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Una storia di SimoneDeAstis99

Gli ultimi eroi di Rabat

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12 minuti

Pubblicato il 26 novembre 2020 in Avventura

Tags: #raccontosupereroieroi

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Sono passati ormai 13 anni da quando, nel 2027, un piccolo gruppo di ricercatori dell’Est della Virginia, creò delle pasticche a cui diedero il nome di Super-Man.

Una denominazione voluta dal fatto che, le sostanze al loro interno, una volta ingerite ti consentivano di ottenere dei poteri, proprio come quelli dei supereroi visti in tanti film e fumetti.

Fantascienza, assurdità, pura immaginazione.

Erano pensieri comuni e logici, ma che da quel momento in poi, diventarono solo un flebile ricordo.

Molte delle più grandi scoperte scientifiche della storia, vennero dettate dal semplice caso o per alcuni, dall’inevitabile destino.

Purtroppo in questo caso, è maledizione l’unico termine che si può utilizzare.

Le grandi Borse di tutto il mondo erano in fermento, domanda e offerta crescevano a vista d’occhio e le azioni raggiunsero cifre così alte, da risultare a tratti impensabili. Tutti richiedevano le Super-Man, che divennero presto il prodotto più ricercato e venduto su scala globale.

All’epoca avevo solo 4 anni e non potevo certo rendermi conto di come, tutto quello che mi circondava stava cambiando, una mutazione ormai, irreversibile.

Nel giro di un anno infatti, i grandi capi di stato, in seguito a svariate riunioni e trattazioni, bandirono e bloccarono a livello mondiale, la produzione delle pasticche.

Era ormai però, troppo tardi.

In tutto il mondo si contavano più di due miliardi di vittime.

Molte di queste erano dovute all’ingerimento delle Super-Man, che in alcune persone, portavano al collasso istantaneo dell’organismo.

Altre invece erano vittime di guerra, che con lo sviluppo dei poteri, in alcuni paesi imperversava come mai prima.

Anarchia, dittature e morte…le Super-Man avevano portato a questo.

Il mondo stava crollando sempre più su sé stesso.

Gli anni passarono, crebbi e, purtroppo lo feci con la convinzione che un mondo di pace, come quello di cui mi raccontavano i miei genitori, era solo una stupida utopia.

Nella mia città, Rabat, in Marocco, un gruppo di uomini con i poteri, i Profeti, così si facevano chiamare, avevano brutalmente ucciso l’ultimo sovrano in carico, occupando così il palazzo reale, il Dâr-al-Makhzen.

Il loro obbiettivo, era quello di riuscire a prendere il controllo della città.

Al contempo, tra le mura della Kasba degli Oudaïa, i rivoltosi, un gruppo di uomini che tentava di sovvertire le infauste sorti della città, aveva trovato riparo e base operativa.

Erano rimasti ormai in pochi.

Molti dei loro compagni avevano perso la vita in seguito ai numerosi scontri contro i Profeti, ma nonostante questo, nel loro cuore e in quello dei cittadini, la fiamma della speranza di poter rendere ancora una volta Rabat una città libera, non si era spenta.

Inginocchiati verso la Mecca, gli abitanti rivolgevano le loro preghiere al divino Allah, in modo che potesse condurre alla vittoria i rivoltosi.

Per i quartieri e le vie, risuonavano i forti rumori d’artiglieria e delle esplosioni, le due fazioni si stavano dando ancora una volta battaglia.

All’improvviso silenzio, lo scontro si era concluso.

Purtroppo però, non sapevamo chi avesse avuto la meglio.

Attendavamo rimanendo in silenzio.

Passarono pochi, ma interminabili minuti.

E poi boato.

La Kasba degli Oudaïa stava venendo distrutta dai Profeti, e questo, per indicare la fine della ribellione e allo stesso tempo, delle nostre speranze.

Con la sconfitta dei rivoltosi, la caduta del sistema giudiziario era inevitabile.

In poco tempo scoppiarono numerose rivolte nelle carceri, i prigionieri, consapevoli che questa volta nessuno gli avrebbe nuovamente sbattuti in prigione, fuggirono.

Molti degli ex galeotti si stanziarono in alcuni edifici o strutture abbandonate di Rabat, mentre altri, trovarono rifugio nell’antica Torre di Hassan, da sempre simbolo della capitale.

La criminalità dilagava per le strade.

Il 21 giugno di due anni fa pochi giorni dopo la sconfitta dei rivoltosi, il Re del Governo Marocchino fece un annuncio in diretta nazionale.

<<Buongiorno a tutti.

Sono qui oggi per annunciarvi, che recentemente ho discusso con le forze militari del nostro Paese, in merito alla drastica situazione che Rabat sta vivendo.

Dichiaro quindi, con mio profondo rammarico e dispiacere, che alla città viene rimosso il titolo di capitale, e che da questo momento è in stato di quarantena.

Nessuno potrà entrare o uscire…dei soldati verranno appostati ad alcuni chilometri di distanza dal confine e sorveglieranno 24 ore su 24 il tutto…chiunque provasse a infrangere la regola, verrà arrestato e incriminato.

Nessun aiuto di stampo bellico, verrà adottato per Rabat.

Il rischio di una guerra originata dallo scontro e che potrebbe coinvolgere l’intero stato Marocchino, è troppo alto.

Grazie per l’ascolto.>>

Quel messaggio diede inizio alla più grande crisi che la mia famiglia e la mia città dovettero mai affrontare.

Gli scambi commerciali con Temara, Salé, le altre metropoli del paese e oltre il suolo marocchino, divennero sempre più difficili da attuare, tanto che in poco tempo si conclusero definitivamente.

Le banche non potendo fare più affidamento sullo stato, si trovarono costrette all’utilizzo dei loro fondi come base stessa dell’economia di Rabat.

Un qualcosa che non poteva sopravvivere senza aiuti esterni e che di conseguenza prima o poi sarebbe crollata.

Eravamo rimasti soli.

I giorni passavano e aggressioni e rapine si facevano sempre più frequenti, l’ansia e la paura crescevano tra gli abitanti.

Questo portò molte persone a chiedere aiuto agli stessi Profeti.

Nel mentre che la città era in subbuglio, quel gruppo di uomini che con i loro poteri avrebbero potuto cambiare le cose, rimaneva nel Dâr-al-Makhzen senza far nulla per impedire ciò.

Sarebbero intervenuti solo in cambio di somme ingenti di denaro, anche se di certo, la lussuria non gli mancava visto che un’alta percentuale del ricavato di numerose attività presenti a Rabat, finiva dritta nelle loro tasche.

Alcuni degli ex prigionieri ora lavoravano per loro, fungendo da strozzini per i quartieri della città.

Proprietario di un piccolo ristorante vicino alla spiaggia e proprio al di sotto del nostro appartamento, mio padre si trovò costretto anche lui a entrare in affari con i Profeti.

In modo da garantire più sicurezza sia a noi che ai clienti stessi del locale, papà, attingendo in parte da quei pochi risparmi che avevamo, riuscì a comprare una pistola e un paio di caricatori.

I Profeti erano infatti gli unici a poter smerciare oltre i confini: armi, sostanze stupefacenti, denaro o più semplicemente cibo.

E ciò grazie alla corruzione di alcuni soldati dell’esercito.

Questa ormai, era Rabat.

Papà nascose l’arma, una 3032 Tomcat, nella parte inferiore del bancone del locale, e mentre la riponeva sentii che si mise a pregare, sperava forse così, di non doverla usare mai.

Poco più tardi, quella stessa sera, un forte rumore ruppe il silenzio, proveniva dal ristorante.

In quel momento ero nella mia stanza, stavo studiando per un compito in classe che avrei avuto il giorno seguente.

Scesi di corsa nel locale.

Vidi che una parte del muro era crollata e che tra le macerie c’era mio padre, riverso nel suo stesso sangue.

Uno dei Profeti era lì poco distante da lui, per poi un attimo dopo, incamminarsi verso la porta ed uscire come se nulla fosse appena successo.

Mia madre piangeva, non riusciva a parlare.

Quella notte passò lentamente come un incubo che non voleva porre la sua conclusione.

Mamma mi raccontò di come mio padre si rifiutò di lavorare per il Profeta, nonostante sapesse bene che chiunque entrava in affari con quel gruppo di uomini, diventava anche contro il suo volere, un loro complice.

Scaraventato con una forza sovrumana contro il muro tanto da distruggerlo, papà morì sul colpo.

Il corpo venne avvolto in un vecchio lenzuolo.

L’indomani celebrammo il funerale.

Mentre quella figura ormai senza vita, veniva calata giù nella fossa, scoppiai a piangere…era la prima volta. Fino a quel momento avevo cercato di essere forte anche per mia madre, ma in fondo ero solo un ragazzino.

Una volta tornati, prima di salire in casa, andai nel ristorante e guardandomi intorno pensai che da quel momento in poi, mi sarei dovuto occupare io di quel locale che tanto amava papà.

Mi raggiunse anche mia madre.

<< Fai sparire quella pistola, non fa altro che infangare la memoria di tuo padre>> mi disse, con aria severa ma anche triste.

Obbedii.

Dall’armadio di camera mia tirai fuori una vecchia scatola, dove poi avrei nascosto l’arma.

Sinceramente non ricordavo che cosa vi fosse all’interno.

Una volta aperta, trovai alcuni vecchi fumetti di supereroi, e insieme a essi una maschera un po' rovinata.

Era quella dell’uomo ragno. Me la comprò papà.

Probabilmente l’indossai durante qualche festa di carnevale, da piccolo adoravo quel supereroe.

Prendendola in mano però, mi resi conto che era troppo grande per la testa di un bambino.

La cosa mi fece sorridere.

In quel momento, una folle idea si fece spazio nella mia mente.

Se i buoni, i rivoltosi, fallirono nella loro missione, allora forse coloro che avrebbero potuto salvare Rabat erano proprio i cattivi.

Le ore di quella notte le passai a rimuginare, fino a quando non mi decisi a riaprire quell’armadio e tirar fuori dalla scatola la 3032 Tomcat e la maschera, che poi misi nello zaino.

La mattina successiva, una volta sceso di casa, dovetti compiere una scelta: andare semplicemente a scuola come tutti i giorni, per poi una volta conclusosi l’anno scolastico occuparmi a tempo pieno del ristorante, oppure se perseguire quell’idea così tanto avventata e rischiosa, ma che forse poteva cambiare le cose.

Decisi.

Una volta giunto a destinazione, rimasi immobile per alcuni instanti, il cuore mi batteva forte, avevo paura di quello che sarebbe potuto accadere e di come avrebbero potuto reagire alla mia presenza, erano pur sempre criminali.

Mi feci coraggio, presi la pistola e la nascosi nei pantaloni, infine indossai la maschera.

Una volta entrato nella Torre, mi ritrovai davanti a un qualcosa di inaspettato.

Alcuni mi guardavano senza dire nulla, altri dormivano su dei letti improvvisati e molti indossavano ancora la tenuta della prigione, sporca di sangue.

Una donna, avvicinandosi a me, chiese se mi fossi perso.

Vidi che nella mano destra aveva un coltello.

Con aria quasi compassionevole, mi disse di andarmene e io anche se con voce tremolante, gli risposi di no.

Venni sbattuto contro il muro, con l’arma puntata alla gola.

Non riuscivo nemmeno a prendere la pistola per provare a difendermi, ero terrorizzato.

Mi levò la maschera gettandola a terra, quando mi vide in volto, mollò la presa.

<<Cazzo, ma sei un ragazzino…>> disse la donna, con aria stupita, chiedendomi poi quale fosse il motivo che mi aveva spinto a venire lì.

Titubai nel rispondere, forse avevo sbagliato, forse non ero abbastanza coraggioso.

In quel momento, non potei far atro che ripensare a mia madre, mio padre e tutte quelle persone che avevano perso ormai la speranza in un futuro migliore.

<<Voglio liberare il mio popolo! >> urlai, facendo rimbombare la mia voce per la torre.

Alla mia affermazione, alcuni scoppiarono in una fragorosa risata dandomi poi del pazzo, altri si limitarono a guardarmi con aria stranita parlando sottovoce.

Ma tra di loro, qualcuno si alzò avvicinandosi poi a me.

La donna raccolse la maschera e me la porse.

Dalla torre di Hassan non uscii da solo, vi erano altre sei figure con me, persone che potevano aver commesso degli errori in passato, ma che ora avrebbero combattuto per la loro città.

Non so se agli occhi di Allah o a quelli della gente, i loro peccati sarebbero stati assolti, ma di una cosa ero certo, quelli che prima erano criminali per me non lo erano più, ma bensì erano diventati degli eroi.

Il piano era piuttosto semplice sulla carta, l’attuarlo però rappresentava la vera incognita.

Il primo obbiettivo fu il deposito delle armi, le stesse che i Profeti facevano entrare a Rabat e dove mio padre prese la 3032 Tomcat, era grazie a questo che conoscevo la sua ubicazione.

Non potevamo però farci vedere assieme in città, avremmo destato sospetti.

Ci dividemmo, organizzandoci su come avremmo proceduto.

Prima di dirigermi al magazzino, passai da casa.

Mia madre era intenta a compilare delle scartoffie per il locale.

Gli dissi che sarei andato a studiare a casa di un amico, lei mi sorrise annuendo.

La salutai e mi chiusi alle spalle la porta di casa.

Arrivato al deposito, mi nascosi in modo che gli uomini che lo sorvegliavano, non potessero vedermi.

A loro comando, vidi lo stesso Profeta di quella sera…per un istante, rivissi quell’immane sofferenza.

Guardandomi attorno, notai l’arrivo degli altri.

Caricai la pistola e uscii allo scoperto, quello era il segnale.

Sparai, riuscendo a colpire il Profeta. Una delle pallottole gli perforò un polmone.

I suoi uomini, colti alle spalle, vennero uccisi dai miei compagni.

Il Profeta era accasciato contro un muretto, sanguinante.

Gli puntai la pistola in pieno volto e mi tolsi la maschera, volevo che mi vedesse.

Qualcosa mi fermò dal premere il grilletto, decisi di lasciarlo lì, in fin di vita e in mezzo a tutti quei cadaveri.

Pochi minuti dopo sarebbe morto anche lui.

Prendemmo le armi e demmo fuoco al magazzino, la prima fase del piano era riuscita.

Una coltre di fumo si alzò verso il cielo, tutti in città l’avrebbero visto…quella era la nostra dichiarazione di guerra.

Ci incamminammo verso il palazzo, attraversando le strade di Rabat.

Gli abitanti ci osservavano senza proferire parola.

Il momento era giunto, eravamo davanti al Dâr-al-Makhzen.

Pregai, chiedendo perdono a mia madre e mio padre e misi ancora una volta la maschera, farlo mi dava coraggio.

Entrammo.

I rumori assordanti, il fumo dei colpi di proiettile dei Mitra, la distruzione provocata dai poteri dei Profeti, le urla di battaglia.

Tutto questo imperversava intorno a me.

Fin dal primo momento, ero ben conscio che avremmo potuto perdere la vita.

Ma nonostante questo, quelle sei persone mi seguirono, forse anche per provare a rimediare ai propri sbagli.

Nelle storie, molto spesso, l’eroe sacrifica la propria vita per salvare ciò a cui tiene.

Respirai profondamente.

<<ORA!>> urlai a squarciagola.

Gli altri si misero attorno a me, facendomi da scudo e continuando a sparare.

Passarono alcuni istanti…ok, ero pronto.

Mi feci spazio e cominciai a correre verso il nemico, senza voltarmi indietro e nello stesso frangente, mi misi a contare.

Uno…due…tre…quattro…a quel punto lanciai il mio zaino con tutta la forza che avevo in corpo, al suo interno c’erano un numero imprecisato di granate pronte a detonare.

In quell’istante, il tempo sembrò che quasi si fermasse…ci fu una gigantesca esplosione, nessuno venne risparmiato.

Il Dâr-al-Makhzen crollò in mille pezzi, era tutto finito.

La notizia di quanto successo fece in breve tempo il giro del pianeta, le nostre gesta diventarono un messaggio di rivoluzione e speranza.

Da quel giorno in poi, il mondo cominciò nuovamente a cambiare.

Gli uomini, questa volta, avrebbero fatto di tutto per ritrovare ciò che da anni sembrava esser stata perduta, la pace.


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