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Una storia di Giorgio51589046

LA FAMIGLIA NON E' IN CASA

FRANTOIO SCREPOLATO E MACINA ROSSO PORPORA

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16 minuti

Pubblicato il 17 marzo 2021 in Thriller/Noir

Tags: #alba #crepuscolo #follia #madre #terra

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Mia madre incide un taglio oblungo, lievemente piegato verso l'arricciatura lasciata
da sua sorella nella ferita precedente: quella appena sotto l'ultima costola, non distante
dalla fossetta un tempo confortevole dell'ombelico.
Adesso è tutta strinita intorno da minuscole frizioni di sangue ormai rosato, come quando
si lasciano sul tovagliolo le trecce di quei vini femminili a bassa gradazione, tipo fragolino
per intenderci.
L'altra sorella; l'altra mia zia è poco discosta e sorride, beata e angelica come fosse
sotto l'effetto ipnotico di qualche sedativo non troppo forte, ma nemmeno lievissimo:
una sorta di via di mezzo tra Inferno e Paradiso, un Purgatorio per cattive donne, esordite
all'epoca con ottime intenzioni e una educazione esclusiva.
Io osservo zia Ginevra, senza nemmeno ormai più sentire le fitte di fastidio che sono
andate progressivamente scemando da quando, sette giorni prima, sono stato obbligato
in quella grotta o cantina o antica cava di tufo, che lascia traboccare un fascio di luce unicamente da una sorta di feritoia striminzita appesa in fronte alla porta dell'ingresso, bianco come la luce di un faro nel bel mezzo del deserto.
La guardo e la imploro con gli occhi, poiché so benissimo che lei è l'unica che può arrestare la furia di mamma Isabella e dell'altra mia zia Francesca Vittoria. Ma Ginevra è ottusa in questi attimi... Si è alzata solo per sfogliare la pagina con un'icona greca da un curioso calendario a pieno impatto, che segna il 15 agosto.

Quindi... Dovrebbe essere un caldo atroce in questo Sud avvolto dalla foschia dell'afa interminabile, dal risuonare dei pomeriggi atroci e dalla muta protesta dei campi certamente piegati alla calura e alla disidratazione. Ma non è così.
E io ho un freddo sconcertante.
Accetto il fatto che sono integralmente nudo, ma non giustifica i miei brividi. Questi hanno
a che fare con l'essermi svegliato una sera (o un giorno, poco importa) sottoterra e non ancora seppellito. Già... Non ancora catafalcato ma sottoposta a tortura e violenza che trapassano la sessualità e si concludono momentaneamente nel puro sadismo.
Aggressione e compiacimento nell'infliggere dolore fisico, per spiegarmi meglio... Brividi motivati dal fatto che mia madre Isabella guida l'assalto al povero corpo martoriato, ride della mia stoica rassegnazione, gioisce quando intravvede dentro le pupille, ormai ridotte a uno stelo di falce, la coscienza che questo percorso può solo condurre a un unico risultato...
E allora perché non farlo subito, perché non darci un taglio? Ma non un piccolo taglio; un grosso taglio. Lasciare cadere la benedetta spada di Damocle; non patire più bruciacchiato fra incudine e martello...


Tutto è cominciato ventidue giorni prima, all'apertura delle volontà di mio nonno Giovanni Battista, padre di Ginevra, Isabella e Francesca Vittoria. A loro volta coniugate a Demostene, Urbano ed Enrico: cugini di primo grado sposati sotto decisione e ferma volontà del vecchio, assolutamente non intenzionato a disperdere l'immenso patrimonio fondiario accumulato da lui e dal fratello Onorio in tanti anni di tribolazioni, abili manovre finanziarie e una disinvolta condotta etica e morale.
Il nonno mi aveva in particolare affetto perché in fondo percepiva, come lo percepivo io, una notevole affinità tra l'assoluta assenza di quella che che gli uomini spirituali (?) definiscono anima e la sua salda presa sul mondo che lo circondava: una sorta di empirismo scarno e spogliato di dogmatismi e preconcetti. Un dare e ricevere senza considerazioni di carattere comicamente calviniste.
Entrambi eravamo puledri liberi, e propensi a incursioni e rapida appropriazione indebita delle energie vitali altrui; nonché dei loro beni terreni. Io, come ineffabile e implacabile giocatore di baccarat, lui quale spregiudicato latifondista, greve e piuttosto repellente... Uomo dalle mille risorse e dai pochissimi scrupoli. Come il fratello Onorio, del resto, allevatore di cavalli e proprietario di scuderie di non poca rilevanza tra Caserta e Isernia.
Alla dipartita di quest'ultimo l'anno precedente, a causa di un'emorragia cerebrale, Giovanni Battista era stato però curiosamente attraversato da capo a piedi dalla scossa celeste emanata dall'indice divino, e aveva cominciato a dedicarsi con una fretta, un'ostinazione
e una caparbietà stolida alle Opere Pie.
Capita sovente. Si sentono spesso casi simili...
Aveva innalzato capitelli, finanziato piccoli santuari, organizzato fastose processioni...
Senza particolare risultato, in realtà. Il sedici luglio era stato percosso brutalmente da
un ictus, che lo aveva lasciato per oltre una settimana in agonia e con metà del corpo paralizzato... Ricordo uno spettacolo che mi lasciava completamente attonito, imbarazzato, persino scandalizzato: osservare la brutale opulenza e l'aggressiva salute del nonno lasciar spazio a una larva rinsecchita e sbavante. Mi sentivo tradito dalla sua passata gloria... Provavo schifo, malgrado l'avessi ammirato e ne fossi l'erede ovvio ed evidente.
Ero l'unico figlio nato dal matrimonio dei sei cugini (segno già di per sé infausto) ed era comunque ovvio che avrei ricevuto buona parte della corona e dell'investitura del vecchio despota...
Quale sorpresa e scorno, per tutti i diretti interessati, alla desigillazione del testamento (l'adorabile vecchietto era morto in un bizzarro incendio del suo immenso palazzo nella parte vecchia di Benevento, anticipando comunque l'inevitabile) che mi lasciava UNICO erede
del patrimonio suo, e del fratello Onorio nella azienda Floris & Fratello.
Ero sulla vetta del mio mondo.
Due settimane dopo sono in cantina, ricoperto di ustioni, tagli, graffi, ecchimosi. Un orecchio parzialmente amputato e e tre unghie del piede destro strappate di netto.


E' arrivato Ignazio... Un pezzo d'uomo che in tre giorni dopo essere stato completamente immobilizzato dalle tre sorelle, mi ha praticato alcuni rozzi tatuaggi: uno all'altezza del cuore raffigura un delfino che gioca insieme a una naiade in una grotta apparentemente illuminata da frecce che dovrebbero assomigliare a raggi; un altro, sul fianco sinistro, rappresenta una sorta di fienile e un lupo vivo accovacciato all'interno con un cappio penzolante attorno al magro collo; il terzo, lungo il fianco destro: un teschio da cui si schiude un fiore, con occhi
in luogo dei petali.
Me li osservo quando Francesca Vittoria strappa brutalmente il foglio del settimo giorno da cui sono prigioniero, torturato, brutalizzato, violentato persino con un ramo di frassino ricoperto da vello di pecora.
Appoggiati alle pareti vi sono da questa mattina tre cadaveri con il volto reso irriconoscibile da da un cappuccio; ma io li riconosco da alcuni dettagli nei vestiti: Demostene e il garofano marcito all'occhiello, Urbano e le scarpe con l'attaccatura fucsia attorno ai lacci, Enrico con la redingote sbottonata e il cipollone in argento del padre che ciondola diritto come un fuso.
Ho fame e guardo mia madre; la divorerei senza problemi e senza sensi di colpa. Lo stesso farei con le zie: ne caverei addirittura le budella e le ingoierei metro dopo metro se potessi, ma non posso...
Al contrario, so già quello che mi attende: mentre il sole cala i corpi dei mariti vengono allontanati e io perdo per la cinquantesima volta i sensi... Stanchezza, esacerbazione, dolore insopportabile, rabbia, follia omicida. Mia madre è l'unica donna rimasta mentre le sorelle
sono sparite...
Tento di affrontarla costruttivamente, ma subito sprofondo in una crisi isterica e inizio a urlare e a inveire contro la sua persona, il suo utero, il suo passato e la mia devastazione. Quindi taccio, perché lei si limita a fissarmi senza incrinare un singolo, quasi invisibile muscolo secondario del volto.
Allora la imploro: "Slegami, mamma..."

Lei fa per alzarsi quando si sente il chiavistello nella porta lancinare e l'ingresso spalancarsi sui cardini cigolanti... Entrano le zie ed entrambe recano due piccole pentole che mi mettono, fumanti, a lato dei miei piedi ulcerati. Non mi occorre molto tempo o arguzia (malgrado il pauroso stordimento) per comprendere di cosa si tratti.
Avrei voglia di prendere a testate le pareti bianchissime, e renderle rosse della mia materia grigia e ancora pulsante; invece vengo liberato delle catene e crollo al suolo sbattendo la mascella, che inizia ad agitarsi mentre un odore nauseante si innalza dalle pentole.
Vi vedo galleggiare rozzi tocchi di quella che sembra carne ma possiede più la sensazione dei residui di incomprensibili e oscure vicende... Affondo la faccia prima in un contenitore
di rame, poi nell'altro. Sbrano, mi ingozzo, vomito, riprendo, vomito nuovamente, quasi soffoco per la fretta di riempire il mio stomaco, sgomberato dall'oscena rivalsa di mamma
e delle sue sorelle...
Quando ho finito scivolo e batto la testa sul pavimento; ma resto lucidissimo almeno per alcuni minuti e un pensiero malizioso arriva farmi visita: eccoti uomo del futuro, possidente, magnate, erede designato di un impero senza avere nemmeno gli stracci per coprire un corpo scheletrico e martirizzato.
Ti credevi potente e hai solo un'illusione di sopravvivere, ti credevi frequentatore dei più esclusivi ristoranti della costiera amalfitana, e hai divorato tuo padre Demostene... Soprattutto: ti supponevi amato e rispettato, viziato e coccolato: un Eliogabalo del cazzo,
e come lui finirai fatto a brani e fatto sparire negli scoli delle acque nere.
Ti credevi, tu.


E' arrivato il mattino e la luce ferisce gli occhi perché sei all'aperto: una radura sbrecciata dal sole di agosto; spietatamente, crudelmente, ma sanamente perché sei ancora dentro la tua pelle straziata.
Mi guardo addosso, guardo in giro e realizzo si essere non distante da Apice Nuovo...
In un bosco dove mi portava da ragazzino Demostene a raccogliere e a mangiare fragole. Isabella arrivava dopo e si abbracciavano; era un grande amore e prometteva bene malgrado i miei nonni... Malgrado me stesso e la fame di odio.
Sono ancora nudo ma a fianco stanno, immacolati, una catasta di indumenti da cui ho solo l'imbarazzo della scelta. Non sono stato curato, nemmeno ripassato con un po' di lenimento: tutte le piaghe rimangono aperte, ma non importa... Indosso, sentendo fitte fortissime a ogni accenno di gesto, mutande aderenti tra nero e l'azzurro, un paio di brache di lino grezzo, una camicia decente di cotone a scacchi rossi e verdi, sandali addirittura di ottima fattura, un cappello di paglia tinto da una striscia di rosso. Se solo avessi uno specchio.... Devo essere un orrore. La gente fuggirà a gambe levate lungo la strada? Non mi faccio ulteriori domande e mi avvio. Ho una mappa addosso: i grezzi tatuaggi che adornano l'epidermide pallidissima.
Mi faccio caricare da un furgoncino di nigeriani e senegalesi, avviati alla raccolta di qualcosa. E lo dicono più volte ma non capisco il loro inglese... E sorrido, come se in realtà li capissi.
Non riesco a farmi un'idea di come sono fatto in faccia perché questi splendidi africani possiedono il dono di non farti pesare nulla, anche se fossi l'uomo elefante.
Scaricato a Pratola Serra, piglio un pullman sino ad Avellino, ma è zeppo di gente e il finestrino ancora abbacinato dal sole lascia intravvedere solo alcuni accenni dei miei tratti. Di certo non sono messo bene, ma ormai non importa più.
Ad Avellino in ferrovia per sfociare sulla costa... Ho in testa la naiade e il delfino. E così è: Salerno. Nel frattempo nei cessi della carrozza ho avuto occasione, finalmente, di darmi un'occhiata.
Beh... Poteva andare peggio: il labbro superiore è nettamente spaccato, il molare è saltato, entrambe le guance dallo sgargiante color amaranto sono tracciate con linee verticali e perfettamente parallele, la fronte alta e un tempo assolutamente liscia quale indice di larghe vedute, adesso presenta rughe e solchi più un prognatismo marcato. Causa? Un bernoccolo enorme affiancato su una linea a digradare da due fratellini minori, ma egualmente scomodi.
Per fortuna i capelli lunghi mi coprono il padiglione auricolare quasi divelto... il dolore ai piedi dalle unghie strappate è tutto sommato reggibile...


***

Salerno. E un altro mezzo pubblico fino a Cetara, dove i frutteti scendono al mare e alle piccole insenature. Mi infilo nel tragitto della costa e non faccio grande fatica a rintracciare
il Buco di Sanni, dove da bambino mi portavano tutti a giocare e a esplorare, senza amici tranne l'acqua inconfondibilmente gelida, l'affiorare urticante di qualche scoglio ombroso
e meduse, i granchi che si intravvedono sotto la superficie composta e ancestrale dell'elemento liquido.
Osservo bene, nonostante le ombre che fanno da schermo alla mia comprensione. Poi, infine la trovo: zia Ginevra che galleggia con le braccia larghe e il costume da bagno ceruleo; il suo tipico. Ha la faccia sotto la capigliatura di cui va tanto orgogliosa... Lunga chioma ancora senza uno schizzo di canuto. Una donna bellissima avevo sempre pensato, e lo penso ancora adesso.
Non le sollevo il volto (sicuramente devastato dalla fauna marina) e mi tolgo con solennità dai piedi. Il primo enigma, il primo inchiostro sulla mia pelle è risolto e sbiadito.
Adesso direzione Alvignano, provincia di Caserta. Con la sua vista sul Volturno, I Monti Caprensi ma soprattutto la zona di Montaniccio, cosparsa di allevamenti e vecchie e nuove fattorie dove mi faceva gironzolare nonno Onorio, che conosceva tutta la zona come le linee dell'amore e della vita nel palmo della sua mano.
Individuo gli edifici dell'antico allevatore Ruggero Sanamiele... Ora sono in disfacimento, ma una volta valevano parecchio e significavano molto. Mio nonno era solito mettermi in groppa ad asinelli, capre, vacche da latte. Adesso mi dirigo verso quello che era il fienile e, appena entrato, un corpo va avanti e indietro dolcemente obbligato dalla calda brezza, innanzi alle pupille.
Vorrei distogliere lo sguardo ma è impossibile: zia Francesca Vittoria pende con la lingua viola estromessa dalle labbra cianotiche e gli occhi sembrano sul punto di venire espulsi dalle cavità oculari. Si è appesa al centro dello spiazzo interno, facendo passare la lunga corda di canapa intorno alla puleggia usata nei tempi belli per fare salire le balle di fieno... Adesso è lei ad essersi innalzata, rifletto senza muovermi.
Mi faccio coraggio e decido di non perdermi un dettagli del suo volto: la morte non fa sfigurare la vita, se è stata ben articolata e sostanzialmente onesta. E in questa maniera intendo rammentarmi Francesca Vittoria: la dolce, la terrestre, la vivacemente sostanziosa,
la più intellettualmente scaltra delle sorelle.
Come ho fatto con zia Ginevra non la rimuovo di un centimetro. Altro tatuaggio chiarito; e la volpe può considerarsi scacciata, ma il cappio rimane. Comunque altro inchiostro sbiadito, ripeto. Ed è questo ciò che conta.... Intono solo una preghiera tutta personale per quella donna che mi dava sempre le pasticche Leone e mi comperava i gelati artigianali persino
ad aprile.


Direzione: Telese.

Torno alle mie origini e alla sicura tomba di famiglia di mia madre Isabella e di mio nonno Giovanni Battista, nonché altri variegati padri di madri di padri di madri.
Lo spazio nel cimitero di Telese dedicato alla famiglia Floris rammenta uno ziggurat piuttosto che un luogo di raccoglimento e di mesta riflessione. Puttini che sormontano teschi, squarci di un Cristo che scende sulla Terra accompagnato da cherubini drogati, una Madonna
che guarda circospetta da un angolo; quasi di sbieco e invidiosa...
Per il momento mi limito anch'io ad osservare poiché vi sono ancora troppe beghine che vanno a zonzo biascicando giaculatorie; ma quando fra poche ore sarà oscurità e tenebre giungerò inesorabilmente di ritorno.
In sopralluogo con pala, piccone e una sorta di grimaldello per tumuli, che ho comperato qualche tempo avanti il crepuscolo, in un negozio di articoli agricoli e materiale da costruzione e distruzione, tentando di farmi notare il meno possibile...
Ma suppongo con buone possibilità di non essere passato inosservato, malgrado ormai

l'aspetto sia decisamente migliorato, e la complessione generale riveli quella genetica dell'aristocratico lievemente in disgrazia.

Sono le due dopo il tocco quando scavalco il muro di cinta del piccolo sacrario e mi avvicino alla Cripta Floris. Con una cesoia rinforzata e da combattimento faccio saltare l'enorme chiavistello; non mi costa nemmeno tanto sforzo: realizzo che sono in stato di trasporto irrazionale, una sorta di trance agonistica verso i misteri dei lombi che mi hanno procreato senza mia richiesta o necessità, e mi hanno scagliato nel calderone delle contraddizioni e dell'apparentemente insolubile tragedia attica.
Ma ho tutte le intenzioni di non arrestarmi. Apro con il grimaldello il lucido ingresso in travertino delle due gigantesche guardie demoniache al capitolo finale... Il sarcofago di mia madre e quello di suo padre sono prossimi, mentre addossati alle pareti stanno altri tumuli sfolgoranti. La vista si intorbida ma il corpo reagisce, come sostenuto da fili invisibili...
Antenati. Maledizioni. Ossicini in frantumi.
Divelgo con rabbia l'ultimo riposo in marmo rosa di Isabella Floris e vi trovo una calendula che assomiglia a un avvertimento. Lei non c'è... Lei non è morta, allora.
Forzo furiosamente l'ultimo riposo di Giovanni Battista Floris e vi trovo una pergamena fittamente scritta, ma non ho tempo sufficiente a indugiare: la ripiego per portarla via e capire cosa stia accadendo, e cosa sia accaduto.


Con sangue gelido richiudo il santuario violato e mi incammino alla luce di una torcia
elettrica coperta da panni rossi. L'aria si insuffla appena nei polmoni, fioca e favolosa.
è ancora estate, Il ghiaino scricchiola, mentre vedo due figure attendere al cancello del piccolo ma dignitoso villaggio di morti.
Ecco... sono fottuto, penso. Il guardiano invece di ubriacarsi o di dormire è venuto fuori
a prendersi un poco di ossigeno e ha notato il sacello dissacrato. Poi ha chiamato un gendarme e adesso mi attendono in tutta serenità per portarmi, bonari e comprensivi, al luogo dei militi. Poi, al termine di un intricato percorso giudiziario, in un asilo per dissociati dove ordinare le mie follie, e dare un metodo a situazioni alle quali nessuno mai crederà, stante l'assoluta incongruenza e la morbosa, inattuabile constatazione di fatto, corroborato da evidenti prove.
Sono forse pazzo?
Le due figure si fanno sempre più vicine e realizzo che non né custode né brigadiere, ma mamma e nonno. Isabella mi accarezza la guancia ancora ispida degi assalti virulenti a unghie bianche; mio nonno batte sulla spalla e mormora: "Bene... Bene.."

"Che significa?" estraggo la pergamena da sotto la camicia e la porgo a Giovanni Battista.
"Leggi..." Mi fa. "Ma prima tiriamoci fuori da questo postaccio insalubre".
Seguo mio nonno, tenendo per mano mia madre.
Isabella è magnifica: avvolta da taffetà e lino curatissimo di Altamura. Indossa una gonna eguale a quella che indossava mentre mi spingeva insieme a Demostene sull'altalena.
Penso a tempi remotissimi: Paleocene Sentimentale.
Arrivati in cima a una collinetta formata da antichi stati di carbone fossile decido di leggere alla luce della mia ora nuda lanterna: ciò che mi si rivela alla fine lascia la mascella penzolante e il mio cuore a battere come un tamburo abissino...


Chi sta di fronte non è infatti mia madre ma la sua gemella Elena Luce, scappata di casa all'età di diciassette anni per sfuggire la presa dittatoriale del vecchio genitore. E chi le sta
a fianco non è mio nonno Giovanni Battista, ma il suo gemello alienato Dimitri, tenuto in assoluta solitudine e reclusione in un ala del monumentale palazzo dinastico nel centro
di Benevento sin dal compimento dei diciotto anni.
"Ma, quindi...L'incendio..."
Lui ride sommessamente: "L'ho desiderato per sessant'anni... Alla fine mi è riuscito. Quel vecchio bastardo di mio fratello si è appiccato come un cerino mentre cercava di far portare
in salvo i suoi quadri di Watteau e i suoi Gobelins... Urlava come un maiale scannato e non poteva fare nulla, dovevi sentire figliolo... Alla fine la servitù lo ha mollato e io me la godevo
dall'angolo della strada... Finalmente libero. Non puoi nemmeno immaginare, nipote..."
Lo interrompo perché lo capisco benissimo, e capisco benissimo mio zio matto. Io sono come lui mentre ho sempre creduto di essere il ritratto di Giovanni Battista Floris... Pessimo errore e grave caduta di interpretazione psicologica. Uno spaventoso, ingarbugliato, strano equivoco.
E ridiamo a squarciagola dall'alto della collinetta.
Poi avvicino la gemella di mia madre...

La mia vera madre spiega, sommessamente ma ferma, incinta di un palafreniere renano... Questo il motivo per cui era stata allontanata, o se n'era comunque fuggita a diciotto anni.
Insistiamo a colmare il buio di sghignazzi per lunghissimi eterni minuti mentre lei si pone
in grembo un teschio, con petali ametista dentro le fosse dove un tempo risiedevano pupille malvagie; da matrigna. Gli occhi viola di Isabella.
Così anche il terzo tatuaggio sbiadisce insieme all'inchiostro dei miei brutti ricordi...
Verso le sei nel mattino quando s'inerpica il sole abbarbicato alle lievi colline ci avviamo: come una nuova, Sacra Famiglia.


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