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Una storia di Purpleone

Merlock Sholmes e il caso...alcolico

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16 minuti

Pubblicato il 03 febbraio 2021 in Humor

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Era un lunedì, una giornata come tante al numero civico 221A di Baker Street, ma l’apparenza si ammanta spesso di ingannevoli abiti, inducendoci a pigliar fischi per fiaschi più di quanto si voglia. Inizio con questo mio sfogo poiché, nonostante il calendario del Royal Crabmaster Club – di cui il mio amico Sholmes era graditissimo membro - segnasse la data del 21 aprile, gli spifferi della mia stanza da letto erano tutt’altro che primaverili. Rabbrividendo per l’ennesima volta mi calcai ancor più sul capo il berretto da notte, cercando di sottrare al freddo le mie povere orecchie, e meditavo quindi su queste bizzarrie stagionali, quando la pendola del soggiorno decise di porre fine alla mia titubanza scandendo le otto del mattino.

Mi levai a sedere di malavoglia e, indossata la vestaglia imbottita di crine di mulo che Sholmes mi aveva regalato lo scorso Natale, deambulai pigramente fuori dalla stanza.

Nel varcare la soglia del salottino non mi sorprese affatto trovare il Grande Investigatore, con la pipa serrata fra i denti, dormire per traverso sull’ottomana che tenevamo a poche spanne dal cammino. Cercai in punta di piedi di raggiungere la mia poltrona preferita ma appena le terga entrarono in contatto con la medesima, essa esalò una sorta di rauco squittio di molle che sottrasse Sholmes al suo sonno ristoratore e dal quale emerse deliziandomi con una delle sue impagabili deduzioni: «Zotzon, siete sveglio presumo».

Qualche tempo dopo, quando ci fummo rifocillati con una tazza di infuso di cicoria ed aver provveduto con successo ai rituali gelidi lavacri del mattino, ci ritrovammo come al solito a quell’ora, a sfogliare pigramente le pagine del Times alla ricerca di un articolo che valesse lo sforzo d’esser letto. Mentre tentavo per la terza volta di capire il senso di un pensiero a fondo pagina mi accorsi, con lieve disappunto, che la causa della mia distrazione altro non era che il piede di Sholmes che, in maniera a dir poco irritante, tamburellava sul pavimento al vago ritmo di polka. Sollevai lo sguardo con l’intenzione di trasmettergli l’entità della mia disapprovazione quando bussarono alla porta.

Mi alzai un poco di malavoglia mentre Sholmes, al contrario, rizzava i sensi pregustando una probabile piacevole interruzione al tedio della mattina. Cercai di mettermi in sintonia con le sue aspettative e spalancai l’uscio con troppa noncuranza dimenticando, per un fatidico momento, una delle regole auree imposte da Sholmes (che vietava categoricamente di aprire del tutto l’uscio dopo le dieci del mattino), affinché i miasmi dell’ orribile cucina della nostra padrona di casa non appestassero le nostre stanze per ore e ore.

Poche altre volte mi era capitato di avere il senso dell’olfatto così strapazzato se non quando, nelle umide foreste del Bengala, durante il mio servizio per la Corona, mi imbattei in una porcilaia abusiva gestita da una setta di adoratori della dea Khalì. Era…Per Bacco!! Mi accorgo or ora che la mia mente divaga lasciandosi cullare dall’onda dei ricordi; ritorniamo a noi.

Presi lestamente dalla mano della padrona di casa la missiva che ella reggeva e con plastico e aggraziato gesto le chiusi l’uscio in faccia. Il tutto non durò più di qualche secondo ma fu sufficiente per consentire al nauseabondo odore di broccoli svedesi di prender baldanzoso possesso del nostro salotto. Pensai di aprire la finestra, ma l’alternativa al fetido odore era il gelido vento che generosamente spirava dal Tamigi e che portava con se effluvi di pesce nei vari stadi della decomposizione. Non trovandola opzione accettabile rivolsi un contrito sguardo a Sholmes che, essendosi già munito dell’ultimo modello di maschera antigas del Regio Esercito, mi faceva segno di trattenere il respiro.

Forte dei miei trascorsi da apneista dilettante colsi al volo il suggerimento mentre gli porgevo la lettera. Apro ora una piccola parentesi per illustrarvi il bizzarro rituale che Il Grande Investigatore esegue ogni qualvolta riceviamo della posta a lui indirizzata: egli prima la soppesa, poi lievemente la scuote e contemporaneamente struscia le dita sulla superficie del plico; appresso la annusa da tutti i lati e, sempre tenendo gli occhi chiusi e con in volto un’espressione di inimmaginabile concentrazione, tende infine la mano al tagliacarte che senza indugio gli porgo.

Così fu anche questa volta, con l’ovvia eccezione dell’annusata resa impossibile a causa dell’ingombrante manufatto respiratorio. Mentre con estrema cura infilava la lama tra i lembi della busta, mi arrischiai a inalare un poco d’aria e, trovandola passabilmente respirabile, uscii dall’apnea e ripresi la normale respirazione. Sholmes intanto aveva aperto la busta in maniera chirurgica - e detto da un dottore qual sono è certo un notevole complimento - ma ancora teneva gli occhi chiusi. Passai venti minuti ad aspettare un guizzo delle palpebre o un moto delle sottili labbra, poi dovetti arrendermi all’evidenza e prendere atto che il filtro della maschera infernale non stava svolgendo l’opera sua. Artigliai pertanto senza indugio l’aggeggio militare scaraventandolo lontano, e immantinente il povero Sholmes trasse un rantoloso respiro.

«Perdinci Sholmes!» sbottai, «Dovreste rinunciare a testare ogni stupido articolo che il Ministero della Guerra si ostina a rifilarvi!»

«Non siate apprensivo caro Zotzon.» rispose guardandomi di sottecchi.

«C’è ancora del lavoro da fare, ma codesto aggeggio ha delle potenzialità che vale la pena di approfondire.»

Scrollai le spalle e ripresi posto sulla mia poltrona.

«Chi vi scrive?» chiesi sperando in cuor mio in una nuova appassionante avventura.

Egli ripose la misteriosa lettera nella tasca interna della vestaglia e mi lanciò un sorrisetto sornione che sapevo foriero di buone nuove.

«Avanti Sholmes», lo implorai, «non tenetemi ancora sulle spine!»

«Orsù dottore, controllate la vostra impazienza e preparate la valigia con un cambio di biancheria per un giorno o due; prenderemo il treno delle quattordici per Dover».

Detto ciò si alzò, e con un guizzo di spalle veleggiò misterioso alla volta delle sue stanze.


Puntuale come un movimento peristaltico non desiderato, il nostro treno si mosse sui binari in perfetto orario. Mi assestai meglio sul sedile di fronte a Sholmes e trassi di tasca il mio inseparabile taccuino. Controllavo la punta del lapis quando mi accorsi, dal suo sguardo vitreo, che egli era chiaramente soprapensiero: portava la mano sulla giacca all’altezza della tasca interna - dove presumibilmente custodiva la lettera misteriosa - e la picchiettava con delicatezza, poi si fermava e tosto riprendeva. Decisi di tentare la sorte e gli chiesi:

«Benedetto Sholmes, volete finalmente dirmi qualcosa sul contenuto della lettera?»

Egli sollevò lo sguardo e mi sentii trafitto da un’ondata di quella malcelata disapprovazione che lui spesso riservava alla mia naturale impazienza. Non mi occorse altro. Aprii il taccuino e non abbandonai i miei appunti per tutta la durata del viaggio.

Impiegammo innumerevoli fermate e poco meno di tre ore a percorrere le settantacinque miglia che ci separavano dai meravigliosi paesaggi di Dover e che, per via dell’imminente imbrunire e della triste nuvolaglia ferruginosa, mi rammaricai di non poter godere appieno. Sholmes, al contrario, respirava a pieni polmoni, quantunque l’aria nei pressi della banchina ferroviaria - vi assicuro - fosse tutt’altro che salubre.

Ormai quasi del tutto assuefatto alle bizzarrie del mio amico non mi stupii più di tanto, e non ebbi moto di sorpresa neppure quando, fuori dalla stazione, trovammo un vetturino che esibiva con fare annoiato un rozzo cartello con i nostri nomi malamente riportati.

Mi sbilanciai con un’osservazione:

«La nostra carrozza, suppongo!»

«Ottima deduzione caro dottore.» rispose Sholmes con un sorrisetto enigmatico che non riuscii a decifrare. Era adulazione o presa per i fondelli? Decisi di non badare tanto al sottile e dopo aver dato i nostri bagagli al vetturino, prendemmo posto in quella specie di trabiccolo su ruote che avevo ottimisticamente chiamato carrozza.

Quando arrivammo alla locanda che avrebbe dato sollievo al mio coccige martoriato era ormai buio pesto, ma riuscii a leggere, illuminata dalla poca luce che trapelava a stento dalle sudice finestre, l’insegna vilipesa dalle intemperie che dondolava sopra le nostre teste: “L’allegra medusa” recitava in sbiaditi e incerti caratteri.

Se era stato Sholmes a prenotare alloggio in questa bicocca aveva senso, vista la sua proverbiale taccagneria, ma se l’idea era frutto della magnanimità del nostro ipotetico committente, allora c’era da dubitare assai sull’entità della nostra parcella. Mi feci forza e seguii il mio amico che con fare baldanzoso aveva spalancato l’uscio e si dirigeva verso il banco della ricezione che mi parve, in tutto e per tutto, la poppa d’un barcone vittima di naufragio.

Mi sentivo svenire dalla e fame e finalmente, dopo aver preso possesso della nostra camera al piano superiore e riposto i bagagli, ci sedemmo a tavola per consumare la nostra meritata e tardiva cena. Il mio stomaco mandava famelici ruggiti e dovetti far ricorso a tutto il mio addestramento militare per non buttarmi sul piatto come un cane randagio di strada mentre Sholmes, serafico, lentamente sorbiva dal piatto una brodaglia verdastra che poc’anzi l’oste ci aveva quasi scodellato in grembo. Devo confessare, cari lettori, che sebbene la fame spesso riesca a ottundere gusto e olfatto in virtù della legge della sopravivenza, ci sono dei limiti che non dovrebbero mai essere superati. Alla prima cucchiaiata, infatti, rischiai di inzaccherare il povero Sholmes da capo a piedi e solo il timore di ricevere la solita cucchiaiata sulle nocche mi costrinse, a malavoglia, a deglutire il disgustoso intruglio.

Quando finalmente riuscii a metter su abbastanza fiato, esclamai:

«Per San Giorgio e tutti i draghi d’Inghilterra! Cosa diamine ci ha servito quest’oste della malora?»

«Suvvia vecchio mio, moderatevi; questo linguaggio non vi si addice affatto.» mi redarguì Sholmes con tanto di sopraciglio levato.

«Siamo in luogo di mare», continuò, «e questa deliziosa zuppa altro non è che interiora miste di pesce abilmente mantecate in salsa d’aglio, rafano e mostarda di rape.»

L’avermi reso edotto circa la composizione della diabolica sbobba non la rese al mio palato meno fetida di prima ma, non volendo ricevere un’altra reprimenda, mi sforzai di mandarla giù fino all’ultimo boccone.

Alfine terminammo di cenare e potei ristorare le mie povere papille gustative con un eccellente sigaro marsicano. Sholmes, come suo solito, sfoderò con gesto elegante la pipa da meditazione di legno di palissandro e, dopo averla amorevolmente caricata e accesa, si abbandonò sulla seggiola lanciando in aria spirali di fumo greve.

Speravo che dopo qualche inalata del terribile tabacco ungherese, che non avevo tardato a riconoscere, si sentisse meglio disposto a svelare il perché del nostro repentino viaggio, ma dovetti fumare mezzo sigaro prima che, socchiudendo sornione i suoi occhietti indagatori, si decidesse a proferire verbo.

«Caro dottore, credo ormai sia d’uopo darvi qualche spiegazione.» esordì con aria magnanima.

«La lettera che ci è stata recapitata questa mattina proveniva dall’ufficio del Borgomastro di questa bella cittadina il quale, in poche righe, mi metteva a conoscenza di una singolare serie di furti perpetrati ai danni delle osterie del luogo.»

Fece una pausa per tirar su una boccata di fumo ed io per buttarne giù una del mio, poi continuò:

«I furti in questione riguardano il vino. Vino di Francia per la precisione!»

«Perbacco Sholmes! Non mi sarei mai aspettato la passione per il nettare di Bacco in queste lande!»

«E infatti così è caro dottore. Gli autoctoni preferiscono, come i loro avi, gozzovigliare in compagnia di sidro o birra ma, e qui sta il problema, questi ameni luoghi sono meta preferita di facoltosi turisti d’oltre Manica dal palato fine, e questi furti mettono in seria difficoltà l’economia del luogo. Quindi, in conclusione, ci è stata ci è stata offerta una giornata vacanza, completamente spesata di vitto e alloggio in questi incantevoli luoghi, in cambio del mio incomparabile aiuto per la soluzione del caso!»

Mi occorsero alcuni secondi per metabolizzare il tutto poi, con mente lucida e scientifica (come Sholmes mi aveva insegnato), misi insieme i pezzi ed esposi la mia conclusione:

«Quindi, se ho ben dedotto, non ricaveremo un solo penny per questa trasferta nell’umidissimo Kent?»

Egli mi guardò con un misto di benevola condiscendenza e non so che altro, e annuì.

«Esatto amico mio. E’ da troppo tempo che non ci prendiamo una vacanza e, caso raro, uniremo l’utile al dilettevole. Come poc’anzi ho detto ci godremo il delizioso clima primaverile, gli splendidi paesaggi e la deliziosa ospitalità dei nativi mentre, con il tatto e la discrezione che mi contraddistingue cercherò di cogliere l’indizio che inevitabilmente ci porterà alla risoluzione di questo bizzarro caso.»

Dopo lo sfoggio di cotanto di ottimismo e arte oratoria non potei fare a meno di vergognarmi intimamente per il mio pessimistico atteggiamento, e dal profondo del mio essere scaturì la mia più incondizionata adesione.

«Sia fatta la vostra volontà.» dissi a mezza voce in un impeto di religiosa abnegazione.

Al che egli si alzò dalla seggiola e, con non poco mio sollievo, volgemmo i passi in direzione delle nostre camere.

Dormimmo come si suole dire “della grossa”, benché stormi di isterici e antelucani gabbiani non lesinassero le loro grida fin dalla primissima aurora, facendo il paio con la sirena della locale fabbrica di colla di pesce e l’intenso vociare proveniente dal sottostante mercato. Sbrigata una rapida e frugale colazione a base di un passabile pudding di sgombro, ci volgemmo con passo spedito in direzione del centro del paese, pronti a svolgere le nostre indagini.
Devo dire che vedere Sholmes all’opera è sempre uno spettacolo per gli occhi e nutrimento per le meningi di qualsiasi mortale. I suoi sensi all’erta tutto vedevano e sentivano e nulla veniva tralasciato. Al riparo della nostra turistica copertura ci sedemmo ai tavoli di tutte le osterie, ordinando il quasi introvabile vino francese mentre carpivamo con discrezione e subdola astuzia ogni notizia utile al nostro intento.

Rientrammo alla locanda per l’ora di pranzo e forse per l’inusitato tasso alcolico che mi pervadeva, non trovai troppo disgustoso il pasticcio di aringhe in salamoia e salsa di porri. Mentre riponevo le posate nel piatto ormai vuoto, mi arrischiai in un’estemporanea facezia confidando nel fatto che la naturale propensione di Sholmes a cassare queste mie iniziative, sarebbe stata attutita dall’effetto del succo di Bacco che anch’egli aveva con generosità ingurgitato.

Lo guardai con un sorrisetto da avvinazzato e dissi:

«Caro Sholmes, anche non dovessimo cavare il classico ragno dal buco, possiamo esser certi che, dopo le degustazioni di questa mattina, abbiamo buon sangue in quantità!»

Lo sguardo che Sholmes mi riservò spense in un baleno la mia giovialità e dovetti a capo chino biascicare repentine e contrite scuse.

Sholmes non si mosse di una spanna.

Stavo per reiterare il mio pentimento quando egli, puntandomi al petto la mano armata di cucchiaio, lentamente si lasciò andare nella smorfia che avevo ormai imparato ad associare a un sorriso.

Si alzò maestosamente e sempre puntandomi con il cucchiaio disse:

«Preparate i bagagli caro Zotzon, sarò di ritorno a breve.»

E senza porre tempo in mezzo varcò lesto l’uscio della locanda.

Rimasi un poco interdetto, ma ormai assuefatto ai modi misteriosi del mio amico mi diressi alla volta della mia camera per ottemperare alla sua richiesta.

Nell’attesa, complice il vino e lo stomaco sazio, mi appisolai per qualche tempo.

Fui svegliato da Sholmes al suo rientro. Mi misi a sedere sul letto sentendomi subito attanagliato da un micidiale cerchio alla testa.

Sulle prime diedi la colpa al delizioso ma subdolo vino di Francia poi, portandomi le mani al capo dolorante, mi accorsi che la causa era il catino di metallo che mi cingeva il cranio in guisa di corona. Ricordavo di essermi rinfrescato il viso, appena rientrato in camera, ma nient’altro; il vino di Francia sa essere micidiale, ve lo garantisco.

Mentre con fatica mi liberavo del manufatto, chiesi a Sholmes ove fosse stato.

«Dal medico.» mi rispose laconico.

«Siete forse indisposto?» replicai con lieve preoccupazione.

Capisco subito quando Sholmes non vuol dire più del dovuto per cui presi i nostri pochi bagagli e lo seguii uscendo dalla camera.

La stessa carrozza che ci aveva mescolato le ossa all’andata era ora pronta per fornirci lo stesso servizio per il ritorno. Volsi un fugace e intenso pensiero al mio povero fondoschiena e salimmo in vettura. Sia in carrozza, che per tutto il tragitto in treno, cercai inutilmente di estorcere qualche informazione ma ottenni solo tre parole: ”a tempo debito”.

Sapevo per pregressa esperienza che ogni tentativo di insistere sarebbe stato inutile e mi rassegnai ad aspettare il tempo e il suo attributo.

Al rientro nei nostri appartamenti trovammo in bella vista, sul tavolo del soggiorno, un telegramma fresco di giornata.

Sholmes lasciò di botto la sua valigia e, mentre rovinosamente ci inciampavo sopra finendo per accartocciarmi sulla scimmia impagliata che fungeva da tappeto, egli strappava frenetico i lembi della busta (mandando repentinamente all’aria tutti i suoi rituali) e avidamente leggeva il messaggio.

Mentre mi scartocciavo dalla scimmia per ritornare in posizione eretta, egli proruppe in un gioioso gridolino che, come ben sapevo, indicava la riuscita dell’ennesimo caso.

Mi avvicinai sistemandomi la giacca.

«Ebbene Sholmes», lo apostrofai, « volete esser così cortese da illuminarmi?»

Senza una parola mi porse il telegramma e con un sorrisetto sbilenco in volto si si sedette sulla panca accanto al cammino. Lo imitai e lessi il testo che così recitava:

“RINGRAZIAMENTI STOP VOSTRE DEDUZIONI COLTO NEL SEGNO STOP GENDARMI ARRESTATO LADRO ETI MALTOLTO QUASI DEL TUTTO RECUPERATO STOP SEMPRE NOSTRI GRADITI OSPITI STOP“

Sollevai verso Sholmes il mio sguardo da Panda delle nevi e lo indussi ad un minimo di spiegazioni.

«Avetete ragione a essere roso dall’impazienza caro Zotzon, ma l’arcano è presto svelato. Ricordate quando a pranzo avete celebrato le virtù ematiche del vino? Orbene le vostre parole furono, come ebbi a dirvi allora, talmente illuminanti che dovetti andare a trovare il medico condotto lasciandovi, lo ammetto, in guisa di stoccafisso. Appurato che presso il suddetto medico si trovava in cura un soggetto affetto da anemia, chiusi il cerchio e inviai un breve messaggio al Borgomastro.»

La mia espressione passò evidentemente da Panda delle nevi a Triglia di scoglio perché Sholmes, dopo una breve pausa e un leggero scuotimento di testa continuò:

«Vedo, vecchio mio, che ancora non cogliete il bandolo della matassa. Ricordate la vostra facezia riguardo al vino e al “buon sangue”?»

Questa volta, fulminato da rara intuizione, annuii con fervore suscitando un sospiro di approvazione da parte di Sholmes.

«Noto con piacere che i vostri neuroni hanno finalmente trovato il giusto accoppiamento e quindi, concorderete con me, che solo un anemico può desiderare così fortemente un regolare flusso ematico da incorrere in un reato. Se poi il suddetto è per soprammercato anche il fabbro del paese, ecco che forgiare false chiavi per accedere alle cantine diventa un giuoco da ragazzi!»

Riemersi dall’estatico rapimento con il quale avevo ascoltato le mirabili deduzioni del Grande Detective e non riuscendo a trattenermi esclamai:

«Diavolo d’uno Sholmes!»

Egli si schermì giusto il tempo di un battito di ciglia e continuò:

«Orsù vecchio mio, mettete per un attimo da parte la vostra naturale modestia e cingetevi dell’alloro che questa volta avete ampiamente meritato. E’ pur vero che il mio intelletto ha puntato e centrato il bersaglio, ma il moschetto l’avete caricato voi.»


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