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Una storia di Purpleone

Il villaggio dei corvi (versione estesa)

3^ e ultima parte

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6 minuti

Pubblicato il 12 luglio 2020 in Horror

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All’ora di pranzo mi presentai puntuale al saloon e, mentre consumavo il solito pasto, ebbi la sorpresa di trovare, infilato nella polpa della pagnotta, un ritaglio di carta. In un primo momento pensai a una negligenza del fornaio ma appena lo posai sul tavolo vidi in una parola, vergata in quell’infantile calligrafia che avevo già visto in precedenza, la stessa identica esortazione: “scappa”.

Volsi lentamente lo sguardo attorno e profittando del fatto che nessun altro era presente tranne l’oste che mi dava le spalle, infilai lestamente in tasca l’avvertimento. Mi alzai lasciando il resto del pranzo sul piatto, misi sul tavolo il denaro dovuto e salutando guadagnai rapidamente l’uscita con la mente e il cuore in subbuglio.

Una volta fuori la luce e l’afa mi colpirono in pieno ma non me ne avvidi che a malapena. Sentivo il gelo nelle ossa e ogni fibra del mio essere era intenzionato, ora, a seguire quel misterioso consiglio. Al diavolo Credence e i suoi lugubri abitanti.

Arrivato in prossimità della casa, piegai a sinistra per arrivare direttamente sul retro e sellare immediatamente il mulo. Quando girai l’angolo vidi il recinto vuoto: il mulo non c’era. Solo la cavezza, ancora legata all’anello sulla parete, penzolava pigramente. La rabbia prese il sopravvento sull’inquietudine e feci un rapido dietrofront in direzione dell’ufficio dello sceriffo.

Lo trovai seduto, all’ombra, fuori dal suo ufficio. Quando sentì i miei passi, smise di dondolarsi sulla sedia e sollevò dagli occhi la tesa del cappello.

"Cercavi me, figliolo?"

"Sissignore. Devo denunciare il furto del mio mulo!"

"Sei sicuro che si tratti di furto? La bestia era sotto la tua custodia, forse l’hai legata male."

"Il mulo era legato benissimo, sceriffo, e di sicuro non è capace di sciogliere i nodi!"

Lo sceriffo a quel punto si alzò in piedi forse nella speranza di intimorirmi.

"Ragazzo, stai per caso insinuando che uno dei miei concittadini sia un ladro di muli? "

"Io non insinuo nulla. Resta il fatto che il mulo non c’è più."

Lo sceriffo guardò oltre le mie spalle.

Mi voltai e vidi, con non poco stupore, che una dozzina di paesani si era radunata in strada e assisteva, silenziosa, al nostro battibecco.

"Qualcuno di voi ha forse visto il mulo del dottore andarsene a zonzo per il paese?"

Ci fu per risposta qualche no borbottato a mezza voce e un unanime scotimento di teste.

"Le indagini sono concluse, dottore." così dicendo si riaccomodò sulla sedia, sputò e si riabbassò il cappello sugli occhi. La conversazione era finita.

"Grazie tante, sceriffo."

Volsi malamente le spalle e dopo aver lanciato un’occhiataccia a quegli uomini e donne vestiti da corvi mi allontanai rabbiosamente.

Durante il tragitto mi accorsi che il resto degli abitanti stava pian piano uscendo dalle proprie case e, fermi sotto i portici o sull’uscio, mi guardavano muti mentre a passo sempre più lesto percorrevo la via.

A cento passi dalla mia destinazione me li ero ormai lasciati alle spalle ma continuavo a sentire i loro occhi sulla nuca.

Quando arrivai sui gradini di casa, vidi che le sorprese non erano finite.

Mi avvicinai alla porta con una certa dose di curiosità mentre cercavo di capire il significato del rozzo disegno che qualcuno aveva tracciato sulle assi. Era una sorta di losanga, con una croce rovesciata inscritta al centro e due piccole spirali agli estremi del braccio orizzontale. Pareva fatta da poco perché, in alcuni punti, la vernice ancora fresca luccicava al sole. Mi avvicinai per vedere meglio e subito mi arrivò, inconfondibile e raccapricciante, l’odore ferruginoso del sangue.

Feci un passo indietro e restai lì, non so per quanto tempo, a fissare quel negromantico geroglifico. Immaginai la sorte del mio povero mulo e, senza pensarci oltre, decisi immediatamente di darmela a gambe. Rientrai in casa e in tutta fretta racimolai le mie poche cose, riempii la borraccia e caricata la sacca da viaggio sulle spalle, mi allontanai rapidamente tenendomi lontano dalla via e sfruttando la casa come schermo per gli occhi di qualche eventuale curioso.

Quando fui abbastanza lontano e nascosto alla vista da un piccolo poggio, piegai a destra e intercettai la strada. Ormai non scorgevo più neppure la torre della chiesa e sicuramente non correvo il rischio di essere avvistato. Una volta sullo sterrato aumentai il passo e dopo qualche ora, quando vidi sorgere la luna alla mia sinistra, calcolai di aver messo tra me e Credence una più che discreta distanza. Rimasi comunque con i sensi all’erta anche se, in quel silenzio, avrei potuto sentire lo scalpiccio di un cavallo con notevole anticipo. Camminai ancora per forse due ore e oramai la luna quasi piena era ben alta in cielo. Decisi di riposare un poco e mi allontanai dalla strada, inoltrandomi tra bassi cespugli spinosi alla ricerca di un riparo. Mi sedetti infine ai piedi di un grosso albero, in posizione un poco sopraelevata, in modo da avere una discreta visuale in direzione del villaggio. Se fosse arrivato qualcuno, l’avrei visto con il giusto anticipo. Mi accovacciai alla meglio e mi dissetai con un sorso della fetida acqua di Credence.

Un frullio d’ali annunciò l’arrivo di corvo, e poi di un altro e di un altro ancora. Li guardai un poco imbambolato mentre si lisciavano le penne, appollaiati sulla sommità del grosso masso alla mia destra.

<<Vi ha mandato lo sceriffo?>> chiesi con voce fessa.

Guardai i loro occhi guizzanti alla luce della luna e scivolai nel sonno.



Questa, adorata madre, è la mia storia e, credo, anche la fine dei miei vagabondaggi. Ho aperto gli occhi questa mattina e sono di nuovo a Credence, nella casa dalla quale ieri sera ero fuggito. Probabilmente ho ceduto alla stanchezza, mi sono addormentato e mi hanno raggiunto; Gli occhi dei tre corvi che mi fissano sono l’ultima cosa che ricordo e ora non posso più scappare, sono prigioniero.

Nella stanza è rimasto solo il letto e la grossa stufa, tutto il resto è stato portato via, compresa la mia valigia con gli strumenti. Mi hanno lasciato la borraccia con un poco d’acqua putrida, la sacca da viaggio con i miei appunti e l’occorrente per scrivere.

La porta è non è chiusa ma non è necessario: almeno una dozzina di paesani armati di forconi e bastoni ha circondato la casa e monta silenziosa la guardia. Il sole è tramontato da qualche minuto, accompagnato dal canto di quegli odiosi uccelli e scorgo il bagliore delle prime torce accese.

Quanto terminerò di scrivere nasconderò questo diario sotto le assi del pavimento, nella speranza, che un giorno, possa salvare la vita di qualche ignaro viaggiatore che si trovasse a passare per questi orribili luoghi.

Ho azzardato un’occhiata da una delle finestrelle e mi è sembrato di riconoscere, davanti a tutti, l’alta figura dello sceriffo: è a capo scoperto, indossa un mantello scuro bordato d’oro e stringe in mano una lunga falce, quasi fosse uno dei cavalieri dell’Apocalisse. La mutevole luce delle torce distorce il suo viso ossuto dandogli, a tratti, sembianze da rettile. Alle sue spalle la luna piena color dell’ambra sta sorgendo ed è iniziato l’abominevole e osceno canto che ho imparato a conoscere, e del quale ora distinguo le parole:

YOG-SOTHOTH, L-EE'H YOG-SOTHOTH, YOG-SOTHOTH".

Quando verrà il momento, spero che il Signore mi dia la forza per battermi prima di essere preso da questi demoni in forma umana. Poterne ricacciare almeno uno all’inferno dal quale proviene sarebbe una consolazione.

Ricordatemi, cara madre, nelle vostre preghiere e chiedete intercessione per la mia povera anima.

Il vostro devoto figlio


Charles Dexter Wards,

13 agosto 1831


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