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Una storia di Yanez23

Il valzer dei vaffanculo

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4 minuti

Pubblicato il 02 dicembre 2019 in Avventura

Tags: #comico #insulti #racconto #relazioni

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“Le auguro una bella giornata di merda” concluse, riagganciando il ricevitore del telefono.


Contemplando lo schermo, gli occhi feriti e irritati dalla luce fredda e violenta emanata dal monitor, Gianluca De Angelis digitò sulla tastiera alcuni numeri e parole, riferiti alla durata e all'esito della chiamata.

Alzatosi in piedi per sgranchirsi le gambe, abbandonò momentaneamente la postazione per andare ad infastidire Carla Russo, la sua collega che sedeva all'interno del cubìcolo adiacente.

“Le tue scarpe fanno più cagare del solito” si espresse Gianluca con una smorfia, mentre fissava le ballerine color rosso pompeiano calzate con disinvoltura dalla ragazza.

“Mai quanto la tua faccia: quella non la puoi cambiare, però” rispose lei.

In tutta risposta, lui le pestò un piede ruotando ripetutamente la caviglia da destra a sinistra e viceversa, come si fa per schiacciare un mozzicone di sigaretta.

“Falla finita, testa di cazzo” reagì dunque Carla.

Ad un orecchio estraneo, le parole appena citate sarebbero apparse inconcepibili, specialmente sul posto di lavoro.


Tuttavia, all'interno di quel call center, espressioni del genere provenivano quotidianamente dalle bocche di ognuno dei dipendenti a prescindere dalla posizione occupata in organigramma, anche da quella del dirigente stesso.

Anche negli altri esercizi commerciali, negli uffici comunali, all'interno delle strutture che ospitavano enti no-profit, persino di fronte al focolare domestico delle private abitazioni la colonna sonora era la stessa.

La tendenza ad utilizzare termini scurrìli e sgarbàti nei rapporti sociali aveva preso piede e si era diffusa a macchia d'olio da un capo all'altro della cittadina di Vèrbio qualche anno prima, nel 2015.


Tutto era incominciato a causa di un piccolo insetto, Archestulus mefiticus, che, introdotto inopinatamente in un ambiente diverso dal proprio, aveva esalato grosse quantità di una tossina denominata lizotectina; quest'ultima, se respirata dall'essere umano, era in grado di alterare permanentemente il corretto funzionamento dell'area di Broca, la porzione del cervello coinvolta nell'elaborazione del linguaggio.


Alcuni esemplari, come successivamente si era scoperto grazie ad un team di scienziati consultati per spiegare il fenomeno, erano stati trasportati da un ignaro facoltoso imprenditore originario di Vèrbio il quale, di ritorno da un viaggio di piacere in un piccolo arcipelago a sud della Tailandia, aveva portato con sé come souvenir un pezzo di corteccia intagliato a forma di maschera da un artigiano locale.

In quel manufatto erano contenuti un centinaio di Archestulus allo stadio larvale.

In seguito, insediatisi nell'inedito habitat urbano, gli animaletti si erano riprodotti, incrementando il proprio numero in modo esponenziale.

Soltanto molti mesi dopo, alla luce della scoperta sugli effetti dannosi provocati dalla tossina, la massiccia colonia era stata, con immani fatiche, debellata.

Gli effetti della tossina sulle menti dei cittadini, però, erano ancora presenti e ormai irreversibili.


Poco era cambiato, nella vita della quieta cittadina di provincia, per quanto riguardava i comportamenti antisociali e lo scoppio di liti o risse: i numeri che riguardavano l'incidenza di queste ultime erano rimasti invariati.

Curiosamente, un altro dato aveva evidenziato un netto calo in termini percentuali; quello riguardante il tasso di suicìdi.

Lo sfogo garantito dalla possibilità di poter essere volgari e sboccati in ogni circostanza, anziché sopprimere reazioni di insofferenza verso il prossimo, aveva diminuito in buona misura il senso di frustrazione e reso più sopportabile il male di vivere.


Gli impropèri tra guidatori troppo nervosi erano numerosi e all'ordine del giorno, ma sotto quel punto di vista poco era cambiato, era sempre stato così.

Altrettanto si poteva rilevare per quanto riguardava gli epìteti sconci pronunciati dalle coppie nell'intimità del còito, già prassi consolidata da tempo.

Nessuno si sentiva in colpa per il proprio comportamento, perché ciascuno sapeva che la replica da parte dell'interlocutore alle ingiùrie ricevute sarebbe consistìta in altrettante analoghe offese di rimando.


Altro scenario, stesso ritornello.

Tabaccheria in zona centrale.

“Molte grazie” soggiunse il turista, ritirando il resto.

“Grazie al cazzo” replicò il tabaccaio.

“Ma come si permette? Lei è un cafone!”

“E tu sei un bel pirla. Le cartoline te le ho date, se non le volevi, non dovevi venire qua a scassare le palle e te ne stavi tranquillo a casa tua.”

Il turista, con un'espressione interdetta impressa sul viso, gli voltò le spalle e si allontanò.


Gli abitanti di Vèrbio, negli anni successivi al cambiamento, non erano di certo vissuti sotto una campana di vetro; come accade a chiunque, avevano sentito la necessità di viaggiare e spostarsi, in giro per l'Italia oppure all'estero, per svago o per motivi di lavoro.

Tuttavia, per alcuni di costoro che avevano deciso di trasferirsi stabilmente in altre città per studiare o cercare un lavoro, l'impatto non era stato altrettanto indolore.

A causa del tono brusco e offensivo delle loro risposte, nelle relazioni interpersonali e nelle attività di ogni giorno, erano stati emarginati; gli estranei, abituati a formalità e ad infiniti convenevoli, stigmatizzavano il comportamento dei nuovi arrivati e li facevano spesso sentire inadeguati e fuori posto.

In un modo o nell'altro, dunque, tutti loro avevano gradualmente fatto ritorno nella cittadina d'origine.


Vèrbio, viceversa, era divenuta una meta caratteristica e unica nel suo genere: incuriosiva i turisti di tutto il globo, ansiosi di sperimentare cosa si provasse a trovarsi in un habitat urbano così particolare.

In poche parole: una Disneyland del vaffanculo.



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