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Una storia di Titsio_dicaio

Fulmini

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14 minuti

Pubblicato il 17 luglio 2020 in Fantascienza

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È notte fonda. Ci troviamo in un appartamento buio. Sagome dalle forme incerte sembrano paralizzate sotto il bagliore tenue dei lampioni gialli provenienti dalla strada. La pioggia sgrana a proiettili. Migliaia di gocce d'acqua si frantumano simultaneamente sui vetri schizzando come sabbia, creando un tappeto di rumore bianco consistente e meditativo. È un temporale violento e le raffiche di vento allontanano il rullio dal vetro con una follata sonora, per far sgranare tutto daccapo, con suoni aritmici e armoniosi allo stesso tempo.

Ci abituiamo in fretta a questo sottofondo ipnotico, ma sentiamo altro insinuarsi nello spettro delle frequenze uditive. Un tic-tac-tic-tac pesante. È un picchiettio deciso su una superficie di marmo. Tacchi. Tacchi da donna, in lontananza nel corridoio all’entrata del palazzo. Si fermano incerti. Un mazzo di chiavi dondola. Poi ripartono, i tacchi. Ora sono più vicini alla porta dell’appartamento in cui noi ci troviamo, come uno spettro, senza sostanza o consistenza a girovagare nella notte, e ad ascoltare quel ticchettio che sorpassa il nostro uscio per andare chi sa dove. Il reverbero che si espande dal picchetto della scarpa aumenta – inghiotte il suono appuntito fino a fondersi con il rumore della pioggia.

Il temporale devasta il paesaggio fuori, con il vento che altera la traiettoria della luce, e dentro ne penetra sempre meno, o anzi, sembra che stia pulsando nella stanza. Le ombre delle gocce d’acqua che scendono sul vetro, danzano incazzose e sinistre sui muri, creando strane forme trasparenti, sproporzionate e irrisolte.

Un cane abbaia. Il latrato inatteso arriva a noi con un ritmo spezzettato e frantumato dai soffi pesanti del vento. Adesso c’è, poi non c’è più, per ritornare come uno schiaffo di rimbalzo sui muri freddi delle stanze dell’appartamento, in cui noi, siamo come particelle di polvere che fluttua nell’aria, fermi in un punto qualsiasi, ad osservare. Ma aspetta! Qualcosa spicca sul nostro orizzonte sonoro. Uno spostamento d’aria anomalo. Sarà forse solamente il vento che ruggisce in toni strani. Ma eccolo di nuovo, non è il vento. È decisamente qualcosa simile ad un soffio leggero, si, perchè sposta l’aria e ci attraversa leggermente, lo percepiamo: è famigliare come un ventaglio agitato nel calore estivo ma oscuramente estraneo come un sibilo del vento dentro una stanza senza finestre. Un sospiro leggero... No, un soffio... Non è ben definito, la pioggia è più forte e lo tampona subito.

Un lampo improvviso. E il tempo viene fermato, quasi messo in sospeso per una frazione di un millisecondo. Una luce gelida accende violentemente ogni angolo dell’appartamento, e non sembra provenire dalla finestra – pare che ogni cosa brilli di luce propria. Le immagini che vediamo neanche si imprimono sulle nostre pupille, che è già tutto sprofondato nell’abisso notturno con un tuffo enfatizzato dallo squarcio chiassoso del fulmine nel cielo, arrivato prontamente appena dopo il lampo. La scarica è stata vicina.

Una sagoma però, l’abbiamo scovata, è sicuramente un divano quello che abbiamo di fronte, di poco fuori dal raggio della luce gialla opaca che penetra nella stanza. La sagoma è quella giusta, di un divano. Ma la pioggia che batte granulosa sulle finestre è troppo intensa per svelare cosa c’è li, nell’oscurità. Rovistiamo nella nostra mente per capire cosa potrebbe essere. Associamo e dissociamo dalle immagini i suoni, dai suoni le sensazioni, dalle sensazioni i ricordi, e dai ricordi le immagini, tornando a capo, procedendo per esclusione, per capire la correlazione tra divano e suono-simile-ad-un-soffio che udiamo, che non è apparente all’occhio della nostra mente. È difficile ipotizzare la natura di quel suono anomalo, di soffio, o respiro, o qualsiasi cosa assomigli a questi due termini. Aspetta! C’è dell’altro, altri movimenti oscuri, qualcosa effettivamente si è mosso, impercettibile quasi.

Isolare la pioggia ed il vento per concentrarsi sul divano.

Proviamoci.

Chiudiamo gli occhi, spremiamo la mente e proiettiamo noi stessi su quel presunto divano per capire meglio. Il colore rosso-nero delle palpebre chiuse non aiuta.

Concentrazione. Calma. Pazienza.

Adesso siamo, come dire, immersi in uno strato più profondo di suoni, in cui siamo molto più accorti e sensibili.

Le grondaie dal suono smunto e metallico della pioggia che si frantuma su di esse, si distinguono della consistenza sonora delle finestre, i cassonetti sul ciglio della strada, il marciapiede, il tetto; il tutto sotto un unico cielo che piange.

Rombi profondi.

Senza lampi.

Sembrano scuotere la terra dal nucleo stesso, ma non qui, sono troppo lontani; lo bzzz elettrico del frigo alle nostre spalle; qualcuno tossisce in un appartamento vicino, sotto, sopra, o a fianco, non riusciamo a capirlo. Il click-clack meccanico di un orologio appeso al muro vicino a noi, che non vediamo però; la saliva che inghiottiamo ha un suono più secco che umido, e ­– no! eccolo! L’abbiamo scovato il suono misterioso.

L’abbiamo scovato, è un respiro, e ora dobbiamo aggrapparci a questo suono fiacco e decifrarlo definitivamente. Strizziamo gli occhi; il nostro battito cardiaco è aumentato per l’eccitazione della scoperta, e ora pulsa nelle orecchie. Non va bene, inghiotte gli altri suoni ad intervalli cardiaci. Dov’è il sibilo, il respiro asciutto che abbiamo appena udito? Dov’è?! Ok, ok, calma.

Lo ritroveremo.

Puntuale, come per un caso assurdo, un fulmine prepotente scopre il paesaggio per un istante; ce ne accorgiamo perchè le palpebre chiuse si infuocano improvvisamente. Apriamo gli occhi! Il nostro sguardo sfocato riprende fatica, non riesce a concentrarsi abbastanza in fretta per capire la situazione. Il buio ci inghiotte di nuovo, e non siamo riusciti a capire se c’è qualcosa sul divano oppure no.

Ma aspetta! Qualcosa è rimasto impresso. È come se un fotogramma dell’immagine scovata per un millisecondo si è impressa sulle nostre palpebre, ed è li, appesa come una goccia d’acqua su una foglia quel tanto che basta per non cadere. È troppo debole e sfocata per concederci il lusso di sapere cosa sta succedendo nel buio abissale davanti a noi; sembra più un negativo che l’immagine vera. Sullo sfondo nero della nostra mente.

Un leggero gemito si affaccia sull’orizzonte sonoro e in quel istante tutto prende forma.

È la scintilla rosa di una sagoma umana sdraiata sul divano. Qualcuno che sta dormento? C’è una persona, questo possiamo dirlo certamente. Quel respiro però... non sembra di qualcuno stia dormendo... ma... è certamente una creatura umana. Ci serve... – ci serve… ecco, la soluzione! Ci serve un riflesso! Dobbiamo trovare uno specchio, una superficie riflettente che ci dia un altro punto di vista, e magari riusciremo a capire se sul divano c’è attività, o è tutto frutto dell’immaginazione spettrale che nasce in un temporale cosi, in un abitacolo grottesco.

Iniziamo a cercare: A sinistra, un muro bianco, più in la c’è buio, poi un tavolo con quattro sedie per metà nell’ombra corposa, buio ancora; dietro a noi il frigo; più in lontananza una lucina rossa su un tavolino di vetro che non riflette niente di comprensibile, con la televisione sopra il tavolino. Lo schermo è nero pece. Sembra assorbire la luce più che rifletterla. Le varie sfumature del colore del catrame si mischiano con delle ombre blu cobalto elettrico, del– Poi la luce! Ancora scariche elettriche a dilaniare il cielo.

Presto, siamo sotto un unico riflettore, è la nostra occasione! Il divano è dietro a noi perchè ci siamo girati per cercare uno specchio. Di fronte a noi, l’altra stanza, da dove proviene la lucina rossa e ammiccante della tv spenta, poi più vicino, di fronte al frigo, il tavolo da pranzo color noce.

Ci voltiamo di scatto. Ma il panorama viene soffocato come un respiro, come una fiamma che viene placata da un soffio – un risucchio dello spazio temporale. Non abbiamo fatto in tempo.

Con l’aria che buttiamo fuori dai polmoni, esce la frustrazione, orribile come gas cancerogeno – ma adesso il respiro dell’essere sul divano si è imposto al nostro, alla pioggia e al rombo. No, non il respiro, qualcuno ha ansimato invece, come quando stai per dire qualcosa e ti fermi all’ultimo istante. Cos’è allora, un respiro, un soffio, uno sfregare di non so cosa, un fruscio?!

Un altro fulmine! Finalmente siamo pronti per catturare quell’immagine che si materializzerà per un’istante fatale.

Brillano alla luce fredda due corpi seminudi, sudati ed attorcigliati come serpenti l’uno all’altro. Vediamo l’immagine di un uomo che toglie la maglietta, o il reggiseno, alla donna che gli è sdraiata sotto. Ma il buio se li prende subito.

Un piccolo tonfo della stoffa che si scontra col pavimento.

Non è più un soffio quindi, o roba del genere, ma gemiti di un amore che si sta per consumare, corpi che si strofinano, salive che si mescolano, ghiandole si eccitano.

Adesso che sappiamo di cosa si tratta, sotto il velo di rumore della pioggia, riusciamo a captare ogni sottigliezza sonora, come se avessimo imparato a navigare quell’oceano di frequenze e onde che si propagano nell’aria; il tremore e la fermezza del rombo arrivato dal fulmine, soffoca quei sibili delicati e bramosi. E tutto da capo, non riusciamo più a sentirli, e la vista non serve a niente – questo ci fa rabbia.

Cosa è successo?

Ma eccoli lì, di nuovo, sono loro a solleticare il nostro udito fine. Il respiro dell’uomo si fa più pesante e freme leggermente, non ce la fa più a trattenersi, si vede (o meglio, si sente). Ci stuzzica ad immaginare le scene che stanno avvenendo di fronte al nostro sguardo impotente, e aspettiamo l’altro lampo imprevedibile ma imminente. Ed eccoci, ci viene concesso un altro morso di bramosia; un’alluvione di luce si riversa nella stanza. I corpi investiti dal bagliore gelido si mostrano altrettanto freddi. La schiena imperlata di sudore dell’uomo, che ora si è insinuato tra le gambe della donna e spinge il torace in avanti come per inghiottirla, sembra contorcersi con ogni muscolo che ha, e vediamo la spina dorsale inarcarsi come se fosse un serpente pronto a scattare.

Vediamo solamente i capelli color oro-sporco, lunghi e lisci, spuntare dall’estremità del divano, da sotto le spalle di lui. Lei, sembra avere le braccia distese in alto per abbracciarlo.

Non riusciamo vedere i loro volti, capiamo solamente che stanno per fare l’amore, quindi l’atto, non era iniziato nel primo lampo, ma ora sì, stava per iniziare. Adesso più che mai ci affidiamo ai gemiti e ai rumori bagnati dei corpi che aderiscono uno all’altro per capire; perchè la luce fu breve.

Al buio, sentiamo che tutto diventa più ritmico, più intenso: baci, strattoni, morsi, carezze. Il divano scricchiola, sembra che lo stiano piegando in due. Non è un divano letto, o uno di quei divani grandi e lussuosi, su cui possono allungarsi due persone, ma è uno di quelli miseri, polverosi, raccapezzati qua e la, su qui malapena riesce a distendersi un cristiano. Le molle stanno facendo i loro suoni tipici, mentre noi cerchiamo di distinguere i gemiti, anzi, sembra che la donna non ansimi di più di lui. È la voce maschile, rauca, quella che spicca. Sembra— Un altro lampo spezza le congetture come giunture, e l’immagine è la stessa di un attimo fa, l’uomo è sopra a sormontare il corpo della donna; sta ritmicamente spingendo con le natiche nude, che si contraggono prontamente, e sembra che stia prendendo un ritmo sempre più marcato.

Buio.

Ci concentriamo ad ascoltare i corpi sudati e i rumori dalla carne umida scontrarsi.

La pioggia batte anch’essa, quasi di risposta.

Il vento folla gli schizzi sui vetri, come l’uomo folla sé stesso nella donna. Follare è il verbo più adatto, si. La femmina sembra che stia subendo, e non risponde neanche con un respiro smorzato dal peso di quello; non ci mostra né dolore, né piacere.

L’uomo, da quello che sentiamo, si sta imponendo sul corpo gracile, ringhiando e ruggendo come un animale, sbattendosi forte su di lei, e rimanendole compresso in grembo per un secondo, per poi retrocedere sbattersi più forte. E ancora. Forte! Ancora di più! Adesso non si ferma, la sta divorando come un lupo divora un pezzo di carne. L’uomo sbuffa. L’umidità nell’aria si alza come un’onda di calore molto debole, l’odore di muffa del divano misto al sudore fresco e agli umori bagnati stanno riempendo la stanza, e d’un tratto... – il vuoto. Tutto cessa. Il buio regna di nuovo. Il silenzio con esso. Né sfregare di corpi, né rumori umidi, ne aneliti, ne respiri, solo lo sgranare dei proiettili d'acqua sul vetro freddo della finestra, ora leggermente appannato.

Si sono dissolti nell’aria? Non sentiamo neanche un respiro. C’è solo pioggia. Quello che lacera brutalmente il silenzio è un lungo sospiro di sollievo, roco, ma ancora febbrilmente caldo; annunciando che l’uomo, finalmente arresosi alla tensione biologica, ha sfogato l’intensità della sua pulsione condensata, esplosa poi nella donna, che è stata sdraiata li a riceverla, quanto volentieri, non sappiamo.

Silenzio.

Sul pavimento piastrellato udiamo i piedi nudi dell’uomo poggiarsi leggeri, senza che i talloni riverberino frequenze basse nel solaio. Cammina leggero ma sentiamo ogni passo come una parola ben scandita. Si ferma. Lo bzzzz di fondo del frigo aumenta di colpo e lo sportello inonda l'uomo di una luce tenue e sporca. È più alto di quello che ci siamo aspettati, non riusciamo a scorgere il suo viso. Prende una birra, la stappa e alza il gomito. Beve gorgogliando rumorosamente. È un uomo tarchiato e ben piazzato, e sembra che quasi assorbisse quella luce giallognola, negandoci la vista del divano. E non ci importa più di lui, che non riusciamo neanche a vederlo in viso.

La donna intanto, non ha mosso un dito dall’amplesso, e siamo sempre più curiosi a vedere cosa sta facendo. Dal bagliore del frigo, riusciamo a malapena a vedere la sua sagoma abbracciata dall'oscurità, sembra stare sdraiata ancora, lo capiamo dai i capelli che cascano voluminosi dall’estremità del divano come prima, come una coperta di seta. È l’unica cosa che riusciamo a distinguere.

Lo sportello del frigo sbatte, accompagnato dal suono di risucchio e a quello vitreo delle bottiglie che dondolano all’interno. Piedi nudi che schiaffeggiano il pavimento e si allontanano. Rombi senza luce. La pioggia è un incessante tappeto di rumore bianco.

L’uomo rutta. Si allontana sulle piastrelle fredde per abbattersi sul letto della stanza attigua, dopodiché, di lui non sentiamo più nulla, a parte un altro sospiro di sollievo, più leggero del primo, mentre sprofonda nel materasso.

La pioggia violenta avvolge il nostro paesaggio sonoro come quando eravamo ignari di quello che succedeva nella stanza, e una calma malinconia pervade l’aria. Qualche abbaio di un cane randagio – come all’inizio, forse lo stesso – rifugiatosi, chissà, sotto qualche lamiera, e si sta ancora squarciando la gola per chiedere aiuto, o come una bestia senza coscienza, farci solamente capire che esiste.

Eccolo. Il lampo tanto atteso. C’eravamo quasi arresi.

La nostra attenzione va tutta alla donna silenziosa, ogni nostra molecola si concentra per vederla finalmente, capire a fondo quello che abbiamo appena assistito. Il fulmine è tanto generoso da lanciare più di uno scatto di luce, quasi fosse una lampadina isterica. E quella sagoma prende una forma concreta, oscena ai nostri occhi.

I capelli, biondi, ora sembrano paglia, e lei, distesa supina, ha le braccia tese verso l’alto, ancora come all’inizio, in procinto ad abbracciare l’aria. La pelle è opaca, sembra priva di peli e di pori esposti nella luce blu-neon del lampo, ma pare morbida nonostante tutto. I seni voluminosi e sodi, rotondi come palloni gonfi d'aria e ridicolmente sproporzionati al corpo snello e gracile, sono ricoperti degli umori dell’uomo, che si sono ormai seccati, ma hanno ancora un po’ della consistenza vischiosa da riflettere la luce più della pelle di silicone di quella Cosa. Le gambe allargate con le ginocchia piegate, ancora nella posizione in cui l’uomo vi si era insinuato, la fanno sembrare goffa, buffa in qualche modo perverso. La bocca semiaperta e lo sguardo perso nel vuoto, espressione difficile da interpretare nel mezzo secondo di luce. Si direbbe se senza espressione.

Sorprendentemente, cogliamo ancora qualche dettaglio tra i millisecondi di visibilità: le dita di mani e piedi, stranamente simmetrici e innaturali; il rossetto sulla bocca sembra di gomma, e le ciglia cosi grandi che ricordano zampe di insetti...

Con un rombo sonoro, il lampo spegne quella luce plasmica, che ci è bastata e avanzata in un certo senso. Si porta via quell’immagine di donna, e veniamo tuffati nella totale oscurità, alla mercé della pioggia che rulla i suoi poliritmi sulle fredde mensole e i vetri non più appannati di quel salotto qualsiasi, in quel appartamento qualsiasi.


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