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Una storia di Margothh_

BENVENUTA NEL BRONX

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6 minuti

Pubblicato il 21 giugno 2020 in Storie d’amore

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"90 Bedford Street"

Difronte a me si ergeva un enorme palazzo grigio.

Il tassista mi aveva lasciata lì da 15 minuti.

Io ancora non avevo trovato la forza di suonare al citofono.

Cosa avrei raccontato?

"Ciao Jaq. Sono Cherry. La ragazza che non hai mai visto, ma con il quale messaggi online da più di un anno. Sono scappata di casa e non sapendo dove andare ho pensato di venire a trovarti qui a New York. Potresti ospitarmi da te finché non trovo una sistemazione tutta mia?"

Mi avrebbe sicuramente deriso e sbattuto la porta in faccia.

D'altronde, nonostante parlavamo via chat da un anno tre mesi e diciassette giorni, ne lui aveva mai visto me e ne io avevo mai visto lui.

Non sapevo come era fatto realmente.

Sapevo solo che era un ragazzo di 21 anni;

Residente a New York;

Che lavorava come segretario di un piccolo telegiornale locale, il Metro News 1;

Sapevo che abitava da solo, in un piccolo appartamento in Bedford Street;

Che gli piaceva leggere, ed era un malato di Serie TV e Film.
Esattame come me.

Avevamo molte cose in comune e questo ci aveva permesso di mantenere sempre una conversazione viva e di non perdere mai il contatto.

Ormai lo consideravo come il mio unico e vero migliore amico.

Forse per questo scappando di casa l'unica persona che mi era venuta in mente, a cui potevo chiedere aiuto, era stato lui.

Lui sapeva la mia condizione familiare.

Non gliel'avevo mai raccontata direttamente.

Perché in fondo avevo paura.

Paura che se lo avesse scoperto mi avrebbe allontanato dalla sua vita.

Quale persona che abitava a più di 5567km di distanza avrebbe voluto subirsi i problemi di una tizia che non aveva mai veramente conosciuto?

Ma non so come, che qualcosa non andava lo aveva capito da solo.

E con quei suoi semplici "Buongiorno" o "oggi come stai?" riusciva a farmi stare bene.

Nonostante questo non potevo essere sicura della sua vera identità.

Forse, mi aveva anche potuto mentire.

Magari non era un ventenne, ma un cinquantenne a cui piaceva prendere in giro le ragazzine online.

Avrebbe potuto essere un maniaco, un pervertito.

Ma no, non aveva mai utilizzato termini sconci quando parlava con me, neanche una delle solite battute squallide.

E se non fosse stato un ragazzo?

Se fosse stato una ragazza?

Se Jaq non era Jaq, o almeno non il Jaq che pensavo io, mi sarei ritrovata a vagare da sola nella grande città di New York, senza un amico, o anche un solo punto di riferimento.

Cosa avevo fatto?

Scappare di casa era stata davvero la scelta migliore?

Avevo ancora dei soldi con me.

Avrei potuto prendere il prossimo aereo e tornare indietro.

Ma no.

Non potevo permettermi di tornare in quella casa.

In fondo era stata mia madre a dirmi di andarmene.

Che non mi aveva mai voluta.

Non direttamente.

Ma me lo aveva fatto capire.

Mia madre.

Evita Rivera.

Lei era sempre stata una donna dal fisco snello e slanciato, con in capelli più scuri dei miei e due occhi azzurri.

Tutti dicevano sempre che le assomigliavo, ma io quella somiglianza non l'avevo mai vista.

Sapevo di non essere bella come lei.

Per essere bella dovevi essere alta e flessuosa.

Se eri un po' in carne e bassa come me, che superavo di poco il metro e cinquanta, al massimo potevi essere carina.

Non bella, e nemmeno affascinante.

Carina.

Se poi aggiungevi i capelli color carota ed un viso poco marcato, con i segni dell'adolescenza, io e mia madre eravamo simili come la sorellastra Anastasia e Cenerentola.

Inoltre lei aveva un' aria aggraziata e autoritaria allo stesso tempo, mentre io ero tremendamente goffa e inciampavo dappertutto.

Questo non era assolutamente accettabile per lei.

Era una donna dalle idee chiare.

Tutto doveva andare secondo i suoi piani.

Tutto doveva essere perfetto.

Io dovevo essere perfetta.

Dovevo avere voti eccellenti a scuola;

Un bel portamento;

Eleganza;

Essere deliziosa;

Affascinante!

Non dovevo mai mostrarmi confusa;

Stare sempre attenta a cosa dire;

Con contegno;

Pancia in dentro!

Schiena diritta e rigida!

Spalle alte!

Su col mento!

Inspirare!

Espirare!

Sorridere!

Annuire!

Dovevo fare sempre quello che mi era stato chiesto,anche se non era quello che volevo;

Dare sempre il meglio!

Essere costantemente cortese e gentile!

Ma, purtroppo per lei, io non ero quel genere di ragazza.

Ogni volta che sbagliavo qualcosa, me la faceva pagare a modo suo.

Da bambina, quando per sbaglio ti cade qualcosa e lo rompi, di solito la mamma ti tranquillizza e ti rassicura dicendo che sono cose che capitano.

Lei no.

Una volta, a cinque anni, mentre la stavo aiutando a sparecchiare la tavola, mi cadde un bicchiere di vetro dalle mani.

La sua reazione fu uno schiaffo.

La punizione: 50 cucchiate sulle mani.

Riuscii a rimuoverle senza sentire dolore solo dopo due settimane;

In terza elementare mi scordai di svolgere un compito.

La maestra mandò un richiamo a mia madre.

Lei per tre settimane di fila, ogni volta che tornavo da scuola, mi rinchiudeva nel sottoscala.

Solo io ed i libri.

Lo faceva per il mio bene.

O almeno era quello che diceva lei;

Tre settimane prima del mio 18esimo compleanno scoprì un pacco di sigarette nella mia borsa.

Annullò i festeggiamenti per i miei 18 anni.

Mi fece fare ogni tipo di test per assicurarsi che non ero andata oltre le sigarette, dopo di che mi rinchiuse in casa per tutto il resto dell'estate.

Potevo uscire solo per recarmi in biblioteca, per svolgere il mio lavoro.

Il 5 Settembre,un venerdì mattina, avrei dovuto fare un test di ingresso per entrare all'università di Oxford.

Ma la sera prima avevo preparato un borsone, vi avevo messo dentro solo qualche vestito e le cose più essenziali.

Alle 4.30, quando ormai Evita era andata a letto da un pezzo, avevo lasciato attaccato al frigo un bigliettino con su scritto:
"Mi dispiace".

Avevo preso il volo delle 6.30.

E da Londra ero arrivata a New York.

Non volevo essere per tutta la vita un burattino nelle sue mani.

Non potevo.

Avevo bisogno di essere me.

E finalmente ero libera.

Una donna anziana, sulla sessantina si accostò vicino a me, risvegliandomi dai miei pensieri.

"Cerchi qualcuno cara?" Chiese, mentre girava una chiave nella serratura del portone.

"Thomas Jaq Campbell abita qui giusto?" Domandai

La donna annuì gentilmente.

Aprì la porta e mi fece cenno di entrare.

"L'appartamento del signorino Campbell è al terzo piano proprio difronte al mio, seguimi"

Salimmo le scale insieme, per tutto il tempo non fece altro che complimentarsi per quando ero carina.

Sapevo benissimo che lo faceva per gentilezza.

Ero stanchissima per il viaggio e dovevo avere sicuramente un aspetto orribile.

Ma mi limitavo ad annuire ed a ringraziarla.

Arrivate al terzo piano mi salutò, invitandomi a prendere un caffè insieme a lei il più presto possibile, prima di entrare nel suo appartamento.

Rimasi tre secondi davanti la porta verde di fronte a me.

Lessi la scritta "Welcome" sullo zerbino tre volte, poi, non so dove, trovai la forza di suonare al campanello.

Triiin triiiin.

Niente.

Dopo qualche secondo riprovai.

Triiin triiin.

Forse era fuori casa.

Decisi di fare un ultimo tentativo.

Triiin triiin.

"Un secondo!" Sentii da dentro.

Era la voce maschile di un ragazzo.

Per lo più almeno Thomas non mi aveva mentito sulla sua età, o almeno sul fatto di non essere una donna.

Dopo qualche secondo la porta si aprì.

Mi ritrovai davanti un ragazzo.

Alto.

Con dei riccioli castani perfettamente spettinati.

Degli occhi azzurri che mi fissavano.

Con indosso un elegante completo grigio.

Riamasi incantata per qualche secondo.

"Posso aiutarti?"

Mi sorrise cordialmente.

Un sorriso bellissimo.

"Ciao Jaq....sono Cherry"


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