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Una storia di Rhoda

La finestra di mezzo

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14 minuti

Pubblicato il 12 maggio 2019 in Horror

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Le ginocchia penzolavano, molli, oltre il bordo grezzo del muretto.

Il naso del bambino - sei anni, occhi azzurri e capelli folti e neri come la pece - puntava in alto, piccolino, arrossato dal freddo pungente.

I suoi occhi restavano fermi sui lucidi ed iridescenti riflessi di una finestra.

Non una finestra qualsiasi.

La costruzione si ergeva somma e grigia davanti a lui, la facciata del lato sud del maniero era puntellata, ad intervalli regolari, da una serie di finestre dai vetri piombati.

La terza finestra nella fila di mezzo era la detentrice delle attenzioni del bambino.

Non vi era niente di particolare, a prima vista, ma se si guardava bene, ad una certa ora del giorno, poco dopo il tramonto, e prima che le ombre della notte calassero sulla terra, si poteva scorgere al suo interno uno spettacolo da mozzare il fiato.

Alcuni raccontavano di aver visto un carosello di luci intense, di raggi rossi, argentei, dorati e blu inseguirsi e susseguirsi in una danza spettrale; altri ancora erano stati testimoni di fiere impazzite e indemoniate, di animali, grossi quanto il maniero stesso, che ondeggiavano e ballavano festosi ed allegri, a ritmo di musica: elefanti eretti sulle preziose corna d’avorio; giraffe dai lunghi colli tempestati d’oro e di gemme; leoni e tigri dritti su due zampe, quelle posteriori, in cilindro e doppiopetto blu, criniere in aria; oltre a vari e rari uccelli di tutti i tipi, dai colori variopinti ed accesi, con piume pregiate, morbide come la seta; bestie sfolgoranti, tutte grandi, possenti, tutte in una sola stanza, tutte racchiuse dietro quella finestra.

Era una storia, travestita da leggenda, raccontata da bambini e ragazzi come Jimmy – questo il nome del bambino –, tramandata e modificata nel corso degli anni; una storia, narrata molti anni prima, da quelli che Anne, sua madre, definiva squilibrati, anche se Jimmy non sapeva cosa volesse dire. Il significato della parola squilibrati era tanto sconosciuto quanto sgradito: sapeva che non era nulla di buono, oh sì, questo lo sapeva, lo percepiva dall’espressione di Anne ogni qualvolta si faceva menzione di Greyson Manor e dei suoi ferali, mastodontici fantasmi.

«Sono storie da squilibrati, Jimmy», usava dire, «non dargli ascolto: tu sei un bambino intelligente!»

Dopo che Tom, il figlio del lattaio e suo amichetto preferito, aveva avuto la sua occasione, si era appostato per diversi giorni – sempre prima del tramonto e mai prima del buio – e aveva visto, adesso

anche lui voleva il suo momento.

Anche lui voleva raccontare la sua versione, fremeva di desiderio, perché allora a lui avrebbero creduto, il papà e la mamma.

Lo aveva anche proposto, al suo compagno di giochi.

“Ti va di andarci insieme?” aveva chiesto, fagocitato dalla voglia di condivisione, elettrizzato all’idea di poter vedere gli elefanti e le tigri, i pappagalli e i colibrì, i bagliori rossi e le luci blu.

Tom aveva fatto spallucce, aveva deglutito, con una manina carezzava la propria nuca, i piedi intrecciati: “Io…” aveva esitato, le guance divenute due grosse ciliegie rosse e accaldate, “io l’ho già fatto, fallo tu!”

Jimmy per un momento scorse il lampo della paura e della vergogna negli occhi dell’amichetto, ma poi scacciò via dalla testa l’idea stupida che ne conseguì: no, Tom non poteva aver paura, perché Tom diceva la verità.

A Tom lui credeva. Erano amici inseparabili, le parole di uno erano legge per l’altro.

“Decidi tu il giorno” aveva insistito Jimmy; e ancora una volta, Tom aveva fatto segno di no con la testa, le mani, le braccia, l’intero corpicino si ribellava a quell’idea. “Vacci tu” l’aveva liquidato allora, scontroso e stufo marcio di tutta quella storia.

E così aveva fatto, Jimmy.

Per questo lui era lì, adesso. Per il suo momento.

I tacchi e le punte delle scarpette stringate, marroni e vecchie di un anno, un po’ strette e dalla suola sinistra consumata, si toccavano e sbattevano, a ritmo di una canzone popolare udita da Jimmy alcuni giorni prima.

Era stata la mamma a cantarla, le mani immerse fino ai gomiti nella tinozza dei panni da lavare. Strofinava, la mamma, energica e col fiatone, e intanto Jimmy si divertiva ad osservare la pozza di sapone e gelida acqua ai suoi piedi diventare sempre più larga, con i riflessi dell’arcobaleno che si muovevano in essa, formando piccoli irregolari cerchi.

La tentazione di giocarci dentro era stata forte, di piantare le manine e i piedini nei freddi ghirigori di quella piccola magia casalinga.

Ma Jimmy obbediva, perché Jimmy era un bravo bambino.

Jimmy sapeva che la mamma non voleva che si inzuppasse, che si insudiciasse.

Oltretutto, i vestiti che la mamma stava lavando con foga e puntigliosa precisione, non erano i suoi né di papà, ma appartenevano ai Greyson, i padroni del grande maniero dove la mamma prestava servizio,

lo stesso maniero che adesso osservava curioso ed impaziente.

In attesa, sospeso, trepidante di aspettative.

Quindi aveva desistito, per timore o per ribrezzo verso lo sporco.

Ma non sempre ci riusciva.

A volte assecondava i capricci e gli istinti considerati sbagliati, quelli che facevano arrabbiare la mamma.

Sarebbe finito nei guai, lo sapeva bene, e lo accettava.

Tutto, tutto pur di assistere ai bagliori.

Aveva fatto il giro del maniero, attraversato una serie di cespugli folti e spinosi – così alti che gli arrivavano in vita, facendogli credere di essere entrato in una giungla segreta – e raggiunto di soppiatto il muretto di cinta, duro e ispido, su cui adesso sedeva.

Le gambe penzolavano dall’altra parte, nel giardino all’inglese ben curato dei Greyson, assecondando la melodia della vecchia canzone, le labbra a mimarne le parole.


Amor mio, voi mi fate del male, escludendomi così scortesemente.

Perchè io vi ho amato così a lungo, deliziandomi della vostra compagnia.


Per Jimmy, quelle parole erano un concetto astratto e lontano, appartenevano agli adulti, lui di amore capiva poco o niente.

Certo, l’amore per la mamma lo conosceva bene, l’amore per i campi, per le farfalle, ma il tipo di amore descritto nella canzone gli sembrava piuttosto disgustoso, roba da grandi.

Nonostante questo, a lui quella canzone piaceva, perché era stata la mamma ad insegnargliela, a cantarla con lui, davanti a lui, sempre troppo impegnata, sempre con le mani nella tinozza, con la testa altrove.

La voce della mamma era per lui; i suoi occhi benché affaticati, erano puntati su di lui, mentre con infinita parsimonia e pazienza, ignorava gli sguardi di alterigia del personale di servizio, sopra al suo livello, quasi indegni per superiorità di guardarla.

Anne era una sguattera.


La Dama dalle Verdi Maniche era tutta la mia gioia.

La Dama dalle Verdi Maniche era la mia felicità.

La Dama dalle Verdi Maniche era il mio cuore d’oro.

E chi altri, se non la mia Dama dalle Verdi Maniche?


Jimmy sorrideva, richiamando dentro di sé l’intonazione di voce leggera e delicata che Anne aveva quando cantava.

Il sole tracciava raggi di luce arancione nel cielo, da dietro nuvole vaporose; tutti i colori del mondo si fondevano insieme in quell’unico attimo.

Era un’esplosione silenziosa, il tramonto.

Il momento sarebbe presto arrivato: Jimmy raddrizzò la schiena, si schiarì la voce ed aguzzò la vista.

Infilò la mano nella tasca destra del gilè, marrone come le scarpe – perché lui era un signorino, come diceva la mamma – e ne estrasse un taccuino. Era piccolo, con la copertina di cuoio, le pagine ingiallite e ripiegate ai lati. Anche per questo sarebbe finito nei guai: il libriccino non era suo, lo aveva preso dal cassetto di papà.

Aveva avuto un’idea, passando distrattamente davanti al sottoscala – lì dove il cassetto era immerso nell’oscurità e nella puzza di stantio. Era rimasto cinque minuti davanti alla porticina in legno, fermo a soppesare la gravità di quel gesto ma anche il possibile divertimento e la certa gloria che ne sarebbero derivati.

Proprio così, gloria, fu la parola che lo convinse ad aprire la porta, chinare il capo – come se ne avesse avuto bisogno! - ed entrare. A tastoni aveva trovato il cassetto – la cui chiave per fortuna era andata perduta – e con le piccole manine tremanti aveva pescato all’interno.

Si era sporcato le mani con i residui di inchiostro ancora fresco sul fondo del cassetto; aveva toccato viti e bulloni; aveva ritratto improvvisamente la mano quando un cordone molliccio e appiccicoso lo aveva sfiorato. In un primo momento pensò si trattasse di un grosso verme, riusciva già a vederne gli aguzzi denti lucidi e brillanti fare breccia nell’oscurità e dentro la sua carne; ma poi si ricordò di un vecchio pezzo di pompa da giardino tranciato a metà, dei suoi bordi irregolari e appuntiti, del barattolo di colla che Jimmy stesso aveva versato sopra al tubo, pochi giorni prima, perché voleva disperatamente catturare le farfalle.

Fantasie da bambino.

Si era fatto coraggio, affrontando nuovamente l’inchiostro, i bulloni e il mostro molliccio, e finalmente lo aveva trovato.

Veloce lo aveva infilato nel gilè, veloce aveva chiuso il cassetto.

Veloce aveva afferrato una matita molto consumata dal mobiletto vicino la porta d’ingresso.

Veloce era uscito di casa.

Sì, si era ripetuto durante il tragitto dal villaggio a Greyson Manor, era stata davvero una grande idea: adesso poteva disegnare ciò che avrebbe visto al maniero.

Lo avrebbe ricordato per sempre; e la gloria, ancora lei, sempre lei presente nei sogni di Jimmy, lo avrebbe accolto quando tutti, finalmente, avrebbero creduto a quelle storie.

Alla sua storia, alla sua testimonianza.

Era la prima volta che vedeva e sfogliava veramente il libriccino; ma lui di tutte quelle cifre e parentesi, di quei numeri scritti in rosso e in nero, alcuni piccoli e alcuni grandi, non ci capiva un bel niente.

Distingueva solo la data dell’anno corrente, era il 30 Novembre del 1901, e saper riconoscere quel particolare lo riempì di orgoglio.

Merito degli insegnamenti diligenti di Anne, non puoi comportarti da sprovveduto, anche se non vai a scuola, perché non lo sei!”, gli ripeteva.

Mentre aspettava che la magia si palesasse davanti ai suoi occhioni, già liquidi per l’emozione, Jimmy scarabocchiò sul quaderno.

Posso scarabocchiare sul quaderno degli scarabocchi di papà, era stato il suo unico pensiero e lo aveva detto ad alta voce, giustificandosi in anticipo e scusandosi, perché Jimmy era un bravo bambino.

Con manina inesperta, tracciò la sagoma della finestra e il profilo del maniero, impreciso, piccolo, delimitato al singolo simbolo della finestra di mezzo, quasi come se il maniero stesso iniziasse e finisse proprio in quel punto.

Il sole andava scomparendo dietro l’orizzonte, disegnando un’aura di profondo arancione attorno al maniero. Le finestre adesso rilucevano, screziate di rosso e di giallo intenso.

La finestra di mezzo era la più brillante.

Con la mina consumata della matita, il bambino riprese a disegnare.

Quello che vide venne immediatamente copiato: un’ombra alta con un grosso cilindro calato sulla testa, come se quest’ultima vi fosse rimasta incastrata dentro, e fosse impossibile separarli.

Ancora una volta, Jimmy sorrise, estasiato.

Era una tigre? Un gatto? Cos’altro avrebbe visto? Di cos’altro avrebbe raccontato?

La fama del maniero, della finestra, le leggende e i suoi vaporosi fantasmi, erano troppo popolari e non all’altezza di quel misero scarabocchio.

Non bastava.

Quindi, aguzzò ancora di più la vista: adesso l’ombra si spostava a destra e a sinistra, alla ricerca di qualcosa, agitata, fremente.

Si fermò poi, di scatto, davanti alla finestra, impossibile dire se i suoi occhi da belva fossero puntati su Jimmy o sul lato opposto della stanza.

La luce era ancora molto forte, ed era difficile distinguere i tratti di quella pozza nera e convulsa.

Jimmy restò immobile, terrorizzato dall’idea di essere stato scoperto. La sua mano si aggrappò saldamente alla matita, spezzandone la mina: adesso non era più utilizzabile.

Senza distogliere lo sguardo dalla finestra, udì un rumore provenire da sotto il suo mento: era simile ad uno strascicare, un tracciare, uno scorrere di carta e pagine.

L’ombra si ingigantiva davanti ai vetri, la massa ingombrante e raddoppiata, troppo perché una singola stanza, un singolo maniero, potesse contenerla.

Eppure, l’ombra era lì.

Si gonfiava, sbruffava, sbuffava dalle narici vapori caldi, si agitava, nervosa, si contorceva su se stessa, le braccia disarticolate, il collo lungo, storto, piegato da un lato.

Due paia di braccia, due teste, due corpi, due busti.

Moltiplicata, quell’oscurità deforme sembrava contenesse al suo interno anime perse e dannate, aggrappate, scarnificate, pronte ad emergere e a vomitare liquidi densi e cupi sopra al mondo.

Presto, il maniero – pensò il bambino – le finestre e il giardino non esisteranno più, esploderanno sotto il peso della creatura, distruggerà tutto, anche me! Finirò nel suo pancione; come il verme nel cassetto di papà, affonderà i suoi denti dentro la carne delle mie braccia, del mio collo, mangerà anche i piedi?, e delle mie orecchie e dei miei occhi cosa ne farà?

Il rumore, il sinistro strascicare, quell’accartocciarsi di carta su carta, era ora più forte che mai.

Jimmy non distoglieva lo sguardo, non poteva, era bloccato.

Un fianco dell’ombra si staccò parzialmente; indipendente, la parte superiore si dimenava. Il risultato di quella scissione assomigliava ad una danza capricciosa, amorfa, violenta, eseguita con disordine da un uomo e da una donna, adesso Jimmy vedeva bene entrambi.

Le loro ombre si allargavano sul muro, illuminate dalla luce di cento, mille candele.

Quando finalmente guardò in basso, il bambino rabbrividì d’orrore e sgomento.

La matita si muoveva da sola, la mina era inutilizzabile, eppure scriveva ancora. Indipendente, guidata da una mano fantasma, posseduta.

Erano parole dettate da un’ira nascosta, infida e maligna.

Jimmy non sapeva leggere eppure il significato di quelle parole lo aveva raggiunto.

Non erano soltanto lettere messe lì a casaccio come i numerini di papà: erano moniti sanguinari.

VATTENE!

VIA DI QUA!

UCCIDERÒ ANCHE TE!

Ripetuti all’infinito, sovrapposti, marcati, erano avvertimenti crudeli, legati ad una voce, profonda e roca, che Jimmy sentiva rimbombare dentro di sé, da sopra il rumore della matita che scriveva, scriveva, scriveva, animata da demoniaca vita propria.

Il buio era calato, la terra era stata inghiottita dalle ombre.

La finestra di mezzo era l’unico punto di luce, il suo bagliore rosso e giallo era ancora forte, violento.

Il lugubre caleidoscopio si mostrava ancora davanti ai suoi occhi in tutta la sua potenza infernale, le ombre si agitavano, crescevano di volume, i pugni chiusi ad artiglio di una, un’estremità appuntita e fendente nella mano dell’altra.

«Quello è un coltello!» bisbigliò Jimmy, a denti stretti, tremante di paura.

Se solo fossi più coraggioso, pensò, chiamerei aiuto. Scavalcherei il muretto e andrei da mamma a cercare aiuto! Potrei farcela! Basterebbe solo scendere dall’altra parte, ritornare al villaggio e chiamare papà!

Potrei aiutare la donna in pericolo dentro il maniero!

Un lampo veloce, rosso e giallo, brillò sulla lama, che di colpo, di netto, penetrò nelle viscere della donna.

Una volta, due, tre.

Un gesto infinito, un rituale sanguinario perpetrato con fredda crudeltà.

Se solo la paura non lo avesse tenuto legato per le caviglie in quella posizione di stazionario attonimento, lui avrebbe fatto qualcosa, anche solo per salvare se stesso, per scappare, per non vedere l’orrore della morte passare davanti ai suoi acerbi, innocenti occhi.

La matita, in un gesto secco, smise di scrivere. Esausta, spompata, cadde dall’altra parte, atterrando sull'erba umida del giardino all'inglese.

Il blocchetto rimase sulle sue ginocchia, le pagine strappate in mezzo, nel punto in cui la matita aveva esercitato una maggiore pressione.

Un ultimo sguardo alla finestra, e Jimmy vide le ombre ridursi, rimpicciolirsi fino a diventare sagome di persone adulte.

Le braccia non si agitavano più; le mani dapprima strette in un pugno disperato erano ora molli, penzolavano sulle spalle dell’uomo; il ventre sgonfio e squarciato sporgeva in avanti, fiotti di sangue denso e scuro ne fuoruscivano incontrollati.

Jimmy chiuse gli occhi. Cadde all'indietro, seguito da un tonfo sordo.

Quando poche ore dopo Anne corse a cercarlo, qualcosa dentro di lei la guidò fino al maniero.

Sapeva dove lo avrebbe trovato, sapeva cosa avrebbe visto: era un sinistro presentimento, un richiamo proveniente dalla sua parte più intima e percettiva, nata nel momento stesso in cui era diventata mamma.

Nata con Jimmy.

Il corpo del bambino giaceva supino, il taccuino aperto sul suo grembo. Quando Anne lo vide, attraverso la coltre appannata di lacrime irrefrenabili, e si accorse delle linee contorte e confuse, senza ordine o significato, capì.

Jimmy aveva fatto attenzione a non scrivere sopra i numeri del papà, a non intaccare la contabilità del capofamiglia.

Perchè Jimmy, esanime ed esangue, cinereo ed immobile sulle ginocchia della madre, era un bravo bambino.

Perchè Jimmy aveva conosciuto l’orrore e la violenza della morte troppo presto.

Perchè Jimmy era morto di paura.


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