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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine PICCOLI OMICIDI QUOTIDIANI

Beth (dalle bianche mani).

..la scrittrice impenitente.

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43 minuti

Pubblicato il 14 ottobre 2020 in Thriller/Noir

Tags: #Allucinazioni #Parapsicologia #Ricordi #Scrivere

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Beth (dalle bianche mani).

..la scrittrice impenitente.



Una volta arrivato a Londra chiamo Elisabeth al telefono (Beth per gli amici). La invito a passare insieme la serata. Non so, avevo in mente di lavorare al mio nuovo libro, dice. Ma forse puoi aiutarmi a risolvere un enigma? Poi decide per il si, magari per l’ora di cena, prima non mi è possibile. È un’idea, dico. Continuo a pensare a lei per il resto del giorno, al magnetismo dei suoi occhi verdi, al biancore delle sue lunghe mani affusolate., da pianista o, forse da scrittrice. Arriva puntuale alle sei e mezza all’uscita di Victoria Station a conferma del suo rigore molto inglese. Ha raccolto i rossi capelli dietro la nuca in modo da far risaltare il perfetto ovale del suo viso. Indossa una volpe rossa sulle spalle che le ricade leggera sui seni accentuati sotto il pool nero portato a pelle. Beth è una mia sensazione o nel frattempo sei cresciuta d’altezza? Merito delle scarpe coi tacchi che porto sotto la gonna lunga. Abbiamo una meta George? Chiede. Ti va di fare una passeggiata? Certo che si. The Dove, il vecchio caro pub sul Tamigi, direzione South Kensingthon, poi decideremo sul da farsi. Credo di non esserci mai stata. Non è molto lontano da qui. Andiamo? Sì.

C’incamminiamo attraverso il parco nel momento in cui le luci si confondono con le prime ombre della sera creando un paesaggio surreale. Una piccola colonia di gabbiani si posa sull’erba lungo la sponda del fiume, per poi decollare improvvisa in un unico battito d’ali. Ci scambiamo poche parole come due sconosciuti che s’incontrano per caso, di cui ognuno non sa niente dell’altro. È la verità. Lei si limita a sorridere con garbo in silenzio. Io avverto il profumo che proviene dal suo corpo, provo il desiderio di abbracciarla, di stringerla a me, di baciarla, di... Le porgo la mano e lei l’afferra senza esitare. Mi faccio più audace. La bacio sul collo. Sto facendo il mio ingresso nella sua intimità, mi dico. Immagino una prossima effusione, anche se non sono certo che lei provi lo stesso trasporto per me. Abbiamo tutta la sera davanti, penso, ma non glielo dico.

The Dove è affollatissimo come sempre, odore acre di sudore, di birra, di cucina, di fumo, come lo sono tutti i pub che si rispettano. Beth riesce a trovare un piccolo tavolo in un angolo, va ad occuparlo. Io raggiungo il bancone, ordino due grosse pinte di scura, e due porzioni di pie fumanti. Mangiamo e beviamo tra le risate sgangherate della gente, i sorrisi e le urla di euforia. Qualcuno incomincia a cantare le vecchie canzoni popolari, ballate d’origine trovadorica, canzoni salaci di shakespeariana memoria. In molti levano la voce formando cori, applausi e pinte di birra a non finire. Ci lasciamo coinvolgere. Sul tardi decidiamo di uscire all’aperto. C’è nebbia sulla veranda di legno che rasenta la sponda del fiume. Beth risente dell’umidità. Ti prego George rientriamo, dice. Avverto un certo sollievo quando mi abbraccia. In fondo, è solo una ragazza in cerca di protezione, mi dico.

Come vuoi. Anzi no. Andiamocene. E dove? Non saprei. Non importa dove, in giro. In giro nella nebbia non incontriamo nessuno. Assaporo l’ambiguità del vuoto. Guarda, ci sono delle luci laggiù. Sembrano vicine. Ci dirigiamo in quella direzione. Sono di una chiesa dai muri massicci e dalle sporgenze scheletriche che si smorzano nella verticalità della costruzione. È quasi impossibile vedere le guglie che si perdono nell’accecante biancore della nebbia che tutto cancella. Basta un attimo e Beth sfugge alla mia vista. Non riesco a stargli dietro. Beth dove sei? George sono qui, vieni più avanti, da questa parte. Quale parte? Segui l’acciottolato. Urto contro qualcosa che sembra una pietra conficcata nel terreno. Ve ne sono altre, molte, tutt’intorno. Sono lapidi di tombe. Le loro ombre sembrano spettri appostati in silenzio per far smarrire i passanti. Perdo l’equilibrio. Cado. Finisco con la faccia sull’erba bagnata del prato.

Beth mi raggiunge. Mi osserva senza dire niente. Non una parola. Senza neppure tendermi una mano per rialzarmi. Sembra non farci caso. Hai deciso di restare lì? Mi chiede dopo un po’. Scusa se sono caduto! Le dico. Riprendiamo a camminare tenendoci per mano. Pur cercando di fare attenzione a dove metto i piedi, inciampo e quasi cado ancora sul selciato malmesso. Sento i tratti del viso contrarsi in una smorfia di dolore. Tuttavia cerco di non dare a vedere il mio disappunto per aver lei scelto quella strada. È una scorciatoia per arrivare prima. Dice. La facevo sempre da bambina quando volevo tornare in fretta a casa. È li che stiamo andando? Si, a casa mia. La cosa non mi dispiace affatto. Con questa nebbia, mi sembra un’ottima idea, dico. Nient’altro.

La vecchia casa in stile vittoriano sembra disabitata. Ogni luce è spenta e il giardino che la circonda ha un’aria disadorna, trascurata. Entriamo e Beth accende alcune lampade da tavolo poggiate qua e là. Accomodati pure! dice, indicandomi l’ampio sofà in velluto rosso davanti al camino spento che occupa la parete centrale della stanza. Faccio piano. Non temere non c’è nessuno. Dormono? No. Al momento la casa è disabitata. Vengo qui di rado. Per il resto sto da una mia zia proprio dietro Victoria Station, tu sai dov’è. Chi non sa dov’è Victoria Station, penso. O si, certamente! Rispondo, mentre Beth è indaffarata ad accendere il camino. L’orologio sulla mensola segna le tre. Ti spiace passarmi quella legna? Quale? Quella lì nell’angolo. Ma, sono pezzi di mobilio ancora buono? Oh, non farci caso, roba vecchia che non viene più usata.

Il vecchio sofà in velluto rosso e il tepore della fiamma appena accesa mi restituiscono un certo benessere. Non c’è che dire, le vecchie case e le sane abitudini si fanno sentire soprattutto quando ci si trova in un qualche imbarazzo. Penso. Non mi sembri a tuo agio George, è così? Non saprei. Questa casa, forse … sai, con tutte queste porte chiuse … così poco illuminata. E dire che solo poco fa sembrava volessi saltarmi addosso, e ora, invece, sembri intimorito. George, qualcosa non va con …? Hai qualcosa da bere? La interrompo. Sì, credo di sì. dovrebbe esserci rimasto qualcosa, nel mobile sotto il quadro. Chi è? Mia nonna. Da parte di chi? Di mio padre. Ma non ne sono certa, forse si tratta della mia bisavola. È lì da sempre. Servo da bere. Pernod per due? Chiedo. Sì, grazie. Arrivo subito, dice, risalendo la scala che porta al piano superiore. Il silenzio, la penombra della stanza, il tepore del camino, il liquore fortemente aromatico, giunto al fondo, mi gettano in un dormiveglia dal quale non mi riprendo che dopo qualche minuto.

Non ricordo da quanto giaccio in questo torpore confortevole. Quando apro gli occhi Beth mi è di fronte, seduta sulla grande poltrona ricoperta dello stesso velluto rosso logoro del divano. Tiene le spalle aderenti allo schienale e la testa adagiata di lato. Sembra assopita. Noto che si è cambiata d’abito. Indossa una camicia di seta di colore giallo oro e una gonna color malva che le lascia scoperte le gambe. Se non fosse per quelle assurde pantofole che porta ai piedi potrei paragonarla a una principessa delle favole. Ma così? Non sembra accorgersi del mio risveglio. Mi guardo intorno in silenzio, partecipe dell’intimo abbraccio che si consuma tra le fiamme che avvolgono tutta la stanza, e che stranamente riflettono sul grande quadro che ho di fronte. Mi accorgo appena del vetro crepato. Una ragnatela di fili invisibili tesi fino allo stremo di un labirinto che si propaga su tutta la parete, dalla quale è letteralmente impossibile fuggire, per cui finanche il solo pensiero di una fuga visiva è impedito, vanificato dall’altrui volontà che non permette di agire.

Mi torna alla mente uno straordinario spettacolo di Pupi cui ho assistito nella lontana Sicilia. Ovviamente visto dalla parte del burattinaio che, al di sopra della scena variopinta, attraverso la quale sento rumori di legni e di lamiere, svolge l’intero dramma in un intricato incrociarsi di fili tirati secondo le necessità sceniche e con un gran agitarsi di braccia. Reso ancor più drammatico dal fatto ch’è impossibile immaginare un burattinaio nascosto che li muove a suo piacimento, secondo la sua volontà. Malgrado ciò i Pupi, sembrano vivere di vita propria, come personaggi reali, esattamente come noi due, in questo stesso momento, penso. Mentre a stento riesco ad alzarmi dal divano per ricadervi abbandonato, senza forze. George, che cosa c’è, sei certo di sentirti bene? Chiede Beth, aprendo a sua volta gli occhi e guardandomi con aria insolita.

Non è niente!, dico. Viene a distendersi accanto a me. Poggia la testa sulle mie ginocchia. Io le accarezzo i capelli. A cosa stai pensando Beth? A niente. Non stai pensando a niente?, le chiedo. No, a niente. Non senti il desiderio di pensare a qualcosa? A cosa? Non saprei, ai ricordi. Affatto, altrimenti mi torna la malinconia. Di cosa? Mah, di quello che poteva accadere tra noi fin dal primo momento che ci siamo ritrovati e che non c’è stato. Che tuttavia possiamo recuperare quando vogliamo, non ti pare? Non è così che funziona. Così come? È sicuramente diverso. Certamente meglio, dico. Non dico di no, ma senz’altro diverso. Diverso da che? Da adesso. E com’è adesso? Così com’è. Risponde lei, alzandosi e dirigendosi verso il camino per mettere altra legna sul fuoco. Col ravviarsi della fiamma la stanza sembra accentuare il senso delle nostre parole: il vuoto, il nulla, la distanza tra noi.

Beth dimmi, abiti da sola in questa grande casa? Sì, risponde, pur senza aggiungere altro su chi divide con lei le innumerevoli stanze o riguardo alla sua famiglia, che so, i suoi genitori, i fratelli o le sorelle. Avrà pure dei parenti, o no?, mi dico, ma non glielo chiedo per non interferire nella sua privacy. Segue un totale silenzio, un’attesa che si consuma aspettando che uno di noi due prenda l’iniziativa di parlare. Il silenzio è sempre una componente necessaria per non cadere nel tranello di dire delle sciocchezze, non trovi George? Dice Beth spostando alcune carte da un posto all’altro, sul basso tavolo che ha davanti. Non sempre si possono fare discorsi impegnati, ma dimmi Beth, a cos’è che stai lavorando? Alla ricerca interiore. Un’autobiografia? Non proprio, dice, quanto ad alcune sensazioni che il momento m’ispira. E per fare questo pensavi di servirti della mia presenza qui? Non essere sciocco, non meditavo affatto su di te, bensì più in generale. Non credi che questa casa sia un po’ troppo grande per starci da sola? È vero, ma sono sempre vissuta qui dopo la morte di mia nonna, afferma lei, sollevando lo sguardo verso il grande quadro sulla parete come per metterne a fuoco il ricordo.

Non capisco, ma all’improvviso non è più la Beth che credevo di conoscere. Il suo sguardo assume un’espressione sospetta, le sue labbra si contraggono per soffocare un urlo disperato che tuttavia non riesce a tirar fuori. L’afferro per le braccia e la scuoto con forza. Si divincola senza emettere parola, un suono, niente. La sospingo verso la poltrona. Le porgo il bicchiere di Pernod che non ha finito di bere. Ne beve un sorso poi scansa il bicchiere disgustata. Restiamo così per un po’. Beth sembra spossata. Ormai dev’essere notte fonda? Mi chiedo. L’orologio sulla mensola del camino segna ancora le tre. Ricordo che segnava la stessa ora quando sono entrato. Sapere che ora è non che sia poi così importante, mi dico. Anche se preferirei distendermi su un vero letto e dormire come null’altro. Sono le tre, dice Beth. Hai bisogno di dormire. Vieni di sopra. Ce ne andiamo a letto.

Mi sveglio ch’è mattina. Beth fissa il soffitto con gli occhi aperti. Va meglio adesso? Le chiedo, che ore sono? È domenica George. Hai qualche programma? No. Resterei volentieri un altro po’ a letto. Vuoi fare colazione? Il lattaio è passato e ha lasciato due bottiglie, chissà poi perché? Forse ha intuito che c’era qualcuno con te. Te lo già detto George, c’è sempre qualcuno con me, ma forse ha intuito che c’era qualcuno in carne e ossa che al mattino fa colazione col latte. E magari anche con qualche biscotto se ce n’è, da qualche parte, intendo? E come ha potuto intuirlo? Non gli ho mica lasciato un biglietto scritto sulla porta. Forse dalle impronte delle scarpe. Le mie sono diverse dalle tue. Non credi? Sono d’accordo.

Devo dire che il tuo caffè è davvero buono, e anche il tuo latte mi piace, ma non posso dire la stessa cosa dei biscotti. Cos’hanno che non va? Non sanno propriamente di biscotti, sanno di pane raffermo, devono essere vecchi! Lo sono. Quanto vecchi? Non hanno certo la stessa età della nonna, se è questo che intendi. Senti Beth, la prossima settimana sono libero, ti va di andare a fare un giro in Scozia? Tu hai un’auto? Certo che no, possiamo prenderla in affitto. Da sempre desidero fare un giro da quelle parti. Sei mai stata nella terra di Arthur, nella leggendaria foresta di Sherwood. Lo sento come un richiamo, un giorno riuscirò a soddisfare questo mio desiderio. Non è una leggenda, la foresta di Sherwood esiste sul serio, è li da sempre, fai bene a volerci andare.

Si raccontano tante di quelle storie di apparizioni e stregonerie che accadono che non ho mai provato il desiderio di andarci da solo. Pensavo di poterci andare con te? Ma dai? Io ci sono stata e non ho avuto di queste sensazioni. Vuoi dire che tu non credi ai fantasmi? No, è stupido crederci. Dice convinta. Sei o non sei inglese? Certo che lo sono! Giuro che sei la prima e forse l’unica donna inglese che ho incontrato che non crede ai fantasmi. Storie George, sono soltanto storie, frutto dell’immaginazione e dell’autosuggestione, nate dalla fantasia popolare. L’unica cosa vera è che hanno avuto origine per nascondere la paura della morte. Ha mai pensato alla morte, George? No, non mi sembra, o meglio non ricordo, perché, avrei dovuto? Dicevo così. È un pensiero sublime, qualcosa di oscuro e tremendo in cui vivono milioni di anime in pena che gridano, che chiamano ... su cui forse bisognerebbe meditare.

Pensa George, dopo la morte cesseremo di esistere come individui e tutte le componenti di cui siamo fatti torneranno a disposizione del 'sistema'. Quale sistema? Del sistema più ampio che ci comprende tutti, e che prende nome di 'universo parallelo'. E chissà, anche se non saremo certo più noi che avremo in qualche modo cessato di esistere certo non saremo più qui a raccontarcelo, non credi George? Non so, trovo la morte tanto inutile quanto stupida, soprattutto perché è basata su una non verità! Beth, non possiamo cambiare discorso, tutto ciò mi opprime? Si, certo, anche se ognuno di noi dovrebbe meditare sul fatto che potrebbe essere la reincarnazione di un qualche antenato deceduto senza espiazione. Vivere tutta sola in questa enorme casa deve aver sconvolto la sua mente, penso, anche se per ovvi motivi non la rendo partecipe del mio pensiero.

Questa è la casa dove sono nata. Tutto il mio mondo è racchiuso qui dentro, ogni stanza, ogni armadio e suppellettile ha una sua storia da raccontare. Non potrei vivere altrove che qui. Sai che quel sofà di velluto rosso dove ora tu sei seduto, ha almeno cento anni. Mia nonna vi si appisolava nelle lunghe sere d’inverno, prima di trovarvi la morte avvolta dalle fiamme. Santo cielo, Beth, hai deciso di fami prendere un accidente? È li che si siede ancora nottetempo… Si interrompe, come a voler scacciare il disagio di un ricordo insopportabile, come di qualcosa che non riesce a dimenticare. Inaspettatamente l’espressione del suo viso sembra una pagina scritta, aperta, dove trasferisce i suoi ricordi, un susseguirsi fugace di emozioni passate, di concessioni fatte, di fughe di nuvole che sopraggiungono e che altrettanto veloci s’allontanano come in un giorno di vento.

Un brivido mi scende lungo la schiena. Sento l’amaro in bocca che si mischia alla saliva. Provo repulsione a stare ancora seduto su quel divano. Mi alzo. La raggiungo vicino alla finestra. Ha gli occhi lucidi. Stai per piangere, perché? Le chiedo. Si avvicina con trasporto. La stringo forte al petto. Il contatto del suo corpo scaccia ogni precedente timore. Torna a essere la bambina di prima. Una cerbiatta sperduta nel bosco. Ci spostiamo nell’altra stanza. Quando stendo il mio corpo nudo sul letto accanto al suo, indugia ad abbandonarsi. Poi si lascia prendere dal mosso andamento dei nostri corpi. S’agita, urla, piange, penetra le unghie nel mio fondoschiena. Ripete un nome come fosse in trance. Arthur! Non così. Mi fai male. Arthur! ti prego non farlo. Non picchiarmi Arthur, no! Il fuoco. Noooooo! Tento di chiuderle la bocca con la mano. Mi guarda inorridita. Col fiato affannato le dico che non sono Arthur, che sono George e non voglio farle alcun male.

Ma ecco che le sue cosce s’irrorano di sangue. Penso con terrore di averle procurato un’emorragia. Beth, non volevo. Non potevo immaginare. Scusami. Si solleva dal letto a passi lenti, trascinati, si ritrae nell’angolo buio della stanza. La sento piangere in silenzio, quando a un tratto mi pare di vedere il biancore del suo corpo nudo arrancare nell’ombra. Non riesco a dire una parola, di fare un gesto, di muovere un passo. Ho paura. L’urlo che mi sale dallo stomaco mi si ferma in gola. Provo la sensazione di soffocare, ho necessità di respirare profondamente. Scendo nudo dal letto e mi getto un plaid addosso. Vado in bagno. Non riesco a trovare l’interruttore della luce. Non importa. Affronto l’oscurità. Mi avvicino al lavabo e mi lavo alla spicciola. Sento le mie labbra aride e gonfie, la saliva che si mescola a qualcosa di pastoso che non riesco a specificare. Bevo dell’acqua dal rubinetto, la trovo schifosa.

Non posso lasciarla in questo stato, mi dico. E se dovesse morire? Decido di non chiamare nessuno. Faccio ritorno di là. Beth è in terra, adagiata di fianco sul carpet macchiato di sangue. M’avvicino e ascolto se respira. Avverto il suo alitare leggero sul palmo della mano. Adesso riposa. La prendo tra le braccia e la distendo sul divano. La copro con il plaid. È rosso, dello stesso colore del sangue. È una scena orrenda, penso. Raccatto le mie poche cose, abbottono i pantaloni e m’infilo la camicia che lascio aperta. Vado a prenderle dell’acqua. Le bagno il viso, le bianche mani. Sembra riprendersi. Vagheggia. Le chiedo se vuole che chiami un medico. Si limita a dire un soffocato no. Non farlo Arthur! Ancora quel nome.

Si dice che quando uno mostra un qualche interesse verso qualcuno di per sé contrae un obbligo. Mi chiedo se mai potrei amare una donna come Beth, ma non trovo una risposta immediata. Vuol dire che non potrei. Vedo nei suoi occhi il disperato vuoto di un’assenza. Nessuna possibilità di confronto. Beth ama un altro uomo. Non fa che ripetere il suo nome. Arthur, Arthur. Sta diventando la mia ossessione. Il mio incubo oltre che il suo. Chi è Arthur, Beth? Dimmelo, ma solo se hai voglia di parlarne. Oh si, si. Ho bisogno solo di riprendermi, dice. Sento i suoi occhi scandagliare nel buio i segreti delle tenebre come se stesse cercando la propria vita. Arthur è mio padre, dice con voce sommessa. Beve. Si ubriaca, torna a casa e comincia a urlare. Mia madre urla, ha paura di lui. Non so perché litigano. O forse sì, credo di saperlo.

A momenti Beth parla con estremo distacco, altri con risentito dolore, respira a fatica, distanziando sempre di più le parole. Lei mi porta via di casa. Mi porta qui, da mia nonna. Mi lascia. Dice che tornerà. Non la vedrò mai più. Mio padre viene a riprendermi. Mia nonna non mi lascia andare con lui. Gli dice che può farmi visita quando vuole, ma solo in sua presenza. Arthur è gentile, mi porta dei bei regali, gioca con me, mi accarezza i capelli, mi bacia. E quando la nonna s’addormenta sul divano mi tocca lì, fino a perdere il controllo dei suoi istinti. Urlo. La nonna mi sente. Interviene. Lo strattona. Arthur la spinge fino a farla cadere. Batte la testa contro lo zoccolo di pietra del camino. È ferita, perde sangue. Arthur l’adagia sul sofà. Lei sembra riaversi, le grida contro qualcosa. Una maledizione, forse. Lui è preso dal panico, vuole che taccia. Poi le fiamme avvolgono il sofà. Arthur mi porta via. Dice, volgendo lo sguardo al quadro sulla parete, con lo scherno e l’odio inespresso che pure adesso intravedo in lei.

Non devi essere spaventato George, è una delle mie tante storie. Stai scherzando, che vuoi dire? Che essendo io la reincarnazione di qualcuno vissuto nel passato, mi porto dietro il retaggio delle diverse vite che ho vissute. Quindi, Arthur è scaturito dalla tua immaginazione? Non è esattamente così. Magari è esistito in un’altra vita se continuo a ricordarlo così lucidamente. Non credo alla trasmigrazione delle anime che Platone vedeva come necessaria per espiare una colpa originaria mediante la contemplazione della verità. Vogliamo dire che tu non credi nella mimesi, George? La trovo una credenza meschina. Immagino tu sia cristiano? Ebbene? I cristiani da sempre vagheggiano per una completa espiazione che non arriverà. Mi chiedo se si possono dire cristiani quelli che temono la morte quando il loro Dio gli promette la resurrezione? Chi non ha fede non merita di vivere. Dovrebbe bruciare nel fuoco per...

Il fuoco, ecco la chiave. Non so come, ma osservo nel fuoco lo scintillio di lampi d’immaginazione provenienti da passate letture, o forse dalla visione di certi film dell’orrore. C’è un che di sinistro in tutto questo. In una stanza invasa dalle fiamme, le cui lingue s’agitano su pareti rosse ricoperte di sangue, odo il rimbombo di una risata macabra e strafottente che si va moltiplicando in numerose bocche vermiglie. Una giovane donna nuda è torturata con scariche elettriche che avverte con rapidi fremiti lungo tutto il corpo. Il suo malvagio torturatore le procura l’orgasmo con un tizzone ardente appena tolto da un cratere di fuoco. L’uomo, di bell’aspetto, la copre col suo mantello e infilata una lama nel petto le strappa il cuore che mostra agli adepti affatto sbalorditi. E ancora... no, basta. No. Non ce la vedo Beth nei panni della vittima sacrificale di una messa nera. Penso. Ma neppure in quelli di una santa.

Arthur, è mio marito, aggiunge. Non hai mai detto d’essere sposata, quando è stato? Tutto si svolge nel breve volgere di una stagione. Siamo nell’estate del 1848 a Londra, credo. Ho ventiquattro anni. Arthur trentacinque. Accade che la redazione del giornale nautico per il quale lavora si trasferisce a Portsmouth nel Sussex, dove lui affitta un loft nelle vicinanze del porto. Torna a casa solo per il week-end. Talvolta vado io da lui e mi fermo per qualche giorno. Non abbiamo avuto modo di conoscerci prima di affrontare il matrimonio. Posso dire di non conoscerlo affatto. È mio marito e basta. Ciononostante credo di amarlo. Sì, forse lo amo. Subito dopo scopro che in fatto di sesso ha gusti particolari. È un sadico. Gli piace fare certe cose. Quando gli nego qualcosa mi picchia violentemente. Forse anche per questo lo amo.

Una sera Arthur è fuori a cena con un suo amico appena arrivato da Londra. Io sono a letto, immersa nella lettura di un romanzo che mi annoia. Sono assopita quando lo sento rientrare. C’è qualcuno con lui. Li sento ridere forte oltre la porta della stanza da letto. Quando apro gli occhi Arthur mi sta davanti con in mano un bicchiere di alcol e insiste affinché io beva. Il suo amico è seduto sulla poltrona davanti a me. Ridono. Gli dico di smettere, di uscire dalla stanza. Loro si guardano divertiti. Bevi, dice Arthur, e spinge il bicchiere contro le mie labbra chiuse. Con l’altra mano mi tiene per il mento. Lo stringe a tal punto da costringermi ad aprire la bocca. Non riesco a deglutire e il liquido mi cola addosso irrorandomi di fuoco il petto. Vorrei gridare. Cerco di placare Arthur con le parole. Lui mi prende per le braccia e mi stringe con violenza. Mi bacia sui seni. Li morde fino a farmi male.

Arthur si comporta sempre così. Sono letteralmente conquistata dal suo comportamento che ogni volta risveglia in me un rinnovato piacere di possesso. Ma quella sera è un po’ più violento del solito. Assume un atteggiamento truce, più minaccioso delle precedenti. M’impone di farlo con Anthony in sua presenza. Così dice di chiamarsi il suo amico. Il quale, denudatosi s’insinua sopra di me, bloccandomi le braccia con le sue ginocchia e sporgendo i suoi grossi testicoli sulla mia faccia. Leccali! Grida Arthur e con forza mi divarica le cosce. Sento un corpo solido e incandescente penetrare in me, strapparmi le carni vive, un dolore atroce, l’odore acre di sperma, un’emorragia di sangue. Lo scuotersi del mio corpo prima di perdere i sensi.

Beth non c’è nessuno che abbia voglia di sentir parlare di violenza, di ferocia, di crudeltà. Non in questo modo. È molto di più George. È abuso, stupro. Credimi. Moltissimi uomini pensano sia l'unico modo per rivolgersi a una donna, ne è pieno il mondo. Un modo insolitamente spregiativo di vedere gli uomini, non ti pare. Non tutti si comportano così, per fortuna, ma capisco perché tu non possa amare nessun uomo. Non è così, George, adoro gli uomini, ma non i falsi moralisti, gli ipocriti, i bugiardi, i dissimulatori, sono gli stupratori che detesto. Tu stesso in quanto uomo sai d'essere un egoista. È puro orgoglio maschile. Dico. No, è vanità, narcisismo, arroganza, presunzione. Non c’è minaccia nell’amare il corpo di una donna. Non c’è prevaricazione, eppure anche tu temi la sopraffazione come eventualità di trasgressione. Come violazione di un’intimità orfica, snaturata della propria bellezza interiore, di quella completezza che è singolare dell’indole maschile, quasi che a noi donne non sia dato ciò che a voi è connaturato. Perché?

Ovviamente non ho una risposta, sebbene non abbia mai perso la sana abitudine di abbandonarmi alla discussione filosofica, con la quale cerco di demolire la tesi negativa dell’interlocutore. Se non altro, per il sano piacere del contraddittorio che porta allo scambio dei ruoli. Comprendo d’essere un interlocutore fin troppo di parte, ma … C’è senz’altro un ma confacente che più s’addentra nella psicologia femminile, e che, guarda caso, tende ad amplificare i moti convulsi della sua anima inquieta. Parlo ovviamente di quelle emozioni semplici eppure cariche di significato nell’uomo che, al contrario, diventano complesse e conflittuali nella donna.

Siete capaci di arrampicarvi sulla superficie levigata degli specchi al seguito di convinzioni non sempre assolutamente inattaccabili, che sono solo una visione conveniente, seppure parziale della realtà che vi ostinate a sostenere sfiorando a volte la stupidità, dico. Al tempo stesso siete incapaci di esternare ciò che in voi è concepito per ricevere, nascondere, dissimulare, tacere. E che talvolta raggiunge l’indefinibile, il misterioso, in modo che ogni dimensione sentimentale cercata dall’uomo infine sfugga, celata nella segreta percezione del vuoto che vi circonda. A onor del vero devo ancora conoscere una donna che non cada in questa sorta di contraddittorio con se stessa.

Con ciò eludi ogni mia aspettativa George. Rifacendo il verso a Pascal dico che “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Tu, per esempio, non piaceresti a mio padre. Come del resto continua a non piacergli Arthur. Non vuole che stia in casa sua. Litigano sempre. Arthur trova un’altra sistemazione. Viene a trovarmi quando lui non c’è. Una sera mio padre nota i segni evidenti delle cinghiate da me ricevute. A mia discolpa lo faccio partecipe del mio sconforto, piango per la desolazione. Gli dico della mia infelicità con Arthur, che sono decisa a farla finita con lui. Si commuove, asciuga le mie lacrime, esterna le sue angosce, travisa la mia volubilità, l’incostanza dei miei sentimenti. A suo modo mi ama anche lui. L’odio per Arthur è come l’amore che prova per me, gli è inevitabile. Riesco appena a metterlo a letto malgrado la sua insistenza a voler restare alzato.

Arthur quella sera arriva inaspettato. È su di giri. Vuole fare sesso in modo disdicevole. Rimango spiazzata di fronte alla sua morbosa richiesta. Parla a voce alta. Non voglio che lo svegli. Malgrado ciò mio padre avverte la sua presenza in casa. Si alza. Io resto come paralizzata, non riesco a pronunciare parola. Entra nella mia stanza da letto e ci sorprende. Lo sento gridare, lanciare oggetti che vanno in frantumi. Mi tappo le orecchie per non sentire lo scambio degli insulti volgari, irripetibili. Trovo riparo sotto il letto. Il fracasso è assordante. Cadono. Si rialzano. Mio padre sanguina dal labbro. Arthur continua a ridere di lui, o forse di sé. Non saprei dire. Due uomini, una donna, una guerra infinita su un campo di carne di perpetrati orrori. La stessa che perdura da migliaia di anni in ogni stanza da letto, in un costante stato di allucinazione.

La morte avviene per soffocamento. Mio padre è a terra semisvenuto. Dapprima Arthur da fuoco ai cuscini del divano, poi alle tende. Tutta la stanza brucia. Le fiamme si propagano alle tappezzerie, s’arrampica sui muri. La casa intera va in fiamme. Non ho più scampo. Mi dico. Poi, a un tratto, non so come, spingo Arthur tra le fiamme e mi allontano a piedi scalzi nella notte. Sento le sirene dei vigili del fuoco che si avvicinano, ma è troppo tardi. Tutto è finito mi dico, le violenze subite, i soprusi, le angherie svaniscono. Non è mai successo niente. Niente. È stato solo un gioco, mi dico, oppure... Oppure, Beth? Un’allucinazione. Un incubo. No, la mia mente non può aver partorito tutto questo. No, se rammento i luoghi e i nomi delle persone. No, se avverto tutto ciò come reminiscenza di una vita spezzata, nel ricordo delle mie viscere, nel vivo della mia carne.

Lo hai detto tu, Beth, se non è stato un sogno era senz’altro frutto dell’autosuggestione, un voler essere pretestuosamente ambigua, una sorta di sdoppiamento della personalità. La promiscua ricerca d’essere sia l’una che l’altra, la moglie e l’amante, il padre e la figlia, conseguenza di un trauma subìto, o almeno lo penso. E se fossero invece le confessioni di una mente malata, pericolosa? Dimmi Beth, sto correndo un possibile rischio? Rasserenati George, è solo il tema del mio ultimo romanzo che non trova una conclusione. Comprendimi. Devo trovare una chiave di lettura per l’enigma che mi si presenta, e in un certo senso tu ci stai riuscendo. In che modo? Nell’essere gentile con me, per esempio. Non pensi che rispondere a un’aggressione con un fare gentile, o almeno accomodante, possa disarmare un presunto violentatore? È scientificamente provato che ciò funge da deterrente, o almeno in parte. Cioè finisce per scoraggiare il violentatore, la cui capacità d’aggressione cresce con l’aumentare della paura e l’opporre resistenza alla violenza.

Non saprei, non capisco, dico. Fai uno sforzo George, Arthur è morto, mio padre è morto. Non so chi ho veramente ucciso, il padre, l’amante, il marito? Ognuno di loro mi dava la sicurezza di non dover partire dal nulla. E adesso che questa vaga opinione mi abbandona, che la sminuisce ai miei occhi abbagliati, resto senza un vero punto d’appoggio per il mio romanzo. E questo, proprio quando tutto quanto sembrava procedere verso una conclusione, seppure ancora non proprio definita, ma che si avvicinava giorno dopo giorno alla sua conclusione. Proprio quando ho deciso di fare qualcosa di mio, di personale, di creativo, che sento di aver riacquisita la mia libertà, mi si vuole schiacciare sotto il peso della realtà. Non tornerò a rimpiangere l’imposizione del marito, la schiavitù del padre, la routine dell’amante, l’impegno o il dovere della moglie, aggiunge rasserenata Beth. Allorché m’accorgo di aver creduto in un elemento reale, e in breve mi sembra di stare a tendere una mano al nulla, penso sconfortato.

Chissà cosa davvero mi spinge a voler cercare quello che ormai non penso più di poter trovare… forse l’inconfessabile desiderio di approfondire la spinta necessaria verso la mia ricerca interiore, dice Beth, scettica nella sua incredulità. È possibile a livello inconscio, dico. Un inconfessabile desiderio di scoprire che la morte è solo un momento di passaggio, George, un valico da superare, per poter raggiungere lo stadio successivo, il karma, la pace suprema, la felicità assoluta, la giusta via nella salvazione. È quanto sto cercando di dire nel mio nuovo romanzo. Forse sì, non lo nego, aggiunge. Beth stai forse sostenendo di voler trovare la verità assoluta? Non dirmi che tu invece vuoi sfuggire a quest’assurda realtà, per rifugiarti in quel mondo fantastico in cui finora sei rimasto isolato? No, cerco di restare solidamente ancorato alla ragione, anche se riscontro che in certo qual modo vi sfugge il significato di questa parola. Sempre più spesso con voi donne non c’è ragione che tenga, è così, vero Beth?

A volte ho da sveglia la sensazione di subire la possessione del vuoto, momenti in cui la volontà è completamente assopita e non riesco a reagire a quanto mi sta accadendo. Mai come adesso quest’impressione è così viva e sofferta. O meglio, una parte di me che fino a un momento fa sembrava assopita, torna a prendere il sopravvento. E per quanto io provi ribrezzo e timore al solo pensiero di varcarne la soglia, mi ritrovo irresistibilmente sedotta dalla vertigine dell’abisso, mi sembra di sentire una scossa che mi attraversa il corpo. Ecco, questo è il vuoto, mi dico, e so che sto farneticando. Capita a volte che la tentazione per la perdita di qualcosa si rivela altrettanto forte di quella del possesso. Mi sto forse avviando lungo la china del vuoto, dell’assenza dei desideri, verso la rinuncia totale? È questo che provo? Come dici Beth? Non ti seguo.

Forse si. Rispondo. Forse George? Forse non sei anche tu qui per scoprire il segreto della mia esistenza? Con 'anche tu', che vuoi dire, spiegati meglio Beth. Come tutti gli altri. Come Arthur, mio padre, mio marito, Anthony, e adesso tu, George. Chi prima, chi dopo, tutti avete bussato alla mia porta. Forse ti sei distratto, non li hai sentiti arrivare. Sono ubriachi, e come sempre litigano. A mio padre non piace Arthur. Non vuole che venga a trovarmi qui, in casa sua. Arthur viene sovente quando mio padre non c’è. Ma lui c’è sempre. Lui è Arthur. Se vuoi strapparmi a loro devi ucciderli. Uccidili George! Ma è una follia, una condizione imprevista quanto soggettiva, emotiva quanto pervasiva, che lede il mio libero arbitrio di comportarmi in un modo o in un altro e che logora finanche il mio più lusinghiero desiderio di sopravvivenza. O forse, che mi riscatta dall’idea della morte che sempre ci insegue intorno a una fossa vuota, mi dico.

Cosa ti fa pensare Beth ch’io possa davvero commettere un omicidio? La minaccia della noia George. Il suo generarsi dall’assenza di un evento atteso che può variare da un momento all’altro, in uno stesso individuo. Siamo davvero così imprevedibili? Tutti gli uomini potenzialmente lo sono. Una situazione di pericolo o di condizionamento che si può trasformare in un stimolo fonte di paura, ma anche di forza. Il vuoto, il buio, il panico, il freddo, la fobia, l’abbandono da parte della figura di attaccamento, l’interazione sessuale con individui estranei, il terrore alla vista di certe parti anatomiche del corpo umano amputate che derivino o no da esperienze dirette, particolarmente dannose a una psiche fragile. Paradossalmente l’incapacità a reagire si accompagna spesso ad alterazioni psicofisiche come l’abbassamento della pressione arteriosa e della temperatura corporea, o della tensione muscolare, la diminuzione del battito cardiaco che, in certi casi, conduce alla morte apparente.

Scusami, ma adesso ho la gola riarsa, la lingua pastosa, ho bisogno di bere, facciamo una pausa Beth? Stavo giusto pensando a uno spuntino. Sai cucinare George? No. Preferirei uscire per cena. Dico. La fuga è sintomo di codardia. Solo colui la cui mente è ottenebrata dalla menzogna cerca la fuga come soluzione, dice Beth sollevando gli occhi dalla pagina che sta leggendo. Quando m’accorgo che la pagina è completamente bianca. Tutto mi sembra irreale, solo il disagio non è immaginario. Dunque tutto potrebbe ancora accadere?, mi chiedo. Davvero non mi stupirei se in questo momento entrasse un maggiordomo e annunziasse che la cena è servita. Credevo stessi leggendo, Beth? No, stavo scrivendo quando Anthony s’è affacciato sulla porta e ha sollecitato di prepararci per la cena. Oh, non m’hai detto che Anthony interpreta il ruolo del maggiordomo. No? Che sbadata, pensavo d’avertelo detto. Dopo quella sera Anthony è rimasto con noi, e ormai devo dire che è insostituibile. Nell’apprendere che si è appena affacciato sulla porta non posso dire di sentirmi sollevato.

Fai in fretta George, abbiamo al massimo dieci minuti per vestirci adeguatamente e raggiungere gli altri. C’è uno smoking nell’armadio, dovrebbe essere della tua misura. A chi appartiene? Ad Arthur ovviamente! Improvvisamente mi sorprendo ad aspettarlo, perché mai ci mette così tanto? George non credevo ti occorresse aiuto per vestirti? Oh si, invece. Se devo indossare lo smoking pretendo di farlo secondo le regole del bon-ton. Cravatta o papillon? Fascia o bretelle? Sei ridicolo, afferma Beth ridendo, mentre è intenta a umettarsi le labbra. Una tonalità di rosso che non mi piace. Decisamente volgare, vero George? Un po’. Sai, voglio mettere a nudo la mia personalità, mio padre dice che sono una sgualdrina.

La situazione non sarebbe stata granché diversa se al posto degli ospiti vi fossero stati dei manichini, o delle statue di cera appositamente create da Madame Toussaint. L’atmosfera è la stessa che si respira nella Cripta dei Cappuccini dopo l’orazione funebre. Infatti non mi aspetto di trovare alcun ospite intorno alla tavola all’infuori di noi due, malgrado sia accuratamente apparecchiata per quattro. Il bouquet dei fiori rinsecchiti, i candelabri d’argento anneriti dal tempo prossimi ai capitavola, le candele già in parte consumate, le stoviglie e i bicchieri opachi ma di un gusto raffinato, le posate d'argento scurite, le bottiglie di vino pregiato vuote, quasi che tutto sia lì da sempre a prendere polvere. Preparato per degli ospiti che non arriveranno mai. Tutto così demodé, mi dico, anche se non esterno questo mio pensiero.

Posso sapere chi sono gli ospiti di questa sera? Chiedo, non nascondendo d’essere sorpreso di sederci a tavola da soli. Credimi George, è davvero inopportuno fare di queste domande, lo trovo davvero molto imbarazzante. E dire che hai accettato di aiutarmi a risolvere quello che per me è ormai un vero e proprio rompicapo dal quale non riesco a venir fuori. È attorno a questa tavola l’enigma che tento di svelare in questo mio nuovo romanzo. Scusami Beth credo d’essermi perso, cercavo solo di capire la realtà che mi si prospetta davanti. Non so tu George, per me scrivere non è semplicemente redigere un testo a partire da una trama già cristallizzata. Al contrario degli altri, per me il momento della scrittura non è successivo a quello in cui le riflessioni si formano e si trasformano nell’economia del testo, bensì avviene prima di scriverlo, pur facendo tesoro delle esperienze e dei punti di vista degli amici che, con le loro osservazioni e le loro critiche, mi mostrano spazi di approfondimento inusitati.

Un modo di lavorare difficile ma appassionante che in qualche modo trasforma di continuo il pensiero iniziale, che non è mai immobile né definitivo. Se, ad esempio, voglio comprendere appieno la personalità di un personaggio, non posso ridurla a pochi tratti schematici. Devo necessariamente tenere conto delle sue molte sfumature, spesso contraddittorie tra loro. Lo stesso vale per la situazione che intendo esporre in generale all’interno della trama. Non basta semplicemente giustapporre frammenti di esperienze diverse. Occorre trovare il modo di farle interagire all’interno di una prospettiva evocativa, sollecitata in ragione del fatto che le idee possano essere modificate continuamente. Per quello che ne so io, credo che differenti idee portino verosimilmente a delle contraddizioni di fondo dalle quali può risultare difficile risalire. Pensaci Beth, un uomo in fondo...

Si, forse hai ragione tu, anche Pascal lo ha detto: “In fondo l’uomo è l’essere più miserevole e grottesco, ma anche il più nobile”. È così che ha detto? Sì, credo di sì. Figuriamoci cosa avrà detto della donna? Che vuoi dire? Questo è certamente il cuore del problema. Che una donna dovrebbe prima arrivare a conoscere i moti erronei della propria anima se pretende di comprendere gli errori degli altri. Per questo non c’è bisogno di scomodare Pascal, basta chiederlo al primo individuo che al mattino s’alza dal letto scontento. Sei solo un cinico impenitente. Non credi che se le mie idee letterarie hanno incontrato fin qui il favore di molte persone in ambiti diversi, è perché in qualche modo sono riuscita ad arrivare a toccare nel profondo i loro sentimenti? Come dire, a dare una qualche risposta ai loro dubbi?

Solo perché erano profondamente insoddisfatti o vivevano in qualche particolare contraddizione?, chiedo perplesso. Esiste un’aspirazione più diffusa e certamente un altro modo di comprendere gli altri, Beth. Per esempio? Quello di prenderli per quello che sono e non tentare continuamente di cambiarli. Nient’altro. Volerli vedere necessariamente diversi rende di fatto impossibile la loro comprensione e quella del mondo che li circonda, ma credo ciò sia quanto di più sfugge a voi donne. Non è così George, è che gli uomini non sanno più come reagire al loro ego frustrato, l’eccesso di qualificazione è diventato per loro un problema esistenziale. Prima o poi dovranno convincersi che nessuno può vantare di possedere certezze esclusive. Si dovrebbe andare più a fondo ai problemi interiori che li assillano, il fatto è che gli uomini non ne sono capaci. Per questo pretendi di ucciderli tutti, Beth? No, non tutti. Solo alcuni.

Dunque non aspettiamo nessuno. Mi dico. Intanto le candele si consumano a vista. Devo trascorrere ancora un’altra notte qui, in questo orrido albergo grande come una magione, i cui battenti chiusi non permettono a nessuno di entrare. C’è sempre la possibilità di uscire, penso. Ma a che servirebbe? Che differenza può fare, trascorrere la notte in questo o in un altro luogo, la situazione non sarebbe diversa. Lei seduta da un capo della tavola, io dall’altro, possiamo restare così, annullandoci a vicenda per la vaga nullità degli intenti, o forse per l’eternità, chissà? Come nullo è in questo momento tutto quanto ci circonda, con Beth che mi tiene ancorato al suo enigma senza concedermi alcuna possibilità di scelta. Tutto deve ormai svolgersi secondo i suoi piani. Al contrario di quel che dice, esiste una trama “cristallizzata” che lei intende seguire, forse un incubo, o solo un capriccio di donna. Peggio. Mi dico. Un vero rompicapo da scrittrice dell’ambiguità.

È Beth a prendere la parola. La prima volta che ci siamo visti ho compreso da subito a che cosa alludeva Anthony mostrandomi la sua nuda giovinezza. Il suo fisico atletico, perfetto. Il suo grosso pene eretto, i suoi testicoli sostenuti esibiti sul mio viso nella mia camera da letto servivano alla riprova della mia già logora esistenza di scrittrice, anche se come donna ne sono tuttora lusingata. In fondo la giovinezza da sempre porta con sé una ventata di rinvigorimento. Un equivoco più che legittimo, mi dico. L’esperienza di un maschio maturo supera di gran lunga le fantasie sprovvedute di un incauta giovane. Ne sei davvero così certo, George? Non pensi che una donna possa invece condurre i suoi “giochi” a fini più gloriosi e ricavare grandissime soddisfazioni con un uomo più giovane di lei? Stai forse dicendo che dovremmo lasciarci trascinare dagli eventi? E tu, sei sicuro di avere questa capacità di scegliere, di decidere, di fare, di influenzare gli eventi?

Presumo di sì, cos’altro ci resta da chiedersi, se vivere è o no un’opportunità irripetibile? Ben detto, un’opportunità unica, George. Essere vivi, non significa essere in grado di scegliere liberamente secondo il nostro temperamento. Dunque Beth, convieni sia necessario adire a un progetto di vita? Suona come un giudizio finale, un necessario soggiacere alla propria natura mortale. E se questa natura è di tipo non conforme e subisce invece un’attrazione irresistibile verso l’immortalità? Come ha detto Borges in un’intervista divenuta famosa: “Suppongo che la gente viva sensazioni diverse perché molti pensano all’immortalità come a una specie di felicità, forse perché non la capiscono”.

Ancora una volta Beth sembra scrutare nella forma dei miei pensieri, dei miei desideri come dei suoi stessi incubi. Mi sento soffocare all’idea di non essere all’altezza della situazione, sebbene sia solo una situazione creata allo scopo di soddisfare la sua necessità di scrittrice impenitente. Beviamo George, brindiamo a questo nostro irripetibile incontro. Ho un attimo di esitazione. Quindi sto al gioco. Afferro la bottiglia vuota e mi verso da bere. Non si versa il vino a una signora? Mi alzo e la raggiungo. Le verso un calice di vino rosso. Ce ne vuole Anthony perché tu apprenda le buone maniere, dice. Aspetta ch’io torni a sedermi all’altro capo del tavolo prima di sollevare il calice per il brindisi. A noi due George!

Il calice le si rompe in mano allorché, improvvisamente, un liquido rosso sangue, prende a colare sulla tovaglia mentre la sedia vuota che ha accanto si sposta dal tavolo strusciando sul pavimento. Una figura d’uomo indistinta è in piedi presso di lei e la prende a schiaffi. Beth volge la testa in qua e in là con scatti violenti, la bocca irrorata di vino. No, Arthur! Grida. Il liquido schizza sulla tovaglia bianca e la imbratta di rosso sangue fino a raggiungere l’altro capo della tavola, fino a sporcare la mia camicia candida. Mi alzo da tavola la raggiungo. Arthur mi zittisce con un cenno della mano, prima ancora ch’io possa dire una parola.

Non cerchi di scusarsi, aggiunge. Lei è qui solo in funzione della nostra assenza. Le assicuro che io non ho mai pensato… Non mi interessa cosa pensa. Il suo pensiero qui non conta. Mi dica piuttosto perché ha scelto di vivere questa storia? Non l’ho scelto io. Come del resto nessuno di noi può dire di averlo fatto. No, nessuno di noi! Esclama l’altro ospite rimasto seduto all’altro lato del tavolo e che la luce delle candele mi impedisce di vedere in volto. Chi è lei? Chiedo. Il mio nome non ha alcuna importanza. Sono il padre di Beth, quanto basta. Dice, levandosi all’impiedi e mostrando la sua attempata figura. Un uomo canuto e altero, eppure pregno di forza interiore che gli permette di far fronte alla situazione. Con mano ferma agguanta il suo bicchiere colmo a metà e ne rovescia il liquido in faccia ad Arthur in ombra. Maledetto bastardo, come osi trattare mia figlia in questo modo, in mia presenza!

Difendi pure la puttana tua figlia, ma non taciterai i miseri orrori di cui ti sei macchiato. Errori di gioventù. Vecchio codardo, non ti sono mai andato a genio solo perché la tua sgualdrina ha preferito sostituirti con me. Perché io le do quello che tu non le potresti più dare, l’immorale violenza della carne viva. Sempre che tu non sia un millantatore, e questo devi ancora dimostrarlo, devi alla presenza di quest’uomo il tuo avviarti verso la fine, poiché fra poco avrai cessato di vivere. Dice il vecchio tirando fuori di tasca un’arma da fuoco e puntandogliela addosso, pronto a sparare. Beth, libera infine dal grido straziante che la soffocava, si lancia contro il braccio teso di suo padre.

In quel momento Arthur prende l’attizzatoio dal camino e lo sferra ripetutamente sulla testa del vecchio che cadendo va a sbattere contro lo zoccolo di marmo del caminetto. Non esita a spingerlo verso le fiamme che in un brevissimo istante lo avvolgono, trasformando il suo misero corpo in una torcia umana. Di fronte a tanta crudeltà Beth si leva grandiosa e forte come non l’avrei immaginata. Afferra la pistola di suo padre e spara un colpo mortale ad Arthur centrandolo in pieno petto. Lo sparo risuona nella stanza come il rombo di un tuono. Beth, rimane rigida su se stessa nell’abnegazione più assoluta. Per nulla disorientata davanti allo spalancarsi di una disunione insita in sé tra passato e presente che la pone al centro dell’azione, divenuta, lei medesima, protagonista assoluta della storia che si sta svolgendo sulla scena.

Quanta dissolutezza! Dico perplesso, in silenzio, stupito per quanto mi è toccato assistere, convinto che Beth manchi di un’anima. Sebbene, rispetto alla sua anima, va detto che la sua abnegazione non comporti, necessariamente, la negazione di altra fonte di forza o di legame in qualche modo a noi conosciuti. Molto bene George, non c’è che dire, improvvisa Beth. Un esempio compiuto di delitto esemplare, consumato nel chiuso di una antica casa vittoriana, in assenza di scomodi testimoni. Uno di quelli che intenzionalmente ognuno di noi arriva a commettere nel quotidiano, pur senza consumarlo davvero, semplicemente trasferendo una impossibile realtà nella surrealità del possibile. Un duplice delitto in apparenza senza ragioni, senza un movente preciso, per giunta destinato a restare senza castigo.

Ma io, veramente... No George, m’interrompe Beth ritrovando la necessaria distensione della dolcezza, finanche sorridendo come se nulla fosse accaduto. Qualunque cosa tu voglia dire, sei caduto come tutti nella trappola dell’impunibilità per la quale un giorno sarai tu stesso a cercarne la necessaria espiazione. E tu cosa farai, se è lecito chiedertelo? Purtroppo, o per fortuna, l’esistenza di un dio immanente in grado di influenzare le mie scelte non sono mai riuscita ad accettarla. Al dunque, per me, può anche non essere successo niente, non è vero George? Mi chiede sorridente. Era solo un gioco. Basterà ripulire qua e là, riordinare la stanza, spazzare via le ceneri del povero papà. E Arthur? Oh, in quanto allo sventurato Arthur, nessuno si accorgerà della sua mancanza. In fondo, l’avevo già sostituito nel mio cuore. Anthony penserà a farlo sparire. C’è tanto di quel posto nel parco. Già, Anthony, come ho fatto a dimenticarmi di lui?

Strano tipo quel tuo maggiordomo. Dico. Solo un po estroverso, ma non mi crea problemi. Aspetta. Che cosa? Che arrivi il suo turno. Del resto l’avrai ormai capito. Cosa? Da sempre preferisco gli uomini come te, come dire, in certo qual modo semplicemente “ineccepibili e sprovveduti”, a quelli che sanno sempre come cavarsela, dentro e fuori della scena. Ciò che mi sfugge Beth è la ragione per la quale si arriva necessariamente a uccidere? Se devo esprimermi con sincerità, potrei definire la noia come la vera autrice d’ogni nefandezza. La noia e non la gelosia come si dice, spinge di più gli uomini a farsi del male, finanche a uccidere. Preferisco definire la noia come la vera punizione al peccato di orgoglio commesso dagli uomini che pensano di poter raggiungere la ragione. Una perfetta soluzione per il mio enigma, non ti pare? Non oso aggiungere altro. Del resto qualunque cosa io dica in questo momento non troverebbe alcun riscontro se non che sono troppo ubriaco. Preferisco restare in silenzio. Vieni George, andiamo di sopra. Sono le tre, hp voglia di fare all’amore. Si certo Beth, andiamocene a letto, dico, ho un infinito bisogno di dormire.






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