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Una storia di MirianaKuntz

Paure in numeri

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4 minuti

Pubblicato il 09 aprile 2021 in Altro

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Angelina ha paura degli aerei perché la fanno stare male. Quando alza gli occhi al cielo e vede le scie chimiche, pensa a quando da bambina credeva fosse zucchero filato. E invece no. Col tempo ha ben compreso che quelle fasce biancastre sono il rimasuglio di chi prende e parte, forse solo per un po’, a volte per sempre. Angelina non aveva mai volato, perché soffriva di vertigini, e anche il suo cuore temeva le altezze. Si era immaginata solo una volta lassù, quando il suo unico amore di tutta la vita, le aveva detto che le avrebbe offerto il suo letto in cambio di discrezione e silenzio. Angelina si era vista con la valigia, gli abiti leggeri, gli occhiali da sole, e le medicine da un lato. Si era vista impavida, falciare con le sue piccole gambe la distanza gate- aereo con la stessa energia con cui si fa un salto. Si era vista innamorata, turista senza mappa, con l’unica freccia a puntare su di lui. Poi si era svegliata, sotto il peso di un’offesa, sotto l’accondiscendenza vaga di chi ti invita e poi ritratta, e aveva rimesso via valigia e desideri. Era rimasta a terra Angelina, a guardare partire lui almeno centinaia di volte, a rinunciare persino ad un arrivederci in mezzo agli altri, a sentire la sua voce meccanica solo dal telefono, sotto il chiacchiericcio incostante di un altoparlante a sette lingue. Aveva ripreso con sé tutte le sue vertigini, si era sentita le gambe venir meno, il respiro diventare grosso e opaco. Ogni volta che vedeva un aereo partire, si lasciava cadere con la schiena al muro, sentendone il freddo e il tremore. Con un occhio chiuso ed uno aperto, il punto luce del volo, si trascinava veloce da un punto all’altro, squarciando le nuvole in più punti. Pensava che ci fosse lui, lì sopra, tutte le volte, il cuore le pulsava all’impazzata, ma le dita pur allungandosi non riuscivano a raggiungere l’ammasso ferroso nascosto dal cielo e dall’altezza. Poi lo perdeva, come era già stato, e il cielo schiarendosi la voce, lasciava cadere anche la scia, riportando in avanti solo il sole.

Angelina ha paura dei numeri. Ha paura delle cifre che compaiono sul telefono. Ha paura delle coppie di due, delle triplette da tre, dei cinque vicino ai sette. Quando il suo telefono inizia a squillare, lo copre con il cuscino, aspettando che smetta. Ha paura di sentire il solito odio imbottigliato in una chiamata. Teme il confronto, la sorpresa, si nasconde da chi la cerca. Angelina trema al pensiero di un sesso forzato, di una mano che la strattona, di una mente che decide al posto suo gli orari e i giorni, della voce che cancella ogni decisione, portandone di nuove, fisse e metalliche. Angelina si morde le labbra, e ricerca il silenzio. Quando esso diviene troppo fitto, teme allora che il nemico stia in un angolo ad osservarla. Le cifre di un numero, si accoppiano e si moltiplicano, come l’esercito di Einstein, diventando una flotta corposa che non lascia riprese né ritirata. Quando il telefono è muto, Angelina non sa cosa aspettarsi, batte con un piede, lo lancia sotto la sabbia, come l’osso di un cane. E aspetta, che un altro giorno, la uccida.

Angelina ha paura del suo corpo. Vorrebbe prenderlo a morsi da capo a coda, per renderlo sottile come piace a lui. Quando è nuda davanti agli specchi, non sa cosa raccontare alle sue cosce grosse e alle sue spalle squadrate. Prova a dire qualche bugia, parlando della sua bellezza, poi la lingua le si incastra tra i denti, sentendo bruciare il vero in mezzo al finto. Sanguina il corpo di Angelina, perché ciò che racconta non è vero. Prende a pizzichi le sue braccia, provando a sentire qualcosa, ma ciò che avverte è solo il ribrezzo che la sua pelle le procura, quando scontrandosi col movimento, diviene duna di imperfezioni. Prova a lavarlo forsennatamente, cercando di lavare via la vergogna, aspetta inquieta che i suoi capelli diventino biondi, che la pelle le si schiarisce, che gli occhi mescolandosi con il verde rubino, diventino più belli. Quando il tempo disfa i desideri, Angelina si copre con i suoi lunghi vestiti, correndo via nei suoi labirinti erbosi. E aspetta, che lui l’ami anche così.


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