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Una storia di Raffaele

Ombre

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5 minuti

Pubblicato il 01 maggio 2021 in Fantasy

Tags: #attualit #brevi #Fantasia #racconti #storie

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“C’era una volta e adesso non c’è più” disse il menestrello agitando i sonagli sul suo copricapo e alzando il mento di scatto. I suoi occhi non celavano neanche lontanamente la sfida che intendeva lanciare alla Corte. “Ecco!” continuò roteando su sé stesso e mostrandosi, “E’ tutta qua la storia. Che altro dovrei dire? Volete forse sentire qualcosa del tipo “e ci sarà ancora?”. Non posso, nossignori!”.

Una nobildonna si mise una mano sulla bocca e sgranò gli occhi.

“Se partiamo dal presupposto che “c’era” è evidente che non ci sarà più e poco vale pensare che “potrebbe essere”. Non ha senso e in tutta franchezza a che serve raccontarlo?”.

Qualcuno tra la Corte abbozzò una risata.

“Lo so, dovrei intrattenervi” insistette il menestrello, “ma se lo facessi raccontando ciò che volete sentire, non sarei credibile. Le storie si somigliano un po' tutte: qualcuna è triste, qualche altra è divertente. Alcuni di voi nobili signori di certo apprezza la poesia e forse vi concedete qualche lacrima, parlo a voi nobili signore, per racconti tristi e commoventi”.

“Arriva al dunque”. Il re, dall’alto del suo trono, lo stava fissando con attenzione.

“Certo mio sovrano” replicò l’altro con un inchino. “C’era una volta e adesso non c’è più una terra feconda e fertile. Come topi ci siamo moltiplicati e come topi abbiamo lasciato escrementi un po' ovunque”.

“Mio re!” esclamò il capo della guardia avanzando di un passo con la mano salda sull’elsa della spada.

"Fermo!".

“I fiumi puzzano” continuò il menestrello dopo un altro inchino alla Corte e fissando i dignitari negli occhi uno ad uno. “Ci sversiamo i nostri rifiuti. Da quelle acque traiamo l’acqua per abbeverare il nostro bestiame e le terre che coltiviamo.

Beviamo l'acqua più vicina alla fonte, come ci hanno insegnato i nostri padri, ma mangiamo i frutti che l’acqua più sporca produce.

Passiamo gran parte della buona stagione ad accumulare scorte per l’inverno, ma molto di quello che mettiamo da parte non lo usiamo. E lo sprechiamo.

C’era una volta e adesso non c’è più!".

Il menestrello allargò le braccia indicando allo stesso tempo sia la Corte, sia il re.

Nel silenzio di quel momento, un leggero brusio cominciò a serpeggiare tra i presenti, mentre poco per volta voci di proteste si fecero sentire.

“Che storia è mai questa?”.

“Da quando dobbiamo ascoltare simili sciocchezze?”.

“Neanche una rima!” commentò indignato un nobile in prima fila.

“Non sei qui per intrattenerci?” chiese quello al suo fianco.

“Divertente a modo suo” disse il re.

Molti si girarono nella sua direzione e il brusio cessò all’istante.

“Cosa dunque ci racconti, cantore?” chiese il sovrano.

“Che può esserci ancora, mio re” rispose il menestrello. “C’era una volta e può esserci ancora”.

Il re si lisciò a lungo la folta barba nel silenzio generale, quindi disse: “Puoi andare. Che quest’uomo riceva il compenso pattuito”.

Il silenzio della Corte si tramutò in sommessa protesta mentre il menestrello veniva congedato e il re si ritirava nei suoi alloggi.




“È qui” disse il capo della guardia entrando nella stanza. Il re sedeva difronte ad un ampio camino acceso sorseggiano del vino da un boccale.

“Fallo entrare e chiudi la porta uscendo. Nessuno ci disturbi”.

L’uomo abbassò il capo senza celare il suo disappunto. Uscì dalla stanza e poco dopo rientrò con il menestrello al suo seguito. Quindi li lasciò soli.

“Accomodati al mio fianco” disse il re indicando la poltrona vicino alla sua.

Il menestrello abbozzò un sorriso amaro e prese posto. “Hai visto? Era come ti avevo detto. Nessuno accetterà mai il cambiamento. Sono legati ai loro bisogni. Non si curano del popolo se non nella misura in cui può tornare utile ai loro interessi”.

“Tu sei re” disse il re alzando le spalle. “Tu puoi cambiare le cose. Stabilisci nuove leggi e falle rispettare”.

“Il re?” disse il menestrello. “Nessuno si è accorto dello scambio. Un po' di trucco, abiti diversi e nemmeno hanno visto sotto questi sonagli il loro sovrano!”.

“Ciò non toglie che puoi fare qualcosa” disse il re che era in realtà un menestrello. “In virtù del potere che ti è concesso. Sono in pochi a decidere. È sempre stato così. Porta dalla tua parte quelli che contano. Seducili se vuoi, corrompili se necessario, ma agisci prima che sia tardi”. Si alzò e andò a prendere un altro boccale di vino per offrirlo al re.

“Davvero il mondo che conosciamo finirà?” chiese quest’ultimo in un sussurro mentre accettava il vino.

“Io l’ho visto” rispose il menestrello nello stesso tono. Quindi riprese posto e fissando il fuoco sorseggiò altro vino.

Il rombo di un tuono irruppe nel silenzio della stanza. Il re si voltò lento verso la finestra e fissò per qualche istante il cielo che cominciava ad oscurarsi.

“Ombre” sussurrò il menestrello senza distogliere lo sguardo dal fuoco. “Ombre sul regno”.

Il re riportò lo sguardo su di lui. Non era la prima volta che lo aveva visto in quello stato. Come la prima volta che lo aveva incontrato pensò che fosse il vino a farlo parlare in quel tono, ma la bottiglia, sul tavolo dietro, era ancora mezza piena.

Lo fissò bene e nuovamente si stupì della somiglianza. Così evidente, così genuina, come fossero stati fratelli. E non lo erano.

“Descrivimi ancora una volta queste ombre” mormorò il re.

“Terre non più fertili” rispose il menestrello, “per via del concime infetto. Acque sporche e animali in quantità. Troppo per pochi. Pochi alberi, fuoco e fumo che avvelena l’aria. Nuove malattie e nuovi conflitti”.

“Il nome” disse il re, “l’altra volta hai pronunciato il nome del nostro nemico”.

Il menestrello si voltò verso di lui.

“Ripetimi ancora una volta il suo nome” insistette il re.

“Oh...” rispose il menestrello, “Tutti lo chiameranno con il nome che più li aggraderà...”

"Il nome!" ordinò il re e il menestrello ubbidì.


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