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Una storia di Purpleone

Confessioni di una dentatura pericolosa

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7 minuti

Pubblicato il 17 marzo 2020 in Horror

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Fin da ragazzo mi sono sempre piaciuti e films e le storie sui morti viventi.

Non disdegnavo neanche i romanzi sui vampiri, golem e altre demoniache creature, ma loro, gli Zombi (preferisco la dicitura caraibica a quella inglese 'zombie') sono sempre stati i miei preferiti. Probabilmente l'attrazione per la morte e tutto il mondo fantastico e grottesco a essa correlato è un momento obbligatorio o necessario, che quasi tutti, credo, attraversano nell'adolescenza. Penso, senza voler troppo filosofeggiare, che si tratti di una naturale e umana presa di coscienza sulla caducità della vita e, inevitabilmente, dell'unica primordiale domanda: cosa ci aspetta dopo il passaggio su questa terra? Io, a quell'età, non ne avevo la più pallida idea e, a dirla tutta, nessuna delle classiche domande esistenziali mi era mai passata per l'anticamera del cervello. Leggevo racconti horror e guardavo film dello stesso tenore disegnando cataste di teschi, pipistrelli e cimiteri avvolti nella nebbia per un unico banale motivo: mi piaceva farlo.

Vidi il mio primo film sui morti viventi nel lontano 1978 e ne rimasi terrorizzato! Il titolo era 'Zombi' ed era il secondo film, sull'argomento, del regista George A. Romero. A quei tempi nessuno di noi, amante del genere o meno, era preparato a ricevere una tale sovrabbondanza visiva di sangue e budella così "reali" e, per giunta, a colori. Un vero shock! Ora, in maniera quasi distratta (ma forse è meglio dire assuefatta), un mucchio di teleutenti seguono le gesta dei cadaveri putridi che brancolano su Walking Dead, manco fossero le tranquille avventure di Tom Sawyer; ma allora, nel '78, c'era di che restare svegli la notte. Ve lo assicuro.

Adesso però qualcuno si starà chiedendo, a ragione, il perché di un tale noiosissimo sermone. Semplice: io sono uno di loro. Sono uno zombi!

Proprio così, cari miei. Un morto vivente. Uno straziatore di membra e divoratore di sanguinolente budella. Un barcollante cadavere ambulante che vaga all'insaziabile e incontenibile ricerca di carne umana da trangugiare in una sorta di raptus crudista.

Almeno in parte.

Ebbene sì, non tutte le puttanate che vi (ci) hanno raccontato sono vere. Intendiamoci, mi piace la carne umana è vero, però ad esempio, non vado bighellonando senza meta come un paraplegico appena risanato.

Quando sono a caccia ho esattamente ben chiaro dove voglio andare e come fare ad arrivarci. Certo basta un suono o un rumore per distrarmi e darmi una nuova meta, ma ciò non toglie nulla al fatto che io sappia quel che faccio. Non ho più la facoltà della parola, purtroppo, ma non emetto neppure grugniti, rantoli o qualsivoglia altra raccapricciante e inutile varietà di suoni. Piuttosto mi esprimo come un poveretto reduce da un ictus parecchio grave. Non è granché, lo ammetto, ma tra di noi è più che sufficiente per capirci. D'altronde dovete tenere presente che non è che si discuta sul tempo o della situazione politica; gli scambi di quei pochi fonemi che riusciamo ad articolare riguardano unicamente il cibo, e dove trovarlo. Una delle cose che non mi erano molto chiare, ai tempi della mia prima vita, riguardava appunto la favella: se gli zombi potevano camminare, guardare, annusare (e mica poco), inseguire e divorare e digerire, perché diavolo mai non potevano parlare? Purtroppo, con mio grande rammarico, – e forse anche vostro – questa curiosità, nonostante la mia attuale situazione, è rimasta senza risposta. D'altra parte sarebbe come se un avvocato si interrogasse sul perché, nella sua categoria, abbondino gli affetti da calvizie. Domande senza risposta, appunto.

Per un certo tempo il cibo non è stato un problema e i centri commerciali, soprattutto, erano una fantastica riserva di caccia; non eravamo ancora facilmente distinguibili dalle persone sane e azzannarne qualcuno tra le corsie era relativamente facile e poco rischioso. Poi le cose si son fatte un poco più difficili, anche per via della sciatteria di alcuni di noi: se entri in un Wall Mart con indosso i vestiti lordi del sangue della tua ultima vittima, la gente ha la tendenza a scansarti molto prima di essere a portata di fauci e, problema non secondario, molto propensa a spararti in testa appena ti vede.

Io non mi sono mai comportato così. Ho sempre avuto l'accortezza di indossare indumenti puliti e lavarmi per bene la faccia prima di ogni mia uscita sul campo e, dopo il pasto, ho sempre con me una felpa pulita da indossare. La mia è prudenza ma anche dignità. E che cavolo! Siamo morti viventi ma non per questo dobbiamo andare in giro come straccioni.

Ora le cose si stanno facendo più difficili e la mancanza di generi di sussistenza sta creando non poca competizione tra di noi. Se qualcuno del clan ti sorprende mentre sei intento nelle tue libagioni corri il rischio – meglio dire la certezza - di essere espropriato, e in malo modo, del frutto delle tue scorribande. Niente più solidarietà di gruppo ormai. Ognun per sé e così via. Se invece vieni sorpreso da un vivo armato sei bello che spacciato: un colpo in testa e amen, vai nell'oltretomba degli zombi con ancora la bocca piena.

A questo punto mi sembra di vedere una mano alzata, laggiù tra quelli dell'ultimo banco che, come loro solito, cercano di creare imbarazzo con la più scontata delle domande:

"…e con le donne come fate?"

La risposta è che non facciamo niente! D'altra parte come potremo? Questa nuova condizione è orientata quasi esclusivamente a garantire la sopravivenza (in maniera trucida, invero) e, di conseguenza, ogni forma di empatia o desiderio che non sia rivolto al cibo, è stata accuratamente rimossa dall'elenco delle priorità. Quindi, scordatevi possa esistere un qualsiasi interesse per l'altro sesso. Viceversa, e anche questa volta non mi spiego il perché, non siamo del tutto insensibili alla bellezza del cielo stellato o di un'alba o un tramonto.

E ora passiamo al vero succo di tutto questo mio blaterare: perché siamo diventati zombi e quale è la discriminante con il resto dell'umanità.

Sfatiamo innanzi tutto un altro falso mito: "se vieni morso da uno zombi, o se muori per una qualsiasi altra causa, diventi zombi a tua volta". Un'emerita fesseria! Se uno zombi ti morde stai pur tranquillo che, almeno per la maggior parte della volte, quello ti si mangia pure e per intero. Se invece riesci a sfuggirgli muori comunque, per infezione, nel giro di qualche giorno; inoltre, se qualche zombi poco schizzinoso ti trova, vieni mangiato lo stesso, anche se la tua carne è andata un poco a male. Lo stesso succede se tiri le cuoia per qualsiasi altra causa di morte, naturale o meno. Niente risurrezione a morto vivente come la maggior parte di noi ha sempre creduto. Resti sul posto stecchito finché prima o poi uno zombi ti trova e ti divora.

Come dire che zombi si nasce, non si diventa.

Ti svegli (per modo dire) una mattina e, come capitato a tutti noi, hai fame. E non di cereali o uova e pancetta. Nossignore, hai fame di carne umana. Ti guardi allo specchio e nulla sembra essere cambiato, se non un leggero accenno di occhiaie un poco più scure del solito. Poi esci e salti addosso al primo vivo che incontri. Tutto qui.

Non ho assolutamente chiaro il perché possa capitare a un'intera famiglia di essere 'zombizati' e niente succeda al vicino di pianerottolo, o perché il cambiamento non sia avvenuto per tutti nello stesso momento. Come ho detto prima ci sono domande senza risposte.

Qualcuno dice che si tratta di un virus inventato dall'esercito, qualcun altro incolpa la natura che, arrivata al limite, si è incavolata di brutto e ha deciso di farci fuori; altri sostengono si tratti di una punizione divina, una sorta di nuova Sodoma e Gomorra e altri ancora, i puristi, sostengono che siamo stati riportati in vita da magiche pratiche "Voodoo"; ma la verità, date retta a me, è che ci sono tante ipotesi quanti sono i buchi di culo che le mettono in circolazione. E, per quanto mi riguarda, hanno tutte lo stesso valore.

Fermi lì. Un poco di luce sta filtrando dalle persiane.

Si sta facendo giorno e inizio a sentire un certo languorino; aspetterò che spunti il sole poi uscirò per cercarmi la colazione. Oggi è un altro giorno.

Ci si vede fuori, se capita. Ciao.


16 marzo 2020



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