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Una storia di Purpleone

Vita di strada

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9 minuti

Pubblicato il 14 giugno 2020 in Humor

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Non sono mai stato particolarmente schizzinoso nei confronti del cibo ma, sarete d'accordo anche voi, che rovistare nei cassonetti dell’immondizia non è certo il modo migliore per procurarsi di che campare. Non nego che, più spesso di quanto crediate, mi capiti di trovare qualche assoluta delizia però, scovarla là dentro, è una vera impresa.

Nonostante ciò, se vuoi sopravvivere, devi fare anche questo.

Vivere per strada non è uno scherzo, lasciatevelo dire. Purtroppo le cose non sempre vanno come vogliamo e le opzioni che il più delle volte abbiamo a disposizione si limitano al fatidico “o mangi di questa minestra, o salti dalla finestra”.

Io ho preferito la minestra, per quanto di seconda mano possa essere.

Non sono il primo e certamente non sarò l’ultimo ad aver fatto questa scelta, diciamo così, itinerante, anche se devo ammettere che avere quattro pareti intorno e un tetto sulla testa, riducono di molto gli imprevisti e le relative ansie.

A pensarci ora sembra passata una vita intera ma io, una casa, l’avevo. Ed era una vera casa, non un rifugio di fortuna.

E avevo anche una famiglia, ma non ne voglio parlare. Vi basti sapere che una sera tornai e le trovai entrambi morte: la mia compagna e l’esserino che ancora doveva nascere.

Uscii e non feci più ritorno in quella casa.

E in nessun’altra casa, per la verità.

Scusate un momento ma ho appena trovato una bistecca di manzo con ancora un sacco di carne attaccata all’osso, che spreco.

Ragazzi, non avete idea di quel che la gente butta via dopo un pranzo o una cena. Un vero banchetto per quelli perennemente affamati come me.

Bisogna dire che, a parte la mia perizia nello scovare queste delizie, giocano a mio favore due circostanze: la prima è di avere la fortuna di bazzicare (senza concorrenza) in una zona residenziale ad alto tasso di benessere, i cui residenti mai hanno saputo cosa significa avere solo una crosta di pane da dividere in due e, la seconda, è di avere acquisito, dopo anni di esperienza, il dono dell’invisibilità quasi perfetta. In periferia e nei quartieri popolari avrei certo molti meno problemi, perché da quelle parti sia io che i miei “colleghi” facciamo in un certo senso parte dell’ambiente; però siamo in troppi, e ci scanneremo a vicenda per portare a casa un boccone come quello che ho appena preso.

Prima di venire a stare qui frequentavo spesso una zona di ristoranti cinesi e, a esser sinceri, non me la passavo molto male. I fornitori lasciavano, la mattina molto presto, le ceste di frutta e verdura nel vicolo sul retro del locale e noi, due minuti dopo, si andava all’assalto facendone razzia. Afferravamo quel che capitava a tiro e sparivamo in un baleno.

A volte capitava però che le nostre incursioni andassero meno che lisce, e allora qualcuno ci ha rimetteva più di qualche osso rotto. I cinesi, quando si tratta di bastonare, ce la mettono veramente tutta. Potete crederci.

Ullalà, una fetta di torta al limone ancora avvolta nella plastica trasparente! Oggi dev’essere il giorno del santo patrono degli accattoni, e questo cassonetto si sta rivelando un vero supermercato. Se trovassi anche un cartone con del succo di frutta sarebbe il massimo. Magari alla pera.

Che c’è? Vi stupisce che non abbia desiderato invece del succo d’uva?

Beh, amici cari, fattevene una ragione. Non a tutti piace quella roba, ed io preferisco di gran lunga un succo di frutta. Possibilmente molto zuccherato.

Dove eravamo? Ah si, i cinesi. Dicevo che, a parte i rischi, in quel periodo non me la passavo molto male, anche se, dopo qualche tempo, ne avevo pieni i sentimenti di sgranocchiare quasi unicamente frutta e verdura e di evitare bastonate cinesi. Cominciai allora a fantasticare di cambiare zona appena ne avessi avuta l’occasione.

E l’occasione arrivò in primavera, o giù di lì, quando incontrai un vagabondo come me che però, in fatto di sussistenza, ne sapeva molto di più del sottoscritto. E anche di tutti quelli che conoscevo, se per questo.

Scorazzammo in lungo in largo per tutta l’estate e solo con l’accorciarsi dei giorni e l’arrivo delle prime piogge vuotò il sacco. Iniziò prima con vaghi accenni su una specie di paradiso nel quale aveva “fatto la tana” tempo addietro, e solo dopo dei tira e molla durati giorni, riuscii a cavargli di bocca la notizia dell’esistenza di un vero bengodi: questo!

Così, senza dargli tregua, lo stressai al punto che un bel giorno, senza armi né bagagli, venimmo a stare qui. Non ne era felicissimo ma ormai gli era scappata la notizia e non poteva farci nulla. Secondo me temeva, in cuor suo, che una volta arrivati sul posto mi sarei sbarazzato di lui per godermi da solo questi lussureggianti pascoli. Passai quasi ogni giorno, durante il “trasferimento”, rassicurandolo sulle mie intenzioni, ma si tranquillizzò definitivamente solo quando gli feci notare che, essendo io molto più giovane e in forma di lui, sarei stato in grado di arraffare le cose in maggior sicurezza e che, ultimo ma non trascurabile dettaglio, avrei potuto agevolmente difendere il territorio nel caso in cui a qualche altro vagabondo fosse venuto in mente di fare il nido dalle nostre parti.

Alla fine cedette e arrivammo qua verso la fine della cattiva stagione.

Trovare un rifugio sicuro non fu per nulla complicato e, in poco tempo, lo rendemmo più che confortevole. Per i nostri standard, naturalmente.

Non furono (e ancora non lo sono del tutto) giorni facilissimi; come potete immaginare due come noi, in questo quartiere, sono fuori posto quanto una zampa in più in un gatto, e di conseguenza, soprattutto all’inizio, abbiamo dovuto tenere gli occhi parecchio aperti. Da queste parti chiunque, vedendoci anche da lontano, strillerebbe come indemoniato mettendo in allarme tutti i residenti. E non ci si può fidare di nessuno, nemmeno dei bambini.

Non parliamo poi del fatto che qui, quasi tutti hanno un maledetto cane.

Molti stupidi cagnolini da appartamento che non farebbero male a una mosca, é vero, ma anche parecchie bestiacce che non disdegnerebbero di piantarci le zanne nelle chiappe.

E senza aver abbaiato prima uno straccio di avvertimento.

Ma allora che ci state a fare? Potrebbe chiedere qualcuno di voi. La risposta è tanto semplice quanto esistenziale: qui si mangia ragazzi, si mangia da star male.

Adesso non lasciatevi fuorviare dal fatto che io stia ravanando in un lurido cassonetto, vi ho già detto prima che non è il mio modo preferito per procurarmi da mangiare, è solo uno dei più sicuri.

Esistono altri modi, magari un tantino più rischiosi ma anche molto più divertenti per procurasi il cibo. E cos’è la vita senza un poco di divertimento?

Il mio preferito, soprattutto d’estate, è aspettare che la calura costringa i proprietari di una di queste belle villette (senza cani, ovviamente), a cercare un poco di frescura a bordo piscina, sotto uno di quei giganteschi ombrelli da giardino. Bastano pochi minuti di attesa e potete star certi che sentirete il padrone di casa chiedere alla moglie una birra e qualcosa da mettere sotto i denti.

Quando lei ritorna in giardino col vassoio delle cibarie e rimette i piedi a mollo nell’acqua fresca, a noi non resta che intrufolarci silenziosamente in casa, attraverso una delle tante porte lasciate incautamente aperte, e rastrellare tutto quello che hanno lasciato sul tavolo della cucina e che, credetemi, il più delle volte non è poco. Non tutti hanno voglia di mettere le cose a posto prima di ritornare sotto la frescura del grosso ombrello, e così ci procuriamo senza molto sforzo delle leccornie altrimenti introvabili. E sto parlando di cose come il burro d’arachidi, il prosciutto e i cetriolini sottaceto.

Ho l’acquolina solo a pensarci.

Solo due volte siamo stati colti sul fatto, e mi venga un accidente se è un’esperienza che voglio ripetere. Qualche volta io e il mio amico, ne abbiamo parlato, soprattutto nelle giornate piovose, e riso sopra prendendoci in giro a vicenda per come ce la siamo squagliata, ma il botto dell’esplosione e il frusciare dei pallini sull’erba, appena dietro i nostri culi, non sono da mettere nello scaffale dei miei ricordi preferiti.

Non lo è neppure quello della notte in cui morì il mio amico.

Era vecchio, questo sì, però non avevo mai preso veramente in considerazione il fatto che potesse succedere e, quando capitò, mi prese proprio alla sprovvista.

Era inverno e faceva un freddo della malora e, quando mi svegliai, me lo ritrovai accanto morto stecchito. Così, dalla sera alla mattina.

Non so se al momento mi seccò di più la sua morte improvvisa o il dover lasciare il perfetto nascondiglio che avevamo usato fino a quel giorno. Di sicuro non mi andava di dormire con lui al mio fianco e poiché non c’era altro che potessi fare, me ne andai alla chetichella.

Girovagai non poco nei dintorni alla ricerca di un altro posto che mi garantisse una discreta dose di sicurezza e abitabilità e, con un poco di fortuna, lo trovai dopo qualche giorno.

Ora sto ai margini di un boschetto, poco distante dall’ultima villetta del quartiere; ho scovato una vecchia e abbandonata casetta per bambini, su un grosso pino, e mi ci son piazzato dentro con grande soddisfazione.

Dalle condizioni della scaletta, per fortuna a poca distanza da terra, e del resto della costruzione, ho intuito che i bambini che l’hanno usata devono ormai essere cresciuti assai, e l’eventualità che vengano a reclamarla mi pare quindi parecchio remota. Dovrò certo renderla un pochino più confortevole, ma già il fatto di stare al coperto nella brutta stagione mi induce a non lamentarmi troppo.

SSST! Fate un attimo di silenzio. Avete sentito quel botto metallico?

Poco lontano da qui qualcuno ha fatto cadere il coperchio di un cassonetto.

Un cassonetto molto particolare. Il mio preferito.

Se é stato uno dei ragazzi più piccoli a buttar via la spazzatura, sono praticamente certo che non ha spostato il gancio che tiene chiuso il coperchio.

Testa fra le nuvole e pigrizia (altrui) sono due fra le mie più fedeli alleate.

Aspetterò ancora un pochino, giusto per dargli il tempo di attraversare il vialetto e rientrare a casa, poi andremo a dargli un’occhiata, che ne dite? La notte è giovane e ci sono ancora tesori da scovare.

Ora, quel che dovete sapere, è che la cosa peggiore dei cassonetti (ed è per questo che nonostante tutto li odio) é il venirne fuori.

Entrarci, se c’è anche il minimo spiraglio, è un gioco da ragazzi. Riguadagnare l’uscita è invece un altro paio di maniche.

Tutte le volte é una sudata che manco a dirlo.

Comunque, in un modo o nell’altro ci riesco sempre: madre natura ha dotato noi ratti di piccoli ma robustissimi artigli e di una coda che all’occorrenza possiamo usare quasi come una molla.

Oplà, bastano pochi tentativi e sono fuori, all’aria aperta e di fronte a voi. Suvvia, non fate quella faccia schifata. Sono un ratto, non una cacca di cane.

Un’ultima annusatina di controllo e poi via, c’è un altro cassonetto che mi aspetta.

Se ne avete voglia (e se ci riuscite), statemi dietro, ho ancora qualche storia da raccontarvi.


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