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Una storia di

NEVADA - Un insolito omicidio nel deserto

QUARTO CAPITOLO - L'INSONNIA

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Pubblicato il 04 giugno 2020 in Thriller/Noir

Tags: #DAngelo #Nevada #Giallo #Noir #Poliziesco

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TRAMA: Due cadaveri vengono rinvenuti in mezzo al deserto fuori Las Vegas. Vincent D'Angelo, detective cinico della omicidi, sarà chiamato a far luce sulle circostanze poco chiare della loro morte.


GENERE: Poliziesco


NEVADA LA SERIE: "Un insolito omicidio nel deserto" è il primo racconto del mio progetto Serie Nevada. La mia idea è quella di dar vita ad una serie di racconti ambientati interamente negli Stati Uniti, più o meno collegati, che mi daranno modo di sperimentare le varie sfumature del genere poliziesco. Dalla violenza e dissolutezza dell’Hard Boiled, al raffinato intelletto del Giallo Deduttivo, sino a toccare la psicologia criminale del Noir

QUARTO CAPITOLO – L'INSONNIA

Ross ha avuto il permesso di procedere con gli interrogatori, segue uno schema da lui ideato che dice gli permetterà di ottenere informazioni rapidamente, non so quanto possa essere vero. Sono passati ormai più di venti giorni dalla sua sfuriata nel bagno della centrale, da allora non ci sono stati passi avanti sul caso, e visto che a Turner avevano dato un ultimatum dai piani alti, ha deciso di dar retta al tenente. Non mi importava che il mio punto di vista non avesse portato a nulla, o se per questo fossi uscito dalle grazie del capitano, ma da quando il caso aveva raggiunto un apparente punto morto, avevo smesso di dormire.
L’unità è stata smantellata, ed io sono stato relegato a fare del lavoro d’ufficio. Ogni stramaledetto giorno la mia scrivania è piena di montagne di scartoffie da sistemare, ci lavoro assieme a Terence, che come se già non mi pesasse abbastanza, mi assilla con la questione Simmons.

« Non è giusto Vincent, ancora non sono riusciti a prendere il suo assassino. »

Lo so Terence, maledizione, sarà la centesima volta che me lo ripeti oggi, quanto vorrei essere per strada in questo momento. Ross entra dalla porta con la sua solita camminata decisa, mi rivolge un breve sguardo e tira dritto, non sembra affatto di buon umore, deve aver fatto un altro buco nell’acqua. Brancolano nel buio, la cosa non mi dà affatto soddisfazione. Certo, non mi troveranno allo stadio a sventolare una bandierina con la scritta “Team Ross”, ma vorrei davvero conoscere come si sono svolti effettivamente i fatti quella notte nel deserto, magari finalmente ritroverò il sonno.
Un agente entra con in mano un malloppo di fogli, spero che non venga da questa parte, ma lo fa, allora spero siano per il collega alle mie spalle, purtroppo non è così.

« Ragazzi, dovete sbrigare queste carte, doveva farlo Jordan, ma è impegnato con il tenente Ross, perciò… dovete farlo voi. » ci dice, riponendoli sul tavolo ed allontanandosi immediatamente.

Quanto vorrei cospargere la scrivania di benzina, e darle fuoco. Qui dentro rischio di impazzire, mi serve una pausa.

« Terence, torno subito, ho bisogno di staccare. »

Mi allontano da quell’incubo e raggiungo la macchinetta del caffè, la brocca è semipiena, devono averlo fatto da poco. Ci riempio un bicchierino di carta, e ne mando giù un sorso, come al solito sa di piscio. Connie, una delle centraliniste, mi si avvicina timidamente, è sempre molto carina con me. Porta dei grossi occhiali neri, che le scivolano giù per il naso da quanto sono pesanti, così li riporta su con l’indice ed ogni volta dopo sorride.

« Ciao Vick! » mi saluta con voce appena udibile.

« Ciao Connie. Ti sconsiglio il caffè, è un autentico schifo. »

« Grazie, ma comunque io non lo bevo il caffè. Volevo solo dirti che mi dispiace per la tua situazione. »

« Si beh, poteva andare anche peggio. » le dico incurante.

Impacciata, mi si avvicina di qualche passo, e poggia la sua mano dolce sulla mia spalla.

« Vick, vorrei tanto fare qualcosa per farti stare meglio. »

Qualche minuto più tardi siamo nel seminterrato, nella stanza dove teniamo i fascicoli sui casi chiusi, la sotto nessuno può sentire i suoi gemiti di piacere mentre la sbatto su un portadocumenti impolverato. Fa un caldo infernale, la luce solare che sopravvive al vetro spesso della finestrella impolverata, si riflette sui nostri corpi sudati. Anche mentre facciamo l’amore gli occhiali le scivolano sul naso, glie li sfilo, la cosa le piace e mi chiede di baciarla, non sono un tipo da baci, ma la accontento. Stringe la mia testa forte al suo seno mentre la possiedo con più vigore, sento il suo cuore quasi esplodere, le sue labbra ansimanti si appellano a Dio, fino a che non raggiunge l’estasi, ed io con lei. Riprendiamo fiato mentre con le mani sul mio collo mi trattiene vicino a se, il mio sguardo basso è rivolto ai suoi seni che palpitano ad ogni suo respiro. Sollevando la testa incontro prima le sue labbra, sulle quali assieme al rossetto sbavato si è dipinto un sorriso appagato, quindi i suoi grandi occhi nocciola, che mi osservano rilasciando un luccichio che non comprendo. Mi da un piccolo bacio sulle labbra, per poi riprendere a guardarmi quasi come fosse in attesa che io dica qualcosa, ma non so bene cosa dire. Quando prova a darmi un altro bacio, mi ritraggo.

« Dovremmo tornare di sopra adesso. » Le dico.

Mi sottraggo alle sue braccia, riabbottono la camicia e riaggancio la cintura. Lei non si è ancora rivestita, ha solo rimesso gli occhiali, e con le mani trattiene la camicetta chiusa sul suo seno, come se adesso provi imbarazzo a mostrarmelo. Nel dirigermi verso la porta, le consiglio di attendere prima di venire su, in modo da non destare sospetti. Il suo volto ha cambiato espressione, gli angoli della bocca sono piegati verso il basso, e le palpebre cadono sui suoi occhi lucidi, mentre a capo chino fa di tutto per evitare il mio sguardo.

« D’accordo. » mi dice con voce strozzata.

Non capisco cosa le sia preso, un attimo prima era felice, ed ora pare sul punto di dover piangere, forse dovrei chiederle il motivo, ma non ho tempo di preoccuparmene adesso. Non so spiegarmi come, ma quella galoppata mi aveva dato un nuovo stimolo, una prospettiva diversa.
Risalgo le scale cercando di non dare nell’occhio e raggiungo l’archivio delle prove, per entrarvi devo esibire il distintivo al custode all’ingresso. Una volta dentro, prendo la scatola con i fascicoli del caso Simmons, e sfilo le lastre dove è possibile vedere il proiettile sparato a Lenny Dalton. Voglio portarle via con me, ma non si possono prelevare prove senza un’autorizzazione, devo inventarmi qualcosa. Faccio la cosa più banale che si possa fare, infilandole sotto alla camicia. Un occhio attento le avrebbe notate, tuttavia conoscevo il custode, era un pigro buono a nulla, che si era fatto destinare all’archivio proprio per poter oziare tutto il giorno. Riesco ad eludere la sua vigilanza senza problemi, e quando firmo sul registro delle visite, non si accorge neppure che utilizzo il nome di Harry Callaghan. Una volta uscito, le sfilo in fretta dalla camicia, arrotolandole e mettendole sotto il braccio mi dirigo verso la mia scrivania.

« Dov’eri finito Vincent? » mi chiede Terence.

« Devo andare, coprimi tu. Ho una faccenda da sbrigare. » gli dico mentre raccatto le mie cose.

« Mah, non puoi uscire. Cosa dovrei dire al capo se dovesse chiedermi dove sei andato? »

« Non preoccuparti, nessuno noterà la mia assenza, hanno ben altro a cui pensare. » lo rassicuro. « Ti devo una birra amico. »

Indosso il cappotto, aggancio il distintivo alla cintura e imbocco l’uscita.

​​​​​​​

Venti minuti più tardi sono al St. Martin, l’ospedale dov’era ricoverato Lenny Dalton, e forse qui troverò delle risposte. Prendo l’ascensore e pigio il pulsante per il terzo piano, il reparto di chirurgia. Camminando per il corridoio, mi imbatto in un’infermiera che mi domanda cosa ci faccio li. Esibendo il distintivo, le domando dove si trova il dottor Sanderson.

« A scusi agente. Il dottor Sanderson in questo momento è in sala operatoria, sta per iniziare un intervento. Se vuole parlarci dovrà attendere almeno un’ora. »

Un’ora? Non aspetterò così tanto. « Dov’è la sala operatoria? » le domando.

« Da quella parte, ma non può parlarci ora…»

Cerca di fermarmi, non può. Accelero il passo ed arrivo in sala, un vetro mi divide dal dottor Sanderson e dai suoi assistenti, fortunatamente non hanno ancora iniziato. Busso sul vetro col distintivo, e quando lui si gira glie lo mostro, controvoglia mi raggiunge fuori dalla stanza.

« Cosa vuole? Non vede che sto operando? »

« Non mi pare abbia già iniziato. Mi servono solo delle informazioni su un suo paziente, Lenny Dalton. »

« Cosa? Ho già risposto a tutte le domande dei suoi colleghi. »

« Non può dirlo, non sa che domande devo farle.»

Inutile, non importavano le domande che gli facessi, quel tizio non mi avrebbe mai detto niente. Ho dovuto interrogarlo per circa un paio di minuti prima di capirlo. Erano probabilmente riusciti a spaventarlo, o a comprarlo forse.

« Se non le spiace ora ho un paziente che ha bisogno di un trapianto. » si congeda, rientrando nella sala sterile.

Non era andata affatto come speravo, gli avevo mostrato le lastre, e non le aveva neppure degnate di uno sguardo. Fatica sprecata, non mi restava che andar via, avevo qualcun altro da poter interpellare.
Ero ormai arrivato alla mia macchina quando mi sentii chiamare.

« Detective! Mi scusi detective! »

Una ragazza mi viene incontro, indossa un camice azzurro sotto al giubbotto, è un’infermiera.

« Ho appena finito il mio turno, e quando parlava col dottor Sanderson, passavo lì vicino e mi pare di averla sentita chiedere informazioni su Lenny Dalton. »

« Si, è così. »

« Io ero una delle infermiere incaricate alle cure post-operatorie del signor Dalton, ero quella che gli portava le pastiglie. Detective, da quando ho visto in Tv la povera vedova di Simmons, non riesco quasi più a dormire. Quella tenera vecchina mi ricorda tanto mia nonna, lei adesso non c’è più purtroppo. Vorrei tanto dare una mano, ma non voglio si sappia, capisce cosa intendo? »

Curioso, sembra che non sia il solo ad aver perso il sonno a colpa di questa brutta storia. Vorrebbe dare una mano senza che tuttavia lo si sappia, vista la reputazione dei Dalton, posso capire. Vuole essere rassicurata, se sa qualcosa devo farla parlare.

« Sono qui senza un permesso, e probabilmente quando il mio capitano lo verrà a sapere, e verrà a saperlo, mi sospenderà e chissà che altro. Quindi signorina può fidarsi di me. »

Dopo averci riflettuto un istante. « Ok, voglio fidarmi. »

La faccio salire sulla Dodge, non ha i soldi per una macchina, ed avrebbe dovuto prendere l’autobus, così le chiedo dove abita. Mentre guido verso casa sua, le domando se ci fosse qualcosa che non aveva detto quando era stata interrogata. Assumendo un’espressione perplessa, mi dice che in verità nessuno l’aveva fatto. Certo, avevano preso per vera la parola del chirurgo, perché preoccuparsi della giovane infermiera, dilettanti. La ragazza comunque mi dice cose che già conosco, non mi è molto d’aiuto. Almeno così credevo, fino a che non accenna ad una certa scottatura sulle mani di Dalton.

« Sapevo che il signor Dalton aveva un proiettile nel petto, ma la cosa strana erano le bende che gli avvolgevano le mani. Per curiosità, ho chiesto alla mia collega che si occupava delle fasciature, il perché di quel bendaggio. E lei mi ha detto che il paziente aveva delle scottature ad entrambi i palmi delle mani. »

« Ha detto come se le è procurate? »

« E qui che la cosa si fa ancora più strana detective. Quando glie lo hanno chiesto, ha avuto una reazione rabbiosa. Vista la sua reputazione, dopo quella volta nessuno ha più osato farne parola. »

La ragazza ha ragione, la faccenda si sta davvero facendo strana. Arrivati nel suo quartiere, la faccio scendere ad alcuni palazzi di distanza, è preferibile che non la vedano in compagnia di uno sbirro. Prima di incamminarsi, mi prega ancora una volta di non fare il suo nome, la rassicuro, nessuno avrebbe saputo nulla. Mentre mi allontano, vedo il suo riflesso svanire nello specchietto retrovisore, non conosco neppure il suo nome, forse è meglio per lei che sia così.


Sono fermo in auto da più di mezz’ora, il traffico è rallentato, la causa, una marcia di protesta, l’ennesima questo mese. I manifestanti chiedono a gran voce che sia fatta giustizia, vogliono che l’assassino di Giocondo Simmons venga trovato e sbattuto in carcere. Diversi agenti sono schierati in tenuta antisommossa, pronti a sedare ogni qualsivoglia avvisaglia di disordine. Non riuscirò mai a raggiungere la Biblioteca Nazionale, dovrò escogitare un altro modo per trovare risposte alle mie domande. Appena mi è possibile, imbocco un’uscita secondaria, agli agenti messi a sbarramento mostro il distintivo, mi lasciano passare. Dopo alcuni chilometri, individuo una cabina telefonica, e mi accosto a bordo strada. Appena mi ci avvicino, un olezzo poco gradevole mi costringe a fermarmi, la cabina puzza di piscio, come tutte le altre in città. Fortunatamente c’è ancora l’elenco telefonico, solitamente se ne appropriano i senza tetto, per imbottire i loro stracci, fa freddo sotto ai ponti. Lo apro, e sfoglio le pagine a ritroso fino alla lettera A, col dito poi scorro fra decine e decine di nomi, quando finalmente trovo ciò che stavo cercando. Dopo aver inserito la moneta compongo il numero, 5555-0207, il telefono squilla per un bel po' prima che qualcuno risponda.

« Luke’s Antiques, parla Luke, cosa desiderate? »

A rispondere è un uomo, oltre l’ottantina credo. Quando gli dico cosa cerco, devo ripeterglielo più volte, fino a dover quasi urlare, prima che riesca a sentire e a capirmi.

« Mi spiace, non tratto quel genere di articoli. » mi dice con voce tremolante,

Una perdita di tempo, penso, dovrò cercarne un altro. Spero solo che il prossimo antiquario che chiamerò, non sia anche lui un matusa mezzo sordo. Sbrigativamente ringrazio il vecchio, e sto per mettere giù, quando mi chiede di attendere.

« Forse conosco qualcuno che può aiutarla. » mi dice. « Mi lasci solo cercare il suo numero. »

Attendo in linea per svariati minuti, non saprei dire quanto. Sono costretto a mettere altre monete per mantenere la chiamata, col dubbio che nel tempo in cui cercava quel numero, il vecchio possa essere trapassato. Poi finalmente ritorna, mi parla di un suo amico, un professore universitario, e mi dà il suo numero, strappo via un pezzo di carta da una pagina del grosso elenco telefonico, e ce lo scrivo sopra.


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