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Una storia di Frank95

La Maschera disumana

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29 minuti

Pubblicato il 03 giugno 2020 in Horror

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La Maschera disumana

Alcune persone non impazziscono mai.

Che vite davvero orribili devono condurre

(Charles Bukowski)


Certi giorni amo veramente la pioggia. Oggi è uno di quelli.

Quando la mattina spalanco gli occhi, interrompendo un fantasioso sogno che desideravo fosse la più assoluta delle realtà, cerco di fare mente locale ragionando sulle tantissime difficoltà che dovrò affrontare. Una volta che ho metabolizzata e fatta mia la cruda quotidianità mi alzo dal letto. Adoro le giornate grigie e piovose di fine inverno, mi fanno sentire più vivo e per chissà quale assurdo motivo meno solo.

Dirigo i miei passi verso la finestra, dopodiché mi metto ad osservare con somma attenzione la strada sporca e bagnata che sta sotto casa mia. Le macchine viaggiano lente e silenziose, percorrendo il solito tragitto che tutti i giorni conduce i loro proprietari verso una lunga giornata di lavoro. Una donna vecchia cammina con la schiena curva sopra il marciapiede reggendo con la mano destra un vecchio ombrello scolorito, mentre con l’altra regge una piccola busta della spesa.

Certo che il mondo in cui vivo è proprio brutto. I miei occhi vedono solo strade deserte, passanti dai volti imbronciati e schiene curve, mentre tutto attorno la pioggia cade sottile come lunghe e pungenti siringhe.

Dopo alcuni istanti passati dinanzi alla finestra, decido di andare a fare colazione poiché il mio stomaco comincia a brontolare. La mia cucina è molto piccola e dominata dal colore grigio. Infatti i mobili, la piccola credenza sono color metallo, mentre la superficie del modesto tavolo che utilizzo per mangiare è nera. Mi avvicino al gas accendendolo, poi metto a riscaldare un po' di latte, mentre continuo a sbadigliare.

La vita non è mai stata molto buona con me. I mei genitori sono morti in un incidente stradale quando ero molto piccolo, quindi senza fratelli e sorelle mi sono ritrovato completamente da solo, lavorando molto saltuariamente.

A dirla tutta non mi è mai piaciuta la compagnia degli altri; infatti alle chiacchiere preferisco il silenzio e la riflessione. Quando il latte è pronto, spengo il gas e verso il prezioso liquido bianco dentro una tazza arancione, dopodiché inizio a sorseggiarlo molto lentamente.

Mentre faccio colazione tengo la televisione spenta, perché voglio ascoltare il rumore della pioggia che continua a cadere incessantemente, “pulendo” questo lurido mondo. Una volta che ho terminato il latte, inizio a pensare alla giornata lunga e noiosa che mi attende. Oggi non lavoro, e probabilmente neanche domani.

-Forse è meglio andare a fare una salutare passeggiata sotto la pioggia, magari l’umidità del giorno mi schiarirà un poco le grigie idee che ho per la testa- dico ad alta voce senza sorprendermi neanche un poco del glaciale commento.

Così senza fermarmi ad indugiare ulteriormente, vado di corsa in camera a vestirmi il più pesantemente possibile. Mi tolgo il pigiama e indosso dei lunghi jeans invernali e un maglione rosso come il fuoco. Infine indosso giubbotto, sciarpa nera e cuffia grigia. Prima di uscire di casa mi ricordo di prendere l’ombrello verde.

Una volta che sono per strada assaporo il momento bellissimo. La pioggia continua a scendere, anche se più debolmente rispetto a prima. Il suo è un rumore armonioso e quasi magico, in modo particolare quando le piccole goccioline precipitano sull’asfalto o sulle rade foglie degli alberi quasi del tutto spogli. Il cielo è ricoperto da fitte nubi, che non vogliono lasciare un minimo spazio ai raggi del sole. Oggi è un giorno triste.

  • Cade la pioggia rinfrescando il vecchio mondo;

La felicità è spazzata via;

Le maschere umane continuano a vivere perseguendo il loro obbiettivo;

Dobbiamo fare pulizia usando la forza del coltello-

Ripeto ad alta voce queste parole che non hanno un vero e proprio senso, tanto che non mi ricordo neanche dove le ho sentite pronunciare; anche se qualcosa dentro la mia testa mi suggerisce che le ho sentite in sogno.

Cerco di scacciare i vari pensieri che iniziano a volteggiare liberamente dentro la mia testa che assomigliano ad un aquilone svolazzante al vento in una calda giornata di primavera. Pertanto mi concentro sulla strada semideserta che ho davanti. La pioggia scende dolcemente sopra il mio vecchio ombrello verde come se desiderasse tanto “benedirlo” con le sue minuscole goccioline d’acqua. I miei occhi scrutano la strada. La via di casa mia che sto iniziando a percorrere con passi lenti e piccoli per evitare di cascare per terra, è incredibilmente silenziosa mentre in lontananza (in altre strade) riesco a sentire i rumori inconfondibili delle auto e dei vari mezzi di lavoro che si muovono quasi meccanicamente. Il tutto sembra incredibilmente collaudato attraverso gli strani ingranaggi del noioso mondo.

L’aria è umida e frizzantina (meno male che sono ben coperto), e le mie narici sono “infettate” dall’odore dell’asfalto bagnato. Un odore che ha la grande capacità di rilassarmi e calmarmi; perché io sono un tipo molto strano e odio le giornate assolate e molto calde.

  • Quasi quasi vado in cimitero, oggi dovrebbe essere aperto- ancora una volta mi ritrovo a parlare ad alta voce.

Così dopo aver lasciato la via in cui risiedo, imbocco stradine molto strette e lastricate in pietra grigia, che vanno a costituire il centro storico del mio piccolo paesino sperduto in una zona del mondo che a quanto pare è stata dimenticata da Dio.

Durante il tragitto attraverso cunicoli e viuzze strette dove l’acqua piovana scorre dolcemente e allegramente come un piccolo terrente alto due centimetri; incrocio poche persone che come me sono vestite molto pesantemente e portano un ombrello colorato per ripararsi dalla poggia. I nostri sguardi non si incrociano mai, e quindi non abbiamo la possibilità di vederci in faccia (forse non vogliamo veramente vederci in faccia). Di tanto in tanto avverto un rumore che spezza il pesante silenzio. Una finestra che viene chiusa delicatamente, le chiavi che vengono inserite con una certa cautela all’interno di una toppa, e ancora una volta dubbi e perplessità attraversano la mia testa molto malata. “A volte ho la strana sensazione che la vita sia un orrido copione che gli esseri umani sono costretti a recitare, perché non hanno un’altra via, un’altra scelta”

“Cosa stai pensando, levati questi stupidi pensieri dalla testa, perché ti fanno assolutamente male” penso tra me e me, cercando di tornare all’assurda realtà.

Fatto sta che ascoltando la pioggia e i vari rumori cittadini arrivo dinanzi al cimitero cittadino. Il campo santo si estende per diversi ettari attraverso un vasto campo leggermente collinare. Il muro in mattoni grigi che costituisce il perimetro è alto circa tre metri ed è incredibilmente vecchio, tanto che in alcune zone il vecchio intonaco si è staccato dai mattoni creando buchi di differenti dimensioni. Più lo osservo e maggiore è la convinzione che il vecchio muro sia stato riempito di fucilate in un tempo ormai dimenticato.

Successivamente oriento i mei passi verso l’ingresso; ossia al vecchio cancello di ferro arrugginito, ora spalancato verso l’interno e che rivela l’unica via lastricata che si snoda dentro il “regno” dei morti.

La pioggia continua a scendere ora con rinnovato vigore, e questo mi fa credere che oggi, molto probabilmente, l’acqua del cielo non darà tregua agli abitanti di questa terra. Senza lasciarmi intimidire decido di fare una visita alla tomba dei miei genitori.

Una volta dentro il campo santo, una nuova percezione e sensazione investe il mio fragile corpo. In questo luogo il silenzio e la malinconia regnano sovrane, e infondono rispetto e senso del dovere verso coloro che ci entrano e vanno a trovare i loro cari scomparsi. Mentre mi aggiro tra le tombe osservando le foto sorridenti dei morti che sembrano tenermi d’occhio, ammiro le statue religiose che “abbelliscono” questo posto con la loro maestosa regalità. Una cosa che continua a stupirmi (nonostante in cimitero ci sia andato fin troppe volte) è la massiccia presenza di fiori di ogni tipo e colore. Garofani, ciclamini e rose dominano la scena. I colori di questi fiori sono straordinariamente incredibili, mentre i loro delicati profumi insieme alla pioggia, portano una delizia tutta nuova alle mie narici. “Chissà se la gente porta i fiori ai loro cari perché li voleva veramente bene; oppure per farsi vedere buoni e gentili dinanzi agli altri vivi che, a loro volta fanno la stessa cosa. Perché io sono convinto che molti di coloro che portano i fiori ai defunti, hanno trascurato i loro cari quando erano in vita, gli hanno maltrattati e ci hanno bisticciato fin troppe volte”.

Finalmente arrivo alla tomba dei miei genitori. La piccola lapide rettangolare è caratterizzata da un colore molto scuro, simile ad un enorme pezzo di carbone estremamente levigato che spunta dal terreno bagnato e fangoso. Al centro della lapide emerge un disegno di una croce latina bianca il cui colore ricorda quello di un giglio appena sbocciato, simbolo di una luce luminosa in mezzo al mondo dominato dalle forze oscure. Accanto alla croce, sulla sinistra ci sono le foto dei miei genitori. Un'unica foto rettangolare dove un uomo e una donna sorridono teneramente mentre si abbracciano. I loro volti sono l’immagine più concreta e reale dell’amore.

Quando guardo questa foto, mi rendo conto di quanto assomigli a mio padre. I radi capelli neri che entrambi abbiamo in comune, gli occhi neri e profondi come il cielo in una notte senza stelle, e il naso piccolo e schiacciato. Alcune caratteristiche le ho prese anche da mia madre, come per esempio la forma della bocca molto piccola dalle labbra carnose. Gli occhi celesti della donna sono talmente belli che sembrano fissarmi con una certa pietà e un pizzico di malinconia. L’unica cosa che non sono riuscito ad ereditare è il loro sorriso spontaneo e contagioso. Io sono sempre stato un tipo triste e senza molta energia positiva.

Non so per quanto tempo rimango ad osservare la tomba. In questo posto lo scorrere inesorabile delle ore sembra molto più lento rispetto al mondo di fuori; e tutto quello che è riconducibile ai “vivi” perde significato e senso. Qui tutto si è fermato molto tempo fa, quando la morte ha posto fine ad ogni cosa.

  • Ora devo andare, la prossima volta vi porto un vaso di fiori- dico ai mei genitori notando il portavasi vuoto e sporco. Nessun’altra frase mi salta per la testa, e questo mi fa sentire molto stupido e insensibile.

Esco dal cimitero procedendo molto lentamente e con il capo chino; osservando le mie scarpe bagnate e il piccolo sentiero pavimentato con mattonelle bianche come la neve. Durante il breve tragitto che mi conduce verso l’uscita del campo santo, incontro alcune persone, la maggior parte di esse sono donne di una certa età (che non hanno molto da fare durante la lunga giornata). Esse si recano costantemente a trovare i mariti e i figli che hanno lasciato tragicamente questo mondo marcio.

Quando raggiungo la strada, la pioggia sembra non dare segni di cedimento, e le gocce d’acqua precipitano velocemente come aghi lunghi e sottili. “Che cosa posso fare, oggi non devo lavorare e non so come far passare il tempo”. Mentre rimugino cercando un’idea decente su come occupare le prossime estenuanti ore della giornata, ho una sorta di “illuminazione”. Non si tratta di un’idea geniale o rivoluzionaria, tuttavia quando la noia prende il sopravvento anche la più banale delle intuizioni può risultare decisiva e benevola per cercare di tenerti occupato durante il giorno.

Fatto sta che oriento i miei passi verso la biblioteca comunale che si trova non molto distante dal cimitero. Nel giro di pochi istanti oriento i miei passi verso il centro cittadino, e così mi ritrovo a percorrere le strette e a questo punto odiose stradine del mio paesello.

  • Sono stufo di percorrere quasi tutti i giorni le stesse maledette strade, di vedere le stesse case e gli stessi odiosi volti!!- dico ad alta voce, mentre percorro una viuzza talmente stretta che le due facciate grigie delle case laterali sembrano “avvicinarsi” l’una all’altra in una morsa mortale e claustrofobica.

Un uomo anziano dai capelli argentati e dagli occhi vitrei mi osserva dal vetro della propria finestra chiusa. Il suo sguardo tradisce rabbia e preoccupazione, molto probabilmente ha sentito le mie lamentele (il silenzio è assordante). Faccio finta di non aver visto nessuno. Io per certi versi sono unico al mondo.

Il resto del tragitto trascorre veloce e senza incontri di alcun tipo. Finalmente arrivo a destinazione. La biblioteca cittadina si trova al terzo piano di un piccolo edificio bianco. Il colore non mi ricorda quello della neve o quello della luna in una calma e serena notte senza nuvole; ma bensì quello cadaverico che impregna i morti quando il loro cuore ha appena cessato di battere. Due finestre alte e strette fanno filtrare la luce dentro la piccola sala allestita con scafali contenenti diversi libri. Infine la porticina d’ingresso è costituita da legno prevalentemente marcio e consumato con il trascorrere inesorabile degli anni. È passato un po' di tempo dall’ultima volta che sono andato a curiosare tra i libri.

Nel giro di pochi istanti apro il vecchio portone che scricchiola rumorosamente, dopodiché lascio il mio vecchio ombrello nella cesta accanto alla porta, che viene utilizzata come portaombrelli. Salgo le scale con una velocità che sorprende persino me. Non vedo l’ora di sfogliare qualche libro interessante. Quando arrivo nella sala (non molto ampia per essere precisi) dei libri la mia attenzione ricadde inizialmente sul bibliotecario che conosco da tanto tempo. E’ una persona molto ordinaria, dal volto paonazzo, le guance rotonde e gonfie, e dalla capigliatura molto rada e scura. Una persona dal volto dimenticabile, insomma una “maschera” molto comune e di facile mimetizzazione.

  • Salve Jack!- dico cercando di distogliere il bibliotecario dalla lettura di un vecchio libro impolverato, che tiene sopra il bancone e che esamina con una certa passione come se stesse osservando una preziosa reliquia.
  • Ehi Robert qual buon vento ti porta da queste parti in una giornata come questa?- ribatte il bibliotecario distogliendo finalmente lo sguardo dal libro che sta leggendo.
  • Ad essere sinceri, oggi avevo poche cose da fare, quindi ho deciso di passare a dare un’occhiata alle meraviglie di questo piccolo ma fantastico posto- ribatto cercando di essere il più contento e sincero possibile.
  • Allora accomodati pure, hai ancora due ore prima della pausa pranzo-

Senza farmelo ripetere due volte, dirigo i miei passi verso i quindici scafali schierati uno di seguito all’altro e che contengono centinaia di libri. Mentre cammino le scarpe bagnate producono il rumore tipico che fa un “pezzo” di suola bagnata sopra un pavimento liscio, lasciandosi dietro una scia inconfondibile. Immediatamente mi reco verso lo scafale, contenete la scritta (in alto per l’esattezza) “LIBRI FANTASY”. Il mio genere preferito. Leggo con la massima attenzione gli autori e i titoli dei vari libri. La maggior parte di essi gli ho già letti. Evidentemente dovrebbero aggiornare la raccolta dei libri e portarne di nuovi. Successivamente vado dinanzi allo scafale dei libri Horror e Thriller senza avere il minimo successo. La maggior parte del tempo lo dedico allo sfogliare diversi testi, leggere qualche annotazione o dettaglio sparso qua e là, e che reputo interessante. A dirla tutta non so per quanto tempo rimango a girondolare tra gli scafali della biblioteca. Qui il tempo sembra una misurazione astratta e priva di senso.

Alla fine esausto e senza voglia di continuare un inutile ricerca verso un “qualcosa” che neanche io conosco, torno verso il bancone del bibliotecario.

  • Ehi Jack cosa leggi di bello?- domando cercando di riportare alla giusta attenzione l’unico uomo presente all’interno di questo locale.
  • Non hai trovato niente di interessante tra i libri- mi risponde Jack con un finto entusiasmo, eludendo la mia domanda.

Improvvisamente un mare di idee e dubbi infuria dentro la mia testa, come un improvviso scoppio di un temporale in una calma notte di mezza estate. Poi senza una vera e propria logica, pongo una domanda che sorprende il povero Jack che a questo punto mi fissa con una certa curiosità e una punta di preoccupazione.

  • Tu credi di recitare una parte in questa monotona vita? Come un attore di teatro che indossa una vecchia, buffa e orripilante maschera- esprimo questo mio concetto con fermezza e naturalezza.

Jack mi osserva con maggiore attenzione, e per un momento sembra non essere in grado di rispondere all’assurdo quesito che gli ho appena posto. Poi sbatte le palpebre come se stesse cercando di risvegliarsi da un profondo sogno senza senso. Ci mette alcuni secondi prima di rispondere, e quando lo fa utilizza una tonalità pacata e fastidiosamente rilassata.

  • Che cosa vorresti dire, che “noi” stiamo recitando una parte? Intendi come nei film, dove un attore deve essere in grado di interpretare un personaggio che non rispecchia per niente il suo carattere e la sua personalità nella vita reale?!-
  • Hai esattamente ragione Jack, io ho la perfetta sensazione che in questo mondo ognuno sia, in parte (o del tutto), costretto a vivere una quotidianità che egli non voleva vivere, non voleva averne a che fare. Sono estremamente convinto che anche la persona più ricca del mondo voglia cambiare qualcosa della sua meravigliosa e quasi perfetta esistenza, ma purtroppo non ha le possibilità di farlo-

Il bibliotecario fissa un punto qualsiasi al di là delle mie spalle, forse non ha il coraggio di guardarmi negli occhi. Evidentemente sta ipotizzando che io sia completamente impazzito, e forse ha ragione.

  • Senti Robert devo dirti una cosa estremamente importante. Non sei l’unico a pensarla in questo modo. Certo bisogna ammettere che questo è un ragionamento piuttosto rado e magari privo di assolute certezze; tuttavia in passato diversi uomini illustri e dalla immensa cultura hanno teorizzato quello che tu hai appena detto. Ci sono letterati e studiosi che sostenevano che ognuno di noi stia recitando una sciocca parte in un mondo dominato dal dolore, dall’odio, dalla vendetta e dal desiderio di essere migliore degli altri. Indossiamo una maschera per sfuggire e allontanarci quanto più possibile dalla mondanità. È soltanto la pazzia può rompere queste catene che ci imbrigliano come degli schiavi-
  • La pazzia è una cosa seria e decisamente importante. Rende gli uomini più liberi e diversi dalla massa comune- ribatto con fermezza senza controllare le parole che mi scorgano dalle labbra come l’acqua che precipita con violenza e impetuosità da una cascata nascosta nella giungla.

Jack mi scruta con un’espressione dubbiosa e allo stesso tempo impaurita; tanto che adesso sembra anch’egli indossare un’orrida maschera.

Senza aggiungere altro, e visto che di danni ne ho fatti già abbastanza con le mie incontrollate parole, decido di lasciare la biblioteca (d’altronde non manca molto alla sua chiusura). Così saluto velocemente il povero Jack e abbandono il vecchio edificio. Scendo la rampa di scale che conducono all’ingresso ad una velocità impressionante, temendo di cadere da un momento all’altro e rischiando di rompermi l’osso del collo. Una volta dinanzi al vecchio portone recupero il mio ombrello ed esco all’aria aperta. Fuori il tempo è sempre grigio e la pioggia continua a scendere imperterrita anche se adesso con minor forza e vigore rispetto a prima.

Decido di riprendere il cammino verso casa, visto che si è fatta una certa ora e tra poco dovrei mettere a riscaldare il minestrone della sera prima. Ora le viuzze e le stradine del centro storico sono ancora più silenziose e gli unici rumori che sento sono: la pioggia lieve che continua a cadere, il mio respiro leggermente affannato e il rumore in lontananza di alcune auto che stanno attraversando il paese in un'altra zona; dove le strade sono più larghe e il traffico più frequente. “Che cosa ti è saltato in mente stupido Robert, hai lasciato di stucco il povero bibliotecario con i tuoi maledetti vaneggiamenti e le tue idee strampalate e campate per aria” mi ritrovo a pensare involontariamente. Tuttavia subito dopo, un altro pensiero sorge spontaneo nella mia testa. “Comunque a pensarci bene quello che hai detto a proposito della questione delle maschere che tutti noi, nella nostra noiosa quotidianità indossiamo, non è una grande cazzata ma bensì una teoria che trova delle sue solide fondamenta”.

Mentre la mia testa è invasa da un’infinità di pensieri tutti contrastanti fra di loro, infilo la mano nella tasca destra del giubbotto, trovandovi alcune monetine.

  • Quasi quasi per calmarmi un pochino andrò al bar che c’è qua vicino dove potrò bermi un bel tè caldo-

Infatti non molto lontano dalla stretta e grigia stradina che sto percorrendo, si trova un piccolo e accogliente bar, molto antico: il bar Rose. Quando arrivo di fronte all’insegna che indica con lettere rosse e maiuscole il nome Rose su uno sfondo giallo come il sole, mi sento leggermente più calmo e rilassato. Prima di avvicinarmi all’ingresso faccio un grande e profondo sospiro di sollievo. La porticina che funge da ingresso del bar è interamente costituita in legno mentre la maniglia è dorata e lucente. Giro la maniglia con estrema delicatezza come se stessi toccando qualcosa di assolutamente fragile e prezioso; i cardini scricchiolano debolmente mentre entro all’interno del caloroso locale.

L’interno del bar Rose è molto semplice e senza niente di speciale. Le pareti sono rivestite utilizzando tavole di legno di svariate dimensioni anche se sono incastrate tra di loro con una affinata accuratezza. Appesi alle pareti ci sono quadri che rappresentano immagini tutte differenti tra di loro. In un quadro viene rappresentata una verde e lussureggiante foresta baciata dai raggi solari; in un altro quadro viene mostrata una città illuminata dalle tantissime luci artificiali che sembrano farla brillare come una stella nel cuore della notte. In altri quadri vengono rappresentate auto d’epoca e costumi tipici e allo stesso tempo buffi, molto probabilmente provenienti da qualche remota parte del globo.

Successivamente la mia attenzione ricade sul modesto bancone che si trova proprio di fronte a me all’estremo opposto dell’ingresso. Difatti dietro al bancone si trova un uomo di mezza età dal fisico massiccio e dal volto attraente.

  • Buongiorno Harry!- dico alzando il tono della voce e cercando di essere il più sincero possibile, visto che per me non si tratta di una bella giornata. Dopodiché lascio l’ombrello nell’apposito vaso situato accanto alla porta.

Il barista mi squadra con somma attenzione, mentre un largo e spontaneo sorriso gli si dipinge sul volto. Harry è un tipo abbastanza giovane (deve avere più o meno trentacinque anni), e con una grande passione per il suo lavoro. Il suo volto è pallido e leggermente rosato sulle guance, gli occhi sono verdi, il naso aquilino tanto che sembra scolpito con un’estrema precisione; i cappelli neri come una notte senza stelle sono lievemente ondulati e ricordano le onde del mare increspato.

  • Salve buon Robert, che ci fai da queste parti in una giornata come questa?- dice Harry con tono canzonatorio.
  • A dirla tutta oggi non avevo niente da fare, perciò ho deciso di fare quattro passi, anche se non avevo una vera e propria destinazione- rispondo dicendo la pura e semplice verità.
  • Quindi la noia ti ha condotto fin qua-
  • Forse sarà così, anche se adesso desidero una tazza di tè caldo-
  • Agli ordini capo!- conclude Harry trattenendo la risatina e dandomi le spalle per mettersi al lavoro.

Mi avvicino al bancone con una certa circospezione e con un evidente tentennamento; non so per quale stupido motivo mi comporto in questa assurda maniera. E come se non bastasse quando mi siedo sullo sgabello il vortice di pensieri e dubbi ricominciano a girovagare con una certa foga e ferocia. Se continuo a dare spazio a questi tormenti stasera andrò a letto con un mal di testa incredibile. Alla fine ci pensa Harry a riportarmi alla realtà.

  • Allora caro Robert stai lavorando?-
  • Si anche se saltuariamente-
  • Lo so è una situazione difficile e molto complicata, anch’io a volte ho delle giornate molto dure ed estenuanti, basta pensare che oggi tu sei il terzo cliente che viene al Rose. Forse sarà stata la cattiva giornata che ha impedito ad alcuni di recarsi al mio bar- conclude il discorso poggiando sul bancone, proprio dinanzi a me, una tazza bianca contenente il tè caldo e fumante. Il barista aggiunge alcune gocce di limone mentre io verso due cucchiai di zucchero, perché a me il tè piace dolce. Giro il cucchiaino per alcuni secondi, dopodiché soffio leggermente sopra il tè e lo porto delicatamente sulle mie fredde labbra. Il sapore di questo tè è profumato e caldo, tanto che dopo alcuni secondi mi sento pervadere da una sensazione di calore e rilassatezza.

Tuttavia ci pensa Harry con la sua aspra voce a riportarmi alla realtà.

  • Certo che il mio lavoro è veramente una gran cosa-
  • In che senso?- chiedo cercando di rimanere concentrato sul sapore del tè piuttosto che sulle parole del giovane barista; anche se la mia curiosità è troppo grande per riuscire ad arginarla.
  • Nel senso che quello che faccio quotidianamente mi piace tantissimo. Svegliarmi la mattina presto, quando il paese dorme profondamente. Fare una veloce e frugale colazione e arrivare nel mio bar quando i primi raggi solari stanno spuntando, è una sensazione magnifica. Per non parlare della bellissima giornata di lavoro che mi attende. Servire tè, caffe, cappuccini, birre e altri liquori per le tantissime persone che quotidianamente e con una certa costanza si fermano al bar Rose. Che dire tutto questo è grandioso- Harry spiegò le sue ragioni come se fossero la cosa più bella da raccontare e da spiegare, il compito o ruolo più importante della sua vita.
  • E ne sei felice?- chiedo con insistenza mentre appoggio la tazza vuota sul bancone.
  • Be non sempre. A volte ripetere le stesse cose e azioni tutti i giorni può essere stressante e fastidioso, ma è l’unico scopo che rende utile la nostra vita. Altrimenti che cosa siamo venuti a fare in questo caotico mondo-
  • Eh già hai proprio ragione. Però vorrei farti una domanda, sempre se non ti dispiace-
  • Fai pure caro Robert-
  • Non hai la sensazione che la tua vita non sia proprio libera? Che la quotidianità ti opprima, impedendoti di fare quello che veramente ti piace?-
  • Non capisco che cosa vorresti dire; e poi quello che mi piace fare è tutto qua, dinanzi ai nostri occhi. Questo è il mio mondo-

Cerco di rimanere il più lucido possibile, nonostante una “sorta di nebbia invisibile” mi stia appannando il cervello, impedendomi di ragionare lucidamente. Respiro, respiro, respiro, prima di proferir verbo.

  • Senti Harry non vorrei sembrare maleducato o scortese, ma forse non hai capito quello che volevo dirti. Io stavo semplicemente cercando di dire, che la vita umana molto spesso ci impone delle condizioni di totale prigionia; il nostro corpo viene incatenato fortemente utilizzando una fune invisibile, impedendoci di fare quello che più ci sta a cuore. Pensa alle centinaia di lavoratori che tutti i giorni, fin da quando si alzano fino a quando appoggiano il culo sul letto la tarda sera, dopo una lunga giornata di lavoro: essi stanno recitando un copione. Hanno detto delle frasi che magari non volevano pronunciare, ma che forzatamente hanno dovuto dire. Perché trasgredire questo “eterno copione” porta a delle tragiche conseguenze-
  • Vorresti dire che la nostra vita è come un’opera teatrale, tutta una messa in scena, dove tutti noi stiamo recitando e nessuno è libero di esprimersi liberamente dando voce e sfogo al proprio io- mi risponde il giovane barista guardandomi di traverso, estremamente dubbioso.
  • Hai esattamente ragione, la nostra vita non è degna di essere vissuta, e a tratti pare inutile. Sono certo che molti di noi quando saranno ad un passo dalla beata morte ripenseranno ai tanti bei momenti passati assieme con le persone che tanto amavano. E tristemente si ricorderanno che sono molto rari e sbiaditi come la debole nebbia sotto i forti raggi del sole-

Dentro di me avverto una dolorosa sensazione che mi suggerisce che il mio ultimo pensiero è stato espresso con una tale determinazione che per alcuni istanti mi pento delle parole che sono uscite dalla mia stessa bocca.

Il prolungato silenzio che segue è imbarazzante e tremendo, un lungo brivido mi corre lungo la schiena, mentre Harry prende la mia tazza dal bancone e l’appoggia delicatamente sul lavandino, come se volesse evitare di fare il minimo rumore. Il barista cerca di non guardarmi in faccia, e forse non ha tutti i torti.

“Forse sarà meglio andare via, si sta facendo tardi e devo preparare anche il pranzo” questo è il nuovo pensiero che comincia ad assalirmi dentro, mentre mi alzo dallo sgabello ora divenuto più duro che mai.

  • Ora devo andare, perché si è fatta una certa ora e devo preparare il pranzo. Buon proseguimento Harry- dico con una tonalità di voce talmente bassa ma che all’interno del silenzioso locale riecheggia come un tuono.
  • Fai come vuoi il mio bar è sempre qui- risponde Harry dimostrando di aver “digerito” gli ultimi intensi minuti di conversazione.

Mi sistemo meglio il giubbotto coprendomi gola ed orecchie (perché fuori la pioggia sembra non voler rallentare), e mi reco verso la porticina di legno che separa il bar Rose dal mondo piovoso e freddo. Recupero il mio vecchio ombrello, e quando sto per mettere la mano sulla maniglia la voce di Harry torna a rimbombare alle mie spalle.

  • Ehi Robert hai sentito le ultime notizie capitate in paese?-

Mi volto con una lentezza assurda sorpreso dell’evidente cambio di argomento che il barista ha deciso di attuare.

  • In che senso? Che cosa vorresti dire?-
  • Non hai letto i giornali in quest’ultima settimana?-
  • No, perché?-

Il giovane barista guarda verso terra, evitando per l’ennesima volta di incrociare il mio sguardo. Poi con una voce pacata prosegue.

  • Sono quindici le persone assassinate da un brutale serial Killer negli ultimi due mesi-
  • Oh cazzo avevo sentito questa notizia il mese scoro; e ora vorresti dirmi che le vittime sono aumentate!?-
  • Si, purtroppo. E sono state tutte massacrate sul volto; almeno così si dice in giro-
  • Allora bisogna sperare che questo assassino venga catturato al più presto e condannato con il massimo della pena. Ora devo assolutamente andare, stammi bene e soprattutto fai attenzione-
  • Farò del mio meglio!-

Durante il viaggio di ritorno verso casa, la testa comincia a fami più male del solito. Un dolore cane mi morde all’interno, minacciando di farmi piangere. Cerco di concentrarmi sul rumore della pioggia che continua a colpire ritmicamente il vecchio ombrello. Non capisco che cosa mi stia capitando. Man mano che mi avvicino a casa capisco che il mio corpo sta avendo una sorta di “trasformazione”; il forte dolore che ho nella testa non è nient’altro che il sintomo della Pazzia. “Oh si la tanto sognata e desiderata pazzia”. Era da alcune ore che non mi veniva a fare visita è ora sono pronto per agire.


La sera verso le otto esco di casa in macchina. Ora ha smesso di piovere, e con la mia piccola vettura nera attraverso il paese debolmente illuminato di giallo (la luce dei lampioni), e bagnato e purificato dalla tanta pioggia caduta durante il giorno. In macchina regna il più totale silenzio: la radio è spenta è l’unico rumore proviene dal mio regolare respiro. Nel sedile accanto ho un coltello da macellaio, la cui lama affilata è lunga una ventina di centimetri. Devo svolgere la mia missione; è il luogo in cui mi sto recando è il bar Rose.

Harry è uno delle tante persone che in questo paese di merda lavora e non fa altro. Non spreca parte della sua vita a cercare una vera e propria realizzazione, dove tutti dobbiamo ricercare il nostro io nel profondo della nostra anima. In questo istante di follia mi sento finalmente me stesso.

Tutto ad un tratto la porticina del locale si apre, ed Harry il proprietario esce all’aria aperta con una certa disinvoltura ignaro di quello che gli sta per accadere. È il mio momento. Esco dalla macchina con una velocità felina, il coltello nella mano destra, facendo il minimo rumore. Quando faccio queste cose nessuno mi può udire e tanto meno vedere. Il barista mi da le spalle, e inconsapevolmente inserisce la chiave del proprio locale nella toppa della porticina d’ingresso. Mi avvicino sempre di più; ora è mio.

Prima che egli possa fare qualsiasi cosa (perché all’ultimo istante deve aver percepito un’oscura presenza nell’ombra dietro di lui), alzo il lunghissimo coltello che in questo momento è diventato cruciale; è con tutta la forza che possiedo in me trafiggo l’uomo che mi sta davanti. Infliggo una raffica di pugnalate alla schiena possente di Harry mentre il sangue comincia a sgorgare dalle ferite. Il liquido rosso ricorda alcuni piccoli corsi d’acqua che si possono ammirare in tardo autunno. Il barista stramazza per terra, producendo un rumore secco, il sangue rosso e denso e caldo si mischia con le pozzanghere piene d’acqua che ci sono sull’asfalto. La mia preda respira acceleratamente e singhiozza prima di esalare l’ultimo e fatidico respiro.

Allora faccio il più in fretta possibile; corro verso la macchina e prendo un enorme sacco di plastica trasparente che ho nel portabagagli, e con immensa fatica trascino il corpo freddo e pesante del giovane uomo appena pugnalato alle spalle. Dopo alcuni minuti (nel frattempo le mie braccia e i vestiti che indosso sono interamente ricoperti di sangue) sono riuscito a caricare il cadavere nel sedile posteriore, e con grande fretta siedo in macchina e metto in motto. Tutto bagnato e fradicio attraverso il silenzioso e addormentato paese sperduto in questo angolo di mondo, la mia direzione è la campagna.

Dopo una ventina di minuti, parcheggio la macchina in una solitaria piazzola in mezzo alla natura, accanto ad una profonda buca naturale. È il luogo adatto per nascondere il cadavere (almeno per alcuni giorni, fin quando non sarà trovato). Scendo dalla vettura è trascino con un’altra estrema fatica il morto verso terra. La testa mi fa più male che mai. Gli occhi bruciano ma allo stesso tempo sento che dentro di me sono pieno di vita. Apro il sacco di plastica fino all’altezza del freddo collo in modo tale che possa vedere il volto privo di vita del giovane.

Mi inginocchio con lentezza e circospezione, poiché il momento che sta per sopraggiungere è molto solenne. Con il lungo e affilato coltello devo “sradicare” questa orrida maschera che ha danneggiato l’uomo che ho appena ucciso. Devo togliere questa catena che impedisce agli esseri umani di esseri liberi e agire per conto della propria coscienza.

Così mentre inizio a scorticare il volto del barista crudelmente ammazzato, sento crescere dentro di me una convinzione: io sono stato scelto per questa brutale missione, devo salvare la specie umana dalle catene e impedimenti della vita, perché quando incontreranno la morte lo faccino in totale liberta e prontezza di spirito.

“Certe notti quando la follia si impossessa del mio corpo, vado a scovare e fronteggiare con tutta la mia forza, segretezza e astuzia le Maschere disumane”.


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