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Una storia di Barbarella49

La ragazza del manicomio - Terza parte

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10 minuti

Pubblicato il 08 ottobre 2020 in Thriller/Noir

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L’istituto psichiatrico dove si trovava era situato sulle colline fiorenti di una tranquilla città.

Era circondato da un parco, dove crescevano delle palme molto alte, la vegetazione era lussureggiante. La villa dove alloggiava era decorata con affreschi molto pittoreschi, nel salone principale c’erano degli specchi enormi e da una parte troneggiava un vecchio pianoforte sgangherato, ma sempre funzionante. Le scale portavano al piano di sopra, dove c’era un ballatoio, che si affacciava sul salone principale, dotato di ringhiere finemente lavorate in stile barocco. Qui si accedeva alle celle dei pazienti che si presentavano molto piccole, scarne e disadorne. Strani disegni erano stati tracciati sui muri. Disegni infantili, che sembravano nati dalle mani di un bambino e che erano agghiaccianti perché alternavano scene normali con alberi e fiori, a fucili e armi di distruzione.

La prima volta che mise piede nel refettorio la scena che le si presentò davanti agli occhi fu inquietante, tanto che desiderò subito tornare nella sua stanza. Una donna con la bava alla bocca seduta su di una sedia a rotelle teneva la testa inclinata da una parte e l’espressione dei suoi occhi era vuota; un’altra più giovane e con una chioma di capelli tutta scarmigliata blaterava frasi senza senso; un uomo rideva e faceva strani versi e dalla sua bocca sdentata uscivano di tanto in tanto risate senza un perché; un’anziana donna mostrava la lingua e il dito medio a chiunque osasse avvicinarsi; un’altra ancora gridava.

La zona giorno era una parte molto bella dell’edificio. Da una parte c’era l’imponente camino, poi dei tavoli elegantemente apparecchiati con tovaglie di raso bianche, con motivi floreali.

Procedendo con circospezione si sedette ad uno di questi, proprio accanto alla giovane che aveva intravisto l’altro giorno e che le aveva strizzato l’occhio.

La ragazza stava già consumando il suo pasto, ma sul viso aveva una nota di disappunto.

Ermenegilda aspettò che le venne portata la sua porzione, che consisteva in un minestrone marrone, dall'aspetto non troppo invitante.

La ragazza la guardò di sottecchi e poi notando quella specie di brodaglia che le era stata appena messa davanti disse con una smorfia di disgusto: “Puah, che roba! Peggio dei pasti di mia nonna. Ma ti conviene mangiare, se non vuoi morire di fame!”. Quindi sbatté rumorosamente la forchetta sul piatto e proseguì con un moto di repulsione evidente.

“Questa carne è troppo dura, fa schifo!”. E poi riprese: “ E’ peggiorata negli ultimi tempi. Prima non era niente male. Si vede che devono fare economia anche su questo. Non gli basta tenerci in quelle luride stanze, che vengono pulite una volta al mese, se va bene."

"Tu da quanto tempo sei qui?”, chiese rivolta ad Ermenegilda.

Ermenegilda aveva la nausea. A malapena riusciva a trattenere il rigurgito acido che dalla trachea saliva all'esofago fino ad arrivarle nella gola. Era indebolita dalle medicine e dai trattamenti e a stento si reggeva in piedi. Teneva la testa appoggiata sul palmo della mano ed aveva un’espressione assente.

Le parole della ragazza bionda le giunsero quasi ovattate, come se si trovasse in un’altra dimensione.

“Ti senti bene?”, le chiese in tono preoccupato la giovane donna.

Ermenegilda fece un cenno con la testa come per dire che sì stava bene, ma le ci volle uno sforzo incredibile per non crollare e mettersi a piangere dalla disperazione.

Era il suo primo giorno nel refettorio. Doveva reagire, non poteva permettersi di venire punita e relegata di nuovo nella sua stanza. Così si sforzò di sorridere alla ragazza e guardandola timidamente le rispose.

“ Scusami, ma non ricordo nulla e non ne so il motivo. Non mi rammento da quanto tempo sono qui e fino ad ora sono stata in isolamento nella mia cella, quindi non so cosa dirti, mi dispiace.” Abbassò la testa sconsolata.

La ragazza bionda le parlò di nuovo:
“Su mangia qualcosa, ti fa bene. Anche se non ti piace, dovresti cercare di sforzarti. Scusami se te lo dico ma hai una brutta cera”. A quel punto si zittì, per timore di aver detto qualcosa di inopportuno. Non voleva ferirla in alcun modo. Era una persona molto fragile, a parer suo, e andava trattata con i guanti.

Chi era lei per poter pensare questo? Di fatto non la conosceva, poteva anche essere una criminale, per quanto ne sapeva oppure una psicotica o peggio psicopatica. Chi era lei per dare giudizi? Mai giudicare una persona dall'apparenza. E’ la cosa più sbagliata che uno possa fare.

Era decisa a fare ancora conversazione con quella ragazza che la incuriosiva molto.

“Io mi chiamo Clelia e tu?”

“Io Ermenegilda”

“Un bel nome”, dichiarò Clelia in modo solenne e poi riprese:
“Un po’ stravagante, ma bello e a te piace il tuo nome?”

“Non tanto”, rispose e non vedeva l’ora di porre fine alla conversazione. Non voleva esporsi troppo in realtà, perché non si fidava di nessuno.

“Ti svelo un segreto”, le disse ancora la ragazza bionda, sussurrandole all'orecchio, tanto che lei sentì il suo alito caldo sfiorarle la guancia.

Poi continuò:

“Un segreto che non ho mai svelato a nessuno, lo vuoi sapere?”

Ermenegilda era tentata di risponderle di no, che non voleva affatto esserne a conoscenza, ma temeva di offendere Clelia e allora preferì tacere.

Clelia prese il suo silenzio come un tacito assenso e avvicinandosi al suo orecchio per non farsi sentire da nessun altro disse tutto d’un fiato:
“ Ho ucciso un uomo”.

Nessuna dichiarazione avrebbe potuto spaventare Ermenegilda quanto quella.

Appena saputa la notizia, avrebbe voluto scappare da lì, senza voler indagare su quello che era successo. Del resto non erano affatto affari suoi. Avrebbe voluto tornare il più velocemente possibile nella sua stanza, dove si sarebbe sentita al sicuro. Tutto per lei si copriva di un velo d’incertezza, che la rendeva inquieta: la sua permanenza in quella struttura, di cui non ricordava nemmeno il motivo del ricovero, le sue crisi ripetute, i vuoti di memoria, le privazioni, i patimenti. Tutto questo non aveva senso, secondo lei. E adesso questa ragazza Clelia che voleva metterla al corrente di un suo segreto, che voleva coinvolgerla e farla partecipe di un qualcosa di più grande di lei. Eppure all'apparenza questa ragazza le appariva estremamente dolce: bionda con degli occhi azzurri tendenti al turchese, che spiccavano su un volto pallido a forma di cuore, dove un nasino alla francese e una bocca carnosa la rendevano simile ad una fotomodella o ad una bella principessa delle favole.

Ora una simile creatura le confessava di aver ucciso nientedimeno che un uomo.

“Ah che obbrobrio, com'era mai possibile? Non poteva crederci o forse non voleva”. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie per non ascoltare più.

Clelia notò la sua espressione infastidita ma nonostante tutto era decisa ad andare fino in fondo, ferma nel proposito di scaricarsi la coscienza, spifferando tutto quello che aveva dentro.

“Ho ucciso un uomo sai? E non me ne pento affatto perché era un lurido bastardo”. Qui Clelia si fermò, per notare l’espressione della ragazza.

Ermenegilda, dopo un primo attimo di sbigottimento, nel corso del quale aveva strabuzzato gli occhi dalla sorpresa, si mostrò interessata e di rimando le manifestò il suo appoggio, dichiarando che gli uomini sono tutti così, cercano qualcuno con cui divertirsi.

“Ti rendi conto poi che mia madre era anche complice, che schifo!”

“Uno schifo assurdo, non ho altre parole per esprimere tutto quello che ho dovuto patire. Il mio patrigno ha iniziato ad abusare di me quando ha iniziato a scorgere in me il fiorire di una donna. Cercavo di sottrarmi, ma lui non mi dava scampo. Piombava in camera mia nel bel mezzo della notte ed era un incubo. E mia madre faceva finta di non vedere. Per un po’ ho resistito e poi lo schifo e il ribrezzo per la situazione hanno avuto il sopravvento e in un impeto di rabbia l’ho ucciso. E’ per questo che sono qua.”

Qui Clelia ammutolì, forse pentita di aver detto una cosa simile ad una sconosciuta.
Ma fu solo un attimo. La padronanza di sé, la sua tenacia e la sua sicurezza presero il sopravvento.

Disse di nuovo:
“Sono qui perché mia madre l’ha voluto, non mi ha mai creduta e si è messa d’accordo con uno psichiatra, perché fossi ricoverata qua. Per lei molto meglio sapere che la figlia era rinchiusa in un manicomio per infermità mentale, che non in carcere. Per lei sarebbe stata una vergogna. Così ci fu il verdetto. Dichiararono che ero inferma di mente, instabile e socialmente pericolosa e sono qui a scontare la mia pena da anni, ma non mi sono mai pentita di quello che ho fatto e anzi lo rifarei di nuovo”.
E qui Clelia colpì il tavolo con il pugno con una tale violenza da far cadere il piatto di plastica, ormai vuoto, per terra.

Ermenegilda era turbata e sconvolta.

Come primo giorno non era niente male. Aveva conosciuto una ragazza che le aveva appena confessato un omicidio, come se nulla fosse.

Decisamente avrebbe voluto tornare nella sua stanza e lì rimanere, senza mettere più piede nel refettorio.

<Che strana ragazza>>, pensò, però anche molto sfortunata. La sua storia era triste e non era giusto che lei ne pagasse le conseguenze. Si domandò quale madre potesse far incolpare la figlia in quel modo, a causa di un uomo.

“Ehi su, non ci pensare troppo. Ti ho sconvolta, mi rincresce ”, le disse Clelia sempre con un tono di voce basso.

Ermenegilda fece cenno di no con la testa e le sorrise. Poi le disse semplicemente che le dispiaceva.

Clelia continuava ad osservarla attentamente. Quella ragazza gridava aiuto con tutto il suo corpo: era una richiesta che gli altri forse non riuscivano a cogliere, ma lei sì.

“Senti ma qui come ti trovi?”, continuò. “Ti trattano bene?”

A Ermenegilda venne quasi da sorridere. Nessuno si era preoccupato di lei da quando si trovava lì, tranne il dottore che l’aveva visitata in infermeria, che perlomeno aveva mostrato un minimo di comprensione. Adesso questa ragazza le domandava addirittura come stava. Era una bella cosa.

“Tu che ne pensi? Cosa ne pensi di questo posto?”, le domandò di rimando, ben consapevole che non si dovrebbe rispondere ad una domanda formulandone un’altra.

“Cosa posso dirti? Come potrai renderti conto guardandomi, mi trovo male. Oltre al fatto che non ricordo niente mi imbottiscono di medicine e quei dannati elettroshock sono terribili. Per non parlare poi degli altri trattamenti!”

“Quali trattamenti?”, domandò Clelia che voleva avere qualcuno con cui condividere le sue sofferenze.

Ermenegilda sospirò e preferì non dire nulla.

Clelia le mise un braccio sopra le spalle per confortarla.

“Ma ti sembra normale che facciano tutto questo?, e per di più senza il nostro consenso”, proseguì Ermenegilda.

“Ci trattano alla stregua di pazzi ma i veri pazzi sono loro”, dichiarò Clelia con una smorfia di disgusto.

“Tu cosa provi dopo l’elettroshock?, le chiese Ermenegilda. “Perché anche a te lo fanno, non è vero?”

“Sì, ed è terribile”, rispose Clelia.

Quindi proseguì: “Se non sei pazzo ti ci fanno diventare. Quelle scariche ti stravolgono, il corpo è sconquassato e tu non capisci più niente. Se questa è una terapia adeguata per la depressione e la nevrosi preferisco stare così come sono! Purtroppo le persone come me con un briciolo di dignità e volontà qui vengono distrutte e se ti azzardi a ribellarti ti portano a Villa Serena, nella Stanza verde, e ti operano al cervello, così dopo non puoi più opporti e diventi docile come un agnellino.”

“Oh mio Dio, ma è tremendo”, disse con sgomento Ermenegilda.

“Cosa possiamo fare? Sai che ho trovato un diario nella mia stanza, l’ho scritto prima di essere internata qui e con quello vorrei recuperare i miei ricordi. Questa sarebbe la mia intenzione, ma non sempre ho la lucidità necessaria. Tu saresti disposta ad aiutarmi?”
“Perché no?”, le sorrise Clelia.

L’ora consentita per il consumo del pasto era terminata ed il guardiano si avvicinò al loro tavolo, rivolgendosi loro con quel tono di chi non vuole tanto stare a perdere tempo:

“Allora ragazze, è stato di vostro gradimento il pasto?

E senza aspettare risposta, guardandole come si può guardare due oggetti e non due persone, bofonchiò: “ Suvvia, è ora di tornare nelle vostre celle. L’ora a vostra disposizione è terminata”.

“ E’ stato un piacere”, le disse Clelia salutandola con un cenno della mano e una strizzatina d’occhi.

“ Ci vediamo presto”, rispose Ermenegilda, che ricambiò il saluto.


Continua....






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