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Una storia di StefaniaCastella

Liberati dal Male

Mai nel suo nome

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13 minuti

Pubblicato il 31 ottobre 2019 in Thriller/Noir

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-Puoi ricordare cosa esattamente ti ha detto?-

-Era come sempre. Le solite cose, ha risposto al mio messaggio di buonanotte. Ma adesso che ci penso, non ha scritto come sempre. Dio! Ora che ci penso ha lasciato un vocale. E ci abbiamo riso sopra-

-Cosa diceva? –

-Oh non ne ho la minima idea-

-Spiegati meglio-

-Guarda ti ripeto, ci abbiamo riso sopra. Se vuoi te lo faccio sentire. E’ la sua voce, ma c’è una voce come un’eco sulla sua, come la voce di un bambino, qualcosa del genere, qualcosa di frastornante come se fosse in mezzo ad una folla-

-E poi?-

-Le ho detto: Che diavolo hai detto? Lei ha risposto dopo un po'. Ha riso. Più tardi te lo mando, lo ascolti anche tu. Su queste cose noi ci abbiamo sempre riso su... Ha detto dovresti ascoltarlo al contrario forse!-


Sono una giornalista sono una persona razionale. Sono una donna, non una ragazzina. Ho raccolto tante voci, narrato la cronaca. Ho riposto il registratore e continuato, ma con lei è andata in un altro modo. E’ già cominciata in un altro modo, in realtà Lucia era di Carlo, non avrei dovuto parlarle io ma lui era un amico e se un amico ti chiede un favore non ci pensi due volte. Così a parlare con la ragazza, ci avrei pensato io. “Me lo chiede un’amica, ragazzi sapete com'è se una persona ti chiede un favore cerchi di farglielo. Lucia è una ragazza normale, che ha una storia da raccontare. Uno di voi due lo farà”. Voce del direttore, non poteva essere inascoltata. Io ero quella lì, quella che lo avrebbe fatto. E così lo feci. Pensando di finirla lì.


Al centro commerciale la gente è sempre sorridente.

I bambini si rincorrono premendo i pulsantini e le voci delle bambole si intrecciano con quelle dei versi degli animali di peluche. Passo davanti a un micio dalla faccia allucinata, muove la testa, accende gli occhi azzurri, allarga la bocca “Ciao come ti chiami?”

Cazzo! Faccio un passo indietro, passo la mano davanti al suo muso. Si ferma, poi riprende la tiritera.

“Ciao a te, mi chiamo Isabella” li fanno perfetti sti’ cosi, hanno dei sensori che avvertono il passaggio senza che li tocchi!. Faccio un giro, ok mi sa che il micio piacerà a Veronica, a due anni sai quante volte ci passerà davanti per farlo miagolare!. Adoro quella mocciosetta col muso da scimmietta, quando sua madre, mia sorella, non c’è, lei resta con me, mi guarda battere sui tasti e ride, ci scattiamo foto col cellulare, cantiamo canzoncine sceme, le piacerà. Raccolgo il gatto che resta in bilico nella vibrazione del telefono:

-Non voglio che preghi per me. Non lo devi fare. Quando lo fai, sto male-

Lucia. I suoi messaggi dopo l’intervista si sono triplicati. Mi saluta quando è tranquilla, mi manda vocali interminabili quando non riesce a dormire. E’ il mio lavoro, o forse no. L’intervista è finita. Avrei dovuto evitare di rispondere e invece…

Non rispondo, cammino ancora tra cartoline di auguri e parrucche per Halloween. Col gatto in braccio ne prendo una, la provo, rido è una lunga parrucca nera, lucida. Una vera strega. Un forcone, un cappello a punta, lunghissime corna di satin, l’eleganza dei demoni quest’anno non ha eguali, poggio per un secondo micio su uno scaffale, cerco uno specchio per vedere parrucca e corna lucide, come mi stanno. Lo trovo, mi specchio. Mi sorprende che siano perfette, proprio calzanti, non si vede nessuna attaccatura tra parrucca e capelli, eppure i miei riccioli castani dovrebbero fare capolino. Nulla, incollati sotto la lunga lingua lucida e nerissima, le lunghissime corna ritorte, sembrano tutto fuorché un giocattolo per bambini. Vibra ancora:

-Fermati-.

Mi ha rotto le palle, faccio scivolare nella borsa il telefono, mi guardo intorno non sarà da queste parti questa squilibrata? Sento un urlo mentre vedo micio con gli occhi accesi nel riflesso dello specchio alle mie spalle. Un bambino ride piegato in due. Una donna si tiene la faccia.

-Te l’ha fatta di brutto nonna!- Ride forte, mentre la donna tiene le mani grosse e tozze davanti agli occhi. Qualcosa deve averla fatta spaventare di brutto perché ha urlato come se le stessero tirando fuori le viscere. Levo la roba che ho in testa, raggiungo il mio micio, e incrocio la nonna spaventata con gli occhi deformati di mascara sciolto, due solchi, scie nere le attraversano la faccia contrita.

Sento uno strano senso di inquietudine addosso mentre il centro commerciale si svuota intorno all'ora di cena. Passo una vetrina di oggetti in ceramica, mi incanto davanti a piccoli monili già preparati per Natale, entro veloce. Due fate mi guardano dallo scaffale, rosate, ali traforate, il viso posato tra le mani, il prezzo buono, le porterò via, una per me, una per mia madre. Le piacciono le sorprese fatte così senza motivo.

Quando entro in casa, mi avvolge il buio solito. Vivo da sola, in una casa troppo grande. Comoda ma spesso così vuota. Chiudi una storia, prepari bagagli e ti ritrovi a guardare il soffitto di notte, o a scrivere fino al mattino, unica consolazione, non avere orari, legami, obblighi. La tristezza di preparare la cena da sola però a volte ha la meglio. Poso micio in un angolo della cucina. La bella statuina fatata nella vetrina lunga, di fianco al frigo. Scaldo una minestra surgelata. Guardo la TV, ma Di Caprio mi mette claustrofobia. Sento un improvviso freddo. Forse lo stress, ho le antenne ritte, lo so, sento anche l’aria spostarsi. Cade una forchetta, sobbalzo, decido di fumare in veranda. Guardo il cell. Foto, vite, stati sempre uguali.

Scorrono facce. Sorrido su certe frasi assurde, rispondo al saluto del direttore, sto attenta a non intercettare Lucia, ho poca voglia di parlare. Sobbalzo, micio ha bofonchiato qualcosa. Torno dentro, lo cerco con lo sguardo, è a terra ancora avvolto nella sua scatola, mi avvicino squilla il telefono, rispondo a ma sorella.

-Ci vediamo domani, le ho preso una cosa le piacerà! Ti mando una foto-

Prendo la scatola la tengo tra le braccia, alzo il telefono scatto una foto.

Metto via il telefono, ho sempre freddo, arriva aria fredda, eppure saranno quasi venti gradi fuori. Tremo, forse ho la febbre, un dolore improvviso come una lama appuntita mi penetra la spalla sinistra, odio per un attimo Di Caprio che mi sconcentra mentre mi massaggio la spalla. Fumo troppo, ricordo di dover controllare un articolo da inviare, raggiungo il p.c mentre ancora mi massaggio la spalla.

E’ notte fonda quando chiudo il pezzo. Ho sempre freddo e per la prima volta decido di filare a letto, senza struccarmi, senza spogliarmi. Mi infilo sotto le coperte, sono stanca. Cado in un sonno profondo, ma dura poco, mi sveglia un peso sulla spalla, preme, mi giro mi rigiro sono le tre e un minuto. Mi alzo vagando per casa, tutto normale, non si sente un fiato. Un solo rumore improvviso, a momenti mi viene un infarto. Il fragore è potente, corro all'ingresso, il quadro poggiato da mesi sulla consolle in attesa di trovare posto sul muro si è ribaltato sul pavimento. La grande protezione di plexiglas non ha custodito la stampa. La Creazione di Adamo è strappata e divide perfettamente Dio e l’uomo che quasi ci piangerei, m’era costata così tanto nonostante non fosse che una stampa. La raccato dal pavimento. Sanguina un piede, un piccolo frammento si è infilato nella carne. Devo tornare a letto, sono stanca, ho freddo farei i capricci come i bambini. Mi sveglio al suono della sveglia come uno che torna da un viaggio durato cent’anni.

Da mia madre il pranzo è un rito di ogni sabato, la bimba ci gira intorno felice dell’arrivo della zia. La statuina fatata è riposta nella vetrina, mia madre sorride poco convinta.

La giornata passa tra film in TV, rotolate sul pavimento con la piccola, pettegolezzi con mia sorella.

-Porta via qualcosa per questa sera. Sei sempre sola. Mangi ogni tanto?-

Le solite frasi di mia madre, le solite frasi mie per rincuorarla. Mi infilo in auto quasi a mezzanotte. E’ la notte di Halloween e io sono una donzella coraggiosa. Lo so, forse, ma avrei preferito non starmene da sola, sempre.

Vibra il telefono, ma guido e evito di leggere. Si ferma, vibra ancora, faccio per tirarlo fuori dalla borsa, si incastra sul fondo, sbando per un secondo, un attimo e mi ritrovo a un passo da guardrail. Intontita, con il sudore che scivola sulle guance.

-Stai attenta- L.

Mi girano le palle, decido di chiamarla. Compongo il numero nella luce giallognola della strada statale deserta. Risponde dopo qualche squillo con quella voce che sembrava provenire dal buco del culo del mondo: -Lucia, che diavolo vuoi? Stavo in macchina, per poco non mi ammazzavo. Cosa vuoi? L’Intervista è chiusa, finita, il mio lavoro è TERMINATO- dissi così, scandendo le lettere una ad una.

-Non occorre che ci sentiamo ok?- Penso di essere stata troppo dura. Lucia ha avuto problemi, di abuso, di droga, e per un lungo periodo ha fatto la spola tra un medico e l'altro per curare malanni inspiegabili. Crisi e svenimenti, macchie che comparivano e scomparivano lasciando bruciature e lividi, incidenti che capitavano continuamente. Fino all'incontro con un esorcista molto potente. Quello era il motivo per cui la intervistavamo. Lei era stata l'ultimo esorcismo prima della scomparsa di quel prete.

Un'intervista toccante, lei mi aveva parlato a lungo. Alla fine, eravamo entrambe sconvolte e sollevate, come dopo una confessione.

-Non pronunciare mai il nome di un Demone. E' quello il suo modo di entrare nella tua vita- Questo avevo imparato da lei, insieme ad altre cose, una fra tutte che puoi crederci o no. Se non ci credi però il più delle volte, troverai un modo per ricrederti.


Sento che prende un respiro lungo, ma qualcosa disturba, si sente un’eco, non riesco a capire, stringo gli occhi come i bambini, stupidamente, come se servisse a concentrarmi sul suono. Sento solo -Stare attenta- e ripeto che

-Non sento. Non sento-

Piombo nel silenzio. E’ assurdo sono in una strada deserta, da sola, a notte fonda, rimetto l’auto in carreggiata. Sento ancora quella fitta alla spalla. Ho bisogno di un caffè. E’ tardi, a casa, nel borbottio si espande un po' di odore di buono. Seguono i buonanotte al telefono di sorella, madre, qualche collega.

Ricordo la foto scattata mai inviata, quella con micio.

Apro la galleria del cellulare. La mia faccia passa sotto le dita, apro l’ultima immagine. Quella con ancora micio nella scatola. La guardo, la taglio, allargo. Pulisco gli occhiali. Guardo meglio, c’è qualcosa sulla mia spalla sinistra. Io, micio nella scatola con gli occhi azzurri accesi, e una forma strana sulla mia spalla. Sembra un animale, occhi neri senza pupille, lunghi profondi buchi. Le zampe ancorate alla mia spalla, la bocca aperta come in un urlo senza suono. Guardo meglio alle mie spalle, la vetrina della cucina, qualcosa mi guarda da lì dentro, ha la testa allungata, sogghigna. E’ la fata, la guardo, mi sposto cercando una prospettiva simile alla foto. Niente, non le somiglia. Ma le foto dicono verità che non vediamo sempre.

Apro la vetrina, la prendo tra le mani. Vibra il telefono.

Un paio di messaggi si rincorrono come quando improvvisa ti torna la connessione e il mondo smette di stare sospeso in attesa.

Mamma: -Sei a casa?. Io non vorrei offenderti ma se non ti dispiace, la fata io bé, l’avrei messa da parte, non so, mi inquieta ha uno strano sguardo e preferirei darla via se non ti dispiace-

La fata era già in un sacchetto nel grande secchio accanto al cancello di casa. La donna aveva resistito poche ore. La sua sensibilità probabilmente aveva sentito cose che non avrebbe saputo spiegare.

-Se possibile domani riportiamo anche il gatto. Si accende da solo, forse ha qualcosa che non va-

Le avrei risposto -Anch'io ho la fata tra le mani e se fossi in voi sì, forse riporterei anche il micio al negozio- ma non ebbi altra risposta che un breve e laconico “Ok”. Non avrei saputo spiegare la cosa che avevo visto.

Lucia vibra in un messaggio.

Decido di aprire la nota, stanca e assonnata.

-L’ho visto. Fai attenzione. E’ accanto a te-

-Chi? Cosa diavolo dici?-

-Vuoi che ti dica come si chiama?-

-No. Non voglio che pronunci nessun nome quando parli con me ok? E che stai fuori dalla mia vita-

-L’hai visto lo so. E lui ha visto te-

-Smettila devo andare, sono stanca, non costringermi a bloccarti-

Lascio il telefono prendo la statuetta la avvolgo nella carta, voglio buttarla via. Passo il corridoio, qualcosa si muove in camera da letto. Mi avvicino mentre mi accompagna un rumore forte, intermittente, come qualcuno che bussa a una porta, forte sempre più forte, colpi potenti che riempiono la stanza. Sento il mio respiro diventare affannato, rumoroso, la porta della mia camera è accostata, da lì arrivano i colpi, come martellate. Scosto la porta, la faccia oltre i capelli lunghi sul collo, si volta verso me con uno sguardo allucinato, mentre colpisce con la testa la spalliera del letto, forte sempre più forte, sempre, più forte.

Urla, urlo anch'io mentre me la trovo davanti e urto la testa al pavimento mentre mi trascina lungo il corridoio, ho ancora la fata sorridente tra le mani la uso per colpirla, le colpisco le mani, allentano la presa, scivolano lasciandomi al pavimento, sconvolta in un bagno di sudore.

Sento un dolore forte alla spalla sinistra mentre mi sollevo dal pavimento, ho tirato giù le coperte dal letto mentre mi tocco braccia e gambe e scopro che sono ancora vestita. Sono caduta dal letto come i bambini. Mi tocco la fronte sarà l’influenza. Vibra il telefono. Ci sono diversi messaggi di mia madre: -Ehi è tutta la mattina che ti chiamo. Abbiamo riportato il micio rotto in negozio, ho preso delle costruzioni, vedrai quanto è brava a costruire la piccola!-

-Hai fatto bene mamma- Rispondo ancora intontita. Vibra ancora, Lucia.

Guardo senza voglia.

-Sono Dario, avrei bisogno di parlare con te. So che sei una giornalista. Mia sorella questa notte, è successo qualcosa, ha avuto un incidente, l’ho vista solo questa mattina. Non c’è stato nulla da fare, io non so come dire. L’abbiamo trovata in una pozza di sangue. La testa fracassata. Le mani piene di tagli come graffi e…E’ una cosa strana. Non so proprio cosa dire. Mi diceva in un messaggio che doveva parlare con te. Ti ha lasciato una cosa, c’è scritto “Per Isabella”-

Una cosa? Che cosa?

Una statuetta non so cosa sia

Ha scritto qualcosa, ha detto qualcosa?

Era come sempre. Le solite cose

ha risposto al mio messaggio di buonanotte

Ma adesso che ci penso, non ha scritto come sempre

Dio! Ora che ci penso ha lasciato un vocale. E ci abbiamo riso sopra.

Cosa diceva?

Oh, non ne ho la minima idea.

Spiegati meglio

Guarda ti ripeto, ci abbiamo riso sopra. Se vuoi te lo faccio sentire. E’ la sua voce, ma c’è una voce come un’eco sulla sua, come la voce di un bambino, suoni strani

Miagolii

qualcosa del genere

qualcosa di frastornante come, come voci in mezzo alla folla.

E poi?

Le ho detto: che diavolo hai detto?

Lei ha risposto dopo un po'

Ha riso. Su queste cose noi ci abbiamo sempre riso su... Ha detto dovresti ascoltarlo al contrario forse!


E tu lo hai ascoltato al contrario?

Si

Cosa diceva?

Diceva -Dille di stare attenta-. Poi ha detto un nome. Vuoi che te lo dica?


Sentii una vibrazione che mutava la voce, come se si fosse abbassata di colpo.

No. Non voglio saperlo. Non devi pronunciarlo, non chiamarmi mai più.

Buttai via il telefono, raccolsi pezzi di ceramica dal pavimento. Doveva essere una statuina carina, spazzai via i frammenti. Fuori in strada i bambini giocavano ancora mascherati a dolcetto e scherzetto.

Qualcuno in un centro commerciale sorrideva con un micio nuovo di zecca sotto il braccio. Diceva

Ciao. Come ti chiami? Vuoi che ti dica il mio nome?

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