dolore. Lasciai il salotto per arrivare alla camera da letto, c’erano sette lettini messi in fila, ognuno con una coperta di un colore diverso. Uno dei sette attirò la mia attenzione per i ricami sul bordo inferiore. Mi ricordavano i vecchi puzzle da gioco, sui toni del bianco, ma più di tutto mi ricordavano di alcuni baci morbidi, di un profumo di cui adesso avevo solo un ricordo geometrico, di cerchi che tornano indietro, di lembi che si intrecciano in lunghe corde di risate. Era la coperta delle mie giornate d’amore, di tutte quelle volte che avevo passato il tempo a ridere, a guardare dei dettagli, delle espressioni, di giradischi che grattavano l’aria, e di promesse fatte con un veleno impossibile da diluire. Era il letto che avevo condiviso con lui, un uomo impossibile, che avevo amato tanto. Tutto mi tornò alla mente, come un film che avevo dimenticato, ma che alla terza scena importante, mi torna fitto alla testa, come un colpo, un fucile che spara e ti scuote dal dormiveglia. Anche la sera prima avevo visto quella coperta, anche la sera prima avevo assaggiato quei baci, i suoi baci.

Mi faceva paura quel silenzio inumano, e non capivo come avessi fatto a trovarmi lì, senza cuore, in mezzo all’arredamento delle mie giornate, ma da sola, senza di lui.

Corsi via piangendo, o meglio la sensazione che mi sembrava di provare era quella simile ad un pianto, ma nemmeno le lacrime appartenevano più alla mia condizione inumana. Il bagnato dei miei occhi sembrò piazzarsi dentro lo stomaco, e non uscendo, stavano annegando la prua del mio corpo. Tutta me stessa era ormai sott’acqua, ed io ero corsa nello sgabuzzino dove a volte mi nascondevo quando non dovevo essere vista da qualcuno, e lui, lì fuori, al di là dello spiraglio di luce, fingeva che non ci fossi più.

Mi ero nascosta lì così tante volte che quel tepore buio, adesso, mi faceva sentire a casa più di ogni altro metro quadro di quell’edificio. Prima che potessi abbassare la testa per nasconderla tra le gambe, una voce chiamò la mia attenzione.

-non piangere..- mi disse la voce misteriosa

-chi sei?-

-non è importante, ma tu non piangere, non ti servirà a niente-

-non sto piangendo-

-ciò che non vediamo fuori non è detto che non esiste dentro, ti si vede da un miglio, stai piangendo!-

-come fai a saperlo?-

-perché sono una bambola da molto più tempo di te, e le bambole hanno questa cosa del piangere senza essere viste-

-io non sono una bambola-

-è quello che pensavamo tutte, ma una volta che sei arrivata qua, puoi essere solo questo-

La voce misteriosa fece tre passi avanti, e ciò che prima sembravano solo consigli stupidi di una sconosciuta, divennero di colpo le parole giuste di chi aveva capito le cose prima di me.

Era Lia, tutta pelle e ossa, come era sempre stata, con due grossi occhi verdi, e i capelli neri neri. Aveva anche lei custodito tutte le sue fattezze, ma come era successo a me, era tutta plastica e pittura. Conoscevo Lia perché era stata la fidanzata precedente di quell’uomo che avevo tanto amato. Si erano amati anche loro, e il fatto che lui per lei avesse fatto pazzie, mi faceva stare molto male, ma quell’uomo aveva un modo assurdo di rassicurarmi, un modo che quando tornavo a casa aveva già esaurito i suoi effetti, ma che al contempo, nell’uso di quelle ore insieme, serviva a non calcificare il mio broncio, e farmi sorridere a due centimetri dalla sua bocca. Poi avevano rotto, per un motivo che non avevo mai capito, e lui aveva sempre parlato male di lei.

Lia mi aveva poi mostrato le altre cinque. Due di loro erano nel cassetto della mia memoria, mentre le altre tre erano perfette sconosciute. Ci accomunava il fatto di essere delle vere e proprie bambole, con problemi a piegarci troppo, senza il senso di fame o sonno. La nostra casa mi spiegò Lia altro non era che la casa che avevamo conosciuto e frequentato appartenente a quell’uomo, con qualche piccola aggiunta: i sette letti, i due bagni inutili, i tanti vestiti da donna nell’armadio. Non c’erano più foto, e soprattutto non c’era più lui. Mi raccontarono tutte in coro, che la prima ad arrivare fu Nia, che ritrovatasi da sola aveva cercato di capire cosa fosse successo. Ovviamente la solitudine l’aveva devastata, motivo per cui, adesso, era molto simile ad una vera bambola, senza parola, e senza emozioni. Poi erano arrivate le altre, con una cadenza imprecisa, ma facendo qualche calcolo, era semplice capire cosa fosse successo: una dopo l’altra, erano arrivate in ordine di -fine storia-, fino ad arrivare a me, anche se la nostra storia non era ancora finita del tutto.

-Ero decisa a chiudere, perché lui non mi amava più come prima, e perché spesso mi metteva paura.-

-ecco perché sei qua con noi- rispose Lia sottovoce

-non voleva che tu andassi via, e così, anche se non vi siete lasciati del tutto, ha preferito spedirti qui, così potrà giocare con te per sempre-

-giocare?-

Lia aveva dimenticato di raccontare la parte più macabra dell’intera storia. Spesso lui, appariva in quelle stanze, sceglieva una delle sei e ordinava alle altre di nascondersi nello stanzino. Poi iniziava il gioco, che proprio come in una vera casa delle bambole, consisteva nel vivere una vita normale fatta di pranzi, coccole, amore ed ovviamente sesso. Nessuna delle sei era ancora innamorata di quell’uomo spregevole, ma niente poteva vietare lui di -giocare- a quel gioco sadico. Non c’era via di fuga, non c’era modo di fargli del male, ed ovviamente non ci si poteva nemmeno suicidare, perché le bambole non possono morire.

Era un momento terribile quello del gioco, perché lui era tranquillo, e con ognuna di loro, sembrava simulare una storia d’amore meravigliosa, proprio simile al punto in cui si era interrotta al di là della casa delle bambole. C’erano copioni da rispettare, cose da cucinare, ma senza poterle mangiare, ed ovviamente un sesso da consumare. Si era provato anche ad ucciderlo una volta, ma di fatto, se entri nella casa delle bambole, anche tu sei una bambola, e godi degli stessi privilegi degli altri: no cuore, no morte.

Mi sembrava di tremare, ma il mio corpo finto reggeva bene l’urto delle emozioni. Persino sedermi su quelle sedie mi sembrava difficile con un corpo così’ poco flessibile. Pensai che di lì a poco sarei stata la protagonista del -gioco- e che niente mi avrebbe più riportata indietro. Le altre erano ormai rassegnate, vittime del tempo che le aveva tenute lontane dal mondo esterno, e dalle loro vecchie vite. Avevano fatto l’abitudine a tutto, persino al fatto di essere attrici a giro, e soprattutto di non poter tornare più a casa.

Lui mi era sembrato un uomo così perfetto, la risposta unica alle domande della mia vita, eppure, ero solo in ginocchio davanti a tanto ego e tante negazioni. Rimanevo nello sgabuzzino per non essere vista dai suoi amici, dalla sua famiglia, e dalle donne che a turno si portava a letto. Mi dicevo che era timido, che aveva bisogno dei suoi tempi, e che prima o poi sarei stata sotto ai riflettori della sua vita. Alla fine mi dicevo queste cose per rassicurare il mio cuore in tempesta, e perché quando tornavo a casa mia, non volevo sentirmi infinitamente stupida. E invece, così come mi avevano raccontato, e così come stavo notando negli ultimi tempi, non era un uomo buono né perfetto: era collerico, viziato, violento ed ossessionato dalle persone. E proprio come aveva realizzato, desiderava solo una casa delle bambole dove poter recitare atti infiniti dove lui era il padrone di almeno sette donne, avere sette vite, e poter gioire di sette amori.

Così facendo non avrebbe mai perso, mai dovuto salutare, mai visto qualcuno andare via. I suoi giochi erano al sicuro da tutto, e nessuno più avrebbe trovato le nostre vite per coglierne il meglio.

-dov’è l’uscita?- chiesi di colpo mentre le altre sei tentavano di simulare il sonno notturno

-non c’è un’uscita- rispose Lia allungandosi le coperte sotto al mento

-se c’è un’entrata deve esserci anche un’uscita-

-non lo so, adesso dormi-

-come faccio a dormire se non riesco più a sentire il sonno, la fame, la sete, se c’è persino un timer per la luce?-

-non è un timer, è il momento in cui lui spegne la lampada della scrivania, a noi non arriva più luce, e quindi facciamo finta che sia notte-

-è notte cazzo lì fuori, non è facciamo finta.-

-se non posso uscire voglio quanto meno vedere cosa c’è lì fuori, qualcuna ha voglia di aiutarmi?-

Un silenzio tombale ricadde nella stanza dei sette letti. Poi Nia, ormai vittima di un mutismo cronico si alzò in piedi spostando le coperte da un lato con violenza. Le sorrisi, o almeno era la percezione che la mia bocca dipinta si fosse mossa. Le altre ci seguirono un po’ impaurite.

Pensai che se la luce maggiore si irradiasse proprio nel corridoio che dava sulla nostra stanza, forse, la lampada, e di fatto l’uscita, si trovasse proprio lì nei paraggi. Dopo qualche occhiata attenta notai una sorta di foro nel tetto, pregai le altre di farmi da scala con le loro mani indistruttibili, e raggiungendo quel buco di cartone vidi una piccola luce che ricordavo: quella accanto al suo letto, lontana poco più che un metro dalla scrivania dove forse era riposta la nostra finta casa.

Quando saltai più in alto qualcosa urtò la mia testa, mi accorsi essere il freddo di un vetro. Non avevo molte forze conciata in quel modo, e le altre ne avevano ancora meno di me, ma al secondo balzo le mie dita immobili riuscirono ad incastrarsi nel bordo del cartone mezzo rotto, le altre, al di sotto mollarono la presa. Era proprio la sua camera, c’erano i suoi veri vinili, i suoi libri di politica, la riproduzione fedele di quella che era la nostra casa, solo immensamente più grande rispetto al mio corpo rimpicciolito. Aveva fatto la doccia, e il suo profumo di muschio si era propagato in tutta la stanza. Aveva ben pensato di metterci un vetro intorno alla casa delle bambole, nel caso qualcuna avesse avuto la brillante idea di cercare una porta. Il mondo visto da lassù, in quella mezza penombra che avevo vissuto tante volte con lui, dentro quel letto, adesso lontano e troppo grande, mi faceva vedere le cose in maniera diversa.

Il mondo sembrò non appartenermi più, ogni cosa che conoscevo, adesso, non era della mia misura. Pensai che forse i miei genitori avevano smesso di cercarmi, che per il mondo ero morta ormai, o dispersa. Che nessuno mai avrebbe pensato di cercare nella casa delle bambole di un uomo adulto, e che nessuno crede a queste cose.

Persino la lampada, ormai spenta, sembrò essere il mio sole più di ogni altra volta che avessi visto il sole sorgere. Adesso capivo il mutismo di Nia, e la rassegnazione delle altre. Quando ti innamori di un uomo così ti senti all’altezza di ogni cosa, ma quando smetti di amarlo, e lui decide al posto tuo, perdi il metro di misura di ogni cosa, e tutto quello che pensavi essere la tua casa, ti appare come un lontano miraggio, un sogno di ossa e cuore che non è più tuo.

Mi lasciai cadere, conscia che non avrei provato dolore, né paura. Il mio corpo di plastica raggiunse i piedi solidi delle altre, che in attesa si erano distese a terra.

-non ci lascerà mai andare, e se dovesse farlo, non torni più indietro da un amore così, da una cosa così.-

Le altre non emisero un suono, né uno sgomento, ma sono sicura che tutte e sei stessero piangendo dentro come me.

Eravamo bambole ormai, e senza accorgercene accecate d’amore, avevamo iniziato la trasformazione troppo tempo prima, quando non avevamo detto abbastanza no, quando ci eravamo accontentate, quando non avevamo potuto scegliere, e quando lui ci riponeva sulla mensola, anche se eravamo normo altezza.

Bambole, nient’altro che questo.


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