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Una storia di MarcoPolli

La sconfitta ha l’oro in bocca

Chi troppo vuole nulla stringe

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7 minuti

Pubblicato il 25 ottobre 2020 in Altro

Tags: #PrimoTriumvirato #StoriaRomana

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Erano tempi cupi a Roma. Nessuno sembrava più ricordarsi della grandezza dell’Urbe, nata e assorta a Potenza del suo tempo grazie al costante favore degli Dei che la proteggevano fin dalle origini. Nessuno sembrava più ricordarsi che il raggiungimento delle massime cariche politiche era, per chi le conseguiva, il massimo degli onori immaginabili per operare al meglio per il benessere e la gloria di Roma stessa e non un punto d’arrivo per la propria gloria personale.

In un periodo in cui l’interesse della collettività aveva lasciato spazio alle ambizioni di potere dei singoli e delle fazioni a loro asservite, l’ordine sociale si era dissolto nella tragedia delle guerre civili dove il legionario combatteva contro il legionario, il cittadino contro il cittadino, la gens contro la gens congiunta, il popolo contro l’aristocrazia e la personalità di spicco cercava di eliminare le altre personalità di spicco per assumere il potere politico per la propria brama di potere.

Quando la situazione sembrò tornare sotto un’apparente stabilità con il potere accentrato nelle mani di Lucio Cornelio Silla, l’uomo forte del momento che avvalendosi di purghe, liste di proscrizione ed altri mezzi più o meno leciti, era riuscito a porre un freno alle continue violenze intestine che ormai da troppo tempo attanagliavano l’Urbe, accentrando tutto il potere nelle proprie mani attraverso l’esercizio della dittatura perpetua, il Fato sembrò volersi divertire ancora una volta a metterci lo zampino mischiando nuovamente le carte. Tutti sapevano che Silla non sarebbe stato eterno e che presto o tardi avrebbe concluso pure lui i suoi giorni terreni e cominciavano a serpeggiare timori silenziosi su come avrebbero reagito fazioni contrapposte appena uscite da anni di guerra civile al venir meno dell’uomo forte garante della fragile concordia urbis appena ristabilita. La pace tra l’aristocrazia e i populares avrebbe retto o i dissapori latenti avrebbero portato ad una recrudescenza delle guerre intestine? Quale sarebbe stata la sorte della nuova classe dei neo arricchiti grazie all’accumulo dei beni delle vittime delle liste di proscrizione stilate sotto l’egida Sillana uscita dalle recenti guerre interne? Come si sarebbe comportata nei loro confronti la popolazione?

Mentre queste ed altre domande catalizzavano l’attenzione latente dell’opinione pubblica del tempo, salirono definitivamente ai massimi onori dello Stato tre uomini usciti indenni dalle repressioni civili durante le quali avevano mosso i primi passi nella vita pubblica dell’Urbe, fino ad arrivare a godere di un’influenza personale di grande rilievo nella vita politica della Repubblica: Gneo Pompeo vicino all’aristocrazia senatoria, Caio Giulio Cesare appoggiato dal partito dei populares e l’ambizioso Marco Licinio Crasso, uno dei nuovi ricchi che avevano accumulato ingenti fortune proprio grazie all’acquisto dei beni delle vittime delle proscrizioni.

Fu così che alla morte del dittatore, per uno scherzo del destino, le due originarie anime di Roma si trovarono fatto e formato ciascuna il proprio uomo forte in cui riconoscersi per cercare di riempire il vuoto politico che si era venuto a creare.

In tutto questo Crasso si inseriva alla perfezione tra le due altre personalità di spicco dell’epoca avendo stretto rapporti d’amicizia con Cesare mentre le vicende politiche lo avevano affiancato a Pompeo nelle massime cariche, tanto da giungere a condividere con lo stesso il consolato.

Poter assistere in prima persona alla piega che presero gli eventi che scaturirono dagli accordi che questi tre grandi personaggi prendevano in privato per definire le strategie della gestione della cosa pubblica, col pieno consenso e approvazione dei padri coscritti, che all’inizio nulla sospettavano e troppo tardi presero coscienza dei risvolti politici che gli effetti di questo novello Triumvirato avrebbero avuto sul futuro dell’Urbe, fu un vero privilegio cui solo a pochi eletti il Fato diede la possibilità di partecipare riuscendo a sopravvivere abbastanza ai protagonisti da poter tramandare il tutto ai posteri.

Detto questo agli occhi di un osservatore arguto e attento non sarebbe sfuggito fin da subito chi sarebbe uscito vincitore da questo delicato equilibrio di poteri, colui che avrebbe spazzato via gli ultimi rigurgiti del vecchio modo di intendere la politica imponendo un nuovo corso alla storia dell’impero: Giulio Cesare. Ma come si concretizzò, in buona sostanza, il capolavoro politico di quest’uomo di nobile ed antica famiglia, seppur lui stesso dal passato giovanile anonimo, ma tenuto oltremodo in considerazione dalla plebe? Chi avrebbe mai potuto pensare alla possibilità di conquistare il favore totale ed incondizionato del popolo con il voto e l’approvazione delle istituzioni se non Giulio Cesare? Chi mai avrebbe potuto farsi assegnare tutte quelle ingenti risorse umane e materiali necessarie ad un progetto grandioso ed impensabile fino a poco tempo addietro da quelle stesse istituzioni che sarebbero arrivate ad auto esautorarsi, de facto, una volta revocato il consenso senatorio all’uomo alle cui gesta ed imprese avevano fatto da cassa di risonanza a Roma attraverso i dispacci fatti dallo stesso pervenire ad arte se non Giulio Cesare?

Gli ingredienti che Cesare seppe amalgamare alla perfezione per preparare il suo trionfo al tavolo della storia furono: la consapevolezza dell’ascendente che incuteva sulle masse, la coscienza di essere un ottimo stratega, l’intelligenza di individuare un obiettivo forte capace di catalizzare l’attenzione di tutti gli strati sociali dell’Urbe che vedevano nel Condottiero l’uomo della Provvidenza che si ergeva a baluardo contro l’atavica paura costituita dalle popolazioni Galliche, andando a portare guerra di conquista e sottomissione contro nemici capaci di incutere Terrore al solo sentirli nominare e di lasciare che agli aspetti burocratici pensassero i due alleati più avvezzi alla politica: Pompeo e Crasso.

La realizzazione, in concreto, di quanto il Fato aveva tenuto in serbo per l’imperitura gloria di Cesare fu un capolavoro di lungimiranza politica e militare ordito da Cesare stesso : un accordo tra i Triumviri per spartirsi potere e aree di competenza del vasto territorio soggetto all’azione di Roma. E così fu che, mentre Cesare si fece assegnare il governo pluriennale delle Gallie, a Pompeo venne concesso il governo sulle terre Ispaniche, oltre alla mano della figlia di Cesare per suggellare l’alleanza tra i due uomini forti di Roma. mentre Crasso si vide assegnata la provincia della Siria e la conseguente direzione della guerra contro i Parti.

A questo punto la buona sorte e la determinazione del condottiero romano furono i fattori determinanti ad indirizzare l’epilogo della vicenda nel dedalo di ambizioni, egoismi e gelosie latenti che serpeggiavano costantemente nei rapporti tra i tre protagonisti della vicenda. Mentre Cesare, prodigo della sua ambizione di conquista sottometteva, trionfo dopo trionfo, la Gallia al giogo di Roma, Pompeo, dal canto suo, affidata la gestione delle province sotto la sua giurisdizione a legati di comprovata fiducia, provvedeva, sempre più accecato dall’invidia per i successi colti dal rivale in Gallia, a stringere rapporti sempre più stretti con un’aristocrazia senatoria sempre più terrorizzata dalla futura prospettiva di vedere esautorati poteri e privilegi a furor di popolo a vantaggio del conquistatore delle Gallie, nel tentativo di legiferare l’estromissione dell’avversario politico dalla gestione della res publica.

In tutto questo susseguirsi di eventi e strategie politiche quale sorte riservò il Fato allo spregiudicato Crasso?

Con Cesare intento a mietere successi in Gallia e Pompeo impegnato a scavarsi la fossa da sé, obnubilato dall’ossessione di compiere gesta militari che lo consacrassero ai posteri ai livelli della fama cui erano assurti gli alleati politici, ebbe la brillante idea di approfittare della sua carica di governatore della Siria per organizzare e condurre in prima persona una spedizione militare contro i Parti, che da tempo creavano difficoltà a Roma, allo scopo di non essere da meno dell’eroe d’Oltralpe e di dare, al contempo, nuovo lustro al proprio prestigio militare. E così avvenne che a Carre, a capo di un potente esercito, il gioco delle strategie lo vide assistere ad una storica debacle da perderci la testa brindando all’altrui gloria in calici ricolmi d’oro fuso, mentre le aquile volavano libere di accasarsi altrove...


© - Marco Polli



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