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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Running behind him

(..if you can do it).

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10 minuti

Pubblicato il 27 dicembre 2018 in Fantasy

Tags: #Inseguimento #Correre #Trasporti #Auto

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Running behind him, (..if you can do it).


Un clap, clap, clap seguito da un whooooom ravvicinato, dici? Scommetto si è trattato di un’automobile di fabbricazione moderna, una di quelle che alla partenza fa ruggire il motore e che ti passa davanti a gran velocità, da farti sentire il rumore senza vederla. Di certo non una di quelle antiche, se si può dire antica un’auto che al massimo può avere cento anni. Né del resto un primo esemplare, come dire, un ferrovecchio da patito delle macchine, un raro pezzo da collezione. Tuttavia, il rumore che la precedeva, mi fa pensare che poteva anche essere... . Una carrozza volante! Perché volante? Semplicemente perché il suo occupante andava di fretta. Fuggiva? Non saprei, poteva dover raggiungere qualcuno che lo stava aspettando, oppure raggiungere una meta ambita, o forse, un luogo segreto, non ti pare?

Vada per la meta ambita, altrimenti non capisco, perché mai uno che vuole raggiungere un luogo segreto, debba correre in quel modo? Concessa la meta ambita. Grazie! E, comunque, non con la carrozza. Perché no? Non è più considerato un mezzo di trasporto idoneo, tant’è che non se ne vedono in circolazione. Ah no? E, scusa, quel clap, clap, clap, allora, non era forse quello il rumore degli zoccoli di un cavallo? Credo proprio di no. Al massimo era un’automobile con una ruota forata, anzi con due ruote forate. Magari preceduta da un cavallo, uno solo? No. Non mi sembra capiti molto spesso di vedere per la strada qualcuno a cavallo precedere un’auto a motore? A me si! Quando? Tutti i giorni. Probabilmente non percorriamo le stesse strade. No, certo. Però, se non sbaglio, anche le auto hanno i cavalli? Ciò non significa che fosse trainata da cavalli? Neppure uno? No, nessun cavallo.

Resta da stabilire qual è la meta? Ambita, hai detto: ambita! Il capezzale di un morente? Sei tragico. Dalla moglie tradita? Catastrofico. Da un’amante? Libidinoso. Ci sono, era in ritardo all’appuntamento per un duello. Non si fanno duelli a mezzogiorno, semmai alle cinque del mattino. E no, ti sbagli, è proprio a mezzogiorno che si fa il maggior numero dei duelli, almeno fino ai primi dell’ottocento. Sì, in pieno sole, e magari ancora con “cappa e spada”, e senza che le nebbie avvolgano il bosco dietro la piccola chiesa di campagna. Sveglia, siamo nell’epoca delle armi da fuoco, o forse non te ne sei accorto? Allora, che forse la roulette russa, non è un duello? Sì, certamente, comunque non si fa a mezzogiorno, semmai più vicino alla mezzanotte, non credi? D’accordo, stabilito che non si tratta di un duello, si può sapere perché quell’uomo corre in quel modo?

Yes! È un uomo, sui quarantacinque, brizzolato, elegante, colto, raffinato, porta un’ampia borsa con sé che non lascia mai, ed è diretto a una Locanda lungo la strada. Dove hai detto che è diretto? Non l’ho detto, e per cortesia non interrompere, altrimenti perdo il filo, per favore? Oh key! Dov’ero? Lungo la strada per dove... Dover? Non saprei! Forse per Portsmouth. Perché no, facciamo per Portsmouth, o key? Oh key! Il suo nome, dici? Non lo ricordo, è uno scrittore. Scrive romanzi? Diciamo che scrive, gialli. Di colore giallo, immagino? Solo quando usa il curry o lo zafferano, altrimenti, noir come il nero di seppia o... non me ne viene un altro. Vogliamo dire di tipo culinario? Sì, un erudito del palato, capace di evocare aromi e sapori, arrosti fumanti e piatti che profumano di spezie, un degno seguace di Artusi. Un cuoco, dunque, diretto in un albergo che affaccia sul mare. No a una Locanda. Bene. Si ferma e scende dall’auto, poi? Scusa, hai mai visto qualcuno che ferma la propria auto davanti a una Locanda?

No, mai. Semmai una carrozza, una diligenza, o al massimo un cavallo, ti pare? Ben per questo, stabilito che non è a cavallo, l’ho volutamente chiamato albergo. Insomma, ho già detto che ha un’ampia borsa che porta sempre con sé. Contenente spezie immagino, o gli arnesi del mestiere di cuoco? Ho detto uno scrittore di romanzi, anzi no, un serial killer che prende per la gola quelli curiosi come te. Dici davvero? Sì, ma questo non centra con quanto stavo dicendo. Allora non penso porti con sé carta penna e calamaio, no, anche perché con i moderni mezzi a disposizione, immagino utilizzi almeno un notebook o una penna per personal computer, è senz’altro così!

Niente di tutto quello che hai elencato, chi ama scrivere, e soprattutto scrivere romanzi, lo fa con una Waterman doc, o una Mont Blanc, ricca di fascino e di sicura, perentoria attualità. Sebbene si scrivano sempre meno lettere, è indubbio che la penna ancora serve per firmare assegni e trattati, relazioni ufficiali e contratti, atti pubblici e accordi internazionali, autografi e dediche, non ti pare? Non so, non ho più visto un manoscritto interamente vergato a mano da “Le mie prigioni” di Silvio Pellico. Beh, se in un certo qual modo, sono diminuite numericamente le sue prestazioni, ne ha senz’altro guadagnato la selezione e la qualità. Checché tu ne dica, quando vogliamo dare alle nostre parole significato più profondo e meditato, quando dobbiamo esprimere sentimenti con la stessa intensità con la quale li percepiamo dentro di noi, usiamo ancora la penna. Che il computer non usa forse i caratteri tipici della scrittura a mano? Lo dimostra, un French Script, o un Freestyle, o anche un Edoardian , un lucida Handwriting, solo per citarne alcuni. Del resto, che il pennino lasci un segno sottile o marcato, nervoso o regolare, secondo la diversa pressione delle dita, è comunque un segno della nostra personalità, non ti pare?

Oh! Se questo è ciò che vuoi dire, è divenuta sicuramente un accessorio prezioso, uno status symbol di raffinato design, protagonista di un collezionismo prestigioso, quanto smaccato, perché, attenzione, la penna, a differenza di un portachiavi, un accendino o di un orologio, ha una indiscreta funzione passiva. Nel senso che non accresce per questo la formazione culturale, tantomeno le capacità scrittorie di un romanziere. Inutile che ti arrampichi sugli specchi per distruggere il mio proposito di confezionare una storia che potrebbe riguardarti da vicino, la penna non ha solo una “funzione passiva”, al contrario, è presenza attiva, estremamente personalizzata, in quanto, usandola imprimiamo in modo unico, esclusivo, il sigillo della nostra individualità, della nostra sensibilità e del nostro ordine mentale.

In quanto a “ordine”, un personal computer riesce anche a farlo meglio della mente. Della tua senz’altro, non credo che la macchina potrà mai arrivare a cancellare l’uomo, il suo segno, la sua impronta individuale. Evidentemente la pensiamo in modo differente, se prendiamo ad esempio gli scrittori, penna o no, non so quanti di loro possano dirsi davvero tali, tanti sono quelli che a mano riescono appena a farsi le seghe. Disfattista, ecco quello che sei. Possiamo andare oltre, per favore? Dov’ero arrivato? Al contenuto della borsa. Certo, d’accordo, la borsa non contiene carta, penna e calamaio, come tu vuoi farmi dire, bensì un libro, anzi no, meglio, un book of days, una sorta di ricettario a uso e consumo del suo gusto impeccabile e raffinato, per ogni giorno e ogni evenienza, utile a collegare ogni evento della vita alla più terrena e sublime delle passioni umane: il cibo.

Ho già l’acquolina in bocca. Non lasciarti prendere da facile entusiasmo, si è già fermato in questa Locanda, mentre tu eri fuori e ha preparato per te una certa leccornia che spero, ti piacerà. E’ una promessa o una minaccia? Dipende. Da cosa? Da come si evolveranno certe condizioni, opportunamente favorevoli o sfavorevoli, è da vedersi in seguito. Perché c’è un seguito a quest’assurda storia. Perché dici assurda, se ancora non ho finito di raccontartela? Così, tanto per dire. Ecco vedi, hai fatto un uso improprio di una parola che, detta in questo modo, è paradossalmente illogica. E sai perché? No. Perché al più, potrà sembrare incongruente, stravagante, pazzesca. Cioè assurda, o no? Comunque, oltre al ricettario e alle molte spezie davvero ricercate, che spingono la fantasia a una voluttuosa avventura dei sensi e a prodigiose avvelenate perfidie, contiene uno spadino corto, affilato, con cui è in uso affettare l’arrosto, proprio come questo che sto adoperando io in questo momento.

Non una pistola a tamburo per fare la roulette russa, come avevi detto? Non l’ho detto. L’hai detto, ma non te lo ricordi, ammettilo. Lascia stare, ho detto un libro, un vademecum delle migliori locande della costa e un ricettario. E dai ancora con questa Locanda. E mettici anche la carrozza e il cavallo. E gli arrosti, le spezie, i veleni, lo spadino e quant’altro, sei certo di non aver dimenticato nulla? Aspetta, fammi pensare, vediamo: una buona dose di cultura letteraria e artistica, musicale e gastronomica, appassionato nella conversazione, sensibile al piacere, sublime nella passione. Incredibile, mi chiedevo dove prendessi tante buone idee per i tuoi menù? Chi l’avrebbe detto che quel buongustaio e chiacchierone di Tarquin Winot avrebbe un giorno raccolto attorno a sé tanto entusiasmo. A quanto pare ha influenzato anche te, con le sue straordinarie ricette gastronomiche, piene di vertigini del palato e virtuosismi stilistici, ma per lo più condite d’imprevedibile diabolicità.

Hai dunque letto il libro “The Debt to Pleasure” di John Lanchester, perché non me lo hai detto? In principio non immaginavo neppure di chi stessi parlando, l’ho capito man mano che andavi avanti con la storia, ma non mi hai ancora detto...Ma se non mi lasci finire di raccontare. Scusa! D’ora in poi non aprirò più bocca, promesso. Oh, parla pure se vuoi, tanto non fai altro che interrompermi e criticare per giunta. Sappi che quello che stavo per chiederti riguarda proprio il finale della storia, lì dove, in chiusura del libro, Tarquin si separa da Laura e Hywl, dicendo loro: “Avete presente la sensazione che si prova quando, mangiato mezzo biscotto, si posa da qualche parte il pezzo rimasto, e si resta con quel senso di incompiutezza, di cosa lasciata a metà, di un punto che prude e che non si riesce a grattare?

Pur trascurando tutto il resto, cosa mi dici del mezzo biscotto lasciato da qualche parte che “non si riesce più a ricordare dove?”. Che l’ho mangiato io, mentre preparavo il caffè. Ed è stato buono, di tuo gusto, sì? Vediamo, non era molto friabile, piuttosto umidiccio, direi. In quanto al gusto, sapeva troppo di cannella, con retrogusto di zenzero, o forse di noce moscata. Attenzione, l’uno o l’altro fa la differenza. In che senso? Quando ho preparato l’impasto, vi ho messo dello zenzero, che sa appena di limone, ma poi, pensando al nostro inquilino Firmino, che ci sta rosicchiando l’intera biblioteca, ho aggiunto della noce moscata, per coprire il potente veleno che vi avevo mescolato. Lo so che non dici sul serio. Non sono mai stato più serio in vita mia, come in questo momento. Dimmi che stai scherzando? Niente affatto, non per questo ritengo di aver fatto qualcosa di sporco se si prova quel tipo di sensazione, come “ ..di quando si è toccato qualcosa di contaminante o escrementizio con le mani, e non si è avuto il tempo di lavarle, e per quanto ci si pensi, non si riesce a ricordare cos’è che ci fa sentire così sporchi; e la sola certezza che si ha è quella di una macchia che non si riesce a mandar via”, cosa ne pensi?

Dico che almeno avresti dovuto avvisarmi, sapevi che se lo avessi visto, lo avrei mangiato senza indugio. Certamente, ma non immaginavo che saresti sopravvissuto anche a questo, fino a guastare il racconto di quel mio sogno ormai lontano, che aspettavo, un giorno, si sarebbe avverato. Neppure John Lanchester avrebbe potuto prevedere l’imprevedibile che è nell’essenza delle cose, che una riflessione troppo profonda avrebbe trasformato Tarquin Winot in un diabolico esecutore di morte, e solo per quel senso di incompiutezza che da sola non può colmare, a causa di un qualche “punto che prude e che non si riesce a grattare”.




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