scrivi

Una storia di Napcoder

Questa storia è presente nel magazine Spunti di scrittura: #foglie

Elicotteri e Cacàmberi

#foglie

478 visualizzazioni

7 minuti

Pubblicato il 23 ottobre 2018 in Fantascienza

Tags: #autunno #figli #foglie #stress #tempo

0

I tre cuccioli di Cacàmbero abbandonano le biciclette e si lanciano sul prato, per ora sono salvo.

Portarli fin qui è stata un'impresa. Sopravvivere è stata un'impresa. Una corsa continua, un posticipare la mia fine due minuti per volta. Sapendo che senza dubbio arriverà, la fine, quando non riuscirò più a distrarli e si getteranno sul mio corpo.

Come hanno fatto con mia moglie.

Non ho avuto nemmeno il tempo di piangerla, povero amore mio. Solo un'immagine, un flash, che mi perseguita e che mi strazia il cuore. I suoi occhi vuoti, il capo reclinato. Lei stesa, e loro tre sopra di lei, che le succhiavano via l'anima dal midollo, come iene che si spartiscono una carogna. Poi sentono il rumore della porta che si richiude alla mie spalle, e mi guardano, si accorgono che sono rincasato, si avvicinano.


Cacàmberi, sembravano così innocui quando il governo propose le adozioni di questi cuccioli alieni. "Entrerete nella storia", dicevano, "Allungano la vita di almeno cinquant'anni". E dire che adesso non vorrei altro che morire, per quanto sono stanco. Il riposo eterno: niente suona più allettante di questo alle mie orecchie.

Ne scegliemmo tre, tutti di colori diversi: rosso, giallo e celeste.

«Sarà più facile riconoscerli così no?» le dissi ingenuamente.

«Guardali, sono così carini mentre dormono» mi rispose.

Eh già, proprio carini. Ma avremmo dovuto giudicarli da svegli, quando sarebbero usciti dal letargo, come scoprimmo poi.


Il Cacàmbero rosso si avvicina, non è attratto dallo scivolo e dal ponte sospeso del parco. Con lui è sempre una sfida, incanzonarlo è impossibile; l'unica possibilità è far leva sulla sua curiosità. Mi guardo intorno, non so cosa inventarmi per allontanarlo da me. Tic-tac, tic-tac, il tempo scorre. Due panchine malandate, il selciato, niente di interessante.

È il parco stesso l'unica fonte di salvezza. Ci sono diverse piante: una quercia, un tiglio, un acero, due piccoli ulivi e un castagno. Le tinte dell'autunno danno calore al paesaggio, mentre a terra un tappeto di foglie variegate crea un mosaico di forme e colori. Ed è lì che rivolgo il mio sguardo speranzoso.

Mi alzo dalla panchina e prendo un ramo secco, il Cacàmbero rosso mi osserva. Anche il giallo ora smette di saltare sul ponte e mi viene vicino. Mi imita, quest'ultimo, a modo suo: stacca un piccolo arbusto verde dalla base della quercia, e comincia ad agitarlo come fosse una bandiera, muovendo un enorme volume d'aria. Faccio due passi di lato, se mi prendesse con quella forza potrebbe cavarmi un occhio nella migliore delle ipotesi. Con il mio ramo scosto alcune foglie. Mi accorgo che quelle sopra, verdi e gialle, sono più resistenti; mano a mano che le scosto, le foglie cambiano: secche e marroni, poi bagnate, sempre più scure e sporche di terra, tanto che quelle a contatto con il terreno sembrano nere e a malapena si riescono a distinguere.

Ma non mi servono, così non mi servono a niente. La mia non è curiosità, non ho la pazienza e la predisposizione d'animo di scoprire la natura che mi circonda. Il mio è terrore di non trovar nulla. Ho un bisogno disperato di trovare qualcosa che accenda la curiosità dei Cacàmberi. E finalmente qualcosa. Sotto una foglia nera e rovinata, un bruco grigio lentamente si avvia verso una nuova era della sua vita. Il rosso lo vede subito, e chiama gli altri a raccolta. Tutti e tre appollaiati ad osservare un esserino quasi invisibile, che con caparbietà tenta di muoversi in quel coacervo di foglie. Sembrano quasi docili così. Altri due minuti guadagnati alla mia fine.

Ma non posso rilassarmi, devo già pianificare, pensare alla prossima mossa. Mi torna in mente un gioco che facevo da bambino: raccogliere foglie dello stesso tipo e colore, farne dei bei mucchietti. Al celeste piacerà, dei tre è quello più logico e metodico, catalogare è una cosa che fa per lui. Anche al rosso potrebbe piacere, ma non è detto. Il giallo invece distruggerà tutto, come suo solito, e poi tornerà dal suo ramo-bandiera.

Qualcosa scricchiola alle mie spalle, passi sulle foglie. Il rosso, immagino, si sarà già annoiato del bruco. Presto, cerco le espressioni per spiegare la mia prossima mossa, ma le parole non vengono. Sono paralizzato. Il rumore si trasforma in un fruscio e poi cessa. Mi volto. Uno dei due piccoli ulivi ha la corteccia completamente aperta a metà, così tanto da creare di fatto un incavo che si immerge nel terreno creando un buco di trenta centimetri buoni. Il rosso lo osserva affascinato. Tempo bonus, devo sfruttarlo, elaborare, prepararmi.

Le foglie d'acero si prestano al mio proposito, comincio a raccoglierle, nonostante la schiena mi faccia capire che piegarsi non è più cosa per me. Sento le urla del giallo, il celeste ha ucciso il bruco e ora guarda soddisfatto il dolore del suo simile: è infido celeste, dei tre è quello che mi fa più paura. Giallo corre verso di me e guarda le foglie che ho in mano. Le dispongo in tre mucchi: verde, giallo e marrone. Indico le altre foglie per terra. Giallo e celeste corrono a raccoglierne altre, sta funzionando.

Ma rosso? Non è più al tronco cavo, non lo vedo. Mi giro a destra e sinistra, niente. Non dovevo perderlo di vista.

«Ahi!» Un dolore forte e pungente sul mio polpaccio. Vedo il riccio di una castagna attaccato al retro dei miei pantaloni, mentre sento una goccia di sangue colare e immergersi nei miei calzini. Con la mano il rosso richiama il riccio e lo unisce all'altra metà che aveva. Poi lo chiude nel suo pugno e lo sbriciola in mille pezzi. Si avvicina, fissandomi negli occhi. Indietreggio guardandomi intorno. Pensa, pensa, pensa! Vedo solo alberi. Il tiglio! Faccio un altro passo indietro, non posso abbassarmi, non posso espormi al suo attacco. Sbatto la schiena contro il ponte sospeso, proprio sotto l'albero. È la mia unica speranza. Allungo una mano alla cieca sul pavimento del ponte, cerco tra la sporcizia, poi sento tre piccole sfere, sento il gambo che le unisce, l'ala intatta. Afferro il seme di tiglio e lo lancio in aria, davanti al rosso. L'ala comincia a roteare, mentre i tre semi spingono in verticale verso il basso.

«Elicottero» dico indicando il seme.

L'espressione sul viso di rosso cambia, si direbbe quasi felice. Questo varrà di sicuro almeno cinque, se non dieci minuti di tempo.

Sento pesanti scricchiolii e il loro caratteristico squittire, accorrono anche gli altri due. Giallo ha di nuovo il suo ramo bandiera, mentre celeste ha un mucchietto di foglie gialle e perfettamente uguali in mano. Sono attratti da aerei ed elicotteri, forse qualche ricordo ancestrale del loro pianeta natale. Cominciano tutti a cercare i semi di tiglio e ben presto il ponte sospeso si trasforma in un eliporto da cui decine di piccoli elicotteri si lanciano nel vuoto, roteando la loro singola pala.

Mi siedo su una delle panchine. Sono stanco, la schiena a pezzi, ho fame e sete. Ma il problema principale è la testa: non riesco a sopportare questa corsa incessante, senza mai una pausa, un momento. Voglio la lentezza, voglio il mio autunno, voglio fermarmi.


Giallo urla e corre verso di me, cerca la mia mano e si gira verso gli altri. Urla contro di loro, mostra i denti e brandisce il suo ramo-bandiera. Mi alzo in piedi. Piccolo giallo, il mio Cacàmbero affettuoso, non pensavo che avresti provato a difendermi. Rosso mi guarda negli occhi, non mi sta sfidando. Mi sta salutando, con rispetto: grazie rosso. Il mio momento è giunto. Celeste non c'è, non lo vedo. Ecco, sento il suo odore, il suo alito pestilenziale dietro di me. Affonda i suoi denti nel mio collo. Sapevo che saresti stato tu ad uccidermi celeste, alle spalle.

Cado privo di forza, sento il sangue fluire via dal mio corpo. L'odore di terra bagnata e foglie in decomposizione saranno miei compagni in questo ultimo viaggio. Sopra di me una quercia, un tiglio, un acero e un castagno: incorniciano il cielo grigio di nuvole cariche di pioggia. Giallo ha smesso di urlare, anche lui si arrende alla sua natura e lo sento affondare i denti sul mio bicipite. Però, in fondo, sono carini mentre mangiano.

Nessuno ha ancora commentato, sii tu il primo!

Ottimo! Visita la libreria per gestire i tuoi magazine

×
!
La tua sessione è scaduta! Effettua di nuovo il login e spunta Ricordati di me per rimanere sempre connesso e non perdere i tuoi progressi!
Ottimo!

Controlla la tua email per reimpostare la tua password!

×