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Una storia di

Leo, un Angelo per amico

romanzo di Silvia Consonni

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Pubblicato il 21 novembre 2019 in Fantasy

Tags: #angelicustodi #angelo #fantasy #spiritualit #umorismo

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"Leo, un Angelo per amico", narra la storia di un'amicizia, a tratti commovente, a tratti divertente, tra una ragazza e il suo angelo custode.

A quest'ultimo spetta il compito di cambiare il difficile carattere della giovane Marta, scontrosa e facilmente irritabile, ma molto sensibile alle difficoltà altrui.

"Sono il tuo angelo custode. Non avere paura!

Ti sono sempre vicino, ti guido e ti osservo!

Ti eri mai accorta che quando parli al telefono con il tuo fidanzato,

ti annodi i capelli con le dita sessanta volte al minuto?".


Romanzo di fantasia, ispirato ad alcuni fatti realmente accaduti.


Edizione cartacea fuori commercio.



INTRODUZIONE



Questa storia ebbe inizio quando Leopoldo, l'angelo custode di Marta, una ragazza di trent'anni, ebbe una rivelazione dal suo migliore amico, il cherubino Renzo:

"Ciao amico mio, purtroppo ho saputo che l'anima della tua protetta è in pericolo; se dovesse accaderle qualcosa, difficilmente sarà ammessa in Paradiso".

Non appena udì questa frase, Leo si precipitò nell'ufficio dei suoi superiori e, dimenticandosi per l'agitazione di bussare, sospinse la porta: era tutto infervorato e ansimava.

"Accomodati Leo, ti stavamo attendendo; sapevamo che saresti arrivato. Siediti, parliamone con calma".

Leo riprese fiato, poi cominciò a parlare concitatamente:

"Vi supplico, perdonatela! Concedetele la gioia del Regno di Dio".

"Ci dispiace, Leopoldo" risposero loro, "ormai abbiamo già dato disposizioni in merito; quando sarà il momento, l'anima della tua protetta verrà presa in consegna da Ernestino, il diavoletto portantino, per essere accompagnata dritta all'Inferno".

"Pure negli inferi! Perché avete preso questa decisione?" domandò Leo.

"Sei o non sei il suo angelo custode? Abbiamo qui alcuni giudizi che ci hanno consegnato e le registrazioni di tutti i dialoghi che ha avuto con le persone che la circondano: è vanitosa, scorbutica e superba, è facile all'ira ed è estremamente negativa e pessimista. Destabilizza in continuazione le persone che la circondano, creando agitazione e nervosismo; il vero problema è che non ha mai mostrato alcun segno di pentimento, in nessuna situazione".

"Ma non avete tenuto conto della bontà che c'è in lei? Potrei fare la lista dei suoi gesti di altruismo! Ecco, guardate cosa c'è scritto nel mio diario: un mese fa stava camminando verso la metropolitana, insieme a un suo collega, quando notarono una persona senza fissa dimora con un cagnolino; si fermarono, lei gli mise un paio di cioccolatini e una moneta nel palmo della mano, poi gli chiese il nome. Dovevate vedere! Il viso dell'uomo si illuminò e, sorridendo dolcemente, rispose: "Mi chiamo Sergio". Scartò il cioccolatino e, con delicatezza, lo portò alla bocca, poi lentamente lo gustò. Non le pare bello questo?".

"Tutto qui!" risposero loro, osservando teneramente l'angelo per il fervore con cui raccontava il fatto.

"Assolutamente no!" esclamò lo spirito celeste.

"Ora vi racconto altri episodi.

Qualche giorno dopo, Marta lasciò la sua unica barbie e le brioches a una bambina che vedeva spesso chiedere la carità al di fuori di un supermercato. Signori, converrete con me che non tutti avrebbero donato un proprio ricordo d'infanzia.

Inoltre, quando va al lavoro porta spesso qualche biscotto, o dei cioccolatini, o delle caramelle, pertanto non è così cattiva nei confronti dei suoi colleghi. Di tanto in tanto, regala un fiore alla sua mamma: lo so... lo so..., sono piccoli gesti, ma che mettono di buonumore, sono piccole attenzioni che però rincuorano, non credete?

Oppure, quella volta che..., come ha scritto Abel prima di me...".

"Basta così, Leo" dissero interrompendolo "abbiamo capito... abbiamo capito.

Ora ascolta noi. Tu sei un angelo, e per arrivare fin qui hai letto molti testi spirituali: te lo ricordi o no l'inno all'amore scritto da San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi?

La tua protetta è caritatevole, è vero, fa beneficenza, ed è tutto ammirevole! Ma le manca l'amore! Come ti abbiamo già detto prima, è scontrosa e vanitosa, è un fuoco di paglia, se qualcuno la offende non gli rivolge più la parola per mesi, e poi ha una lista nera con i nomi delle persone che non può sopportare. E questo non ci è gradito. Ora però calmati. Per riconoscenza del tuo affetto verso di lei facciamo così: ti concediamo un paio di mesi.

Rendila mansueta come fece San Francesco con il lupo di Gubbio: vediamo se riesci a farci cambiare idea. Ti avvertiamo, però! Devi sfidare la ragazza ad armi pari".

"Cosa significa ad armi pari?".

"Che non devi interferire col mondo esterno. Devi agire dentro di lei, arrivare al suo cuore e alla sua mente solo col pensiero. Mente contro mente insomma! Siamo stati chiari?" risposero.

"Chiarissimi, vi ringrazio. Farò del mio meglio".

"Ah, un'altra cosa, Leo. Sappi che ogni qualvolta interferirai materialmente col mondo esterno, sentirai uno scampanellio. Al terzo scampanellio, la partita è chiusa. Ricordatelo! Ernestino ti terrà sotto controllo".

"Perché proprio Ernestino?".

"Perché gli abbiamo concesso due mesi di ferie: ultimamente ha lavorato tanto e poi ha bisogno di un po' d'aria fresca" aggiunsero sorridendo.

"Va bene, va bene!" Leo era contento.

"Un'ultima cosa. Stai attento a Ernestino. È un po'... è un po'... insomma, vogliamo dire: a lui il troppo caldo dà alla testa!".

"Ok! Me lo ricorderò!".

Leo uscì dall'ufficio dei suoi superiori; chiuse la porta, guardò verso il basso e sospirò; conosceva bene Marta, sapeva che l'aspettava un'impresa veramente difficile. Si rese invisibile e tornò sulla Terra.



LEO



Fino a pochi mesi prima Marta era sotto la protezione di un altro angelo custode, Abel.

A differenza di altri angeli che decidono di lavorare per l'eternità, lui aveva deciso di andare in pensione, non perché avesse maturato gli anni di anzianità, ma a causa di Marta aveva gettato la spugna; per lui, Marta era un caso troppo difficile.

Quando Abel diede in consegna la ragazza a Leopoldo, gli dovette fare tutto il riassunto dei sogni, delle paure, dei ricordi di questa.

I due si incontrarono alcune sere prima; decisero di fare una passeggiata lungo il lago, e l'anziano descrisse Marta in tutto e per tutto e nei minimi particolari:

"Marta è una strana ragazza: è pestifera, indomabile, irrequieta, irascibile, ma anche molto generosa; e poi c'è un'altra cosa che la contraddistingue: la tenerezza. Non capisco, però, perché non voglia manifestarla apertamente. Sembra quasi che desideri apparire ciò che non è: in negativo, intendo dire".

"Cosa intendi per tenerezza?".

"Ora ti spiego. Partiamo da quando era una bambina di otto anni. Come tantissimi bambini di questa età, anche Marta scriveva la letterina a Gesù Bambino. E cosa chiedono, di solito, i fanciulli? I giochi. Marta però chiedeva qualcosa in più: domandava anche di aiutare i bambini poveri e di dare una carezza ai vecchietti abbandonati. Erano pensieri suggeriti da ciò che sentiva dai suoi genitori, che spesso parlavano di questi problemi. Leo, ora devi sapere che lo fa ancora, sebbene abbia trent'anni".

"In che senso?" chiese Leo incuriosito.

"Tuttora, in occasione del Natale, scrive una lettera a Gesù, poi la fa in tanti pezzettini che sparge nel vento, accompagnandoli verso il cielo con tante bolle di sapone".

"E cosa chiede adesso?".

"Chiede la pace e la serenità per tutti i popoli, la fine delle carestie e la tranquillità nelle famiglie. Ogni tanto domanda ancora qualcosa per lei: sogna, ad esempio, di imparare a suonare il violino e ne vorrebbe uno tutto dipinto con i colori dell'arcobaleno. Un'altra volta scrisse che desiderava un peluche gigantesco a forma di scimpanzé".

Camminarono in silenzio, poi l'anziano angelo aggiunse:

"Io la chiamo -Piccolo fiore- perché spesso si mette delle mollette a forma di fiore o di farfalla tra i capelli; Marta ha la passione per la musica, il canto e l'arte: sono doni che ha ricevuto dai suoi familiari. Ad esempio, il dono del canto l'ha ereditato dalla mamma e dal bisnonno Luigi che ora è qui con noi. Luigi era un contadino e aveva una voce da tenore, cantava come solista alla Messa festiva del paese: quando c'era lui, la chiesa si riempiva di gente. Era talmente bravo che un giorno fu notato e contattato per andare a esibirsi in un famoso teatro lirico: non accettò.

Era un uomo semplice e molto legato al suo paese, alla sua terra, ai suoi animali, in modo particolare alla sua mucca, la "brunetta", che sfamava la sua famiglia".

"Abel" disse Leo "mi servono tutte le informazioni che hai, anche quelle che potrebbero sembrarti insignificanti. Dei suoi nonni cosa mi racconti?".

Abel stette per un po' in silenzio mentre scavava nei suoi ricordi, alla ricerca di ciò che per Leo potesse risultare utile.

L'anziano angelo riprese a dire: "Tranne la nonna materna che ancora è in vita, gli altri sono tutti qui con noi. Marta ha di loro dei ricordi indelebili.

Sua nonna amava lavorare a maglia, aveva tessuto anche un grande arazzo che teneva appeso in sala e che Marta ammirava con occhi sognanti; riportava l'immagine di una grande fattoria, con molti animali, bambini gioiosi e contadini al lavoro. Di suo nonno Francesco, ricorda spesso, e lo racconta agli amici, che quando era bimba, tutti i giorni, le prendeva un gelato al gusto fragola e pistacchio. Descrive il nonno come un uomo buono, a volte buffo. Narra che quando era felice, sorrideva e, al contempo, scrollava le spalle. Dice che gli veniva così, in maniera naturale: rideva e, in automatico, gli partiva quel buffo movimento. Era una sua caratteristica. Quando gli succedeva, tutti ridevano: lei più degli altri. Era un uomo di cuore. Faceva il carpentiere e, per quel che poteva, cercava di aiutare chi si trovava in difficoltà. Credo che Marta abbia preso qualcosa da lui. Aveva anche due occhi celesti stupendi".

Abel fece una breve pausa, poi, con voce sommessa, riprese la sua esposizione:

"Marta aveva anche una zia, di nome Rosa; era molto legata a lei. Era la sua madrina di battesimo e cresima. Fu in quest'ultima occasione che le regalò un grande angelo azzurro, realizzato con stoffa e cartone, e tutto lavorato a mano. Quale angelo di Marta, io l'ho conosciuta: era una donna molto fine ed elegante. Amava la vita e la pittura; è giunta troppo presto fra noi".

Abel, a quel punto, interruppe il racconto, dispiaciuto.

Dopo un breve silenzio, Leo riprese a parlare:

"Abel, torniamo alla nostra Marta. La ragazza ha qualche rimpianto nei loro confronti?".

"Sì! Le sarebbe piaciuto molto vedere le foto del matrimonio dei suoi nonni.

Si erano sposati durante la Seconda Guerra Mondiale, nel paese d'origine della nonna. Conosci l'Italia?" chiese Abel a Leo.

"Certo che la conosco!".

"Bene" rispose Abel "allora, se questo ti può interessare, devi sapere che il nonno di Marta, quando era giovane, si trovava a lavorare in Calabria, sulle montagne dell'Aspromonte, un luogo distante più di mille chilometri dalla sua casa. Era stato mandato lì perché occorrevano abili operai per costruire ponti e altre cose utili all'esercito italiano. In un paesello lì vicino conobbe Carmela, una ragazza rimasta orfana di entrambi i genitori fin da bambina. Tutte le sere, e per circa un anno, Francesco, camminando attraverso un fitto bosco di pini, si recava al paesello della giovane ragazza. Ricordo che quando il nonno raccontava queste cose a Marta, forse per rendere più emozionante la storia, diceva: <Nel bosco c'erano tanti briganti, uomini tutti d'un pezzo, coraggiosi, giovani che vivevano una vita libera e senza padroni, che combattevano le ingiustizie perpetrate dai ricchi ai danni dei poveri contadini che lavoravano le loro terre. I padroni dicevano invece che era gente cattiva, pronta a rubare e a uccidere chiunque avesse del denaro. A me, però, non hanno mai fatto del male. Anzi, dopo aver saputo che mi ero fidanzato con Carmela, spesso, quando andavo da lei, mi fermavano e mi dicevano: "Cecco, porta sti pochi dinari, chisto pane e chisto furmagio a Carmela. Danne anche a Don Pascale che l'ha tirata granda. Dio lo binidica!">.

Dopo circa un anno, Francesco e Carmela si sposarono. Una piccola festicciola organizzata da Don Pasquale nella piazzetta del paese: una tavola imbandita con povere, ma buone cose, alcuni compagni di lavoro di lui, alcuni amici e parenti di lei, qualche foto ricordo e tutto finì lì. Dopo pochi mesi successe il finimondo. La guerra iniziò a farsi sentire prepotentemente anche da quelle parti; Francesco e Carmela dovettero incamminarsi verso il nord, verso il paese di lui. Viaggiarono a piedi e con mezzi di fortuna. Quelle poche cose che avevano andarono perdute: anche le foto del matrimonio. Questo è ciò che ricordo di quel che sentivo raccontare dal nonno di Marta" concluse Abel.

"Grazie Abel per avermi raccontato la bella storia dei nonni di Marta e per tutte le altre informazioni che mi hai dato".

"Buona fortuna, Leo" rispose l'anziano angelo mentre, con la mano, gli dava una pacca di consolazione sulla spalla.



MARTA



Marta lavorava in un campus per la ricerca scientifica. Il nuoto e la pallavolo erano gli sport che praticava. La musica, che a lei piaceva tanto, la coltivava nel corpo musicale del paese: era secondo clarinetto della banda. Quando gli impegni di lavoro glielo permettevano, prendeva lezioni dal suo professore di musica, un signore sull'ottantina, di nome Carletto, sempre sorridente ed estremamente cortese.

Nonostante il suo caratteraccio, la ragazza aveva molti amici che le volevano bene.

Marta, quando era di luna buona, aveva un forte senso dell'umorismo e riusciva a rallegrare le persone che la circondavano.

Era fantasiosa e creativa, dava spazio alla pittura e si cimentava nella scultura modellando piccoli personaggi in terracotta che poi dipingeva.

Era cattolica, ma non praticante. Da molto tempo aveva smesso di dialogare col Signore, come faceva da bambina. Però amava molto parlare al suo bell'angelo azzurro che teneva vicino al letto, sul comodino: un'abitudine che si è trascinata da quando l'aveva ricevuto in regalo dalla zia Rosa. Con lui esponeva le sue questioni quotidiane, senza però mai ricevere risposte.

Marta prediligeva la lettura di testi biografici di Santi: erano i suoi punti di riferimento, i suoi esempi di vita: San Francesco, Madre Teresa, Padre Pio erano quelli che preferiva. Anche personaggi come Schindler o Perlasca, che avevano messo a rischio la propria vita per salvare quella di migliaia di persone, entravano nella sua lettura quotidiana. Con tenacia e applicazione era giunta alla massima meta scolastica, laureandosi brillantemente in scienze applicate.

Quando era bambina, così come tanti altri suoi coetanei, amava guardare alla televisione le storielle di quei piccoli folletti, che vivevano in un grande bosco.



LEO SFIDA MARTA



Da non molto tempo Marta si era legata sentimentalmente a un ragazzo suo coetaneo, Giovanni, conosciuto in un luna park. Il ragazzo era salito su una giostra rotante a bracci snodati. La giostra cominciò a girare, prima lentamente, poi sempre più forte e, più girava veloce, più veloce si alzavano e abbassavano, alternandosi, le navicelle dei passeggeri. Al bordo della giostra penzolava un fiocchetto agganciato a un palo molto alto. Chiunque fosse riuscito ad acciuffarlo avrebbe vinto un premio. Il caso volle che, per un breve istante, Giovanni si trovasse al posto giusto nel momento giusto: da sotto prese il fiocchetto nella parte bassa, senza però riuscire ad afferrarlo. Il fiocco cadde a terra. Marta si trovava lì, vide la scena e lo raccolse. Finita la corsa, Giovanni si avvicinò alla ragazza, che subito gli porse il piccolo trofeo. I due si scambiarono poche parole, poi, insieme, consegnarono il fiocchetto al giostraio. Giovanni ricevette in premio un piccolo peluche a forma di orsacchiotto, che prontamente regalò a Marta.

Un giorno, durante una passeggiata, Marta e Giovanni si fermarono davanti a una cartoleria: c'erano, in bella mostra, delle bustine contenenti i piccoli folletti. Marta non era una spendacciona. La sua indole la portava a risparmiare per poter essere d'aiuto agli altri. Però, quel giorno le venne voglia di soddisfare un suo capriccio. Giovanni sapeva della passione di Marta perciò entrarono nel negozio e, senza che lei dicesse nulla, chiese alla commessa uno di quei pacchettini che poi porse alla ragazza. La giovane, felice, esclamò: "Giò, mi hai anticipato! Cosa fai? Mi leggi nel pensiero? Volevo giusto... giusto acquistarne uno io”. Prese il pacchetto e, impazientemente, lo aprì. Trovò uno dei protagonisti della serie, il mago. "Guarda Giò, come è simpatico, si frega le mani e ha un sorriso beffardo, sembra quasi che mi sfidi". Piacevolmente sorpresa, Marta prese il suo pupazzetto e lo appese al cellulare. Fece per uscire dal negozio quando si sentì un forte, prolungato e inspiegabile scampanellio.

Leo, che costantemente affiancava la ragazza, all'udir quel gran baccano, si volse verso Ernestino chiedendogli: "Beh, che ti prende, perché hai scampanellato?".

"Mi prende che hai interferito col mondo dei vivi! Ti sei forse dimenticato gli ordini dei tuoi superiori? Hai o non hai materializzato il mago al posto dell'altro personaggio che c'era nella bustina?" rispose il diavoletto con un sorrisetto ruffianesco.

Certo che l'ho fatto! Voglio sfidare Marta, voglio combattere il suo carattere irascibile e trasformarla, da streghetta che è, in una ragazza dolce e affabile. E, per fare questo, ho materializzato il mago: le ho voluto dare un segnale! Che c'è di strano?" replicò l'angelo.

"Cosa c'è di strano non lo so! Io faccio il portantino! Non sono mica un filosofo!" precisò Ernestino divertito per il nervosismo manifestato da Leo.

"Ah, Leo, ricordati che tre meno uno fa due!" concluse il diavoletto sempre più canzonatorio.

"Grazie per avermelo ricordato..." mormorò Leo un po' preoccupato.



LO SPAVENTO



Il giorno seguente Marta stava recandosi in bicicletta verso la stazione; era per la sua strada quando una macchina le sopraggiunse da dietro a forte velocità: le andò addosso e lei si ritrovò sbalzata via; mentre cadeva si rese conto che stava per picchiare la testa. Fortunatamente lo zaino che indossava le fece da cuscino: riportò solo la frattura del braccio e un grande spavento. Dovette però stare a casa un mese dal lavoro e questo la infastidiva parecchio, poiché si riteneva indispensabile al laboratorio.

Al termine della convalescenza, non appena rientrata al campus, ebbe subito una lite con Chiara, una sua collega; infatti, durante la sua assenza, il microscopio più potente che avevano a disposizione si era rotto e le ricerche non erano state eseguite seguendo le disposizioni che lei aveva lasciato telefonicamente. Marta, per la lite avuta, si sentiva stressata. Inoltre, era anche giù di morale: i fondi a disposizione per il laboratorio erano ormai esauriti e nessuno sapeva se sarebbero arrivati altri finanziamenti per portare avanti i progetti di ricerca.

Salì sul treno per fare ritorno a casa. Seduta sulla poltroncina si fece un esame di coscienza e, dialogando con se stessa, si disse:

"In questo mese Chiara, oltre a svolgere il suo lavoro, ha dovuto coprire anche le mie mansioni; forse si aspettava un grazie e io invece, come una tigre, l'ho aggredita. Sono proprio una sciocca! Se almeno le avessi chiesto il motivo per cui il microscopio è saltato e perché non ha seguito le mie indicazioni per le ricerche! Credo proprio di aver esagerato. Invece di esserle grata ho sollevato una delle mie solite polemiche".

Smise un attimo di pensare. In silenzio, guardò fuori dal finestrino: il treno viaggiava veloce.

Con lo sguardo rivolto all'esterno, Marta riprese il suo dialogo interiore: "Cosa posso fare per scusarmi?".

Leo era seduto di fronte a lei e ascoltava i suoi pensieri. Ma anche Leo pensava. Pensava che forse era quello il momento che stava aspettando per entrare in contatto con Marta. "Ora o mai più!" si disse.

"Sì, ehm, allora: basta dirle che sei dispiaciuta per come ti sei comportata, che la stimi tanto e infine che la ringrazi per essersi occupata di tutto mentre tu eri assente".

"Sicuro" pensò Marta "le dirò che sono dispiaciuta per come mi sono comportata, che la stimo tanto e che la ringrazio per essersi occupata di tutto mentre io ero assente. Ma certo! Sono poche parole ma belle".

Leo, dopo aver ascoltato il pensiero di Marta, saltò in piedi: "Perbacco!" esclamò "non credevo di riuscirci in così poco tempo! Sono sbalordito, sono felicissimo, merito una promozione!"; poi guardò dolcemente Marta e sorrise.



SERGIO E BRICIOLA



Il giorno dopo, Marta si scusò con Chiara. Questa si commosse e ringraziò Marta per il suo gesto: le aveva ridato quella serenità che aveva perso per colpa della sua strigliata.

La sera, all'uscita dal lavoro, giunti alla stazione, Marta e un suo collega misero dei bocconcini di carne nella ciotola del cagnolino di Sergio, il clochard. Briciola, questo il nome del piccolo animale, fece loro un sacco di feste.

Poi i due si fermarono insieme in stazione: Marta voleva parlare ancora un poco con Sergio.

La ragazza, mentre regalava altri biscottini a Briciola, domandò all'uomo: "Lei non ha famiglia?".

"Avevo moglie e due figli, uno di sedici e l'altro di venti anni, e una piccola bottega di falegnameria. Mia moglie, un bel giorno, se ne andò con il mio unico operaio: per me fu un dolore tremendo. In seguito, dopo pochi mesi, litigai concitatamente con i miei figli per un'altra questione: quel pomeriggio aprii la porta per uscire di casa: avevo bisogno di una boccata d'aria. Non feci più ritorno: me ne andai per sempre.

Girai per vari paesi fino a giungere in questa città e alla fine mi ritrovai a chiedere la carità. Ho perso la voglia di vivere. Ora, come vedi, mi limito a suonare l'armonica, qui in stazione: racimolo qualche soldo per mangiare. Mi basta così".

"Ha più risentito i suoi figli?".

"No, non li ho più chiamati. Penso però che loro mi abbiano cercato. Non ho più avuto il coraggio di tornare a casa, sono convinto che mi odino per ciò che è successo. Ormai sono passati quindici anni, ho perso le speranze di rivederli".

"Perché dovrebbero odiarla? Lei forse odia i suoi figli?".

"Può un padre odiare i propri figli? Ho sempre pensato a loro, al loro futuro.

Li amavo e li amerò sempre. Ricordo quando, nella mia bottega, insegnavo loro a fare piccoli lavori in legno intarsiato; ero anche un campione in origami, ad esempio componevo delle splendide orchidee con i tovaglioli di carta. Erano ragazzi contenti, un po' pasticcioni, ma bravi; molto sensibili e molto attaccati a me. Pensa che un giorno li avevo portati a caccia: non l'avessi mai fatto! Il più piccolo dei due era rimasto estremamente impressionato, mi fece promettere di non praticare più quell'attività!".

Seguì un breve malinconico silenzio.

"Ragazzi, siete molto gentili; sono poche le persone che si fermano a parlare con me; le offerte sono di importanza vitale, ma anche essere trattato ancora con dignità, o ricevere un sorriso, tutto ciò mi scalda il cuore”.

"Grazie... ora dobbiamo andare, altrimenti rischiamo di perdere l'ultimo treno per casa".

"Sì, figlioli, andate, si è fatto buio. Ah, Marta, senti una cosa: è da qualche giorno che vedo una strana luce attorno a te, non so spiegarmi cosa sia. Però la vedo. Ecco, volevo dirtelo".

"Grazie Sergio, ci vediamo".

"Grazie a voi ragazzi".



LE TRE PATATE



Una sera Marta si trovava in un grosso supermercato per delle compere. Aveva posto della frutta nel carrello e, mentre aspettava il suo turno alla bilancia per poterla pesare, vide una scena di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

Una donna sulla quarantina mise un sacchetto di patate sul piatto della bilancia, stampò lo scontrino e ve lo appiccicò. Poi, lentamente, si riportò nel luogo dove le aveva prese, riaprì il sacchetto e ve ne introdusse altre.

Marta restò alquanto sorpresa. Oltretutto, il caso volle che incrociasse lo sguardo della donna quando questa si girò verso di lei. La signora fissò Marta, le fece un bel sorriso, fece spallucce e se ne andò. Marta era la sola ad aver visto il fatto.

La ragazza, mentre pesava la sua merce, iniziò a riflettere:

"Ma guarda te! Mi ha riso pure in faccia: ecco, come al solito, mi trovo sempre nel posto sbagliato, al momento sbagliato".

Però, nella sua mente, iniziava a farsi spazio un grosso conflitto di coscienza:

"E' giusto far finta di nulla? In fondo, sono solo tre patate. Magari ne aveva proprio bisogno. Tre patate oppure oro, non cambia; è sbagliato, e poi, da come mi ha riso beffardamente in faccia, sembrerebbe più un'abitudine che una necessità".

Dopo queste riflessioni, Marta iniziò a innervosirsi; per lei avrebbe dovuto essere una tranquilla serata dedicata allo shopping: invece il gesto di quella signora le aveva rovinato tutto.

Marta fece ritorno a casa, ma era profondamente dispiaciuta; pensò che c'era il cinquanta per cento di probabilità che la donna avesse commesso quel gesto per abitudine, ma che il rimanente cinquanta per cento fosse dovuto a un vero bisogno. E, forse, questo era il vero motivo. I reparti sono video-sorvegliati: se la donna fosse stata un'abitudinaria, l'avrebbero già colta sul fatto. A Marta, quando giunse a questa amara conclusione, si strinse il cuore e volse lo sguardo verso il suo angelo azzurro. Non gli chiese nulla.



LA VOCE



Quella sera la ragazza andò a letto senza mangiare, prese un libro fra le mani, iniziò la lettura ma, ben presto, l'abbandonò: era troppo distratta. Ripose lo scritto sul comodino, accese la tenue luce azzurrina e attese che il sonno si prendesse cura di lei. Marta però era agitata: continuava a pensare alla signora del supermarket, pensava alla strana luce che Sergio, il clochard, diceva di vedere attorno a lei, pensava alle sovvenzioni per il progetto di ricerca che tardavano ad arrivare. Si girò e rigirò più volte nel letto, fino a che scoppiò a piangere e, mentre piangeva, fissava il viso del suo angelo di stoffa, i suoi capelli dorati e le bianche ali in leggero tessuto traforato. Leo era seduto alla scrivania. Addolorato dal pianto della ragazza, decise di manifestarsi nella mente di lei:

"Marta, basta rattristarti, ne va della tua salute; la donna del supermarket necessita di ben altro: ha bisogno di affetto, di qualcuno che le stia vicino, che si occupi di lei, tutte cose che tu potresti fare e che vorresti fare, ma non puoi arrivare ovunque”.

Alla ragazza parve di sentire una voce risuonare nella sua camera.

Sobbalzò, si sedette repentinamente sul letto, volse lo sguardo nello spazio che la circondava e, spaventata, esclamò:

"Chi è? Chi c'è nella mia stanza?".

"Sono il tuo angelo custode. Non aver paura! Ti sono sempre vicino, ti guido e ti osservo".

Poi, per rassicurarla, Leo aggiunse:

"Ti eri mai accorta che quando parli al telefono con il tuo fidanzato, ti annodi i capelli con le dita sessanta volte al minuto?".

La ragazza stette in silenzio pochi attimi, sospirò profondamente più volte finché riprese il controllo delle sue emozioni. Poi, dopo aver guardato con circospezione ogni angolo della stanza, si disse:

"Sono molto stanca, sto sognando a occhi aperti. Devo riuscire a dormire un pochino, tra non molto farà giorno".

Leo capì che era meglio rimandare il discorso al mattino seguente e, mentre pensava questo, sentì nuovamente uno strano scampanellio:

"Accidenti, che mi sia materializzato un po' troppo? Non ho ancora iniziato a lavorare che già ha scampanellato due volte".

Molto preoccupato, si volse subito verso Ernestino, il diavoletto portantino, che sedeva in un angolo della camera:

"Che c'è Ernestino? Cosa ho fatto? Perché hai suonato i campanellini?".

Ernestino scoppiò a ridere, e più rideva più diventava rosso, e più diventava rosso più emanava calore fino a che rispose: "Dolcetto scherzetto ... dolcetto scherzetto... dolcetto scherzetto...".

Stava comodamente seduto sulla stufa accesa!

Nella camera si sentì Marta che, con voce assonnata, diceva:

"Stasera sta succedendo di tutto! Adesso fa un caldo...", poi si addormentò.

Leo invece si ricordò del colloquio avuto con i suoi superiori e, con lo sguardo rivolto al cielo, esclamò:

"A Ernestino il caldo dà proprio alla testa! Meglio cambiargli mestiere!" Poi aggiunse: "Mi piacerebbe sapere cosa combina in quella cantina dove lavora!".

I suoi superiori, dall'alto, risposero in tono scherzoso:

"Quando c'è lui, per i suoi compagni è proprio un inferno!".



LO "SCOCCIATORE"



Il giorno seguente, Leo decise di spingere più a fondo la sua azione per convincere Marta della sua presenza. Il precedente tentativo non era andato come sperava, si rimise quindi all'opera con più decisione.

"Dopotutto, pensò, il primo contatto telepatico con Marta ha avuto successo. Devo solo essere più convinto delle mie capacità! Ricomincerò a contattarla col pensiero".

Marta si trovava al lavoro quando cominciò a risentire la voce di Leo che le parlava.

"Devi credermi, sono il tuo angelo custode".

A Marta, un po' perché suggestionata dagli avvenimenti della notte appena trascorsa, e un po' perché abituata a parlare al suo angelo di pezza, venne spontaneo rispondere:

"Senti, forse non l'hai notato, ma sto cercando di lavorare".

"Allora mi credi?".

"Certo che ti credo! Non è la prima volta che parlo con un angelo. Solo che adesso non ho tempo”. Poi, in modo canzonatorio, aggiunse:

"Tu non sei il mio angelo azzurro, vai a infastidire qualcun altro e in un altro posto. Non so... un museo, un castello, un cimitero".

Inconsapevolmente, Marta aveva iniziato un silenzioso dialogo con Leo.

"Non capisco, perché mi tratti così? Io ti sono amico!".

"Mi sei amico? Ma se non ti conosco!".

"Anche io sono stato un essere umano, mentre ora mi trovo in questa forma spirituale; lo spirito è immortale, il corpo è solo una veste attraverso la quale passa la coscienza".

Leo proseguì dicendo: "Per i meriti che ho avuto in vita, mi hanno dato la possibilità di divenire un angelo custode e pertanto ora ho il compito di aiutare il tuo spirito, la tua anima. Comprendi qualcosa?".

“Storiella interessante, ma ora puoi anche andartene... chissà, magari un giorno ne prenderò spunto per scrivere un libro; ti saluto, ciao e fai buon viaggio" disse Marta divertita e compiaciuta di se stessa... e riprese a lavorare.

"Davvero vuoi che me ne vada? Così mi spezzi il cuore!".

"Senti, caro angelo, vai dove devi andare e poi mandami una cartolina".

"Bene, me ne vado: comunque se ti interessa saperlo io mi chiamo Leo... addio".

"Addio" rispose Marta e volse lo sguardo attorno a sé per vedere se tutto era normale. Notò solo una piccola superficie appannata sul vetro della finestra: sembrava il busto di una persona.

"Strano!" si disse "prima non c'era!".

Era l'"impronta" del povero Ernestino che, seduto sulla cassettiera, con la schiena appoggiata al vetro, tremava dal freddo. Fuori nevicava!



NOTTE INSONNE



La sera di quello stesso giorno Marta andò a letto.

"Spero di addormentarmi subito, già la scorsa notte l'ho passata in bianco".

Si sdraiò e si addormentò.

Dopo poche ore si svegliò di soprassalto: avvertiva molte voci nella camera. Ancora una volta, inconsciamente, le venne da dire a voce alta:

"Sei tu Leo?".

"No!" risposero le voci all'unisono. "Leo se n'è andato... l'hai mandato via tu... noi siamo spiritelli... adesso nessuno ti protegge! Ne approfitteremo per divertirci un po'!".

Si sentirono echeggiare molte risate nell'aria.

Marta, terrorizzata, si infilò sotto le coperte lasciando fuori solo il naso per respirare. Le voci e le grida si facevano sempre più numerose e frastornanti, e fu così per tutta la notte. La ragazza aveva le pulsazioni a mille. Di lì a poco, sentì l'impellente bisogno di recarsi al bagno per urinare, ma, terrorizzata dagli eventi, decise di resistere fino al limite della sopportazione. Si diceva:

"Piuttosto che mettere fuori la testa, domani cambio le lenzuola!".

Le ore erano interminabili, fu la notte più brutta e spaventosa della sua vita: finalmente le luci del mattino arrivarono e le voci e gli schiamazzi degli spiritelli terminarono. Marta schizzò fuori dal letto e, veloce come la luce, corse verso il bagno.



L'ESPERIMENTO DI TELEPATIA



Dopo la seconda notte insonne la ragazza si concesse una bella doccia rigeneratrice, poi si avviò in cucina e pose la caffettiera sul fuoco: si sedette al tavolo e, mentre attendeva, osservava le pareti del locale.

Aveva ancora gli occhi serrati per il sonno e l'aspetto era tale che, con i capelli scompigliati dallo spavento, sembrava uno spaventapasseri.

Fece colazione, tornò in camera, accese la radio, sistemò il letto, si riordinò i capelli e si preparò per andare al lavoro. Mentre Marta era indaffarata nelle sue cose, la radio trasmise un insolito annuncio:

"Questa sera, al cinema Castore, un magnate americano sarà disposto a offrire cinquecentomila dollari a chi dimostrerà l'esistenza della telepatia".

"Che sciocchezze" disse Marta rivolta al suo angelo di pezza, "piuttosto che aiutare la gente bisognosa, guarda cosa ti inventano! Che ne pensi?".

Non appena proferite queste parole, sentì una voce:

"Buongiorno, sono un chirurgo e lavoro in un ospedale poco distante dalla sua abitazione. So, da fonti certe, che anche lei, come me, ha il dono della telepatia; questa sera un miliardario americano si è offerto di elargire una lauta ricompensa a chi dimostrerà che questo potere paranormale esiste davvero; le chiedo se è disposta a recarsi presso l'ospedale dove esercito per dimostrare il tutto; ovviamente divideremmo il guadagno. Inoltre, sempre le stesse fonti certe mi hanno riferito che entrambi ne faremmo buon uso".

Questa volta Marta non si scompose, mantenne la calma e rispose all'appello come se per lei, dopo tutto ciò che le era successo, fosse una cosa normale.

"Va bene, vengo subito, mi dica cosa devo fare".

"Allora, non appena arriva alla portineria dell'ospedale, mi avvisi telepaticamente: io mi trovo al secondo piano, il primo ufficio a destra. Mentre sale le scale, conti i gradini, quando è all'ultimo mi avvisi... e poi conti i passi... al terzo passo avviserò tutti i testimoni che lei sta per entrare in ufficio".

"Vengo al volo" rispose Marta.

Sistemò velocemente la cucina, prese la borsa, chiamò al lavoro dicendo che avrebbe preso un giorno di ferie, saltò in macchina, guidò speditamente verso l'ospedale, giunse al parcheggio, scese dall'auto e si avviò a piedi verso la portineria.

Mentre camminava, pensava a tutto e a nulla. Di lì a poco la voce del dottore si fece risentire:

"Mi dia la posizione, la sto aspettando".

Marta rispose telepaticamente:

"Sto entrando ora: portineria, scala, terzultimo gradino, penultimo, pianerottolo, ok, sto arrivando".

Oramai convinta e felice bussò allo studio...

"Avanti" si sentì rispondere da dietro la porta.

Marta la aprì:

"Buongiorno, è lei che mi ha chiamato mentalmente per l'esperimento di telepatia?".

Il dottore restò basito ed esterrefatto. Seduto alla scrivania, rimase in silenzio qualche secondo fissandola... poi si alzò e disse:

"Mi segua".

Andarono verso un altro reparto, ma quando la ragazza vide che si trattava della psichiatria, le venne un indubbio sospetto:

"Vuoi vedere che...".

Il dottore bussò allo studio di un collega, aprì di poco la porta, sporse il capo e, rivolto verso il medico che si trovava nel locale, esclamò:

"C'è una nuova paziente per te!".

E subito tornò sui suoi passi.

La ragazza si affacciò allo studio e, prontamente, chiese al medico:

"Scusi, una toilette?".

"In fondo a sinistra; vada pure, l'aspetto qui".

"Bene, torno subito!".

Marta corse giù per le scale e, in tutta fretta, fece ritorno a casa.



MARTA PARLA CON LEO



Marta rientrò in casa... era disorientata, buttò il cappotto e la borsa sul divano mentre si chiedeva cosa le stesse succedendo, cosa fossero quelle strane voci che sentiva, il perché di quei misteriosi dialoghi che credeva di avere con Leo. Si fermò, si guardò intorno e si sedette.

"Che stia diventando pazza?" diceva fra sé e sé "è l'unica risposta razionale che mi viene in mente! Ma no!, che stupida, non sono mai stata così lucida come adesso! Ma allora, cos'è?".

L'irrazionale iniziava a farsi strada nella mente di Marta. Si alzò dal divano, si diresse verso la sua camera, vi entrò, si pose davanti al suo angelo di pezza e, con voce tremula, chiese:

"Leo, sei qui?".

Sentì la voce di Leo comparire delicatamente dietro di lei;

"Sono qui, dimmi!".

Marta, col cuore in gola, si girò verso la voce e chiese:

"Veramente tu mi parli? Davvero io ti sento?".

"Sì, ti sento e ti parlo, e anche tu mi senti".

Marta, comprensibilmente agitata, chiese, questa volta con voce alta e ferma:

" Perché io ti sento? È forse arrivato il mio momento?".

"Tranquillizzati" disse Leo "non hai nulla di che temere! Un giorno, ancora molto lontano, tutto ti sarà chiaro".

Seguì un breve silenzio.

"Ho capito, anzi no!" rispose Marta.

Poi si sedette sulla poltroncina davanti al piccolo comò, pose lo sguardo sull'angelo di pezza che vedeva riflesso nello specchio di fronte a sé e stette nuovamente in silenzio. All'improvviso, fissando il volto che stava al di là del vetro, disse, con tono deciso:

"Diciamo che adesso io credo a tutto! Credo che lui c'è, che mi parla, che lo sento, che non ho capito perché è qui. Diciamo tutto quel che vogliamo! Ma se credo a tutto, allora devo anche credere che la chiamata di prima non sia stata frutto della mia fantasia. E' vero o no?".

"Vero" rispose Leo da dietro di lei "solo che non era il dottore che ti chiamava".

"E chi era allora?" chiese Marta con voce risoluta mentre voltava la testa verso la voce.

Marta stava superando l'iniziale e scombussolante incontro con Leo. In lei stava riaffiorando quel suo carattere difficile, irritabile e poco propenso agli scherzi.

"Va bene Marta, ora ti spiego tutto! Intanto comincerò col dirti che non immagini neppure lontanamente come io sia felice nel sentirti parlare così. Per me ora sarà tutto più facile".

"Dunque..., l'altra sera, quando mi hai mandato via, sono tornato in quel meraviglioso luogo dove risiedo. Lì è esattamente come qui! Chi vuole può rilassarsi tutto il giorno, chi no decide di portare avanti il suo lavoro terreno, dedicarsi ai suoi hobby o fare ciò che ha sempre sognato fare quando era in vita. Ad esempio, io ero, e lo sono tuttora, amante del teatro. In Paradiso ho un gruppo di amici che come me amano recitare. Scriviamo i testi, prepariamo le scenografie e rappresentiamo l'opera; quando mi è possibile, partecipo anch'io alle rappresentazioni teatrali. Come ti dicevo, quando sono tornato alla mia casa, mi sentivo un po' depresso, rattristato e preoccupato. Avevo bisogno di sfogarmi: in fondo in fondo, anche se ora sono angelo, avverto tuttora le stesse emozioni che provate voi, che siete ancora in vita. Così, mi sono recato da loro, ho raccontato di te e di ciò che dovevo fare. Sono tutti giovani... giovani e mattacchioni. Quando ho riferito che tu ci puoi sentire, hanno ideato lo scherzo del dottore. Pensavano che così facendo mi avrebbero in qualche maniera agevolato nel mio lavoro, e poi... e poi volevano divertirsi un po'. Io ero contrario all'idea, ho detto loro che ti saresti arrabbiata e che avremmo peggiorato la situazione, ma ormai... niente da fare: hanno iniziato a orchestrare il tutto, dalla notte con gli spiritelli all'esperimento di telepatia".

Marta ascoltò tutta la spiegazione. Poi, col muso duro ma con l'animo rasserenato, alzò i pugni verso il cielo e, fingendo una reazione da arrabbiata, esclamò:

"Quando verrò su, ve le insegnerò io le buone maniere!!!".

"Ma chi ti ha detto che verrai su?" sentì tante voci risponderle ridendo.

Marta sorrise. Si voltò verso il suo angelo di pezza, lo prese fra le mani, gli diede un bacio sulla fronte e disse:

"Leo... zia...., ovunque voi siate, vi voglio bene!".

La scorbutica Marta stava cambiando. Leo lo percepì. Diresse verso l'alto un grazie agli amici, si sedette, guardò Ernestino che dormiva beatamente sul letto di Marta, guardò la stufa: era spenta. Tirò un sospiro di sollievo.

Tutto era filato meravigliosamente.

Marta, felice, si accomodò nell'aspetto, prese il clarinetto e si diresse verso la casa del caro Carletto.

"Buongiorno, Carletto: oggi mi sento proprio in forma, iniziamo con "Jesu Meine Freude (Gesù, mia gioia) di Bach?"; aprirono il leggìo, poi Marta cominciò a suonare... il maestro le teneva il tempo con la bacchetta.

Dopo un'oretta si fermarono; il prof. le offrì un bicchiere di aranciata, mentre lui si fece uno dei suoi soliti mix alternativi di bevande gassate:

"Charli, non so come fai a bere quei mix... comunque sei troppo avanti".

Fecero cin cin con i bicchieri poi la ragazza tornò a casa.

Nell'aria si percepiva un piacevole profumo di rose.



GIRETTO NELL'ALDILA'



Marta oramai aveva iniziato a parlare con Leo in maniera del tutto naturale, come se stesse parlando, a tu per tu, con un'altra persona. Solo che non lo vedeva.

Una sera Marta stava contemplando dalla finestra le stelle, quando Leo la chiamò:

"Hai visto che meraviglia?".

"Hai ragione" rispose la ragazza "siamo sempre talmente indaffarati che raramente ci fermiamo ad ammirare le bellezze del creato".

"Ti piacerebbe andare a fare un giro nell'aldilà, in posti che finora hai solo sognato?" chiese l'angelo.

"Ma non mi dicesti che da voi è tutto identico a qui, che ci sono le stesse case, le stesse piccole città, le stesse grandi metropoli?".

"Sì, è proprio così! Così come da voi, lì ci sono fiumi, laghi, alberi e fiori e tutte quelle cose che tu conosci. Solo che è tutto un po' diverso. Intendo dire... Senti, a parole non te lo so spiegare: se ti va, ora ti porto a contemplare qualche nostro luogo incantevole, poi un'altra volta ti farò vedere dove abito io e ti farò conoscere alcune persone a me care".

"Ma come faccio con il lavoro? E se mi chiama Giò? Io non voglio farlo preoccupare".

"Tranquilla, ti ho già detto che da noi il tempo non ha la stessa misura del vostro: da qui mancherai pochi secondi e, tra l'altro, solo con la mente; ti fidi di me?".

"Certo che mi fido di te!".

Leo appoggiò le mani sulle spalle della giovane che subito avvertì un brivido attraversarle il corpo.

"Chiudi gli occhi e riaprili tra pochi secondi" le disse Leo dolcemente...

Quando dopo pochi istanti li riaprì, a Marta mancò il fiato per lo stupore: si trovavano in un isolotto, lungo una spiaggia con la sabbia rosa; sentiva il tepore di questa scaldarle piacevolmente i piedi; c'erano conchiglie stupende disseminate ovunque. Era il momento del tramonto e il sole era ormai divenuto un tutt'uno con l'oltremare. Stormi di gabbiani volavano felici fra i colori del cielo, delle acque e delle nuvole.

Una dolce brezza le accarezzava i capelli:

"Oh Leo, che meraviglia: però, perché la luce mi dà così fastidio? Per non parlare dei versi dei gabbiani: mi fanno tanto male alle orecchie!" disse la ragazza, tappandosele poi con i palmi delle mani.

"Qui tutti i tuoi sensi sono potenziati e non si sono ancora abituati a queste frequenze sonore, alle diverse lunghezze d'onda della luce: è naturale quindi che avverti dolore e altri fastidi; vedrai che tra non molto tutto ti passerà! Scommetto che senti anche un profumo di rose".

"Infatti, ed è fortissimo" rispose Marta, "ed è molto più forte di quello che sentii alcune sere fa, quando rientrai a casa dopo la lezione di musica".

"Tranquilla, anche questo profumo ti accompagnerà per tutto il viaggio; richiudi gli occhi, ti porto in un altro posto più silenzioso".

"Ma come è possibile che senta il dolore, o i profumi, o il calore della sabbia, se sono qui solo con la mente?" chiese Marta.

"Ti sto trasmettendo dei segnali elettrici: il tuo cervello li interpreta in modo tale da farti percepire la realtà delle cose. Ora rechiamoci in un altro posto".

"Vedi però di dosare meglio i tuoi impulsi elettrici! Mi risparmieresti almeno il dolore alle orecchie!" disse Marta con voce ferma fingendo un richiamo.

"Guarda che è la prima volta anche per me" rispose l'angelo divertito "mi hanno fatto studiare tanta di quella teoria per diventare angelo... ma di pratica poco o nulla. Ci dicevano che l'avremmo fatta sul campo. Quindi, mia cara, porta pazienza. Adesso chiudi gli occhi".

La ragazza ubbidì. Quando li riaprì, lo scenario che le si presentò davanti sembrava tratto da un quadro: si trovavano in un frutteto di albicocchi completamente in fiore, con qua e là alberi di pesco e di pero carichi dei loro frutti perennemente maturi. Un tappeto di petali rosa copriva il lungo e diritto sentiero che lo attraversava.

Fra le fronde degli alberi, una moltitudine di variopinti pappagallini erano intenti a nutrirsi di quello che la natura offriva loro. Il tutto avveniva in completo silenzio.

"Che meraviglia, Leo: i colori degli uccellini vanno a confondersi con quelli dei fiori e dei frutti: è tutto stupendo!".

"Lo so, Marta, lo so! Io, qui, ci vengo spesso. Vi trovo la quiete per pensare alle persone che in vita mi hanno amato, per realizzare i miei sogni, per ideare nuove rappresentazioni teatrali. C'è una tale pace!".

Stettero in silenzio per una decina di minuti, poi si incamminarono lungo il vellutato sentiero di petali rosa.



LA SIGNORA DOLCISSIMA



Mentre si inoltravano nella quiete di quel luogo incantato, incontrarono una donna con una lunga veste bianca e turchese. Camminava lentamente in quella beatitudine, col capo chino sul libro che teneva aperto fra le mani.

La ragazza, quando le fu vicino, sussurrò:

"Buongiorno".

La donna si fermò, alzò lentamente il capo, lo volse in direzione di Marta e, con un sorriso dolcissimo e contagioso, rispose:

"Ciao".

Poi, volse lo sguardo verso Leo:

"Ciao Leo, ben tornato a casa. Dimmi, chi è questa giovane ragazza qui con te?".

"E' Marta".

"Che bellissimo nome" esclamò la donna volgendo nuovamente lo sguardo verso Marta.

Marta era lì, immobile, come paralizzata: mentre contemplava la straordinaria bellezza della signora, sentiva dentro di sé una profonda sensazione di pace al suono di quella voce melodiosa. Marta era in estasi.

Si svegliò bruscamente quando la signora riprese a dire:

"Marta, vorresti sedere accanto a me? Avremmo così modo di conoscerci meglio".

"Molto volentieri" rispose la ragazza.

"E tu, Leo, ci vuoi fare compagnia?" aggiunse la donna "potremmo raccogliere anche qualche frutto. Cosa ne dici?".

Leo le rispose con un grande sorriso. Marta però non lo vide!

"Leo", chiese Marta con voce un po' alterata "perché non rispondi alla signora?!".

"Certo che le ho risposto! Sei tu che non hai sentito, forse perché ho nuovamente dosato male i miei impulsi verso di te. Comunque ho risposto! La signora mi è testimone!".

"Ah, ecco!!!" (Di tanto in tanto il caratteraccio di Marta faceva capolino).

I tre iniziarono a parlare: parlarono della bellezza del posto, dell'armonia del creato e d'altro ancora. Poi la donna disse:

"Marta, devi sapere che io insegno religione; vengo qui spesso per preparare le mie lezioni. Oggi pensavo di comporre una lettura che affronti il tema della sofferenza. Tu cosa ne pensi, in merito? Consideri che sia Dio che permette il dolore?".

"No, non lo credo; sono convinta che lui non interferisca con il libero arbitrio dell'umanità. Ad esempio, non rispettiamo l'ambiente e perciò la Terra si ribella, alluvioni e disastri naturali sono molte volte da attribuire alla nostra incuria. Le montagne vengono disboscate senza criterio e in seguito, gli uomini attribuiscono frane gravi, che provocano vittime, alla "volontà di Dio".

Molte persone sperperano il denaro in maniera inutile, quando basterebbe un piccolo contributo per salvare qualche bambino dalla fame, per non pensare a quanto cibo viene gettato nella spazzatura: tutti sprechi che si potrebbero evitare. Quanti individui mangiano e bevono a dismisura, e se poi subentra una malattia, subito attribuiscono la colpa a Dio. Automobilisti incoscienti provocano incidenti mortali, ed ecco spesso si sente pronunciare la solita frase: "Dio l'ha voluto con sé".

Se il Signore potesse sfogarsi, in maniera confidenziale, con qualche suo messaggero sulla Terra, gli direbbe: "Ma davvero gli uomini mi ritengono il responsabile di tutti questi avvenimenti?".

Anche don Gnocchi aveva intuito che la maggior parte delle sofferenze sono dovute alla volontà dell’uomo e al cattivo uso che fa della sua libertà, affermando pertanto che non tutti i dolori sono realmente “innocenti””.

La ragazza, terminato di pronunciare questo discorso, stette in silenzio; poi, pensando ad alcuni suoi cari scomparsi, si commosse, e alcune lacrime, fino a quel momento trattenute, fecero capolino nei suoi occhi luccicanti. Poi domandò, con una voce che a fatica usciva dalle sue labbra:

"Non tutte le anime, una volta che il corpo viene perso, raggiungono questi posti?".

"Purtroppo no!" rispose la donna "Dio è lento all'ira, ma la sua pazienza non è infinita, e per questo molti devono scontare le pene conseguenti ai loro peccati. Per altri invece non c'è via di scampo: la valle oscura sarà per loro l'ultima dimora".

"Marta, ora ti faccio io una domanda: te li ricordi i sette vizi capitali?".

"Certo che li ricordo. Dunque... la superbia, l'avarizia, l'ira, la lussuria e poi... e poi...".

"Vedo che te li sei un po' dimenticati. Aggiungici ancora i peccati di gola, di invidia e di accidia. Ora devi sapere che se è vero che le mancanze che si commettono in forza di queste debolezze umane non sono peccati gravi o mortali, è però anche vero che a volte, e purtroppo non raramente, lo possono essere".

"Vuole dire che Dio potrebbe punire con l'Inferno chi è superbo, irascibile, avaro e quelle altre cose?".

"E' cosi" rispose la donna.

"Signora, da dove provengo io, conosco un mucchio di persone che commettono simili peccati! Io sono una di quelle: chi mi conosce dice che sono superba, irosa, vanitosa."

"Ah! Bene... no, anzi... male!" esclamò la donna.

"E mi dica, signora: se una persona volesse iniziare a redimersi sulla Terra?".

"Deve prendere coscienza di tutte le volte che ha sbagliato, o mancato nei comandamenti; chiedere perdono, e poi impegnarsi a fondo per non ricommettere gli stessi errori; così facendo, il suo spirito inizia a salire verso il Cielo".

Marta stette un po' in silenzio, poi riprese a chiedere:

"Quale è la strada migliore per raggiungere il Paradiso?".

"La bontà, la mansuetudine, la mitezza, l'umiltà, la cortesia, la contemplazione in silenzio: sono questi i segreti della vita eterna" rispose la donna.

"E la preghiera?".

"La preghiera è importante per la salvezza della propria anima".

Ci fu una breve pausa di silenzio.

Poi la conversazione continuò su altre questioni e, mentre parlavano, iniziarono a consumare la frutta che Leo aveva appena raccolto. Marta le spiegò da dove arrivava e i problemi che la rattristavano. Alla fine, quando si dovettero salutare, la donna le disse:

"Marta, se tu seguirai i consigli che ti ho appena dato, vedrai che la tempesta finirà: sappi che io dimoro nelle alte sfere. Leo mi ha raccontato dei tuoi gesti d'amore: proprio questi ti hanno fatto da avvocati!".

Poi, rivolta verso Leo, e senza che Marta la sentisse, gli disse:

"Leo, qui sei a casa tua e puoi fare ciò che vuoi!".

"Ma, signora... il campanellino... mente contro mente... Ernestino... il Principale...".

"Non preoccuparti Leo, sono le Sue parole. Ciao! Mostra alla ragazza il nostro Paradiso". Detto questo, si allontanò.

Ci fu ancora un attimo di silenzio, poi Marta, leggermente allarmata, chiese:

"Leo, poco fa la signora ha detto: "proprio questi ti hanno fatto da avvocati". Cosa intendeva dire?".

"Ecco... dunque... vediamo come posso spiegartelo: ogni angelo tiene un proprio diario sul quale annota pregi e difetti del suo protetto, le buone e le cattive azioni che compie e così via. Periodicamente una commissione valuta il tutto, con un criterio a me sconosciuto, ed esprime un giudizio. Alla fine della vita c'è il giudizio finale".

Marta impallidì.

"Vuoi dire che... vuoi dire che...".

"Calmati" rispose Leo "calmati. Tu ora sei qui per altri motivi. Per ora ti dirò solo che, come te, altre persone sono venute fin quassù per ricevere il messaggio che hai appena ascoltato. Tra non molto tornerai alla tua casa. Anche tu dovrai diffonderlo".

Marta, rassicurata, tirò un sospiro di sollievo.

Leo, invece, dopo le parole della signora, decise di chiamare Ernestino, che nel frattempo gironzolava in quella invitante piantagione, a testa bassa, ricurvo e con le mani dietro la schiena. Pensava a tutti quei dolci frutti appesi ai rami: avrebbe voluto tanto..., ma non poteva! A lui era proibito.

"Ernestino, d'ora in poi puoi fare quel che vuoi. Ti hanno sciolto da ogni obbligo...".

Leo non fece in tempo a finir di dire quel che doveva dire, che Ernestino schizzò come un fulmine sul primo albero di pero che aveva lì vicino e, avidamente e velocissimamente, cominciò a mangiare fino all'inverosimile.

Il ramo su cui stava iniziò a flettere verso il basso fino a che il diavoletto cascò a terra. Si udì un gran tonfo: le fronde degli alberi ondeggiarono, i petali di rose si sollevarono alti nel cielo e tutti i pappagallini, all'unisono e rapidamente, volarono via spaventati e disorientati. Ernestino, a gattoni, si portò alla base della pianta, si accovacciò con la schiena contro il tronco, distese le gambe e iniziò ad accarezzarsi il ventre rigonfio.

"Leo, che è successo?" chiese Marta.

"Nulla, nulla, so io cos'è successo!".

Ernestino si mise una mano davanti alla bocca e, fissando Leo con occhi di chi vorrebbe allontanare da sé chissà quali strani sospetti, se ne uscì chiedendo:

"Cosa è stato?" Poi sbiancò dalla vergogna!

"Poverello" si disse Leo "è da capire! Chissà se gli capiterà un'altra occasione simile!".



LEO SI MANIFESTA A MARTA



Marta e Leo ricominciarono a passeggiare; la ragazza vide un fiore lungo il sentiero, lo raccolse e se lo pose tra i capelli.

"Vedo che ti piacciono i fiori, credo proprio che apprezzerai il prossimo posto dove voglio condurti. Prima però mi devo assentare momentaneamente. Ho un piccolo lavoro da completare".

Leo voleva trovare il modo di manifestarsi a Marta anche nell'aspetto, senza turbarla.

"Mentre sono via" disse Leo "prosegui lungo il sentiero. Tra non molto arriverai al limitare del frutteto: da lì vedrai un gruppetto di case circondate da un grande prato verde. Segui la via maestra. Nell'ultima casetta abita un mio amico: tu mi aspetterai lì. Non temere nulla!".

Leo lasciò sola Marta. La ragazza, in leggera ansia, proseguì il suo cammino. Giunse in vicinanza del piccolo villaggio: erano tante casette variopinte, ognuna recintata da un leggero steccato bianco. Marta attraversò il paesello e, mentre lo attraversava, vedeva la gente indaffarata a ornare con luci e fiori gli steccati, le porte, le finestre e i piccoli alberelli che rendevano fiabesco quel posto. A chiunque incontrasse dava il buongiorno, prontamente ricambiato e accompagnato da un affabile sorriso. Il suo cuore percepiva la pace e l'allegria di quella gente. Arrivò fino all'ultima casa. All'interno dello steccato, un uomo era intento a porre in bell'ordine una ghirlanda di luci colorate attorno all'uscio di casa.

"Buongiorno" disse Marta cercando di richiamare l'attenzione dell'uomo che in quel momento le dava le spalle.

Lui, al suono della sua voce, si girò, vide la ragazza e prontamente rispose: "Buongiorno anche a te, giovane signorina. Se non sbaglio sei Marta, vero?".

"Sì, sono Marta".

La giovane intanto osservava l'uomo. Era un giovane di bell'aspetto, vestito di bianco, giacca e pantaloni di morbido tessuto.

"Ti stavo aspettando. Leo mi ha avvisato del tuo arrivo. Vieni, entra! Vedrai che non tarderà ad arrivare".

Marta aprì il piccolo cancello dello steccato anch'esso ornato da tante belle lampadine colorate, percorse il breve vialetto e si avvicinò all'uomo. Vide la dolcezza del suo viso, il suo sguardo profondo e rassicurante, la bellezza del suo sorriso. Entrarono nella casa, l'uomo la fece accomodare nel piccolo salottino elegantemente arredato.

"Immagino che sarai stanca dopo tutto il camminare che hai fatto! Se ti fa piacere ti preparo una bella cioccolata calda. Ti tirerà su.".

"Sì, grazie".

"Bene, allora vado in cucina e ne preparo due, una per te e una per me. Da lì posso continuare a parlarti.

Leo mi ha detto che questa mattina hai avuto un incontro con una bella signora. La conosco anch'io, sai. E' veramente una donna dolcissima".

"Sì. È proprio una signora squisita. Mi ha fatto molto piacere conoscerla; desidererei molto poterla rivedere".

Marta, silenziosamente in piedi nel salottino, osservava tutto ciò che la circondava.

"Ti piace la lettura?" chiese l'uomo dalla cucina.

"Molto!".

Intanto l'attenzione della ragazza era caduta su alcuni libretti di opere teatrali che erano disordinatamente poggiati su un basso tavolino. Da uno di questi volumetti, sporgevano, a mo' di segnalibro, dei foglietti con delle annotazioni scritte a mano. Marta si avvicinò e, dall'alto, lesse ciò che era leggibile.

Non le ci volle molto per capire che in quelle poche righe si parlava di lei. Mantenendo a stento l'autocontrollo dell'emozione, tornò al centro del locale e, in piedi, a braccia conserte, chiamò con voce ferma l'uomo:

"Leo!".

Leo, che ancora era indaffarato a preparare le bevande, se ne uscì dalla cucina, si avvicinò alla ragazza e le si pose di fronte senza dire nulla.

"Leo, perché mi prendi in giro! Lo sai che non lo sopporto!".

Ma, nonostante il suo grande sforzo di mantenere un'espressione severa, i suoi occhi cominciarono lentamente a luccicare, le sue labbra a tremolare fino a che si lasciò andare a un pianto liberatorio.

Leo interruppe il silenzio:

"Su... su... Marta, dai che le cioccolate sono quasi pronte. Sai, nemmeno io ero preparato a questo incontro. Non sapevo come fare...cosa inventarmi.

E poi... e poi ti sei forse dimenticata che, come angelo, devo imparare ancora molte cose?".

Sul volto di Marta cominciò ad albeggiare, fra le lacrime, un leggero sorriso.



"TROVA IL TEMPO"



Ancora commossa per l'incontro avuto con Leo, Marta si rivolse a lui con voce tremolante:

"Senti, prima che tu ti assentassi, dicesti che mi avresti portato in un altro posto".

"Sì! ora ci andremo. Prima però le cioccolate!".

Mentre i due gustavano lentamente la propria bevanda, il viso della ragazza tornava calmo e disteso, e i suoi occhi lentamente si asciugavano.

Stettero per un po' in silenzio, poi, dolcemente, Leo riprese a dire:

"Ora chiudi di nuovo gli occhi".

Marta chiuse gli occhi e poi li riaprì; era notte e si ritrovò in un campo completamente ricoperto di girasoli: nonostante il buio fosse rischiarato dalla tenue luce di una grande luna alta nel cielo, essi erano tutti aperti e rivolti verso quel disco luminoso.

"Che meraviglia" esclamò, e iniziò a correre tra questi. Di lì a poco avvertì uno scrosciare d'acqua provenire da dietro un gruppo di salici piangenti: camminò velocemente in quella direzione, spostò i rami e le fronde delle piante e quel che poi vide la lasciò senza parole: una stupenda cascatella d'acqua si riversava in un dolce e incantevole laghetto, e là, dove le acque erano piatte, la luce della grande luna disegnava tutto quel che si trovava lungo le sponde.

"Leo, il mio cuore trabocca di gioia, grazie per avermi portato qui! È davvero molto bello! Quasi... quasi..., mi dispiace dover tornare a casa. Ma sarà bene rientrare, non trovi?".

"Non avere fretta; sei sempre di corsa, sempre in ansia; ti ho già detto che qui il tempo non scorre come il vostro; quante volte, durante le tue giornate, ti fermi un attimo a osservare le meraviglie del Creato, o a pregare, o a sognare?".

"In effetti passo l'ottanta per cento della mia giornata al lavoro, il dieci per cento nelle faccende domestiche; per i miei hobby non resta molto...per pregare poi non ne parliamo".

“A proposito del tempo, se vuoi ti recito il testo di un'antica ballata irlandese che si intitola, giustappunto: "Trova il tempo"”.

"Ti ascolto volentieri", rispose la ragazza.

Leo espose la poesia con grande enfasi, con la speranza che le parole di questa potessero aiutare Marta a combattere quel suo carattere scorbutico e scontroso che spesso la portava ad accumulare rancori verso gli altri.


""Trova il tempo"

Trova il tempo di riflettere, è la fonte della forza.

Trova il tempo di giocare, è il segreto della giovinezza.

Trova il tempo di leggere, è la base del sapere.

Trova il tempo d'essere gentile, è la strada della felicità.

Trova il tempo di sognare, è il sentiero che porta alle stelle.

Trova il tempo di amare, è la vera gioia di vivere.

Trova il tempo d'essere contento, è la musica dell'anima".


Marta lo ascoltò con profonda attenzione e lo apprezzò per l'ammirevole recitazione. Poi, si rivolse a lui:

"Leo, ho conosciuto una persona che era brava come te a recitare. E come te sapeva tutto di onde elettromagnetiche, di fasci di luce, di onde sonore. Era un mio carissimo amico. Ora non c'è più".

Quindi stette in silenzio: alcune lacrime iniziarono nuovamente a rigarle il volto.

Anche Leo, per un po' non parlò più. Poi, con voce rattristata, disse:

"Marta, credo di aver capito di chi stai parlando. Non molto tempo fa, i miei amici di teatro mi riferirono che era giunto da noi un giovane amante della fotografia, della recitazione e profondo conoscitore delle scienze nucleari. Non ho ancora avuto il piacere di incontrarlo. Appena avrò sue notizie ti informerò. Ora rasserenati".



LA "BISBETICA INDOMATA"



Seduta su un sasso, a pochi metri dalla piccola cascata, Marta osservava le tantissime stelle la cui luce superava, in brillantezza, il debole chiarore della luna che smorzava l'oscurità del luogo. Mentre guardava il firmamento pensava alle parole della signora dalla lunga veste bianca e turchese: stava ancora meditando riguardo al dolore innocente, la sua mente era confusa e sentiva un forte nodo alla gola.

In seguito riprese a parlare con Leo:

"Leo, io sono stata una persona molto fortunata. Da piccola stavo sdraiata spesso nel mio giardino a osservare le nuvole nel cielo, oppure giocavo con i miei compagni o facevo tante altre cose. Ti ricordi quando...".

Leo la interruppe.

"Sì, è vero, sei stata fortunata e lo sei tuttora. Quanto ai tuoi ricordi io non li conosco: è da poco che ti proteggo. Prima eri affiancata da un altro angelo: si chiama Abel. Ora è andato in pensione: fa il signore. Pensa, un mese fa si è fatto scattare una foto e me l'ha inviata tramite il cellulare: era in spiaggia, su una sdraio, con un cappellone enorme in paglia, occhialoni da sole, granita nella mano, costume con le stampe dei tuoi folletti preferiti: credo che tu l'abbia contagiato".

"Non sapevo che gli angeli andassero in pensione!".

"Infatti, di solito gli angeli custodi accompagnano i loro protetti dalla nascita al distacco terreno, sono rari quelli che danno forfait".

"E perché proprio il mio si è arreso?".

"Perché sei bisbetica! Un giorno sei felice e il giorno dopo dovresti indossare una maglietta con scritto "Oggi mordo!" almeno la gente sarebbe avvisata e ti starebbe alla larga! Per forza gli angeli battono in ritirata, io ti sto vicino da soli due mesi e già vorrei chiedere il trasferimento!".

"Ah, fai pure la vittima! Cosa dovrei dire degli scherzi ignobili che tu e la tua combriccola di attori mi avete fatto!" ribatté Marta cominciando a inalberarsi.

"Vedi che ho ragione! Ti innervosisci subito! Prima o poi dovrai darti una calmata: se finisci all'Inferno io non ti vengo a riprendere; come Ernestino, patisco troppo il caldo!" disse Leo divertito.

"Ernestino, e chi è Ernestino?".

"Lascia perdere... lascia perdere. E’ meglio!".

E pensando al suo povero diavoletto, un sorriso di simpatia illuminò il suo viso: "Chissà cosa starà combinando adesso!".

"Marta, è ora di tornare a casa. Andiamo!".



ARRIVEDERCI, CARLETTO



Marta si risvegliò nella sua camera: erano effettivamente passati pochi minuti.

Prese il cellulare e vide che erano presenti numerose chiamate senza risposta e alcuni sms:

"Deve essere successo qualcosa" pensò la ragazza spaventata.

Aprì un messaggio, era da parte di un suo amico, anche lui musicante: "Carletto ci ha lasciati!".

"Oh no, Charli!" e scoppiò a piangere.

Mancava poco al Natale.

Leo era lì e cercò di consolarla. Marta poteva sentirlo, ma non vederlo.

"Mi dispiace Marta. Non ti affliggere. Sappi che il tuo maestro sta ora passeggiando in posti simili a quelli dove ti ho appena accompagnato. Sicuramente gli avranno già dato la possibilità di insegnare musica agli angioletti del Paradiso. Forza, non essere triste. Senti che bella atmosfera natalizia c'è fuori".

"Ci proverò Leo... ci proverò! Grazie".

Due giorni dopo, Carletto venne accompagnato verso la sua ultima dimora da tutti i suoi musicanti, giovani e meno giovani. Tantissimi erano quelli che, sin dalla tenera età, aveva cresciuto, con tanta dedizione e pazienza, nella sublime arte della musica, senza nulla chiedere e pretendere. Carletto personificava la cortesia, la mitezza, la mansuetudine. Durante le cerimonie e le premiazioni del corpo bandistico, se ne stava sempre in ombra, quasi timoroso di essere chiamato a ricevere pubblicamente i meritati ringraziamenti per il lavoro svolto: tutti però sapevano che la Banda era Carletto. Tutti, musicanti, autorità e tantissima altra gente erano lì presenti, in quel consacrato e silenzioso luogo, ad ascoltare le note di quell'ultimo omaggio musicale, quello che più di ogni altra cosa avrebbe gradito Carletto.

Nei giorni successivi qualcuno pose sulla sua lapide una piccola statuina: uno gnomo che suonava il sax.



LE ORCHIDEE



Dopo poche settimane sopraggiunse Natale. Marta e il suo fidanzato vennero invitati per il pranzo a casa di Enrico, un giovane che la ragazza aveva conosciuto pochi mesi prima in occasione di un seminario di studio. Fra loro era nata un'assidua collaborazione di lavoro attraverso scambi di informazioni scientifiche via Internet: i due lavoravano in città diverse.

Enrico aveva anche un fratello, Orazio, titolare di una piccola fabbrica di mobili.

Marta e Giovanni entrarono nella casa addobbata a festa. Poco lontano dal camino c'era uno stupendo albero natalizio, ricco di luci e di colorate palline variopinte. Qua e là, fra i rami sempreverdi, si intravedevano dei piccoli pacchettini bianchi e dorati seminascosti da voluminosi capelli d'angelo argentati; alcuni fiocchetti color lilla, appesi sulle punte dei rami, davano pienezza al tutto. Poi Marta vide che la tavola era apparecchiata per sei persone:

"Enrico, siamo in quattro, per chi sono gli altri due posti? Sono per i vostri genitori?".

"No, sono per la mia fidanzata e un amico di Orazio: devono ancora arrivare. Dei nostri genitori, purtroppo, non abbiamo più notizie".

"Mi dispiace davvero, ragazzi".

In quel momento suonò il campanello: gli ultimi due ospiti erano arrivati.

Dopo le presentazioni, la combriccola si avviò verso il tavolo bellamente apparecchiato: alcuni fiori di carta, ordinatamente collocati davanti a ogni sedia, facevano bella mostra di sé.

"Che bei fiori di carta" disse Giovanni.

"Sì, li ho fatti io, li uso come segnaposti. Ti piacciono? Da piccolo osservavo sempre mio padre: era davvero bravo con gli origami. Riusciva a fare di tutto, e in poco tempo", precisò Enrico. "Ho appreso da lui i segreti".

"Davvero molto belli!".

"Molto belli..." pensò in silenzio Marta "molto belli...". Qualcosa stava iniziando a frullare nel suo cervello. Voleva saperne di più, ma, allo stesso tempo, non voleva apparire troppo curiosa, troppo investigatrice sul passato del padre dei due ragazzi.

Stette tranquilla.

Si sedettero a tavola e iniziarono a pranzare. Continuarono anche a chiacchierare del più e del meno. Marta, però, come un leone in agguato, aspettava il momento opportuno per carpire dai due amici le informazioni che cercava. In lei si stava facendo strada una inverosimile convinzione.

Arrivò finalmente il secondo, un piatto di carne. La ragazza colse l'occasione al volo:

"Non mangio carne, se penso a queste creature, mi si spezza il cuore; tra l'altro, se c'è una cosa che detesto, è la caccia".

"A chi lo dici!" rispose Enrico. "Una volta accompagnammo nostro padre a caccia; c'era un piccolo uccellino che cantava tranquillo sul ramo di un albero; lui prese la mira e sparò, la melodia si interruppe e il piccolo cadde morto a terra. Fu una scena terribile; iniziai a piangere disperato e feci promettere a mio papà di non fare mai più una cosa del genere; me lo promise, vendette il fucile, che tra l'altro aveva appena acquistato, e si comprò un'armonica".

Sentita quella frase Marta andò in estasi... non credeva alle sue orecchie; ora non le importava più di apparire indiscreta, e iniziò a domandare:

"Scusa, ma tuo padre come si chiama? Come mai non sai dove sia? Ma se voi lo sapeste, vorreste incontrarlo?".

"Certo che lo vogliamo, sono più di quindici anni che lo stiamo cercando... se ne andò all'improvviso dopo un litigio concitato... e comunque si chiama Sergio; ma come mai questa raffica di domande?".

Marta era finita su un altro pianeta... ormai non ascoltava nemmeno più.

Pian piano rimise piede sulla Terra: "Avete una fotografia di vostro padre? La potrei vedere?".

Orazio si recò in camera e dopo pochi secondi ritornò sorreggendo un quadretto, che porse a Marta; la giovane osservò l'immagine ed ebbe un sussulto.

"E' proprio lui!" pensò, incredula e al settimo cielo.

"So dove si trova vostro padre; lo conosco!" disse alzandosi velocemente.

Si creò uno stupore generale.

"Ma cosa stai dicendo?" esclamarono Enrico e Orazio.

Marta raccontò pertanto dell'incontro con Sergio, di come gli eventi lo avessero condotto a vivere senza dimora, e di dove i figli lo avrebbero potuto trovare. I figli decisero pertanto di andare immediatamente a cercarlo così da trascorrere insieme il Natale.

I due fratelli partirono e in poco meno di un'ora arrivarono alla periferia della grande città: le strade erano deserte. Parcheggiarono, salirono sul metrò che li avrebbe portati alla stazione, dove, secondo le indicazioni di Marta, avrebbero trovato l'uomo. Nel frattempo, Marta e gli altri invitati erano rimasti ad attendere il rientro dei tre a casa di Enrico e Orazio. Mai come in questa occasione Marta sperava tanto che lo trovassero. Il suo cuore era inquieto. Aveva timore che, essendo Natale, Sergio fosse andato in qualche mensa per bisognosi e, per questo, continuava a ripetersi:

"Oh Signore, fa che sia lì... oh Signore, fa che sia lì!".

Il veloce treno sotterraneo giunse rapidamente alla stazione insolitamente silenziosa. Le porte della carrozza si aprirono: i due fratelli uscirono frettolosamente e, di corsa, si avviarono verso l'uscita della metropolitana. Presero a salire le lunghe scale quando, a metà percorso, iniziarono a sentire una debole musica provenire da fuori: era il suono dell'armonica di Sergio. Accelerarono il passo.

I due ragazzi, stanchi e col fiatone, si avvicinarono all'uomo.

Sergio li vide ed ebbe un sussulto.

"Cosa ci fate qui? Come avete fatto a trovarmi?".

Enrico e Orazio gli si avvicinarono e lo abbracciarono.

“Torna a casa papà! Ti spiegheremo strada facendo!”.

Giunsero finalmente alla loro dimora.

"Entra a scaldarti papà, qui fuori fa freddo; Marta è dentro che ci aspetta" dissero accarezzandogli il viso.

Sergio entrò in casa, sommessamente si avviò verso il caminetto acceso, si sedette di fronte, prese alcuni tronchetti di legna che erano lì vicino e li pose delicatamente sulle braci ardenti: aveva il volto rigato dalle lacrime, ma non voleva che altri vedessero.

Enrico però lo vide, cercò un cd e lo inserì nello stereo, poi si accostò al padre e gli pose una mano sulla spalla. Egli, senza voltarsi, mise amorevolmente la sua mano sopra quella del figlio.

La musica iniziò... era la canzone preferita di Sergio, e il figlio ne era a conoscenza.

Marta sorrise e guardò teneramente fuori dalla finestra: aveva ripreso a nevicare, i fiocchi scendevano dal cielo dondolando come cullati teneramente... chissà, forse dalla mano di un angelo.

Fu un bellissimo Natale.



IL DIARIO



Un giorno Leo diede dei consigli a Marta: "Sono molto felice per come ti sei comportata con Sergio; ti chiedo solo una cosa: promettimi di avvicinarti alle persone che non conosci solo se non sei sola ma se al contrario siete almeno in tre persone o più. La prudenza non è mai troppa; io non potrei proteggerti fisicamente; posso solo cercare di mediare nella mente di chi è intenzionato a fare del male: molto spesso, però, neppure gli angeli riescono a toccare il loro cuore. Me lo prometti?".

"Lo so, Leo, la prudenza al primo posto!".

"Ecco! Brava! Ora, a nome mio e di tutti gli altri angeli, ti chiedo di tenere un diario di tutto quel che ti sta avvenendo: chissà, forse un giorno potresti raccontarlo; aiuterebbe la gente a credere che noi esistiamo. Infine, un'ultima cosa. Ho notato che ti stai comportando sempre meglio e per questo, stanotte, un ragazzo che vive con noi verrà da te e ti racconterà una breve storiella per i bambini: se lo vorrai, potrai divulgarla".

"Chi è questo ragazzo?".

"Non lo conosco. Però so che ha dato un valido contributo alla ricerca scientifica, è mancato prematuramente all'improvviso; ora, si sta rendendo utili per altri progetti".

"Sta avvenendo lo stesso anche per il mio amico Gioele?".

"Sì! Credo proprio di sì!".



IL RACCONTO



Marta andò a coricarsi. Verso mezzanotte, nel dormiveglia, sentì una voce nella camera: tentò di aprire gli occhi, ma non riuscì. La voce prese a parlare:

"Ciao, sono il ragazzo che deve dettarti il racconto.


Ci troviamo nel mare. In un villaggio acquatico convivevano molti pesci, cavallucci marini, polpi e una piccola colonia di alghe microscopiche, le diatomee.

Tutti lavoravano, ma al primo posto nella loro concezione di vita c'era lo sport: i pesci primeggiavano nel nuoto, i cavallucci nella corsa a ostacoli e nel salto in lungo, i polpi nel lancio multiplo di giavellotti e così via. In questo magico mondo, le diatomee vivevano in una situazione di profondo disagio: il minuscolo corpo rigido non permetteva loro di praticare alcuno sport.

Erano sempre isolate e tristi. Un giorno, giunse nella loro comunità un vecchio saggio, un paramecio, con un bastone e una bisaccia. Era sempre in viaggio per conoscere mondi e modi di vivere differenti: era convinto che così facendo arricchisse la sua spiritualità. L'anziano notò le minuscole alghe raggruppate in un parco: erano lì che, tra un sospiro e l'altro, ammiravano gli altri abitanti mentre si allenavano.

"Perché siete così infelici?" domandò loro.

"Perché, con il nostro corpo rigido, non siamo in grado di effettuare nessuno sport: ci sentiamo discriminate!".

Il vecchio saggio parlò con dolcezza:

"Vi sentite discriminate perché voi pensate di essere discriminate. Sentitevi invece delle non diverse. Cercate di valorizzare i vostri talenti: non pensate che le cose siano per voi impossibili; io ne sono un esempio: secondo tutti gli autorevoli testi scientifici, potrei vivere solo nelle acque stagnanti, invece... eccomi qua!, sono qui a parlarvi! E, poi, non avete mai fatto caso a quante siete: siete piccoline, è vero, ma in grande numero. Ricordate: l'unione fa la forza! Arrivederci ragazze!".

Detto questo, l'anziano si appoggiò al bastone e si allontanò dalla colonia.

Fece pochi passi, poi si volse indietro e aggiunse:

"Mi raccomando, prendete la vita con ottimismo e sorridete sempre!".

I loro volti si illuminarono di gioia; decisero di risalire in superficie: arrivate al pelo dell'acqua, notarono un'imbarcazione. In quella c'erano delle ragazze che si stavano rilassando al sole e, di tanto in tanto, sorseggiavano delle bibite. Avevano con loro anche un computer portatile. Decisero, dopo un po', di rivedere le finali di nuoto sincronizzato: il monitor mostrava un gruppo di atlete che, in una grande piscina, componeva delle bellissime figure.

Le diatomee, che erano lì, videro le belle evoluzioni. All'improvviso, a una di loro venne un flash ed esclamò:

"Ragazze, con un po' di fantasia, anche noi potremmo unirci e comporre tante figure divertenti".

Erano tutte felici; tornarono nelle profondità del mare, si recarono al parco, studiarono e ristudiarono tanti schemi; provarono e riprovarono le loro composizioni fino a quando, acquisita sicurezza, andarono dal sindaco della città:

"Siamo qui per chiedere il permesso di esibirci nel campo sportivo comunale".

Il sindaco, un'aragosta molto cortese, ascoltò la loro richiesta, si fece descrivere cosa volessero fare e, mentre le diatomee parlavano... parlavano..., si lisciava con le chele i lunghi baffi. Alla fine disse:

"Bene! Ragazze! Ditemi quando volete fare la vostra rappresentazione!".

Venne fissato il giorno.

Quando quel giorno arrivò, lo stadio era pieno. Fu un successone e il team delle diatomee divenne famosissimo. Le piccole alghe erano finalmente felici.


Marta ascoltò il racconto, voleva annotarlo immediatamente. Si rese conto però che ancora non riusciva ad aprire gli occhi e nemmeno ad alzarsi dal letto. Rimase lì, distesa, in una sorta di dormiveglia, fino a che una leggera scarica elettrica le attraversò il corpo. Di colpo si svegliò, si mise di fronte alla scrivania e, dal cassetto, trasse dei fogli bianchi. Una scrittura frettolosa fissava su quelle pagine tutto ciò che riusciva a ricordare: sapeva che le porte dell'oblio della mente si stavano minacciosamente spalancando. Quando ebbe finito, si rimise a letto e si riaddormentò.

Il mattino seguente la ragazza chiamò l'angelo:

"Leo, ringrazia il ragazzo per il racconto. Però, già che c'era, poteva anche scrivermelo!".

"Ci ha provato, Marta, ci ha provato!... ma la penna gli sfuggiva sempre di mano!".

"Sì... sì!... continua a prendermi in giro!".

"Dai, vorrà dire che per farti recuperare le ore di sonno che hai perso ti porterò di nuovo in Paradiso. Andremo nella città. OK?".

"OK!".

Marta chiuse gli occhi, li riaprì e vide che si trovavano proprio in una città; c'erano case normali, ma anche case bizzarre, fantasiose.

"Leo, se un giorno dovessi venire in Paradiso, la mia casetta la vorrei a forma di fungo e con tante piante carnivore in giardino; come macchina mi piacerebbe un bel drago alato, di colore lilla".

"Va bene...va bene! Dai, vieni, ti porto da una mia amica, è una signora sulla cinquantina".

L'angelo suonò al campanello di una graziosa villetta; entrarono... una signora molto raffinata li accolse, aveva i capelli neri e gli occhi verdi.

"Ciao Leo, ciao Marta. Accomodatevi. Posso offrirvi un the?".

Marta e Leo si sedettero. Marta notò che alla signora piaceva molto il colore rosa. Dal divano alle poltrone, dalle tende ai copri mobili, tutto era rosa.

"Leo mi ha già parlato di te e del tuo arrivo, raccontami, cosa fai?" chiese la signora.

"Lavoro in un campus di ricerca, lei invece?".

"Io amo dipingere: questi quadri che vedi sono tutti miei. So fare anche le bambole, sai? Quell'angelo sul mobile, ad esempio, l'ho realizzato io. Sin da piccola ho sempre amato gli angeli di stoffa".

Marta la guardò dolcemente, iniziò a intuire qualcosa, ma non osò dire nulla. E mentre sorseggiavano il the, la signora raccontava a Marta della bellezza del posto, della sua città, degli amici e di altre persone a lei care.

Stettero per un po' di tempo con la donna, poi si salutarono e uscirono dalla villetta.

Marta stette in silenzio.

Leo le camminava a fianco senza dire una parola, ma erano ormai in simbiosi: percepiva tutte le emozioni della sua giovane amica.

"Marta, siamo arrivati a casa di un'altra signora, è molto giovane".

Entrarono. Una ragazza con i capelli biondi e molti boccoli li stava aspettando.

"Ciao Leo, e tu sei Marta vero? Dovete scusarmi per il disordine sul tavolo: stavo sistemando le foto del mio matrimonio, le vorrei raccogliere in un album.

Leo, saresti così gentile da sbrigarmi una commissione mentre mi intrattengo un po' con Marta?".

La signora spiegò a Leo quel che doveva fare e, quando questi uscì, si rivolse a Marta.

"Dunque, come ti stavo dicendo, vorrei raccogliere le poche foto del mio matrimonio in un album. Fino ad ora le ho sempre tenute disordinatamente nel cassetto. Ora, però, è giunto il momento di sistemarle! Ti andrebbe di aiutarmi mentre aspettiamo il ritorno del tuo amico?".

Il cuore di Marta si strinse in una morsa. Voleva piangere, voleva ridere: per nascondere il suo contrastato stato d'animo, distolse lo sguardo dalla signora e lo posò su uno splendido arazzo appeso alla parete.

"Marta", la richiamò la donna, "vieni che ti mostro le mie foto".

E, a mano a mano che le incollava, descriveva i particolari del luogo e raccontava delle persone ritratte.

Profondamente commossa, Marta ascoltava in silenzio.

Era da poco passato mezzogiorno quando Leo tornò. I due si intrattennero ancora un momentino poi si accomiatarono. Fecero pochi metri fuori dalla casa quando la signora, sulla soglia dell'uscio, esclamò:

"Vieni ancora a trovarmi, mi farebbe piacere!".

Marta si voltò e, con un sorriso, annuì.

"Marta, hai fame?" chiese Leo, mentre camminavano.

"Per niente, ho lo stomaco chiuso".

"Non è da te... devi mangiare qualcosa".

In quel momento videro sopraggiungere da lontano un giovanotto molto attraente con il carretto dei gelati; a mano a mano che si avvicinava, Marta scorse che aveva due occhi celesti bellissimi. Leo lo fermò.

"Marta, cosa ne diresti di un bel gelato?".

"Sì, quello lo mangerei volentieri!".

"Allora, giovanotto, per piacere prepari un grosso cono per la mia amica!".

"A che gusto?" chiese il gelataio.

"Per me va sempre bene" rispose Marta.

"Allora faccio io! Un bel cono ai gusti fragola e pistacchio!" Con un sorriso grande come il mondo lo porse a Marta e, subito dopo, le sue spalle cominciarono ad avere strani e buffi movimenti sussultori. Quindi salì sul suo triciclo, spinse sui pedali e si allontanò in direzione della casa da dove era da poco uscita Marta.

Era troppo, la ragazza non riuscì più a trattenere le lacrime e scoppiò a piangere:

"Guarda che ho capito tutto: prima la zia Rosa, poi i miei nonni!".

"Vuoi tornare a casa?" chiese Leo, togliendole di mano il gelato che ormai si stava sciogliendo.

"No, adesso mi passa, andiamo avanti".



VIDEOTECA



Detto questo, si sedettero su una panchina; Marta finì controvoglia il suo gelato, sebbene fosse squisito. Poi notò che proprio di fronte a lei c'era una videoteca con all'interno un Internet Point.

"Leo, possiamo entrare in quel negozio per curiosare un po'? Magari mi passa la malinconia".

"Certo, tra l'altro è gestita da un mio amico; noleggia DVD e adesso vende anche strumenti musicali: pure lui ama la musica come te".

Si avvicinarono, Leo guardò attraverso la vetrata:

"Sì, è proprio quel mattacchione di Roberto! È un abilissimo prestigiatore, sai! Un vero maestro nel suo genere. Quando organizza qualche spettacolo, nessuno vorrebbe mancare".

In quel momento il cellulare di Leo si mise a squillare.

"Marta, tu inizia a entrare. Rispondo a questa telefonata poi ti raggiungo!".

Marta aprì la porta ed entrò: all'ingresso c'erano due statue di angioletti.

Li guardò con tenerezza: lì per lì ebbe la strana sensazione che anche i loro volti si fossero girati per guardarla, oltretutto con un sorriso divertito. Poi la ragazza salutò l'uomo: dimostrava una quarantina d'anni, capelli lunghi fino alle spalle, leggermente ondulati, barba e baffi curati. Il viso aveva un'espressione dolce, come tutti del resto: era una caratteristica comune di quella gente.

"Ciao, hai bisogno?" chiese lui.

"Sì, vorrei usare Internet, ma aspetto che entri il mio amico".

"Bene! Se, nel frattempo ti interessa noleggiare qualche DVD, posso farti vedere gli ultimi arrivi".

Li pose sul banco e iniziò a farli scorrere davanti a Marta.

In sequenza, erano:

- Come guidare un drago alato;

- Mondo folletti del bosco;

- Le mie piante carnivore;

- Quando il mago creò la sua streghetta.

Sul volto di Marta cominciò a comparire un debole sorriso e, mentre lei osservava i disegni impressi sugli astucci dei DVD, suonò il campanello del negozio. Entrò un giovinetto con un pacco di lettere nella mano: era il postino di quel quartiere.

"Ciao Roberto! C'è posta per te! Ti stanno arrivando parecchi ordini di merce, eh...! Beato te!".

"Sì, ma meno rispetto a un po' di tempo fa!" ribatté l'uomo "Il lavoro è in leggero calo!".

Poi il ragazzo uscì.

"Signorina, il tuo amico tarda ad arrivare! Facciamo così: mentre aspettiamo ti mostro qualcosa che sicuramente ti piacerà!".

L'uomo uscì da dietro il banco, la prese per mano e la accompagnò nel retrostante locale che fungeva da magazzino.

"Ti piace quel peluche? L'ho appena disimballato. Mi è arrivato or ora. Posta celere, anzi super celere! Sarà la mia mascotte. Lo metterò in vetrina".

La ragazza vide che su una sedia era collocato un enorme peluche a forma di scimpanzé.

"Devo dirti un'altra cosa, ma te la dico nell'orecchio: non vorrei che il mio socio che è lì fuori a scaricare, mi sentisse".

A bassa voce l'uomo disse: "Tra qualche giorno mi arriveranno dei violini, tutti colorati di arcobaleno!!! Sono in anteprima mondiale. Il mio socio non lo sa, perché lui vorrebbe vendere solo chitarre rock: non condivide la mia intenzione di commercializzare anche i violini! Sono sicuro che anche a te piacciono. Te lo leggo negli occhi. Tu lo sai, vero, che gli occhi sono lo specchio dell'anima? E saprai anche che l'anima è come un grande foglio bianco su cui trovi scritto tutto: anche i desideri più remoti. Ecco... io te li sto leggendo". E, di nuovo, un dolce sorriso fece capolino nella bocca seminascosta dell'uomo.

"Ho capito, sono di nuovo vittima di qualche scherzo ideato dagli amici di Leo!" pensò Marta "Sicuramente è una Candid camera!".

E iniziò a guardare con circospezione ogni angolo del locale alla ricerca di videocamere nascoste. Guardava e riguardava, fissava per un istante gli occhi dell'uomo che le stava di fronte e nuovamente girava lo sguardo alla ricerca del piccolo obiettivo trasparente nascosto chissà dove. Roberto, intanto, ostentava ancor più di prima un sorriso divertito. Alla fine decise di porre fine al sospettoso silenzio di Marta.

"Ma insomma, non hai ancora capito chi sono io?" domandò ridendo.

In quel momento entrò Leo. Sul banco vide il mucchio di letterine e vide che i due erano nel magazzino.

"Ciao Roberto. Bello quel peluche!".

"Ciao Leo, vuoi che te lo trasformi in un mago cattivo?".

"Per carità!" rispose Leo "Una volta l'ho fatto io! Ero in un negozio simile al tuo. Non ti dico che putiferio ha fatto Ernestino col suo campanello".

"E dov'è adesso Ernestino?" chiese Roberto.

"Non lo so! Si sarà dato alla macchia!".

E si misero a ridere!

Marta guardò Roberto e Leo. Non aveva capito niente! E questo la rendeva nervosa.

Giunse sera: era il momento di tornare a casa.

"Marta, andiamo, è ora di rientrare!".

"Sì, ma prima dimmi chi è Roberto e perché ridevate!".

"Ma come, Marta! Le letterine, il peluche... ti avrà anche detto dei violini. Marta, cosa desideravi da bambina?".

Marta svenne e, quando riaprì gli occhi, si ritrovò nella sua stanza.

"Vai a dormire, ora" le consigliò Leo con dolcezza, "domani mattina devo parlarti".

La ragazza annuì e andò a riposarsi.

Per Marta, la giornata trascorsa in Paradiso era durata, nella realtà, pochi minuti.



NOSTALGIA



La mattina, Marta si alzò di buon'ora. Leo ne approfittò e iniziò a parlarle:

"Senti Marta, ieri, prima che tu entrassi nel negozio di Roberto, ti ricordi che ricevetti una telefonata?".

"Sì, mi ricordo".

"Ecco, era la sorella di Abel. Era molto agitata. Mi diceva che alcuni giorni fa, suo fratello era stato informato dell'incidente che hai avuto in bicicletta, e per questo si sentiva in colpa. Dice che non si capacita e continua a ripetersi che se non si fosse allontanato forse non ti sarebbe successo nulla. Sua sorella, inutilmente, ha tentato di convincerlo dicendogli che lui non ha colpe. Non c'è stato verso! Abel, ieri, è tornato dalle vacanze. Ecco... vorrebbe nuovamente starti vicino!".

"E tu cosa hai risposto?".

"Ho accettato, per il rispetto che gli porto. Quindi starò con te ancora un paio di settimane, poi tornerò a recitare".

"Mi sta già venendo la malinconia, con chi litigherò?".

"Anche a me dispiace. Dobbiamo però non pensarci. Io ti sarò sempre amico e, anche se non mi sentirai più, sappi che col cuore ti sarò sempre vicino. Ora mettiamo in disparte la nostra tristezza. Senti Marta, dovresti andare a trovare i tuoi parenti defunti al cimitero: so che ti rechi raramente in quel luogo".

"Hai ragione, non ci vado quasi mai; infatti, ieri la nonna me l'ha anche detto: "Vieni a trovarmi ancora!"”.

La ragazza finì di parlare con Leo, poi si recò al lavoro. Durante il viaggio in treno si ricordò della sua richiesta e cominciò ad annotare su un diario tutto quel che le stava accadendo: doveva raccontare, magari in un libro, la sua esperienza. Iniziò a pensare al titolo, che avrebbe dedicato a Leopoldo, e ad immaginare la copertina.

Sentì la voce di Leo: "Marta, vieni alla finestra, guarda che splendido arcobaleno; vuoi sapere cosa significano quei colori?".

"Sì!".

"I sette colori dell'arcobaleno rappresentano i sette doni che Dio ha fatto all'umanità".

"E quali sono?" chiese Marta.

"Sono: la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà, il timore di Dio".



I GIGANTI



La notte seguente Marta fece un sogno molto strano.

Si trovava in un futuro non troppo lontano: lo scenario che si presentava tutto intorno a lei era quello di una grossa piazza, costeggiata da palazzi immensi, con al centro una grande fontana.

Vi era un andirivieni assurdo di gente: alcuni erano normali esseri umani, altri, invece, erano dei giganti, alti almeno sei metri. Taluni correvano per prendere i bus, qualcuno camminava con passo veloce. A Marta sembrava che tutti si muovessero come degli automi: sguardo fisso e mente assorta nelle loro preoccupazioni. I bus e i tram erano altissimi, ma ne usufruivano tutti: umani e giganti.

Marta aveva il terrore di quei giganti e, per questo, si era rifugiata sotto il portico di un palazzo. Ad un certo punto avvertì dei forti rumori. Prima gli autobus si rovesciarono, poi arrivarono dei carri armati che puntarono i loro cannoni a raggi laser sui giganti: li fecero scomparire, senza lasciarne alcuna traccia. Le altre persone iniziarono a scappare terrorizzate, ma senza una meta precisa. Dopo seguì un grande silenzio.

Marta si guardò intorno: notò un'altra decina di umani che, come lei, erano rimasti rintanati sotto i portici dei palazzi. Di lì a poco sentì una voce nella mente:

"Ora soccorreremo chi ha lottato per il bene e la giustizia anche nella frenesia delle attività giornaliere, soccorreremo chi credeva ancora nei Sacramenti e chi ha soccorso i propri fratelli in difficoltà. Diremo loro di entrare nelle Chiese dove troveranno degli altorilievi con l'immagine del Buon Pastore; diremo loro di pazientare per qualche giorno: presto li verremo a prendere. Tutte queste cose noi diremo".

Ascoltate queste parole, Marta e le altre persone che erano rimaste sotto i portici si avviarono verso una Chiesa.

Trovarono tutto come fu loro anticipato; stettero lì alcuni giorni, poi arrivarono degli esseri alati, metà umani e metà aquile, che li presero e li portarono per il cielo, fin sopra una collina.

Marta si svegliò e chiamò Leo; gli descrisse il sogno. Lui lo ascoltò con attenzione, poi disse:

"I giganti sono i cattivi: non ci sarà alcuna pietà per le loro anime!

Quelli che fuggono senza meta sono le persone che pensano più alle cose terrene: essi non possono sentire la Sua voce.

Chi si comporterà in modo da piacere agli occhi Suoi, chi si lascerà guidare da Lui, chi offrirà se stesso per gli altri, avrà salva la vita eterna.

Questo vuol significare il tuo sogno.

Marta, tranne insegnamento!".



WEEK END IN MONTAGNA



Giunse il fine settimana. Marta e Giò decisero di andare a trascorrere un week end in montagna: entrambi ne avevano bisogno. Il paesaggio era stupendo, l'aria frizzante e l'appetito non mancava: un vero toccasana.

Si trovavano in una casa alpina, una residenza alberghiera di un bellissimo paesino.

La domenica mattina i due fidanzati scesero di buon'ora per fare colazione. Nella pensione era da poco arrivato, da un luogo lontano, un gruppetto di persone diversamente abili: erano una quindicina e dovevano trascorrere lì un breve periodo di vacanza. Fra loro c'erano dei giovani e non più giovani, ognuno con i suoi problemi e le proprie esigenze. Erano accompagnati da due assistenti volontari: questi imboccavano chi doveva essere imboccato, accomodavano le coperte quando li mettevano a dormire, facevano tante e tante altre cose ancora.

Marta vide quel gruppo di persone sedute a tavola. Terminò di bere il suo the, si alzò e si avvicinò a uno di loro. Amorevolmente spezzò del pane nella sua tazza di latte e iniziò a imboccarlo, chiedendogli nel frattempo come si chiamasse.

Il signore scoppiò a piangere; Marta si voltò verso l'assistente e domandò:

"Perché piange? Cosa gli ho fatto?".

Il ragazzo rispose:

"Gli hai parlato, lo stai aiutando. Lui, di solito, è sempre l'ultimo a mangiare, ed è anche uno di quelli meno impazienti; l'hai fatto commuovere, per questo piange".

La ragazza restò di sasso. "Basta così poco per far felice una persona?" pensò.

Sentì Leo risponderle:

"Anche Madre Teresa lo diceva sempre: non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso".

Il giorno seguente Marta tornò a casa e, dopo aver riflettuto attentamente su ciò che era successo, parlò all'angelo:

"Leo, ho deciso di iscrivermi a un'associazione di volontari ospedalieri, così andrò in corsia per tenere compagnia ai pazienti che soffrono la solitudine".

"E' una scelta che ti onora, sono fiero di te!".

"Dimenticavo di dirti che ho anche deciso di lasciare il corpo musicale e di iscrivermi a un corso di violino" aggiunse la ragazza.

"Finalmente inizi a credere nei tuoi sogni... grazie per avermelo detto, corro a munirmi di tappi per le orecchie".

"Certo che la tua simpatia aumenta di giorno in giorno!" terminò Marta.



IN CORSIA



Il corso per accedere in corsia durò sette lezioni; finalmente arrivò il tanto atteso primo turno. Marta venne affiancata da un tutor, un signore sulla settantina. Era estremamente entusiasta, ma, purtroppo, il suo primo approccio coi degenti non andò come lei sperava: non immaginava che da lì a poco avrebbe fatto una delle figure più imbarazzanti della sua vita.

Incominciarono dal reparto di medicina; il loro compito era quello di distribuire la camomilla ai malati: in realtà era solo una scusa per avvicinarsi a loro e confortarli. Fuori faceva freddo, in corsia c'erano almeno ventidue gradi. Cominciarono col percorrere il corridoio. Non passò molto tempo e Marta si rese conto di aver commesso un grosso errore: aveva infatti indossato un dolce vita di lana e questo le causava un caldo insopportabile. Il tutor, mentre camminavano, le spiegava il modo migliore per avvicinarsi ai pazienti. Marta però non lo sentiva più: il troppo caldo la stava facendo venir meno!

Entrarono in una stanza, prima il tutor, poi lei spingendo il carrellino con la tisana e i bicchieri; a un certo punto, il carrello proseguì la sua marcia da solo: la giovane era caduta a terra, svenuta.

I degenti, allarmati, scesero repentinamente dai letti e piombarono in suo soccorso: uno le porse un bicchiere di camomilla zuccherata, un altro le faceva aria con il giornale, un altro corse a chiamare un medico o una persona che avesse comunque il camice bianco addosso.

Marta lentamente si riprese. Sentì il tutor dirle:

"Per oggi è più che sufficiente! Puoi andare a casa! Se hai bisogno ti accompagno!".

"Va bene, vado", rispose lei estremamente demoralizzata.

La settimana seguente, Marta rifletté se fosse il caso di ripresentarsi in ospedale dopo la figura tragicomica: decise di non arrendersi.

Si presentò nuovamente in corsia, questa volta indossando una maglietta lillipuziana sotto il camice: fece il secondo turno. Di quella volta ricorda una frase che una paziente le rivolse:

"Lei è appena entrata in questa camera con quel dolce sorriso e quel fiore tra i capelli: per me è stata la migliore medicina che oggi abbia ricevuto".



BUON VIAGGIO, LEO



Arrivò il momento in cui Marta e Leo si dovevano salutare; ormai erano in completa sintonia e simbiosi per cui non ci fu bisogno di proferire molte parole: sapevano entrambi come si sentivano reciprocamente.

Leo disse:

"Vado".

La ragazza lo ringraziò:

"Leo, sei venuto da me in un momento in cui mi sentivo molto triste e spaventata dall'incertezza del mio domani. Mi hai ridato sicurezza e voglia di ridere: è come se tu fossi venuto a prendermi sulla soglia dell'Inferno e, pian piano, mi hai condotto in Paradiso. Anzi, lo hai fatto davvero: te ne sarò grata per sempre!".

"Sì, Marta, l'ho fatto! Ti ho avuto troppo a cuore!".

"Un'ultima cosa, dimmi di Ernestino. Più volte l'ho sentito nominare: chi è?".

Leo le raccontò del diavoletto, dello scampanellio che Marta aveva sentito in quel negozio dove Giò aveva acquistato per lei la bustina dei folletti; le raccontò di quella volta quando, improvvisamente, fu investita da una strana folata di vento nel frutteto. Le raccontò di altre cose, ma non le disse il perché Ernestino era sempre, o quasi sempre, con lui.

Marta sorrideva mentre Leo narrava quei buffi fatterelli.

"Ma" chiese Marta "come è fatto Ernestino? E cosa fa?".

"Immaginalo come un ometto con la testa piccola, capelli scuri e ricci, pelle color cioccolata, occhi grandi e furbi, naso all'insù, un buffo sorriso e la pancia un po' sporgente. Gli piace ridere e scherzare. Fa il portantino. Consegna anime ai piani alti dell'Inferno. Però, quando c'è tanto lavoro, deve aiutare anche quelli che scendono fino ai piani bassi: lì fa molto caldo e quando c'è caldo il suo cervello va un po' in fumo. E così, quando ritorna al suo reparto, e fintanto che non si raffredda, gioca scherzi ai suoi compagni: loro non la prendono molto a ridere, lui sì; ride a crepapelle e più ride più emana calore! Ti ricordi quando sentisti quel caldo intenso nella tua camera? Ecco, era Ernestino: mi aveva appena giocato uno scherzo! Quando è in quello stato, i suoi colleghi, inviperiti, lo prendono di peso e lo buttano su, al piano superiore, nel Purgatorio: lì, l'aria è più fresca. Pensa che con tutto il lavoro che c'è, gli hanno concesso due mesi di ferie: si saranno stufati di ricevere lettere di protesta!".

"Povero Ernestino!" esclamò Marta "Ma da come lo descrivi parrebbe anche simpatico!".

"Sì, Marta! è simpatico ed è anche buono. Ormai mi ci sono affezionato, tanto affezionato che appena tornerò lassù chiederò di affidarlo sempre a me".

"E ora dov'è?".

"Mi sta aspettando da qualche parte in Paradiso!".

"Sono felice per voi. Spero che ti accontentino. Ora che me ne hai parlato gli voglio bene anch'io! Buon viaggio Leo".

"Ciao Marta, mi raccomando; continua a comportati bene, così anche tu un giorno ci raggiungerai".

Erano le otto di sera, Giò aveva gli allenamenti e Marta non aveva nessuna voglia di stare in camera da sola a rattristarsi per il distacco.

Decise di recarsi a scuola di musica; in tre mesi aveva fatto enormi progressi; prese lo strumento e, mentre attendeva che il suo insegnante giungesse, iniziò a suonare l'Ave Maria di Schubert.

La suonò in maniera eccellente, tanto che il professore, mentre si avvicinava all'aula in cui era Marta, venne fermato da un collega che dava lezioni di pianoforte in una stanza accanto:

"Ma da dove arriva quella tua allieva?".

Il maestro rispose: "Giunse qui tre mesi fa dicendomi che voleva imparare a suonare il violino. Addirittura mi specificò che non lo aveva mai suonato! Evidentemente deve avermi preso in giro".

Quello che il suo insegnante non poteva sapere, e nemmeno vedere, era che a fianco di Marta c'era il suo caro "professore" Carletto: lui, il suo vecchio maestro, le teneva il tempo con la bacchetta, le solfeggiava le note... Marta lo ascoltava e, con il suo magico aiuto, apprendeva in maniera veloce tutto quel serviva per rendere la sua musica piacevole all'ascolto.



CARO DIARIO



Maggio, giovedì, ore 20.30


Caro diario, ieri Leo se n'è andato; sono un po' triste, ormai mi ero abituata a lui. Ho scritto tutto quello che dovevo, per cui penso che questa sia l'ultima pagina...

Dette queste parole, Marta sentì una voce dolcissima nella sua stanza:

"Oggi ho io una cosa bellissima da farti scrivere".

La ragazza sussultò e chiese:

"Leo, sei tu?".

"Leo è in tournée".

"Sei Abel?".

"Sta chiudendo la valigia, adesso arriva".

"Quindi chi saresti?".

"Sono Io. Sono venuto a regalarti un cuore nuovo: te lo offro con immensa gioia".

"A me...? Oh... mio Signore, forse avete sbagliato persona!".

"No, Marta! Ti ho monitorato: sei riuscita a buttare via il tuo vecchio cuore, rabbioso, scontroso, invidioso; ora hai un nuovo cuore, un cuore mansueto e gioioso. Adesso io ci entro volentieri ad abitare: tu ci abiteresti in una casetta sporca?".

"No!".

"Ora però la tua casa è pulita e, per questo, sono venuto da te. Ne vorrei tantissime di casette così! Tante però sono ancora quelle con le porte chiuse: ma io attendo, attendo e attendo! Il mio cuore è grande, basta per tutti: ho tanto amore da dare, amore, gioia e ancora amore. Ma oggi sono felice, felice perché tu ora fai parte del mio gregge! Non sporcare di nuovo il tuo cuore: fai in modo che con i doni dello Spirito Santo questa mia nuova casa diventi sempre più pulita. Me lo prometti?".

"Sì, lo prometto! Farò del mio meglio" promise Marta sorridendo.



LUCI NELLA NOTTE



Le settimane passavano e Marta cambiava sempre in meglio. Chi già la conosceva notava in lei, giorno dopo giorno, uno straordinario cambiamento: se prima aveva un carattere difficile e pronto all'ira, ora era diventata mansueta e sempre allegra. Marta, per quel che poteva, dedicava sempre più tempo alla sua famiglia, ai bisognosi, al fidanzato e agli amici.

Aveva da poco terminato di scrivere un bel racconto per un ampio pubblico. Era felice perché una nota rivista si era offerta di pubblicarlo. Stava nel frattempo scrivendo anche una divertente e breve storiella per bambini. Pensava spesso a Leo e sperava tanto di poterlo risentire. Pensava anche al suo vecchio angelo custode: Abel. Con lui però non era mai riuscita a fare conoscenza, ma sapeva che le voleva un mare di bene: glielo aveva detto Leo.

Una sera di fine maggio, Marta si recò a scuola di musica in compagnia di un'altra ragazza. Marta seguì la sua solita lezione di violino, mentre la compagna quella di flauto traverso. Terminata l'ora, uscirono e si diressero verso l'automobile.

Il parcheggio era distante una decina di minuti a piedi. A passo lento presero a percorrere quel breve tratto che fiancheggiava la riva di un lago di pianura contornato da basse montagne.

Erano le otto di sera e il sole stava tramontando. Nel cielo, che man mano si faceva sempre più buio, la luce del crepuscolo cominciava a disegnare le creste dei monti, mentre quella dei lampioni, che lentamente si stavano accendendo, iniziava a riflettersi nelle calme acque del lago. Poco lontano da questi ondulanti chiarori, alcuni piccoli cigni, con la loro mamma, presero a nuotare verso l'asciutta dimora notturna.

La natura stava in quel momento dipingendo un magnifico quadro.

Una leggera brezza accarezzava la pelle delle ragazze: si sedettero su una panchina e, in silenzio, stettero a osservare la straordinaria bravura della grande artista.

Marta, immersa in quella calma atmosfera, sentì una voce provenire da dietro di lei.

Era di un ragazzo che, seduto su una sedia a rotelle, stava sbriciolando del pane per delle piccole tortore: freneticamente, queste graziose creature becchettavano alla luce giallognola dei lampioni. Il ragazzo teneva la testa china e nascosta da un berretto con visiera. L'uomo, senza alzare il volto, chiese loro:

"Avete visto com'è stupendo il paesaggio stasera? E quei piccoli cigni? Che meraviglia!".

"Ha proprio ragione" risposero in coro.

"Manca solo la musica" aggiunse l'uomo.

Marta e la sua compagna non ci pensarono due volte: estrassero i loro strumenti dalle custodie e presero a suonare una famosa partitura.

Mentre Marta stava suonando, ebbe una visione inverosimile.

Vide giungere da lontano lo spirito del suo bisnonno Luigi: era vestito da contadino e aveva con sé anche la sua preziosa mucca. Luigi, quando giunse in prossimità delle ragazze, legò l'animale a un lampione, si tolse il cappello e con la mano lo appoggiò sul petto. Poi si avvicinò a loro e cominciò a cantare le parole di una nota opera lirica. La sua voce, forte, potente e stupendamente bella, richiamava una moltitudine di gente, sia del mondo visibile che dell'invisibile. Venne la dolce signora che aveva incontrato nel frutteto: si pose dietro di loro e amorevolmente appoggiò le mani sul capo delle due ragazze. Venne la zia Rosa, assieme ai suoi genitori, i nonni di Marta: li vide come li ricordava da vivi. Poi giunse il suo vecchio maestro di musica, Carletto, accompagnato da tanti musicanti: Carletto iniziò a dirigere l'orchestra. Giunsero gli spiriti di molti ballerini che presero a danzare sulle note della melodia. Arrivò anche il suo giovane amico Gioele, con l'inseparabile macchina fotografica: egli la guardò, le sorrise e, col pugno chiuso e il pollice verso l'alto, fece Ok.

All'improvviso, le lampade dei lampioni iniziarono a brillare come tanti piccoli soli: la notte si accese di una surreale luce e l'atmosfera, da calma che era, divenne magica.

Marta era felice, ma anche triste: si chiedeva perché mai Gesù non fosse lì presente.

Di colpo si sentì chiamare dalla sua amica seduta lì accanto. La visione, così come era improvvisamente apparsa, repentinamente sparì.

"Marta, hai visto quanta gente si è radunata attorno a noi? E guarda come brillano questi lampioni!".

Marta guardò le persone che si erano lì raccolte, si alzò da dove era seduta, si volse per vedere anche chi stava dietro di loro. Poi lo sguardo si posò nuovamente sul ragazzo che era vicino a lei. Aveva il capo rialzato e si era tolto il berrettino. Marta, con gli occhi sgranati gridò:

"Roberto!".

"Marta, non lo hai ancora capito che là, dove c'è un sofferente, ci sono io?" disse l'uomo.

Questo però lo sentì solo lei.

"Marta, conosci questo ragazzo?", domandò sorpresa la sua giovane amica.

"Sì!", rispose con voce calma e rasserenata. "Sì, lo conosco" e dolcemente le sorrise.

“Ciao Marta, ciao anche a te”, disse all'altra ragazza.

Sospinse la carrozzina e si allontanò sul lungolago.

"Ciao Roberto" contraccambiarono le ragazze prolungando il saluto con la mano fino a quando lui sparì nel buio della notte.

Poi ripresero a suonare fra la soddisfazione dei presenti.





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