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Una storia di MirianaKuntz

Le donne dimenticate

Metafora di chi ama e smette presto

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9 minuti

Pubblicato il 14 marzo 2021 in Storie d’amore

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Fare l’amore con lui era come svuotarsi per fare spazio a cose più belle. Lo lasciavo entrare dentro di me, come se fosse impaurito e bagnato, sotto una tormenta. Io, dall’altra parte del vetro, lo osservo tutte le volte, gli porgo la minestra, la coperta, gliela aggiusto sulle spalle, e prima che lui possa dire una parola, lo accarezzo sulla testa, e lo metto a dormire. È così che mi sento tutte le volte che lui è dentro di me, e che io sono un po’ dentro di lui. Io sono la sua minestra calda, e lui è per me, la volta in cui smetto di essere una sola, per diventare un due. Lui questo lo sapeva, si vedeva dal modo in cui mi restava attaccato anche quando aveva smesso di sentire piacere. Eravamo incollati come da una strana magia, che ti impone vicinanza e calore, anche in piena estate. La stessa storia si era ripetuta per tutta la notte, lui aveva avuto freddo, ed io avevo dispensato un po’ del mio calore. Ci eravamo tenuti stretti sotto la tormenta di pioggia e neve, poi ci eravamo addormentati come ogni volta, ancora stretti e sudati, come dopo una battaglia dove nessuno dei due si fa male, e dove la linea sottile di dolore, si mescola col piacere, innescando una strana sensazione di appagamento. Lo avevo sentito vestirsi, bere il suo caffè, avevo sentito il rumore in fondo al corridoio del suo profumo preferito, tirato su la zip del cappotto, facendo stridere la plastica contro la stoffa, e poi aveva chiuso la porta. Io ero rimasta ancora un po’ ad occhi chiusi, godendomi quel bacio plastico che mi aveva lasciato sulla bocca poco prima di andare via. Mi ero accesa una sigaretta, spostandomi i capelli da un lato, mostrando i seni fieri e coraggiosi alla pioggia del mattino. Mi sentivo irrequieta quella mattina, come se qualcosa di strano e minaccioso stesse facendo sinistri giochi con la mia vita e la mia sigaretta. Sembrava come scarica, ad ogni boccata, il fumo grigiastro della Malboro, era sempre meno corposo e carico. La avevo spenta e lanciata sulla moquette della camera, fino a mangiare i miei due toast bruciati sul bordo. Mike non sarebbe tornato prima delle cinque, da quel lavoro che detestavo e che le portava lontano da me: aiuto cuoco. Mi sembrava sprecato in un ristorante così piccolo e lercio, eppure i soldi che guadagnava servivano ad entrambi per vivere e tirare avanti. Piastrare hamburger e lavare insalate, battibeccare con le bambine viziate e le nonne appiccicose, mi permetteva di fare sesso, di mangiare il mio pane tostato, di fare la spesa in fondo alla strada, di strofinare i miei denti col denitrifico sottomarca.

Avevo tirato su le tapparelle, messo su una pentola con del minestrone, mi ero mesa dei vestiti puliti e mi ero tirata i capelli all’indietro. Avevo persino battuto i cuscini quella mattina, passato lo straccio, e raccolto dieci sigarette spente dal pavimento della camera. Quando Mike imboccava il viale di casa me ne accorgevo dal fastidioso rumore che facevano i suoi freni ad ogni mezzo metro. Ero corsa sull’uscio della porta, tirando su il cappuccio, ma Mike sembrava triste. Aveva gli occhi bassi, si guardava le scarpe, e se ne stava immobile sotto la pioggia, come ad aspettare qualcosa o qualcuno. Gli camminai incontro, sentendo la pioggia glaciale sferzarmi sui vestiti. Mi sentii per la prima volta, io stessa, quella a cui viene offerta la minestra e la coperta sulle spalle. Mike continuava a fissarsi le scarpe, come a trovarci un difetto. Lo chiamai, cercando di destarlo dal suo sonno cosciente, ma prima che potessi provare paura, Mike, alzando lo sguardo, corse dritto alla porta di casa, sbattendomela sulla faccia. Avevo lasciato dentro le chiavi, conscia che Mike, come tutti i giorni avrebbe semplicemente bussato, facendosi strada tra la tavola e il letto. Diedi un pugno, due, forse cinque. Smisi di contarli quando iniziai con una serie di domande ripetitive: cosa ho fatto? Perché? Cosa ha scoperto? Cosa gli hanno raccontato? E se stesse male? Se fosse malato? Se volesse rompere con me? Quando smisi di bussare con le mani, tentai una raffica fatta di piedi ed imprecazioni, fino a quando Mike, aprendo la porta, mi volse un religioso ed educato- Prego?-

-se è uno scherzo smettila, perché non è divertente-

-di cosa sta parlando?-

-sono io Mike, la tua ragazza-

-ma cosa dici, non sei la mia ragazza-

-smettila di fare lo stronzo-

-signorina, mi scusi, ma non la conosco, e non so di cosa sta parlando-

Prima che potessi rispondergli qualcosa, aveva provato per la seconda volta a sbattermi la porta sul naso. Gli diedi una spinta, guadagnandomi l’entrata.

I miei vestiti grondanti di pioggia, sembravano contenere mezzo oceano. Sentivo le gocce tintinnare sul legno consunto dell’ingresso. L’acqua, formando un rigagnolo, stava raggiungendo il primo piede della tavola.

Pensai come prima ipotesi ad un incidente, ma Mike non aveva alcun segno di violenza o trauma. Pensai ad uno scherzo, ma la sua durata stava raggiungendo tempi biblici. Pensai ad una strana scusa per liberarsi di me, ma non riuscivo ad immaginare che Mike avesse tanta cattiveria dentro di sé. Corsi in camera, seguita subito dopo dalla sua figura, ma nell’armadio non c’erano più i miei vestiti, ero scomparsa dalle foto appese nel corridoio, non c’era più la mia tazza lasciata a gocciolare, persino le mie sigarette non c’erano più.

-ti do un po’ della mia minestra se hai freddo, hai ancora freddo Mike?-

-se vuole un pasto e qualche banconota possa aiutarla, signorina, ma non mi chieda altro-

Mike aveva dimenticato anche il nostro modo di dire, non ricordava il sesso profumato tra le lenzuola, di che colore fosse il mio spazzolino da denti, cosa indossassi di solito, il modo buffo in cui mettevo su le sue camicie per coprire i miei seni nudi. Non aveva in mente nessuna delle nostre canzoni, non ricordava perché avessi quella stramba cicatrice accanto all’occhio. Non c’era più il mio numero nel suo telefono, non ricordava le sue cifre a memoria, come suo solito. Non avevo più nel cassetto, i vestiti che mi aveva regalato, né le sue scarpe preferite, che indossavo, solo per fargli piacere. Non aveva più voglia di ripetermi di smettere di fumare, non mi avrebbe chiesto più alcuna torta, non avrei potuto più osservarlo cucinare, quando metteva dentro il tegame almeno sei colori di pietanza, sentendosi arlecchino.

E il nostro primo incontro sotto la pioggia, non esisteva più. Non c’erano più i lampioni mezzi rotti, che facevano luce ad intermittenza, mettendomi paura. Non c’era la sua risata, ma solo il suo sguardo compassionevole. Non c’erano le sue mutande in mezzo alle mie, lo specchio del bagno, non ci avrebbe più riflesso insieme, intenti a toglierci da dosso morsi e mascara. Quell’uomo non era più il mio Mike, ma una copia indefinita, che portava addosso i vestiti con cui aveva lasciato casa nostra quella stessa mattina. Non aveva sul collo il mio profumo, impresso la notte prima, non ricordava più quanto fosse bello baciarmi tutto il giorno, tra un turno di lavoro e un attimo di pace.

Battevo i denti, in preda al freddo e al panico. Pensai che è così che quelle donne -dimenticate in un niente- dovessero sentirsi, ogni volta. Mi sentivo ancora io, quella che dall’altra parte della finestra si stringeva nel giubbotto inadatto alla tormenta. Dall’altra parte nessun aiuto o carezza amica.

Provai un’ultima cosa, a riprova della sua estraneità. Mi lanciai nelle sue braccia, baciandogli la bocca. Dopo tre secondi, in cui pensai che lui scoppiasse a ridere, Mike si staccò da me, dandomi una leggera spinta. Sbarrai gli occhi, come uno di quei cani che rimasti soli in autostrada, fanno a pugni con le macchine feroci dei passanti.

Provai ancora e ancora, stringendogli i polsi, provando ad innescare qualche ricordo. Ma Mike si ritrasse di nuovo, diventando rosso tizzone, come tutte le volte in cui qualcuno che non gli piaceva, lo costringeva nel fare qualcosa. Ero al mio ultimo bacio, quando una strana ragazza sconosciuta, dai capelli biondo cenere, aprendo la porta di casa, trascinava una grossa valigia color panna. Mi sorrise, quasi a volermi sfidare, poi con fare distratto, chiese a Mike di chi si trattasse.

-io sono la sua donna- le dissi sicura e severa

-non credo proprio, io sono la sua donna!-

-non so amore, questa strana ragazza mi sembrava in difficoltà, mi ha chiesto un aiuto, voglio giusto darle qualcosa da mangiare e qualche banconota, poi ripartirà per la sua strada-

Aveva usato due parole nella stessa lunga frase che mi avevano spezzato da dentro. Non ero più io il suo amore, e mi aveva spinta verso una strada che non era lui.

-questa è casa mia, ci vivo da quattro anni insieme a Mike, ci conosciamo da quando ne ho dieci, e per niente al mondo mi avrebbe lasciata da sola-

-si dia il caso che ti sbagli, e che sei sempre stata sola, non è la tua storia questa, è la mia.- rispose la donna misteriosa lanciando la valigia nel corridoio, pronta a prendere posto nella mia stanza

-Io dentro di te, tu dentro di me, tutta la vita, tutta la vita, Mike- iniziai a gridare, mentre come una pazza, venivo allontanata centimetro dopo centimetro dall’amore della mia vita. Mi ero sentita frugare nelle tasche, qualche soldo e un panino ci era finito dentro, grazie alla buona carità dei due.

-mi dispiace, non posso aiutarti- concluse Mike, dandomi un’ultima leggera spinta, che mi fece capitolare sulle tre piccole scalette di casa. Prima che la porta di casa si chiudesse, però, notai una strana collana al suo collo, che non gli avevo mai visto prima. Luccicava di una strana luce sinistra, e l’intarsio, sembrava simile a quello di un cuore spezzato.

Fuori la pioggia, riprese il suo scrosciare furioso. Tutto di me era bagnato da tutto quello che cadeva dal cielo del mondo. Tutto quello che avevo sempre amato, si era dissolto in mezzo ad una città simile ma non uguale. Rannicchiata sulle ginocchia, provai a svegliarmi da quello che aveva tutta la parvenza di un incubo. Dalla finestra che dava sulla strada, Mike faceva roteare la donna, come faceva spesso con me. Ballavano, sotto una musica che udivo appena. Poi essa, si fece sempre più forte, fino a raggiungere le mie orecchie.

Era la nostra canzone, quella della volta in cui avevamo fatto l’amore per la prima volta.

Tutto di me, adesso, rassomigliava alla tormenta che si era abbattuta sulla nostra cittadina, da ormai quarantotto ore.



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