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Una storia di MirianaKuntz

Novembre

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4 minuti

Pubblicato il 09 novembre 2019 in Storie d’amore

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Ai miei ricordi lascio queste parole.

Te la ricordi quella rabbia che aveva il sapore di pioggia, di un freddo che non riesce a coprire nessun pezzo di pelle, che ti bagna le scarpe basse, che ti tiene sveglia quando tutti dormono. A camminare all’impazzata come un soldato in guerra, sotto una pioggia fitta che ti rovina i capelli, che ti inzuppa i vestiti. La gente sbigottita si copriva, recuperava l’ombrello dalle borse, correva verso casa. Imperterrita, con le nuvole incazzate sopra la testa, nuvole che avevano deciso di scontrarsi quando il cancello della mia abitazione aveva fatto l’ultimo suono gracchiato. Corri verso un verde prato che adesso zuppo di pioggia assomiglia ad un campo di calcio. Sotto la tettoia spiovente ascolti le gocce cadere, qualcuna ti arriva addosso mentre cerchi di rimediare -tenerezza- da un telefono. Il rumore dei tuoi passi fa un eco terrificante, a chiederti milioni di volte se è la cosa giusta, se tutta quella violenza fatta di parole si sarebbe tramutata in schiaffi, coltelli, e spintoni. Chiusa in un bagno semi buio a specchiarti alla buona, tiri indietro i capelli tre volte, per ognuna di quelle volte ti senti meno bella. Il rossetto troppo forte, di un rosso scuro che indossi ogni giorno con orgoglio. Bagni che hai visto ogni giorno per mesi, e che adesso sembrano proteggerti da una fredda attesa che si perde in mezzo alla cartellonistica. Dritto, in fondo, poi una giravolta sulle ruote: un posto dove non si arriva mai ma dove vuoi arrivare subito.

Con lo zaino sulle spalle tiri su i gomiti, un sorriso ghiacciato di chi ha freddo e ha paura. Avanti con la mano perché gesticolare è l’unica cosa che riesci a fare. Ogni volta che ti siedi un calore che sale dal petto sembra incenerirti le narici. Ti secca la gola tanto che riesci a parlare in modo scomposto, ti spogli, ma vorresti tirarti via la pelle, un bruco bitorzoluto che fa a pugni con le altre farfalle sul vetro. Respiri, perché quando respiri è meglio.

Lui è un agglomerato di paure e tenerezza, un gomitolo che grida brutte parole, ma che perdono potenza ad ogni sguardo. Chi ha guardato prima chi? Chi si è accarezzato le ossa prima di farlo fuori? Una rabbia che si discioglie in due dita intrecciate, quei dettagli che ti sembrano lontani fatti di vetro e colori sfasati, tutti intasati in un posto, tutti agglomerati su un posto a sedere. La pioggia battente e il caldo dentro, il caldo che passa, il freddo che arriva e la pioggia che smette.

Che a giocare con le mani siamo bravi più di tutti. Con le nostre azioni dolci, lo sfregare la guancia contro l’altra, disegnare le labbra con un dito, ricordare ogni forma e dimensione di ogni parte del corpo, soppesare le braccia, sentire il peso leggero di una testa che cade su una spalla, come neve fredda, che alla fine non bagna i vestiti, ma che asciuga le lacrime, come se potessi dormire da un momento all’altro, con la tempia su un maglione nero, un cuscino di pelle e respiro che ti tiene al sicuro, anche se ti ha fatto a pezzi.

La rabbia che torna fitta, ti spara nella gola e ti blocca le parole. Una lacrima cade calda sulla sinistra, un dito la raccoglie e la trascina via.

Le nuvole che passano veloci sulla testa, che sembrano un dipinto azzurro che si mescola col bianco delle nuvole gelose. Istantanee di giorno, stelle che esistono solo nella testa. Che guardarti guardare all’insù è bello almeno quanto farlo, spostare le nuvole dal tetto di vetro, avere la forza di aspettare un tuo sguardo e poi assaggiare una bocca tenera, un profumo che si attacca ai vestiti, e poi alle mani. Paura di non bastare, paura di far male, paura di avere troppe cose da ricordare quando ci si abbandonerà alla fine. Labbra che si cercano, che si macchiano di ogni colore del mondo, che anche da lontano sanno arrivare accanto.

Quanta paura fa il silenzio? E quanto è bello invece ascoltarlo tenendosi per mano?

Che bellezza ha la pioggia quando si è in due.

Che ne sanno gli altri di un bacio così, di due mondi che si scontrano e fanno tremare la pace, e la guerra, e inventano una cosa diversa, che nessuno conosce, e nessuno saprebbe gestire.

Che a toccare tutti i punti del suo corpo è un gioco che mi piace, che mi tiene legata alla terra, che mi tiene sveglia sotto il ticchettio irruente di un’insanità mentale.

Immobili, così, ancora in quei giorni di Novembre, dove niente esiste e niente è, tranne me e te.


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