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Una storia di FrancescoMorrone

Il ricordo che ho di te

Romanzo

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43 minuti

Pubblicato il 10 maggio 2020 in Storie d’amore

Tags: #Romanzo #Libro #Destino #FranciesMorrone #Amore

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Francies M. Morrone

Il ricordo che ho di te


The longest mile

Grazie alla donna che amo, colei che mi ha aiutato a creare questo romanzo, concepito dall’idea di potermi perdere.


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Tutti i fatti e i personaggi all’interno di questa storia sono inventati. Qualunque avvenimento riconducibile alla vita reale è puramente casuale.

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Ringraziamenti


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The world isn’t perfect, so that’s why we need each other.

Il mondo è imperfetto, proprio perciò abbiamo bisogno l’uno dell’altra.

(Francies M. Morrone)


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Davis

Davis era seduto sul sedile del treno diretto a Charleston e aveva lo sguardo rivolto verso le montagne e il paesaggio che in quel momento sfrecciavano veloci. Era successo tutto così in fretta, che quasi non aveva avuto il tempo di avvertire Greg, il suo capo, riguardo questa sua improvvisa partenza per Charleston, lasciando la sua solita routine di città a Manhattan, il suo lavoro, lo studio legale e la Warm. Greg gli aveva affidato un ultimo incarico, prima di diventare a tutti gli effetti socio della Warm Protection, la famosa compagnia legale per cui lavorava da un anno a questa parte. Ma quell’imprevisto, aveva fatto ritardare la faccenda, e così, adesso, si trovava su un treno diretto verso l’aperta campagna, in un viaggio che sarebbe durato non meno di sei ore.

Aveva ricevuto la chiamata da parte di Kate giusto un paio di giorni prima, anche se lui aveva saputo dell’incidente di Jason, poco prima che sua sorella lo chiamasse. Sua sorella Kate, però, aveva voluto informarlo ugualmente. Era stata una notizia che lo aveva colpito molto, e di certo venire a conoscenza che Jason, il fratello di Charlie, era deceduto in seguito a un brutto incidente, non era ciò che si sarebbe aspettato di sentire, la mattina in cui si era svegliato, in una giornata qualunque, per recarsi in ufficio. In verità, era da un po’ di tempo che la sua vita gli sembrava come se fosse sempre la stessa, un po’ come se lui fosse fermo in un punto, e non stesse andando né avanti né indietro. Probabilmente, quando raggiungevi i tuoi obbiettivi, e una stabilità nella tua vita, era così che ci si doveva sentire, aveva pensato lui.

A ogni modo, la notizia di Jason lo aveva colpito profondamente, tanto che la sera in cui aveva scoperto ciò che era successo al fratello di Charlie, Davis aveva fatto fatica a dormire, e anche nei giorni successivi era stato scosso da terribili incubi nei quali lui si trovava a dover salvare Jason, ma alla fine non ci riusciva mai. Ricordò che il giorno dopo in cui aveva appreso quella terribile notizia, quando si era alzato la mattina seguente gli era tornato in mente suo padre, nonostante non pensasse a lui da anni, ormai.

Suo padre, Walter Finn Adams era morto in Afghanistan sei anni prima, per via di una guerra che perversava ancora oggi. La morte di suo padre, che lui volesse ammetterlo o meno, gli aveva creato una ferita che non si era ancora rimarginata del tutto.

In quel momento, mentre il treno si dirigeva verso Charleston, ricordò di una ragazza che aveva conosciuto subito dopo essersi trasferito nell’appartamento di Manhattan, dopo aver firmato il contratto con la Warm. Lei era una psichiatra, e aveva uno studio in città. Si erano conosciuti nel bar all’angolo, vicino l’appartamento di Davis, e mentre una sera si erano ritrovati soli nel salotto di casa, con in mano un bicchiere di vino, lei gli aveva fatto una sorta di seduta, e dalla diagnosi risultava che lui aveva un forte trauma dovuto all’abbandono. Dopo aver sentito ciò, ci aveva riflettuto a lungo, ma era giunto alla conclusione che lui si stava bene. Insomma, lavorava, e usciva con Greg, e qualche volta incontrava occasionalmente qualche ragazza con cui usciva per un paio di settimane, anche se le relazioni che si era creato negli ultimi anni non erano si erano mai addentrate così tanto profondità. Di solito, duravano al massimo un paio di


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settimane, non di più. Neppure con i suoi attuali colleghi, a dire il vero, aveva mai stretto un vero e proprio legame, ma a lui andava bene così. Era normale, in fondo, non legarsi a qualcuno fin da subito. E, in effetti, qualcuno c’era stato. Con Greg aveva stretto un profondo legame d’amicizia. Anche se lui, era quindici anni più grande di lui, aveva una famiglia, e più che un rapporto d’amicizia era più una sorta di fratello maggiore per Davis. Quella sorta di mentore e guida che Davis non aveva mai avuto davvero.

Gli era capitato molte volte, quando ancora era piccolo, di vedere i suoi compagni di scuola andare a gare padri e figli, oppure quando accompagnavano i propri figli a pesca, alle partite di football, o anche ai vari rodei che si tenevano nelle grandi città. E ogni volta, questo gli aveva fatto terribilmente male, al tempo.

Suo padre non aveva mai fatto tutto ciò, lui non c’era mai stato, e questo, nonostante fossero trascorsi anni, sentiva che il ricordo gli provocava ancora un certo dolore. Eppure, lui era cresciuto ugualmente, finché non compì diciotto anni. Fu proprio allora che lui vide suo padre per l’ultima volta.

Ricordò di avergli letteralmente urlato contro tutto ciò che per lui era un padre, mentre suo padre era rimasto calmo e impassibile per tutto il tempo, quasi come non gli importasse granché ciò che pensava di lui. Fu il giorno prima che suo padre partì per tornare in Afghanistan. Qualche settimana dopo, qualcuno bussò alla porta di casa, e un colonnello informò sua madre, mentre lui era all’ultima partita della stagione di football della scuola, che suo padre era morto in seguito alla caduta di un reattore di un aereo, durante un viaggio di trasferimento. Il suo plotone era andato avanti, in modo che suo padre potesse riparare il vecchio furgone con il quale l’esercito trasportava gli uomini. Era sulla strada verso il campo d’addestramento, quando dal nulla cadde il motore di un b-52. Si salvarono tutti, tranne suo padre, poiché il motore dell’aereo precipitò proprio sul furgone militare che lui avrebbe dovuto riparare, e suo padre, essendo anche un buon meccanico aveva deciso di guidarlo fino al campo d’addestramento. Forse, quella particolare dote, una dote che gli aveva tramandato a Davis, lo aveva segnato.

Quando lui tornò a casa, rammentò che l’unica cosa che gli venne in mente, furono le probabilità con le quali ciò che era accaduto potesse succedere. Ripensandoci tutt’oggi, era piuttosto improbabile. Quando vivevi in un paese in guerra, le probabilità di morte erano davvero alte, ma la dinamica di quell’ accaduto era decisamente assurda.

D’altra parte, Davis non aveva mai smesso di chiedersi se avesse potuto fare qualcosa per evitare che accadesse. Oppure, era perché non riusciva a non pensare alle ultime parole che aveva detto a suo padre. Parole d’odio, colme di una rabbia non sua.

Non aveva mai smesso di provare quel genere di sentimenti per suo padre, questo era vero, anche per tutti i momenti in cui aveva avuto bisogno di lui durante la sua crescita e lui non c’era mai stato, ma di certo non lo aveva mai odiato davvero.

Erano passati sei anni da allora, ma quando aveva saputo di Jason, in qualche modo, l’avvenimento gli aveva riportato alla mente gli ultimi attimi insieme a suo padre. Dopodiché, lui si trasferirsi per il college, a New York, lasciandosi alle spalle tutto quanto, il suo passato, suo padre e… Charlie.

Adesso, dopo sei anni, era tornato, in seguito a un’incidente che aveva tolto la vita a Jason, e lui non riusciva neppure a immaginare come doveva sentirsi Charlie, dopo aver perso Jason.


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Forse, era per via di ciò che era successo, ma negli ultimi giorni non aveva smesso per un secondo di pensare a lei.

Davis sapeva bene che decidendo di tornare a Charleston, l’avrebbe rivista, ma aveva anche considerato il fatto che adesso erano passati sei anni, ed entrambi dovevano essere andati avanti con la loro vita. Forse, ciò che lo faceva stare peggio, era che fu proprio lui a decidere di abbandonarla lì, attraverso una semplice lettera recapitatole da suo fratello Jason, perché Charlie era troppo impegnata a piangere nella sua stanza, per via di ciò che stava accadendo allora.

Erano passati anni da quel momento, e lui aveva avuto modo di formare il suo carattere in un’azienda come la Warm. In tutti gli anni in cui aveva vissuto da solo, aveva dovuto scendere a patti con sé stesso, e molte volte, per via del lavoro che faceva, aveva dovuto adattarsi e lasciare da parte i suoi valori, quelli che sua madre gli aveva insegnato.

Proprio così, era un avvocato. Ma non era un semplice avvocato, con un piccolo studio in centro Manhattan, bensì, nell’ultimo anno, aveva lavorato per una delle più grandi sedi legali della città, la Warm Protection, la quale lo aveva istruito sul campo e lo aveva fatto diventare la persona che era oggi.

Era strano, però, tornare proprio dov’era cresciuto, là dove il suo sogno era nato. Il motivo principale che lo aveva spinto a laurearsi in giurisprudenza. Infatti, era stato il suo enorme senso di giustizia, e la passione di difendere la verità e chi non poteva permettersi di farlo da solo. Aveva sempre combattuto per i più deboli, e per tutti coloro che non avevano la forza di difendersi da soli. Ma con gli anni, questi suoi concetti cambiarono, soprattutto durante l’università.

Questa rivelazione non gli venne dal nulla, ma lo capì con un susseguirsi di eventi. Più precisamente, la prima volta, successe nel momento in cui fece a pugni con Evans Coleman, molti anni prima, il quale frequentava la sua stessa università.

Faceva parte di una confraternita chiamata Gli Eletti, e a lui non era mai stato troppo simpatico. Una sera, si era tenuta una grande festa al campus. Una consuetudine che ricorreva in quegli anni, erano proprio le feste che si tenevano all’interno del campus.

C’era una ragazza, al tempo, molto minuta di costituzione e con un paio di grossi occhiali; non era molto popolare, in effetti, e lui la ricordava bene. Molte persone all’interno del campus tendevano ad evitarla, ma a lui era sempre sembrata una brava ragazza, tanto che aveva scambiato con lei quattro chiacchiere, di tanto in tanto, quando gli capitava di incontrarla ai corsi di letteratura o di storia. Qualcuno la definiva addirittura strana, solo perché se ne stava per la maggior parte del tempo per conto suo e non aveva molti amici. Ma Evans, la sera della festa, iniziò a prenderla di mira peggio del solito.

C’erano molte persone alla festa, ricordò lui, mentre, proprio in quell’istante, il treno passò lungo un’enorme distesa d’erba e di cambi dove alcuni cavalli correvano liberi vicino un mulino poco distante.

D’altra parte, però, non vi fu nessuno che ebbe il coraggio di farsi avanti e difendere quella povera ragazza, un po’ perché temevano Evans e un po’ perché alcuni di loro trovavano divertente il fatto che quella povera ragazza venisse presa di mira in continuazione.

Lui era seduto proprio di fronte l’enorme arco in pietra, vicino a Washington Square Park, dove si stava tenendo la festa. Un evento piuttosto normale, per quei tempi, e lui non riusciva a ricordare un fine settimana all’università in cui non si era tenuta una festa simile.


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Comunque, Evans era insieme al suo solito gruppo di amici, tra i quali c’erano anche Lance e Cookemerk, due giovani figli di papà che, esattamente come Evans, si comportavano, infatti, come dei giovani e ricchi viziati. Tendevano a prendere di mira quelli che loro consideravano meno popolari, o i più deboli, e lui non riusciva a sopportarli per questo. Evans era praticamente il capo lì in mezzo, e solitamente, lui avrebbe lasciato perdere, conoscendolo. Ma quella sera, il ragazzo non si limitò a prendere in giro quella povera studentessa, con le sue solite battute da perfetto imbecille, bensì, tutto a un tratto, si era avvicinato alla ragazza e le aveva versato la birra addosso.

In quei pochi istanti, lui non ci vide più, e prima che Larry e Tracy ‒ i suoi vecchi amici di college ‒ lo fermassero, si gettò addosso a Evans. Una volta a terra, cominciarono a prendersi a pugni, fino a quando la vigilanza del campus non li fermò.

Il giorno seguente, lui fu convocato dal rettore e fu ammonito. Ciò stava a significare che, se avesse commesso un altro errore, sarebbe stato sbattuto fuori. Mentre, invece, ad Evans non successe nulla, e, come sempre, ci sarebbe stato il paparino a tirarlo fuori dai guai.

Nei giorni che susseguirono da quell’evento, Davis rifletté molto, e anche i suoi amici Larry e Tracy gli dissero che non poteva continuare a fare così, finendo nei guai solo perché voleva cercare di fare la cosa giusta.

Il mondo, a sentire loro, non funzionava in questo modo. Però, circa una settimana dopo dall’accaduto, lui era in biblioteca a cercare qualche libro sulla Rivoluzione francese, e incontrò per caso quella ragazza. Lei lo ringraziò, timidamente, e anche se sapeva che di ingiustizie ne era pieno il mondo, a lui quel gesto bastò per ripagarlo.

Fu un momento strano, a dire il vero, perché lui rifletté molto su quella vicenda ultimamente, in seguito all’ultimo caso che Greg gli aveva assegnato.

Dopo quel fatto, il suo unico intento, fu quello di affermarsi come grande avvocato, e quindi si concentrò esclusivamente a studiare, per passare gli esami in fretta.

Gli anni passarono, e dopo aver ottenuto la laurea in una delle più prestigiose università di New York, fece il tirocinio in una società legale nel New Jersey, e dopo soli sei mesi, i suoi superiori iniziarono a notarlo.

Non ci volle molto che la notizia di un giovane e talentuoso neo avvocato si spargesse.

Poco tempo dopo, l’azienda in cui stava svolgendo il tirocinio gli comunicò che una delle più famose società legali di Manhattan voleva fissargli un colloquio.

Il periodo di prova durò circa tre mesi, e anche se di solito una società come la Warm Protection aspettava almeno un anno prima di far firmare un contratto a un giovane avvocato venuto dal nulla, proprio come lui, lo assunsero ugualmente, offrendogli un posto prestigioso nella loro azienda. Conobbe Greg poco tempo dopo aver iniziato a lavorare per la Warm.

Greg, fin dal primo momento, lo trattò un po’ come si faceva con un fratello più piccolo e lui apprezzò questo, tanto che strinse un vero e proprio rapporto di fiducia reciproca. Dopodiché, diventarono amici.

Il fatto che fosse amico di uno dei soci più importanti dell’azienda, non aveva nulla a che fare con la sua recente promozione, e per questo doveva tutto al suo talento.

Greg sapeva quasi tutto su di lui, e in questo anno trascorso a lavorare per la Warm, i due erano diventati amici. Davis, gli aveva parlato anche di suo padre, nonostante all’interno della società nessuno fosse a conoscenza del suo passato. Difatti, nessuno dei suoi colleghi conosceva la sua famiglia, o la sua storia, prima di trasferirsi a Manhattan, e probabilmente, questo, anche


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perché lui stesso non vedeva la sua famiglia da sei anni, quasi. A lui non era mai piaciuto raccontare tante cose sul suo conto, ma con Greg era diverso. Era come se, in qualche modo, lui riuscisse a leggergli dentro. Forse, era per via della sua età, ma era come se a Greg non potesse nascondere quasi nulla.

Greg era stato un po’ come il suo mentore durante il tempo trascorso alla Warm, e in lui, Davis, aveva trovato una persona buona di cui potersi fidare.

Il loro senso di giustizia era diverso dal resto delle persone che lavoravano per l’azienda, ma con il tempo ci avevano fatto entrambi l’abitudine.

Nel mondo in cui viveva lui, non esistevano buonismi di ogni sorta. Poiché, lui aveva imparato che fare la cosa giusta, quasi sempre non ripagava. A maggior ragione, se facevi l’avvocato. Quindi, nel tempo trascorso fuori di casa, da solo, si era dovuto arrangiare come meglio aveva potuto, costruendosi e mutando i propri valori, e lasciando da parte quelli con cui era cresciuto. Questo, probabilmente, aveva dato i suoi frutti, poiché a circa un anno dalla sua assunzione, la Warm aveva deciso di proporlo come socio ufficiale, e lui avrebbe dovuto lavorare al fianco di Greg. Poco male, ricordò di aver pensato lui, al tempo. Anche se sapeva che quella una volta fatto quel passo, tornare indietro sarebbe stato davvero complicato.

Ma adesso, era altro ciò che aveva per la testa. Il treno lo sballottò a destra e poi a sinistra, per via delle rotaie dissestate. E mentre succedeva, lui si accorse che ciò era capitato spesso nell’ultima mezz’ora, e anche se quello era il viaggio più scomodo che lui avesse mai fatto, era sempre meglio che guidare per dodici ore da New York fino nel South Carolina.

Mancavano ancora molte ore prima del suo arrivo, e Davis continuò a chiedersi quale sarebbe stata la reazione di Charlie, nel vederlo lì, al funerale di Jason. Ma soprattutto, continuò a domandarsi cosa avrebbe detto lei se avesse saputo quanto era cambiato, in tutti questi anni.

In parte, era ben consapevole che se avesse voluto lavorare per un’azienda come la Warm, non avrebbe potuto permettersi di essere un principiante alle prima armi. Non poteva mettere davanti a sé la sua moralità. L’obbiettivo era vincere, che si trattasse di una causa oppure della vita stessa.

D’altra parte, lui si era fatto conoscere da Charlie in una maniera del tutto differente. Lei aveva conosciuto il vero Davis.

Forse, era davvero cambiato, si disse, mentre il treno continuava la sua rotta verso la città in cui era cresciuto. E fino ad oggi, non aveva mai avuto neppure un istante per fermarsi a riflettere su ciò che aveva fatto e a cosa stava facendo. Da quando, però, aveva ricevuto la telefonata da parte di sua sorella, Kate, qualcosa lo aveva spinto a riflettere di più sul suo operato, e non sapeva cosa avrebbero detto le persone che vivevano a Charleston, o la sua stessa famiglia. Forse, era proprio per questa ragione che aveva deciso di distaccarsi anche da loro, rifletté, mentre il sole calava lento e si trasformava nel crepuscolo della sera, e le prime stelle in cielo iniziavano a spuntare una dopo l’altra.

In quel momento, gli tornò ancora una volta in mente Charlie, e si chiese se con lei fosse riuscito a fare lo stesso, mentire proprio a lei, e se in quei giorni sarebbe riuscito ad essere così distaccato, per far finta che lei non fosse contata nulla.


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Quando il treno arrivò nella stazione di Charleston, Davis si rese immediatamente conto che nel South Carolina la temperatura era decisamente più calda che a Manhattan. C’era quel genere di clima atmosferico ideale; né troppo umido né troppo asciutto. Probabilmente, era questa la ragione per cui, non appena lui era sceso dal treno, aveva sentito una sorta di profumo familiare nell’aria, e ciò gli aveva riportato alla mente molti ricordi lontani, di quando ancora viveva da quelle parti.

Mentre aspettava che Kate lo venisse a prendere, come aveva promesso di fare, quando si erano sentiti al telefono un paio di giorni prima, continuò a chiedersi se fosse stata la decisione giusta, quella di tornare. Aveva sicuramente bisogno di una vacanza dal lavoro, dopo un anno passato alla Warm, e forse gli sarebbe servito un po’ di riposo, pensò.

Aveva la borsa issata in spalla, e in quel momento rimase ad osservare le persone passare, mentre passeggiavano tranquillamente per le strade della tranquilla cittadina, in quella calda giornata di sole. Si era costruito una vita nuova, completamente diversa a Manhattan, ma la verità era che Davis era cresciuto lì, a Charleston. Eppure, dopo tutti quegli anni in città, non sapeva quanto in fretta si sarebbe abituato a tutto ciò. Anche perché, non appena sceso dal treno, e dopo essersi ritrovato di nuovo a Charleston, dentro di sé non avrebbe voluto affrontare nulla di tutto questo. Improvvisamente, la voglia di salire sul primo treno diretto a Manhattan fu piuttosto forte.

Il fatto di vedere la sua famiglia, dopo tanto tempo, lo metteva un po’ in soggezione, oppure era semplicemente il fatto che sapeva che avrebbe rivisto Charlie, prima o poi.

A ogni modo, aveva bisogno di un po’ di tempo per riflettere, visti i recenti avvenimenti, e non era solo per via di Jason, anche se quello era stato il motivo principale che l’aveva spinto a prendere tutto e partire così da un giorno all’altro.

Erano anche altri i motivi che lo avevano spinto a partire, però.

Pochi giorni prima della sua partenza, aveva avuto una sorta di discussione con Greg, e per quanto lui avesse cercato di spiegare il suo punto di vista all’amico, non c’era riuscito come avrebbe voluto.

Era sempre la stessa storia, e lui avrebbe voluto avere una scelta di fronte ai casi che la sua azienda gli dava da eseguire. Forse, era un comportamento egoistico il suo, o da buonista, ma non era piacevole quando eri praticamente costretto a fare ciò che non volevi fare. Questo, Greg avrebbe dovuto capirlo. Invece, sembrava più concentrato sugli sviluppi della azienda, e sulla sua crescita. Secondo lui, infatti, Davis avrebbe dovuto smettere di comportarsi come un ragazzino, e avrebbe dovuto crescere.

Era un’azienda multimilionaria, in fondo, quella per cui lavorava adesso. Quindi, avrebbe dovuto farsi meno scrupoli e svolgere il suo lavoro come aveva sempre fatto, in maniera impeccabile e senza lamentele, almeno questo secondo i criteri della Warm.

Ciò che lo aveva deluso di più in tutta quella storia, era stato il fatto che, almeno da parte di Greg, si sarebbe aspettato un minimo di comprensione. Invece, aveva trovato solo un muro. Questo lo aveva portato a riflettere molto. Che avesse sbagliato tutto, fino ad ora? Si chiese, mentre i raggi del sole gli scaldavano il viso, e mentre aspettava di fronte la stazione e i passanti sembravano così presi dalla loro routine quotidiana, ignorando quasi del tutto la sua presenza lì, e la sua storia. Forse, rifletté, era questo il prezzo da pagare per diventare socio di una delle più importanti aziende legali di Manhattan. Be’, a dire il vero, ciò non era ancora successo.

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Non in maniera ufficiale, per lo meno. Prima, avrebbe dovuto risolvere un ultimo caso, forse il più difficile che lui avesse dovuto affrontare.

L’uomo che avrebbe dovuto difendere, era un certo Ray Thompson, un magnate della finanza, il quale, nell’ambiente, era conosciuto come Share, e non solo per via del suo grugno, bensì, il motivo per cui gli avevano affibbiato quel nome, oltre che per il suo viso pieno di cicatrici che assomigliava a un grugno di uno squalo, era per via delle aziende a cui aveva dato del filo da torcere. Sembrava proprio che questo Ray facesse il bello e il cattivo tempo all’interno delle grosse aziende di New York.

Aveva sentito una storia sul conto di questo Thompson, e Greg gli aveva raccontato che una volta aveva fatto fallire un’intera azienda perché a Ray non era piaciuto il modo in cui il proprietario della Mino tech, un grosso capitano d’industria che forniva energia elettrica a tutta Financial District e Battery Park, lo aveva guardato in un modo che a Ray non era piaciuto. Inoltre, Ray, si era dato alla distribuzione globale di giocattoli, e accessori per bambini. Davis, aveva trovato un controsenso piuttosto ironico, il fatto che un individuo come Ray Thompson, lo stesso individuo che voleva far chiudere una scuola elementare per aprire una nuova e ancora più grossa azienda, distribuisse prodotti che sarebbero andati proprio a dei bambini.

Eppure, non era stato questo il motivo che gli aveva fatto sorgere dei dubbi sul trattare o meno il caso di Ray, e anche se Thompson era un vero stronzo, non vi era ancora una legge che non gli permetteva di esserlo. Era come se Ray fosse sempre un passo avanti, rifletté lui, in quel momento.

D’altra parte, ciò che aveva in mente di fare Ray era a dir poco ragguardevole, e andava contro ogni sua etica morale. Ciò che Ray aveva in mente di fare, infatti, era far chiudere un’intera scuola in centro Manhattan, esattamente sulla Subset Boulevard, dove c’era la scuola elementare Ashton, per poter costruire quella che sarebbe stata la sede centrale della sua enorme catena d’aziende, la Jonas ’s Future.

Ricordava ancora il giorno in cui era stato a pranzo insieme a Greg, Ray Thompson e due suoi portavoce. Il compito di Davis sarebbe stato quello di trovare qualsiasi appiglio per far sì che la scuola chiudesse, mentre Greg si sarebbe occupato della parte amministrativa, e che tutto fosse, come dire, in regola. Lui era consapevole che, con un’approfondita ricerca, e vista la sua bravura, sarebbe riuscito a trovare un cavillo che avrebbe portato la scuola di Gaston Richfield, direttore e preside della scuola elementare Ashton e delle medie private Giligard, a chiudere.

Davvero sarebbe stato in grado di farlo, si chiese. Insistentemente, ripensò a quei fatti, mentre aspettava che sua sorella passasse a prenderlo in auto. Ci sarebbero volute almeno quattro o cinque settimane per iniziare le pratiche. Quindi, lui avrebbe dovuto studiare un modo, in queste tre settimane, per far sì che la scuola chiudesse, in modo da dare campo libero alla Jonas ’s Future. E Davis avrebbe dovuto decidere se continuare a lavorare per la Warm, facendo sì che migliaia di bambini rimanessero senza scuola, oppure avrebbe potuto rifiutare il caso, ma avrebbe perso il posto. Non sembrava avere molta scelta. E, in fondo, non ce l’aveva neppure con Greg per questo, e sapeva benissimo che eseguiva solo degli ordini.

Quel lavoro gli avrebbe dato possibilità infinite, e contatti con le più alte sfere. Una prospettiva dignitosa per il suo futuro. Ma a quale prezzo, si domandò in quell’istante, mentre nella stazione di Charleston, nella quale non metteva piede da anni, ormai.

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Due giorni dopo dalla discussione con Greg, era nel bar sotto gli uffici della Warm, mentre stava mangiando un panino e bevendo una spremuta d’arancia. Fu allora che diedero la not izia dell’incidente di Jason. Inizialmente, non ci aveva fatto molto caso, d’altronde notizie simili, per quanto devastanti, succedevano tutti i giorni. Infatti, il notiziario riportava che un’auto era uscita fuori strada intorno alla mezzanotte della sera prima. Le circostanze erano ancora da chiarire, come, d’altronde, il motivo per cui l’auto era uscita di strada, ma il notiziario aveva detto che era successo poco distante da Charleston, sull’autostrada che portava fuori città.

In quel momento, quando il nome di Jason apparve sullo schermo della tv, Davis ricordò di aver chiesto alla barista di alzare subito il volume del televisore, e quest’ultima lo aveva fatto. Si era messo ad ascoltare la notizia fino alla fine. Jason non si era messo alla guida ubriaco o chissà cos’altro, ma poteva darsi che stesse correndo troppo, fino a quando l’auto, una vecchia Camaro del ’71, era uscita di strada ed era andata a scontrarsi contro il guardrail. Nessun testimone, e neppure uno straccio di auto che passasse. D’altronde, quella strada era poco frequentata, da sempre.

Ricordò che alla vista dell’auto completamente accartocciata, gli era venuto un senso di nausea, e per il resto della giornata si era chiuso nel suo ufficio e si era messo a riflettere un po’ su tutto, fino a quando sua sorella non lo aveva chiamato.

Mentre era lì, di fronte la stazione di Charleston, quattro giorni dopo aver parlato con sua sorella al telefono, in attesa che lei passasse a prenderlo in auto, si chiese ancora una volta se avesse fatto bene ad andare. D’altra parte, era inutile preoccuparsi; ormai lui era cambiato. Era una persona diversa. Adesso, era più forte. Era un uomo, e avrebbe affrontato ciò che c’era da affrontare, punto e basta.

A dirla tutta, pensava che Greg l’avrebbe presa peggio, quando, un paio di giorni prima, gli aveva comunicato che sarebbe partito per tornare a Charleston, per via del funerale.

Contro ogni sua previsione, invece, non aveva fatto molte storie, e anzi, poiché si trattava solo di tre settimane, gli aveva consigliato di pensare bene alla proposta di diventare socio dell’azienda.

In quell’istante, sentì il suono del clacson di un’auto, si voltò, e vide una persona di fronte alla stazione, sporgersi con la testa fuori dal finestrino. Stava su una monovolume di colore nero, perfetta per una famiglia con dei bambini come quella di Kate.

I capelli biondi di sua sorella rifletterono i raggi del sole, mentre lei continuò a chiamarlo, sporgendosi ancora di più dal finestrino dell’abitacolo.

«Ehi, Davis. Da questa parte!»

Lui prese la valigia e si diresse verso di lei. Dopo aver caricato il suo bagaglio, montò in auto. Erano anni che non vedeva Kate, e adesso ce l’aveva proprio di fianco. Sua sorella, a quel punto, si rivolse a lui.

«Ciao Davis!» fece sua sorella, con un gran sorriso. «Come stai?» aggiunse poi, entusiasta. «Bene.» rispose lui, in tono normale. «Dov’è Alyssa?» domandò poi, vedendo solo il piccolo Noah nella sua culla, mentre dormiva beatamente.

«A casa con la mamma.» rispose, sua sorella. «Sembra che non voglia proprio staccarsi dai quei dannati videogame.» spiegò, poi.

Lui sorrise, dopodiché Kate si diresse verso Charleston, la quale distava a poco meno di mezz’ora di strada da lì.


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Durante il tragitto, colse l’occasione per riallacciare un po’ i rapporti con sua sorella, e lo fece. Anche se essere lì, in auto con lei, mentre si stavano dirigendo verso Charleston, gli risultò in qualche modo strano.

«Ci saranno i campionati di rodeo.» annunciò d’un tratto Kate, tenendo entrambe le mani salde sul volante, e concentrandosi sulla strada di fronte a sé. I suoi occhi azzurri erano coperti dalle lenti degli occhiali da sole, perciò lui non riuscì a vedere l’espressione di sua sorella, anche se sembrava decisamente contenta di vederlo e di informarlo di un evento a cui non assisteva da anni.

I campionati di rodeo si tenevano a Charleston fin dal momento in cui John Wesley Harding, famoso cowboy dell’epoca, portò la passione per i rodei proprio nella sua città. Dopo la sua morte, circa nel 1895, i cittadini di Charleston decisero di mantenere quella ricorrenza fino ad oggi. Tutti i veri cowboy e gli appassionati di rodeo conoscevano il famoso campionato di rodeo di Charleston. Così, con il tempo, la città in cui era nato iniziò ad essere riconosciuta proprio per via dei rodei che si tenevano. Esattamente, in una grossa arena di fronte alla spiaggia, costruita dal primo sindaco della piccola cittadina, nel quale coraggiosi sfidanti mostravano le proprie abilità cavalcando indomiti cavalli, mentre questi animali si dimenavano all’interno di un’arena che ormai era diventata un vero e proprio simbolo per l’intera comunità. In effetti, in maniera letterale, poiché il simbolo di Charleston era proprio un cowboy sopra un cavallo che scalciava, e non era un caso che fosse il simbolo della storica cittadina. Lo stesso valeva per il suo vecchio liceo, la Charleston ’s Highschool. Lo stessa che aveva frequentato Davis, e dove aveva incontrato Charlie, dopo che lei si era trasferita in città.

Addirittura, il nome della squadra di football per cui giocava al liceo era Wild Horse, ma in questi anni Davis non sapeva se le cose fossero cambiate, e se le persone che vivevano a Charleston si fossero stufate di vedere quel vecchio simbolo ovunque. A ogni modo, lui aveva un ricordo molto particolare di quel rodeo, poiché sei anni prima, prima che lui si trasferisse definitivamente a New York per studiare all’università, aveva assistito proprio a uno di quei rodei, ed era riuscito a convincere Charlie a parteciparvi.

Inizialmente, poco dopo essere partito, il solo sentire nominare un rodeo, oppure vedere qualsiasi cosa lo riconducesse ad esso, lo aveva fatto stare male, ma forse era perché ciò gli faceva venire in mente, in maniera inevitabile, Charlie.

Adesso, dopo sei anni dall’ultima volta che era stato a Charleston, sentiva una sorta di nostalgia nel vedere gli enormi cartelloni appesi ai lati della strada che annunciavano l’inizio del torneo.


Arrivarono di fronte le porte della piccola cittadina verso l’ora di pranzo, e una volta attraversati i due familiari incroci e aver svoltato verso Felisian Park, lo superarono, e si diressero verso casa. L’auto entrò nell’enorme proprietà, attraverso l’imponente cancello in ferro battuto. Kate, si fermò proprio di fronte casa, e lui ebbe il tempo di esaminare la proprietà dopo anni che non vi metteva piede.

Una struttura che affacciava sulla cittadina di Charleston e sullo splendido lago limpido, posto di fronte il giardino sul retro della struttura. Suo padre, acquisto l’intera proprietà che era solo una palude. Dopo tanti sforzi e sacrifici, fatti insieme a sua madre, quando Kate era solo una bambina e lui non era ancora nato, la riportò a nuovo, e adesso poteva ammirare la splendida


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villetta che era messa lì da più di vent’anni, nella quale erano vissuti Sua madre, Kate, Luke e i suoi nipoti, Alyssa e Noah. All’estremità opposta, vi era solo boscaglia, e da lì si potevano osservare le montagne che circondavano Charleston.

Era passato tanto tempo, e fu un momento davvero particolare trovarsi di nuovo lì, dopo tutti quegli anni. Ormai, era abituato agli alti palazzi grigi che si vedevano in città, ai centri affollati pieni di turisti, e alle luci dei grattacieli che illuminavano Battery Avenue, facendola apparire come una specie di sala giochi dall’alto, soprattutto quando rimaneva nel suo ufficio fino a tardi e si ritrovava a osservare l’enorme metropoli attraverso le grosse finestre del suo ufficio. Non si era abituato a vedere ciò che gli era di fronte. Non si era minimamente preparato alle emozioni che quel posto gli aveva lasciato. E forse, doveva ammettere che gli era mancato. Ma magari, rifletté ancora meglio, ciò che gli era mancato di più, era stato quando per la prima volta aveva conosciuto Charlie. Proprio in quel giardino. E come allora, c’era uno splendido sole veemente. Il tempo trascorso in quella casa, insieme a Charlie, possedeva i ricordi del loro amore, e di ciò che avevano passato, insieme, e dopo, quando lui partì per il college.

Kate scese dall’auto, mentre lui prese il suo bagaglio. Poi, entrambi, si diressero verso il portone principale. Kate lo aprì, e lui scoprì di essere più agitato di quanto avesse previsto, rendendosi conto che di lì a poco, avrebbe riabbracciato sua madre. Erano anni che non si vedevano, salvo qualche videochiamata fatta occasionalmente. Chissà, si chiese improvvisamente, per quale ragione non era mai venuto a far visita a sua madre, in quegli anni. Probabilmente, era per via del fatto che quando partì per l’università decise di cambiare totalmente vita, lasciandosi alle spalle tutto il suo passato. E per fare ciò, avrebbe dovuto chiudere definitivamente con le persone che avevano fatto parte della sua vita prima che suo padre morisse. E con ciò, intendeva tutti i suoi legami con le persone che vivevano in quella città. Ma chissà, forse voleva solo scappare, per paura di affrontare qualcos’altro, ciò che al tempo non aveva avuto il coraggio di affrontare.

A ogni modo, adesso era lì, e ormai aveva fatto il primo passo. Sarebbe stato inutile, a questo punto, tornare indietro. D’altra parte, se fino a qualche secondo prima l’ansia allo stomaco lo aveva attanagliato, adesso sia lui che Kate si resero conto che in casa regnava il silenzio più totale.

«La mamma deve essere andata in città per fare un po’ di spesa, in vista del tuo arrivo. E deve aver portato con sé Alyssa.» spiegò poi, posando la borsa sul divano al centro della sala, quello posto di fronte al camino. Dopodiché, si tolse gli occhiali da sole e lo guardò, mentre teneva Noah in braccio, che ancora dormiva. «Tornerà sicuramente in un paio d’ore.» Dopodiché, porto Noah nella sua cameretta, al piano di sopra e dopo si diresse in cucina.

In effetti, adesso che ci pensava, non aveva visto il vecchio pick -up di sua madre, fuori, di fronte casa. A quel punto, lasciò anche lui la borsa da viaggio in salotto, in terra, vicino al divano, e raggiunse sua sorella in cucina.

«Quando rientrerà Luke?» chiese lui, appoggiandosi al bancone della cucina, e trovando estremamente familiare tutto l’ambiente che lo circondava.

Kate iniziò a prendere gli ingredienti per uno dei suoi pranzi di famiglia, ai quali Davis non partecipava da tempo, e nel frattempo si rivolse a lui.

«Questa sera, dopo le otto.» rispose lei, togliendo dal frigo gli ingredienti, e appoggiandoli sul lungo bancone.


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Il marito di sua sorella Catherine, o come lui l’aveva sempre chiamata, Kate. Insomma, Luke era il ragazzo di sua sorella fin da quando lui aveva all’incirca nove anni. Lavorava in una fabbrica a Charleston, ed era il capo direttore dell’industria di filamenti tessili che distribuiva i suoi prodotti nell’intera contea. In questi ultimi anni, l’azienda era entrata nel mercato, e Luke era stato messo a gestire la parte finanziaria. E in questi anni era diventato una sorta di mentore, per le persone che lavoravano nella sua azienda. Aveva studiato alla Clamson University, aveva due sorelle che vivevano entrambe, con la madre nel Maryland. Lui si trasferì da casa quando andò all’università, e fu proprio in quel periodo che conobbe Kate.

Luke e Kate si erano conosciuti per caso, un giorno che lei stava facendo la spesa al supermercato. Lei andava ancora al liceo, e frequentava l’ultimo anno. Invece, Luke, poco più grande di lei di circa un paio d’anni, studiava alla Clamson University. In quella settimana, Luke, insieme ai suoi amici, era venuto in città per le vacanze di primavera. Si scontrò, per caso, con Kate, un giorno che si trovava in uno dei pochi supermercati davvero riforniti in città. In seguito, le uova si rovesciarono sulla camicetta di Kate. Forse, poteva anche essere un caso, anche se sua sorella aveva sempre avuto l’abitudine di fare la spesa senza il cestino. Fatto sta che le uova si spaccarono e le macchiarono l’intera maglietta, così Luke le chiese scusa, e nonostante fosse fradicia di albume di uova, Kate iniziò a ridere, e a sentire Luke fu proprio quella la ragione per cui lui si innamorò di lei. Disse che fu una risata sincera e spontanea. Quella stessa sera, lui la invitò a cena, e dopo un anno nacque Alyssa, vissero nella casa di suo padre fino ad oggi, insieme alla mamma, e solo da un paio d’anni Kate aveva avuto il suo ultimo figlio, Noah, che adesso aveva tre anni. Ma lui dovette saperlo proprio da sua sorella, il giorno in cui la ricoverarono in ospedale. A ogni modo, da quel momento lei e Luke stettero insieme ogni giorno della loro vita, da quattordici anni più o meno. Non si erano mai sposati, in realtà, ma per Kate non era mai risultato un grosso problema. «Ci sono tanti modi per dimostrare l’amore che si prova per l’altra persona», aveva sempre detto lei.
In quel momento, osservò ancora una volta Kate.

L’assoluta scarsità di somiglianza fra di loro era quasi strabiliante; lui aveva i capelli neri e lisci, mentre Kate aveva dei capelli biondi e appena mossi, che portava fino alle spalle. Fin da piccoli, le persone che li vedevano insieme, non riuscivano a fare a meno di notare quanto lui somigliasse di più a suo padre, mentre Kate era sempre stata identica alla mamma. Gli occhi, entrambi azzurri, erano forse l’unica particolarità che li accomunava. Poiché, anche per via del loro carattere, lui poteva affermare che la dissonanza fra i loro fosse pressoché evidente. Tra l’altro, il lato combattivo era una delle qualità che entrambi sfoggiavano di più, e anche in questo caso, era molto probabile che quella caratteristica fosse l’unica a far sì che le persone dicessero che loro erano fratello e sorella. Per il resto, erano praticamente uno l’opposto dell’altra.

Lui era diventato un affermato avvocato di Manhattan, e Kate, dopo aver concluso il liceo, aveva sposato Luke e insieme avevano costruito una famiglia splendida, con pazienza e tanta forza di volontà. Questione di caratteri, pensò. A quel punto, Davis si alzò dalla sedia, e si diresse verso la porta della cucina, per poter vedere il giardino.

Dopo essere uscito, fu inebriato dal profumo delle viole e delle rose che si diffondeva nell’aria , un profumo proveniente dagli angoli della casa, dove c’erano siepi e fiori che si estendevano tutte intorno ad essa.

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Erano anni che non metteva piede lì, e ancora una volta un senso di nostalgia lo colpì dritto allo stomaco, senza che lui potesse impedirlo. Notò immediatamente il vecchio copertone appeso all’albero di betulla di fronte al lago, costruito a mo’ di altalena. Era dai tempi del liceo che non vedeva quell’altalena e aveva passato molte estati proprio lì sopra. Fu suo padre a fissarla, e da allora era sempre rimasta lì.

In un secondo, il ricordo delle sere passate lì, gli invase la mente. E in quei ricordi, insieme a lui, c’era la ragazza che gli aveva lasciato addosso una sensazione dolciastra e amara dell’amore al tempo stesso. Le notti passate a osservare la luna, proprio di fianco a lei, mentre il suo chiarore illuminava entrambi dall’alto. Si lasciarono poco tempo dopo, nel momento in cui suo padre morì.

Davis, da quel momento in poi, era cresciuto senza la presenza di un padre, bensì sua madre era stata entrambi i suoi genitori, ed era così anche per quanto riguardava Kate. Anche se lui, aveva scelto di andarsene da Charleston, forse per scappare da una realtà che era troppo dolorosa da affrontare, al tempo. Fatto stava, che lui non si era mai comportato da padre. Suo padre era stato sempre e solo impegnato con il suo lavoro.

In effetti, per via delle sue lunghe assenze, fin da piccolo, lui non ne aveva mai sentito una vera e propria mancanza, anche se a volte si era chiesto come sarebbe stato se suo padre fosse stato ancora in vita, e se lui avesse avuto l’opportunità di conoscerlo adesso che era un adulto. In quel momento, un pensiero lo colpì, e Davis si chiese se lo avrebbe reso fiero con le sue scelte.

Era una domanda alla quale non era mai riuscito a rispondere. Eppure, il parere di sua madre aveva avuto la capacità di influire sulle sue decisioni. Ovviamente, lo aveva sempre lasciato libero di prendere le proprie decisioni, fidandosi del suo giudizio.

A ogni modo, adesso era lì, ed era inutile pensare a ciò che avrebbe dovuto fare in passato, bensì avrebbe dovuto concentrarsi su ciò che doveva fare adesso. E lui ci sarebbe stato per il funerale di Jason.

Una volta rientrato in cucina, si mise a sedere su uno degli alti sgabelli vicino al bancone, mentre Kate era impegnata a condire l’arrosto per il pranzo. Dopodiché, lo mise in forno e si rivolse a lui.

«Allora, cosa ne pensi del fatto di essere tornato a Charleston, dopo tutto questo tempo?» chiese sua sorella, d’un tratto, dopo aver messo l’arrosto in forno.

Lui guardò per un attimo in direzione della finestra, la stessa che affacciava sul giardino esterno, dalla quale, in quel momento, stavano penetrando i raggi del sole. «Non credo sia cambiata molto.» disse infine, lui, senza enfasi.

D’un tratto, rivolse a Kate una domanda che gli era frullata nella testa, fin dal momento in cui era partito da Manhattan.

«Cosa ne pensa la mamma del fatto che non mi sono fatto vedere in tutti questi anni?» chiese lui, cercando di nascondere il senso di colpa che lo aveva tormentato negli ultimi giorni. «Be’, non che le abbia fatto piacere non vederti per tutto questo tempo, ma è consapevole del fatto che sei molto impegnato da quando quella società ti ha assunto.» rispose sua sorella, in tono normale.

«Fantastico, adesso sono costretto addirittura a dare spiegazioni alla mia famiglia!» affermò lui, sentendo i suoi sensi di colpa aumentare.

«Questo non è assolutamente vero, Davis. E tu lo sai bene.» affermò Kate, convinta.


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«Ah, no?» chiese lui, poco convinto.

«Nessuno ha mai voluto metterti pressioni, ed è proprio per questo che, nonostante sentissimo tutti quanti la tua mancanza, non abbiamo mai fatto in modo che tu tornassi qui a Charleston, per forza.»

«Capisco.» disse lui, infine.

Rimase ad osservare sua sorella per qualche istante, ma non volle approfondire la questione, sapendo che ciò avrebbe portato quasi sicuramente ad una discussione, e lui non voleva litigare con Kate. Non dopo tutto il tempo che non si erano visti.

Dopo pochi secondi, tutto tornò come prima, e Kate si rivolse a lui.

«Ecco, credo solo che urgesse una riunione di famiglia.» fece lei, con un sorriso.

«Si.» concluse lui, senza aggiungere altro e rivolgendo lo sguardo verso l’esterno della casa.

A quel punto Kate si rivolse di nuovo a lui, cambiando totalmente argomento.

«Comunque, il motivo per cui ci tenessi tanto che tu venissi, non è solo per Jason…» fece una breve pausa, e a lui tornò in mente le ultime volte che lo aveva visto, poco prima di andarsene da Charleston, sei anni prima. Poi, sua sorella proseguì.

«Io e Luke abbiamo deciso di sposarci.» annunciò infine, Kate, non riuscendo a trattenere un sorriso.

Lui, a quel punto, rivolse lo sguardo verso sua sorella, che in quel momento sembrò davvero felice. Davis, in fondo, pensò, che forse il fatto che lui fosse tornato non doveva essere per forza negativo. Almeno, si disse in quel momento, avrebbe assistito alle nozze di sua sorella, anche se erano anni che non passava del tempo con lei, e con la sua famiglia, lì a Charleston. «Congratulazioni.» fece lui, con un mezzo sorriso. «Quando ci sarà il matrimonio?» chiese, poi.

«Lo celebreremo proprio qui.» fece sua sorella, rivolgendo lo sguardo verso il giardino esterno, di fronte al lago. «Verso la terza settimana di agosto.» affermò, sua sorella.

Poco prima del suo rientro a Manhattan, pensò, e proprio quando i campionati di rodeo sarebbero giunti al termine.

«Fantastico.» fece lui, rivolgendosi a Kate.

Avrebbe voluto essere più felice in quel momento, e lo era davvero per sua sorella. E anche se ormai stava con Luke da anni e avevano due splendidi bambini insieme, sapeva che lei si meritava quelle nozze che non aveva mai avuto, un po’ per gli impegni che una famiglia comportavano, e un po’ perché le loro convinzioni erano ben lontane dall’idea che servisse per forza un matrimonio per poter amare una persona per tutta la vita.

In quel momento, fu davvero contento per sua sorella. E le augurò il meglio dalla vita, e che potesse essere felice insieme a Luke.

***

Quando sua madre rientrò insieme ad Alyssa, la prima cosa che fece fu quella di abbracciarlo. Dopodiché, per via del suo lungo periodo di assenza, rimasero tutti quanti fuori in giardino di fronte al lago, a parlare. Alyssa fu entusiasta del fatto che lui fosse lì, e nel vederla, Davis provò una sorta di rammarico per quanto, in effetti, fosse cresciuta.


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Parlarono tutti insieme, in modo da recuperare il tempo perso in quegli anni, e in qualche modo, sua madre sembrava quasi la stessa persona, sempre dolce e sorridente. Neppure esteriormente, sembrava cambiata per niente. Era sorprendente, pensò lui, a quanto fosse rimasta giovane e bella. Aveva ancora i suoi lunghi capelli biondi e lisci, esattamente come Kate, solo che sua sorella li portava corti fino alle spalle. Per il resto, le due sembravano praticamente due gocce d’acqua.

Era bello, pensò in quel momento, stare lì insieme a sua madre, solamente a parlare, dopo tutto quel tempo. Parlarono un po’ di tutto, e, infatti, lui spiegò sia a sua madre che a sua sorella i cambiamenti che aveva apportato alla sua vita in quegli anni, dal momento del suo trasferimento, spiegando loro del suo lavoro alla Warm e il lungo percorso che l’aveva portato dov’era oggi.

Sua madre, invece, gli raccontò come lei, insieme a sua sorella, Luke e i suoi nipoti, avevano vissuto negli ultimi sei anni a Charleston. Gli raccontò di quanto Alyssa e Noah fossero cresciuti, anche se questo lo aveva notato fin dal primo momento in cui li aveva visti. Gli raccontò degli aneddoti più importanti su di loro, e a quanto tempo passasse insieme a loro ogni giorno, e quanta gioia le regalavano.

Alyssa, aveva all’incirca tredici anni e mezzo, e frequentava l’ultimo anno delle scuole medie. L’anno seguente avrebbe frequentato il primo anno di liceo, e lì Alyssa sarebbe diventata una giovane donna, avrebbe incontrato i primi amori, e poi, sarebbe diventata un’adulta. Per adesso, però, era una giovane ragazzina, un po’ riservata. Mentre Noah avrebbe compiuto due anni alla fine di settembre.

Era felice che stessero bene, ma si pentiva di non esserci stato in tutti questi anni, neppure per una visita. Una piccola parte di sé, si domandò se davvero ne era valsa la pena, anche se ovviamente ormai la sua vita era a Manhattan, come affermato avvocato in un’importante azienda legale. Ma, d’altra parte, non poté fare a meno di chiedersi cos’altro si era perso in quei sei anni.

Quando Luke rientrò a casa, era ormai sera. Dopo i primi saluti iniziali, Davis gli fece le sue personali congratulazioni per via del matrimonio. Poi, una volta che la cena fu pronta, tutti quanti si misero a tavola, compreso il piccolo Noah, mentre Kate cercava di farlo mangiare, imboccandolo pazientemente.

Dopo la cena, si misero tutti quanti in salotto a guardare delle vecchie fotografie, mentre, insieme, scherzarono e risero nel ricordare quando lui e Kate erano ancora piccoli.

Quando fu l’ora di andare a dormire, lui non aveva ancora sonno, quindi uscì fuori in giardino, di fronte al lago. Si appoggiò alla vecchia altalena e cominciò a dondolarsi.

La luna rifletteva la sua luce argentea sul lago cristallino, e mentre dondolava avanti e indietro, da quella prospettiva, sorrise per via del ricordo della serata appena trascorsa.

Aveva una splendida famiglia, e continuò a domandarsi il reale motivo per cui aveva deciso di non farne parte per sei anni. Forse, le sue supposizioni erano giuste, e dopo la morte di suo padre, avrebbe voluto lasciarsi tutto alle spalle, compresa Charlie. Probabilmente, aveva pensato che questo lo avrebbe aiutato ad andare avanti, e, in effetti, era stato così in un certo senso.

D’altra parte, adesso era lì, e avrebbe rivisto Charlie, prima o poi, e pensava a cosa avrebbe detto alla ragazza di cui un tempo era stato innamorato. Un senso di vuoto gli attanagliò le


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viscere, e cominciò a riempirgli lo stomaco. Rimase lì a fissare la luna, e gli sorse un pensiero, chiedendosi se anche Charlie ricordasse le notti passate ad osservarla.


Se volete la seconda parte, scrivetelo nei commenti!


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