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Una storia di Veronicadegregorio

Questa storia è presente nel magazine D'amore e dintorni

L'APPUNTAMENTO

NIENTE E' COME APPARE

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7 minuti

Pubblicato il 29 novembre 2018 in Altro

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Arrivò all’appuntamento con un quarto d’ora d’anticipo. Si sedette su una panchina e attese. Aveva trovato il coraggio di chiamarla al telefono. "Non mi conosci", le disse, " Ma vorrei parlarti. E' importante". Si sentì come un ladro ridicolo e maldestro con un faro sparato sulla faccia. Aveva pronunciato quelle parole tutte d'un fiato, alla stregua di un peso di cui ci si voglia alleggerire, come se avendole meditate a lungo e certo di una delusione, non vedesse l'ora di liberarsene per chiudere la faccenda. Non aveva nessuna aspettativa, una donna come "lei" non lo vedeva nemmeno. Compose quel numero di telefono soltanto perchè sentirle pronunciare un "No", l'avrebbe aiutato a togliersela dalla testa. E invece, una risposta inaspettata gliela fece entrare dappertutto. Se la sentì scorrere dentro, insieme al sangue e alla sua voce. "Va bene. Venerdì prossimo alle cinque, al parco", replicò. Lo fece senza sorpresa, come se non aspettasse altro e quella richiesta, dal probabile riscontro negativo, fosse un fatto del tutto naturale. Lui chiuse il portatile e sospirò. Come se, vincitore di una gara, usasse il fiato per esprimere la gioia liberatrice della vittoria. Si strofinò il cellulare sui pantaloni. Il sudore rilasciato dalle mani lo aveva inumidito. Non riusciva a crederci. Gli era bastato comporre il numero del suo cellulare e lei aveva risposto subito sì. Una donna splendida che accettava d'incontrare uno scialbo, anonimo impiegato della ditta N&N. Certo, questo non significava che a quegli incontri ne sarebbero seguiti altri. Ma lei aveva accettato il suo invito. "E questo basta. Non credi?", esclamò al suo cane, un giocoso e incantevole Golden Retriver, beneficiario del succulento filetto al sangue che, per un’improvvisa inclinazione verso il mondo cui lo indusse il buon umore, gli offrì diritto sul muso. Entrò in bagno e, lavandosi le mani, si guardò allo specchio. Era un uomo né bello né con uno charme particolare, nessun segno distintivo se non l’assenza totale di un qualche dettaglio che lo imprimesse nella mente dell’interlocutore. Fu l’impietosa sintesi rimandata dall'immagine che lo puntò dallo specchio. "Sono uno invisibile" pensò, "Di quelli che se incontri sull’autobus non ricordi neanche se, per una frenata improvvisa, ti pesta i piedi e ti sgrana gli occhi in faccia chiedentoti scusa. E se vedendolo, invece, le fosse piaciuto? Se la calvizie imminente e le mani un po' tozze l'avessero lasciata indifferente? Se avesse dato peso solo al resto, trascurando i difetti, e fissando l'attenzione sulle cose più gradevoli? Già, ma qual era quel "resto"? Tutto l'ottimismo della speranza finiva lì, sulla messa a fuoco della sostanza di quella parola. Restava vuota, senza contenuti. Un uomo così insignificante, che presuntuoso. Faceva tutte queste congetture rivolgendosi al cane che, inconsapevole di quelle tribolazioni, gli manifestava tutta la sua canina riconoscenza, attraverso il movimento bianco e festoso della coda. "Oh, al diavolo", concluse, raccogliendo l’invito al gioco che, rilasciando una pallina ai suoi piedi, espresse il cane. Lo osservò riportargli la pallina. Studiò l’attenzione e la fiducia con le quali aspettava l’ennesimol lancio. Non aveva nessun altro scopo che non fosse la reiterata offerta di un circolare trofeo di gomma. Ammirava quella beatitudine così semplice. Se ne sentì intenerito.“ Al parco alle cinque” " Sì", ripeté, rilanciando la pallina, " E' solo questo che conta". E riprese a giocare.

Mancavano ancora cinque minuti. In mano aveva una rosa rossa. Fermo su quella panchina, si sentiva in uno stato di euforia tale che perdonò e mandò un bacio immaginario a tutti i suoi nemici passati, presenti e di là da venire. Controllò per l’ennesima volta l'orologio da polso. Sul quadrante c'era anche la data. 4 Maggio 2018. Calcolava il tempo che lo separava da lei. Accompagnava il movimento rotatorio delle lamelle dei secondi contando da uno a sessanta. Le seguiva con attenzione ossessiva, stando fisso sul quadrante, come se questo conferisse loro il potere di accelerare il corso di quei secondi interminabili. Trenta tic e trenta tac per un tempo che iniziava sempre daccapo. Nessuna possibilità di infilarci le mani per scuoterlo. O per distrarsi. Pensò a quante cose si possono fare in cinque minuti. Era incredibile. La sua mente gliene mostrò un elenco nutrito. Ma la loro messa a fuoco, sbeffeggiandosi della volontà di riempire l’attesa, privilegiò quelle che lo saldavano al pensiero di lei. In cima all’elenco pose ”Darsi la schiuma da barba” ( e qui si passò una mano sulla faccia per controllare che si fosse rasato a dovere). “Prenotare un taxi per telefono e mandare al diavolo il centralino che ti lascia appeso” (ma per fortuna l’altro operatore era stato più solerte). “Succhiarsi mezza sigaretta”. “In verità, pensò, guardando l’ennesimo mozzicone consumato ai suoi piedi, " anche una intera”. “Entrare da un fioraio e comprare una rosa rossa”, si disse infine, controllando se il caldo torrido di quel pomeriggio di luglio non l'avesse danneggiata. Aveva superato trentaquattro anni di vita senza farci caso, eppure quella manciata di minuti se ne stava lì, inappellabile, intrappolata tra gli invisibili ingranaggi di un orologio. Tre minuti alle cinque. “ Ancora tre cazzo di minuti” pensò. Non avrebbe mollato quello stramaledetto orologio neanche se gli fosse scoppiata la guerra sotto il culo. Le pile, gli si potevano scaricare le pile, pensò. Per fortuna c’era Dio, non avrebbe mai permesso una cosa del genere, ne era certo. In verità era ateo, ma in quell’occasione, non avendo nessun altro interlocutore cui affidarsi, finse di crederci. “ E’ vero?", lo interrogò, "che non mi farai nessuno scherzetto?" Si guardò la rosa tra le mani. La calura, sfiancandola, le aveva piegato il capo. Fu l’ultima immagine che gli riempì il cervello, prima che lei apparisse. Gli mancò il fiato. Sembrava una visione. S’impose allo spazio del suo campo visivo, annullando ogni elemento della scena. La scena era lei. Era una donna splendida. Alta e sinuosa, indossava un tailleur rosso. Camminava sicura, dondolando su altissimi décolleté con i tacchi a spillo. Avanzò radiosa, diritta verso di lui. Una brezza leggera le sfiorava le onde brune dei capelli. Gli si sedette accanto, insieme a un delicato aroma di sandalo. Lui la fissò ammutolito. Nei grandi occhi neri le lesse l’offerta di una promessa di impagabile sensualità. “Eccomi qui. Spero di non essere in ritardo. Quella è per me? chiese, guardando la rosa, e si accese una sigaretta. Lui avvampò. Temeva di essere banale. Con quel fiore arreso tra le mani poi, inadeguato e ridicolo. Un deficiente. Una lettera molto intima aperta dal destinatario sbagliato. “ Scusami, il caldo…”. “ Non ti preoccupare” , e la portò a sé annusandola. “ Le cinque precise, sei puntualissima”. Fu tutto ciò che, dietro quella rosa, lo stravolgimento dei sensi gli permise di esprimere. L'avrebbe baciata lì, davanti a tutti, sopra quella panchina. Continuava a guardarla senza parlare, seguendo l'andirivieni della mano alle labbra. Erano piene e morbide, avvolgevano l’estremità di una Camel senza stringerla. A ogni boccata il filtro si caricava del vermiglio del rossetto. “Che cosa guardi” ? gli chiese scherzosa. “ Niente”, mentì, calcolando l’ennesimo intervallo tra una boccata e l’altra. Stava cercando un varco. Uno spazio sufficientemente libero dove infilarsi. Doveva baciarla. Lei lo guardava imbarazzata. Aveva accettato quell’appuntamento soltanto per curiosità. Si domandava quello sconosciuto dall’aria mite e lo sguardo triste che cosa volesse, che cosa sarebbe successo una volta che la sigaretta fosse terminata. “ Senza di te non vivo più Rose”, le sussurrò, stupendola. Stavano a un passo. La donna sentì il mozzicone della sigaretta bruciarle tra le dita. “Non posso, Joe, mi dispiace ma non posso. Ora devo andare. Si è fatto tardi. Scusami”, concluse. E sparì.

Qualcosa di umido e appiccicoso gli bagnò la faccia. Era il Golden Retriver, lo lappava affettuoso, mentre lui allungava il braccio sul comodino per spegnere la sveglia. 4 maggio 2018. Un quarto alle sei. Come tutte le mattine. La prima cosa che gli apparve , aprendo gli occhi, fu la superficie scrostata del soffitto. Si sentì confuso. Provò quella struggente delusione che coglie quando si è strappati all’improvviso da un sogno piacevole. L’aveva soltanto sognata, ancora. Pensò al nero intenso e alla profferta dei suoi occhi. Le labbra rosse intorno al filtro della sigaretta. Aveva incontrato quella sconosciuta una sola volta, sei mesi prima. Sulla metro delle 19 .06, quella che dalla ditta N&N lo riportava a casa. Da allora lo inseguiva tutte le notti. Ma era soltanto per andarsene.

Si vestì e portò il cane a passeggio. Lungo il viale su una panchina notò lo scheletro di una rosa rossa. Ne era rimasto solo il gambo disidratato dal sole e un petalo accartocciato. Chissà chi l’aveva lasciata. In lontananza udì le campane annuncianti di una chiesa. Lanciò un bastoncino al cane. Lo guardò correre felice. Provò tutta la tenerezza del mondo. E gli lanciò di nuovo il bastoncino. Più lontano.

Veronica de Gregorio

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