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Una storia di MirianaKuntz

Rebecca

Sindrome di Rebecca

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9 minuti

Pubblicato il 17 giugno 2019 in Storie d’amore

Tags: #amore #ossessione #psicologia #rebecca #sindrome

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Che sguardo avevi mentre facevate sesso? Forse dovrei usare la parola amore. So bene che prima di me eri innamorato folle di mille e uno cose che non avresti dovuto guardare. Le giornate al mare, senza me che ti corro in contro, con una palla e la protezione solare, con un berretto con la visiera. E tutti quei Natali senza un bacio sotto il vischio, e quando camminavi per la strada, contavi i culi belli che ti passavano accanto, mi chiedo se ti sarebbe piaciuto anche il mio. Solo il mio. Che sguardo avevi quando i suoi occhi verdi ti cadevano sulla camicia? Che giri facevi tra un vizio e un altro? Mi chiedo se le aprivi lo sportello, se le dicevi solo sali, se lei si sarà sentita usata qualche volta, o lusingata di essere il tuo feticcio. Che cosa si diceva in giro, sui marciapiedi a fumare, quali parole toccavano la tua bocca e la sua, questo non si sa. Se quando lei giurandoti che eri -il primo- pellegrino di passaggio, se hai pensato fosse bello, brutto, o che non contasse niente. Lei ha gli occhi più belli dei miei, a te il verde piace, forse perché ti ricorda gli alberi, o le siepi, o gli smeraldi, forse perché le cose verdi appartengono alla terra, e la terra non può mentire. Lei ti riempieva di bugie, ma a te piacevano le sue, ti sembravano promesse che sapevano reggersi bene in piedi. Le mie parole le detesti: parlo sempre, anche quando mi vorresti muta, anche quando mi tieni su di te, ed io inizio a tremare, perché la testa mi si riempie di nomi e fatti.

Ai piedi di un letto qualcuno ti è saltato addosso, come una biscia che prova a sentire il calore del tuo corpo. Hai detto che alla fine non sentivi niente, ma non lo so se non ti divertiva, almeno un sorriso, un accenno di gratitudine, per quel gioco malsano di qualcuno che prova ad essere chi non è. I suoi capelli assomigliano al grano, tu che nelle farine ci vorresti nuotare, chissà come il suo sapore ti sarà sembrato buono. I miei sono scuri e rossi, il risultato di una chimica impazzita. Sanno di frutta e balsamo, vorrei farteli assaggiare uno a uno, come fili di frutta nati in verticale, di un gusto che spero tu non abbia mai trovato altrove.

Che fortuna e che gente sfacciata. Di chi ti bacia senza paura e senza sentirsi sbagliata. Così dal niente, come quando accendi una lampada e non te ne accorgi, quasi per osmosi, muovi le dita e tac, la luce esplode in una stanza. Quando il bene si confonde con qualcosa di più e diventa sesso. Com’è starsene fermi sotto qualcuno mentre prova a ballarti addosso? Non svuota? Non graffia? Sembra una fiamma ossidrica l’idea che mi balza nella testa. Come si cancella un bacio da una bocca? Forse bisogna baciarla così tante volte da screpolarla, renderla nuova, toglierle il guscio esterno, mordere ciò che è stato la terra di un altro, e scoprirne una nuova. Vedere l’America, la pelle viva prima di fermarsi, poi curare la carne con disinfettante e nuovi baci, fino a farti abituare alla mia bocca, fino a non sentire più il peso di chi ti ha assaggiato per primo, un po’ svogliatamente, con la guerra nella testa e il fumo negli occhi.

Io ti rispetto così tanto che prima di baciarti faccio i conti con Dio. Aspetto il momento giusto, quando parli e mi sfugge un bacio, poi mi sento sciocca ed inopportuna. Ti tolgo la parola col trucco più vecchio del mondo, poi l’imbarazzo mi toglie l’aria dai polmoni e non riesco più a dirti niente. Che sembra quasi prendere la rincorsa il mio bacio. E mi chiedo mentre sono attaccata alla tua bocca, a cosa pensi, a cosa speri, a cosa ti sembra quel contatto, se è stato meglio o peggio di altri baci che hai dato. Vorrei non essere mai in graduatoria, vorrei che tu non ricordassi niente davvero. Vorrei che poi ti venisse in mente tutto, e con un punteggio meno mille, sentiresti me come unica via possibile.

A volte vorrei gridare: dimenticale tutte. Ma so che non può succedere, perché io non c’ero. Perché con il mio poco seno e quella voce da bambina perdevo 10 a 1 ogni affronto. Proprio io che non ti avrei avuto come un trofeo nella mia vetrina dei dolci, a dispetto di quello che facevano gli altri. Ruggiti e graffi per accaparrarsi un pezzo di te e poi dimenticare.

Vorrei cancellarti tutti i ricordi, farti amare solo me.

Riempirti la macchina coi miei gemiti, non dirti un bel niente, ma farti capire che ho paura ma non abbastanza da starti lontana. Essere la biscia della storia, strofinando il mio corpo su di te, fino a riscaldare i tessuti e vedere un fuoco piccolo dare fuoco alla stanza. Portarti le mani alla schiena e dirti – resta- fino a domani, fino a dopo domani, fino a venerdì, e poi esigerti nel week end, e partire insieme al lunedì fiacco, e trattenerti tutti i giorni a seguire. Vorrei essere il tuo bacio fulmineo, quello che non ti aspetti, quella che ti dice -zitto- e tu te ne stai zitto davvero, perché ne vuoi un altro, e un altro ancora. Baciarti fino all’ alba senza avere paura.

Sedermi sulle tue gambe, accucciata come una bambina, a sentirmi dire che -è finita la guerra- che non c’è più bisogno di pistole e di trincee. Che siamo gli unici sopravvissuti sotto le bombe, e che i nemici non torneranno più, nemmeno per un saluto, nemmeno per prendere in prestito un -peluche-. Non ci saranno più, nemmeno alla domenica quando il rubinetto perde e la casa sembra allagarsi di ogni acqua del mondo. Nemmeno se si ha la tosse più brutta, nemmeno se c’è da aiutare.

Dondolarmi all’altezza del tuo collo, sentirmi dire che non sono sbagliata, che ho dovuto sopportare tanti no, tanti errori, tante volte in cui io ero solo un fantasma. Smetterla di sentirmi malata, solo perché c’è stato un momento della mia vita dove ho avuto troppa paura, e dove mi si è spenta la testa, e mi sono nascosta, forse per troppo tempo, forse così bene da non farmi trovare più da nessuno.

Vorrei sentirmi dire che i nostri baci non assomigliano a niente, che non ci saranno repliche di cose già state, ma che sarà tutto diverso, perché stavolta sarà vero.

Vorrei non provare male e bene nel dire – tanto lo sapevo- perché l’idea di sapere le cose in anticipo mi fa sentire meno stupida, ma mi rende più sola.

Chi è che desidera essere come chi odia? Io. Solo per farmi amare un po’ di più, solo perché quelle cose ti sono piaciute. Come una torta che vuole essere un biscotto, perché tu i biscotti li mangi tutti i giorni, e la torta solo a volte, nelle occasioni più rare. Allora tiro via la glassa, spezzo le candele del mio costato, la panna mi si scioglie sulle ginocchia, il pan di spagna si impasta col cacao e divento di una pastafrolla semplice, sperando di cadere nel tuo latte e poi in mezzo ai tuoi denti, ma tra cento biscotti, continui a non scegliere me. Allora mi ammuffisco nello scatolo, e abbraccio le mie candeline ormai rotte.

Ognuna di loro aveva qualcosa di migliore, era la versione extra di me stessa: prima l’età, poi il peso, poi il lavoro, poi il sorriso, poi… ogni cosa.

Ho sempre fatto tremendamente fatica a tenere il passo, eppure per quanto corressi arrivavo sempre tardi, a volte tardi di dieci anni, portandomi addosso due anni e mezzo di tira e molla, sperando in uno stallo, in una panchina, in un riposo sciolto in un abbraccio.

A volte vorrei dare fuoco a tutti i miei vestiti, perché non ti piacciono abbastanza, non più dei suoi. E tutti i miei trucchi, perché quando mi trucco per te sono come una prostituta di quartiere. E poi tagliare in cinque parti le mutande, radere al suolo la mia faccia, le mie espressioni, diluire il mio silenzio in grammature differenti, in pesi che si portano meglio sulle spalle. E le mie grida in decibel che non fanno male all’udito, che si accordano bene ad una chitarra.

Non riesco a credere che prima di me, di noi, sia esistito un mondo diverso: un mondo dove io mi svegliavo e tu dormivi, dove io piangevo e tu ridevi, dove io guardavo le stelle e tu eri sottosopra in un’ auto a finestrini chiusi, a prenderti le prime volte di una che non sapeva nemmeno come amarti.

Quando ci penso crollano i pilastri del mio cervello, e la terra cotta diventa polvere d’acciaio tagliente. Quando piango non te ne accorgi, perché piango in silenzio, la testa diventa di un bordeaux ciliegia, e lo stomaco da calci all’esterno, come se dentro la pancia avessi un alieno bambino.

Fammi saltare sul letto, dammi un bacio distratto, fammi tornare serpente, e fatti sentire la pelle. Tienimi dentro la mente, tutti i momenti del mondo, mentre sorseggi caffè, e quando hai paura del buio. Anche quando sei stretto, in mezzo a rotaie scroscianti, quando stai quasi dormendo, quando corri veloce. Tienimi dentro la testa anche se sono rotta, anche se non sono abbastanza, anche se sono in fondo all’ultima stanza.

La mia testa è affollata di gente, vieni a mettere in ordine. Dimenticale tutte, adesso. Sono tremendamente stanca di essere Rebecca almeno tre volte al giorno.

Non sono cattiva, né voglio ferire nessuno, è che le cose che ho visto mi hanno tagliato dentro, e Rebecca si è sempre fatta più grande, fino a riempire tutto lo spazio del mio corpo.

Quando ti ho detto – aiutami- te ne sei stato in silenzio, perché per gli uomini è -pizza o panino- almeno è così che mi dici. E sai già cosa hai scelto. Mentre per me esistono al centro almeno duemila varianti di cibo, e so che un giorno si può avere voglia di pollo.

Barricato dietro un silenzio che non aiuta, ma sentenzia errori, il tuo sguardo deluso richiama una sola parola: matta.

Rebecca è forte, più forte di tutto, perché quando ero da sola, e stavo male, era l’unica che ponendo domande e risposte, mi tirava dal fosso, e dopo un po’ di casino mi metteva a dormire.


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