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Una storia di GioMa46

Questa storia è presente nel magazine TRAVELOGUE

Cantico di Natale / 1

Tradizione e leggenda di una cultura sempre viva.

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Pubblicato il 01 dicembre 2020 in Giornalismo

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Cantico di Natale / 1

Tradizione e leggenda di una cultura sempre viva.


Ripreso dall'omonima trasmissione radiofonica curata per “Studio A” - Radio Vaticana, questo testo è tratto da “ANNO DOMINI: Usanze e costumi di una tradizione" a cura di Giorgio Mancinellidi per Grafica e Arte Bergamo - Copyright 1989.

In copertina: Luca Della Robbia particolare della 'Cantoria' scolpita per Santa Maria del Fiore a Firenze - oggi nel Museo dell'Opera del Duomo.

"E spunterà un pollone dalla radice di Jesse, e un fiore dalla radice di lui si alzerà. E sopra di lui riposerà lo spirito del Signore; spirito di sapenza e di intelligenza, spirito di scienza e di pietà".

(Isaia XI v.I Antico testamento)


Avvolto nella sua luce atemporale questo 'Cantico di Natale' ripropone un tema caro alla tradizione millenaria della festa che in assoluto è la più sentita in ambito famigliare dove avviene la nascita di un bambino e solitamente la più celebrata con partecipazione collettiva in tutto il mondo Cristiano. Ed è proprio alla collettività che qui mi rivolgo nel far riferimento alla festa religiosa che introduce la Natività del Signore in seno alla Chiesa Cattolica, pur con l’osservare in essa, il risvolto laico delle sue origini antichissime; sia nel far riferimento agli usi e ai costumi popolari che le sono propri, sia nell’insieme di espressioni musicali e canore, spiritualità e devozione, con riferimento all'arte aulica e all'artigianato presepiale che nel suo 'insieme', da un senso compiuto alla tradizione e ritrova la sua ragione di essere.
Il racconto del Natale quindi, visto nei suoi molteplici aspetti, corredato da un apparato testamentario canoro inconfutabile che raccoglie in sé un messaggio d’amore e di orgoglio popolare, in cui il fatto meraviglioso della nascita di un 'Bambino', ripete in seno a ogni famiglia l’atto della creazione divina. Il suo contenuto è quindi agio-poetico, inquanto in esso storia e leggenda s’incontrano sul piano stesso della narrazione e della poesia popolare; così come del 'canto liturgico' e della 'sacra rappresentazione'.

Come negli scritti apocrifi e nei racconti orali, negli usi e nei costumi di molte genti diverse che, in qualche modo, condividono la stessa fede e la stessa speranza sotto l'egida di quanto da sempre vado professando: 'affinché nulla vada perduto', al fine che 'd'ogni cosa si conservi memoria'. Un significato alto, intrinseco della maternità, con il quale si consacra il segreto nascere alla vita ad un’antica promessa di eternità, che da sempre avvolge la 'Natività' di un alone di luce, il cui abbagliante splendore, prevarica la misteriosa opacità della storia. Di cui la celebrazione del Natale, officiata dal calendario liturgico, risponde, allo scandire del ‘tempo della festa’; tempo in cui l’umano intendere si fa interprete delle cose divine e si determina il naturale essere del mondo.

Una festa contemplativa e poetica, devozionale ed esultante, che al di là dell’apparente semplicità, accoglie in sé esperienze acculturatrici diverse, che hanno contribuito alla sua secolarizzazione, e che nel tempo stesso vuole essere una festa di luci, di colori, di canti, in cui l’avvicendarsi delle singole voci, pur introduce all’esultanza corale e comunitaria, onde l'insieme delle voci riunite nel ‘corpus’ iniziatico della tradizione si esprime nelle 'preghiere' e negli 'inni', come nelle 'laudi' e negli 'oratori' che si rivelano parti integranti di quel messaggio intelligibile che è proprio del sacro. Un messaggio di pace e d’amore ma anche di fratellanza e solidarietà che giunge da ogni parte e dalle diverse genti, che va oltre il significato escatologico della narrazione e che rimanda ai capitoli successivi di quella ‘storia universale’ che noi tutti stiamo scrivendo.


Cantiamolo insieme, dunque, e con rinnovato fervore questo ‘Alleluia” che meglio protende all’esultanza. Se è vero che la favola esalta la propria funzione nel ruolo catartico del mito, la tradizione cristiana costituisce il terreno della sua crescita, antepone alla storia, il ‘nunc et semper’ del meraviglioso ...


"Alleluia, alleluia ...

Icona bizantina (?)
Icona bizantina (?)

Manifestazione di un sentimento profondamente umano, il Natale recupera alla coscienza cristiana l’infanzia edenica del mondo. La sua attestazione è rintracciabile fin negli archetipi del pensiero e si rivela, sopravvivenza di un comportamento mitico la cui cadenza rituale prepone al congiungimento del tempo profano con il tempo del sacro. È noto come in un lontano passato, convivessero nella coscienza umana, accanto a riti propiziatori, credenze superstiziose e pratiche magiche in cui le genti circondavano di speciale venerazione e timore riverenziale gli astri, attorno ai quali, i popoli più antichi andavano formulando gli intendimenti dell’esistenza umana: "Là dove l’occulto e il sacro si compenetrano, il Solstizio d’Inverno assolve una remota certezza: il sorprendente prodigio della natura, nel ciclico rinascere alla vita."

È così che la festa solstiziale posta all’inizio dell’anno solare e concomitante con l’allungarsi del giorno e il miracoloso risvegliarsi della natura, si poneva all’origine dei cicli agrari più importanti. Il sole dunque, con i suoi tramonti e le sue aurore, oltre che a scandire l’ineluttabile alternanza del giorno e della notte, presiedeva, in chiave simbolica e figurativa, il principio e la fine di ogni cosa umana, l’ineluttabilità stessa della vita. Il regime diurno dello spirito, dominato dal simbolismo solare, rinviava ai principi della morte e della rinascita, così come della liberazione dello spirito dalla materia; risultato questo di deduzioni razionali che legavano l’uomo all’idea dell’esistenza di un Essere Supremo.
Ipotesi diverse, talvolta fantastiche, sono state proposte nel tempo, per giustificare il parallelismo esistente fra la supremazia dei culti solari e la diffusione della civiltà storica. Si può facilmente dedurre come e su quali favorevoli posizioni i primi cristiani, poterono compiere la totale sostituzione della solennità profana don la quale si venerava la nascita del sole con quella della nascita del Bambino di Bethleem, chiamato dagli antichi Profeti: “Sole di giustizia” (Malachia) e “Luce che illumina ogni uomo” (Giovanni Evangelista), e mettere in atto quella che fu certamente una operazione carica di significati, nel fissare l’inizio della così detta ‘nuova era’, o Era Cristiana, da cui diparte la cronologia della storia, ovvero quell’Anno Domini che da inizio al Calendario della nostra esistenza di fede.
Preannunciata nei canti biblici e nella fatidica solennità dell’Apocalisse, nei salmi di Geremia, Daniele, Ezechiele e di Isaia, sommessa e idilliaca negli inni greci e cristiani, esultante nell’innodia medievale, solenne negli oratori barocchi, augurale e cortigiana nell’epistolografia: la Natività del Signore, nella sua illuminante prodigiosità torna ad affermare, anche nelle varie manifestazioni contemporanee, quella speranza nel futuro che, nella incomparabile quiete dell’attesa, attende alla preghiera.
Un mistero impenetrabile oscura la storicità delle testimonianze dirette legate alle origini della ricorrenza cristiana; sebbene ciascuna di esse, apocrife e testamentarie, conducono infine ad una ‘stessa ‘verità univoca’ in cui si afferma l’avvenuta rivelazione divina nel Bambino di Bethleem. Sulla validità degli scritti si è molto dibattuto. Una approfondita analisi critica ha rivelato, in alcuni casi, sovrapposizioni e interpolazioni successive, sì da rendere ardua ogni supposizione. Così come è accaduto per gli scritti testamentari non possiamo che illuminarci alla luce del ‘verbo’, la conoscenza degli apocrifi in particolare, ha portato all’acquisizione di interessanti elementi sull’ambiente in cui i testi furono redatti, sui metodi di predicazione e d’insegnamento della religione delle origini.

Pagine di Messale medievale per il canto in Latino.
Pagine di Messale medievale per il canto in Latino.


Una stretta rispondenza d’intenti, unisce le remote profezie accolte nell’Antico Testamento con la storia narrata nei Vangeli sinottici, per lo più considerazioni estranee alla storia. Soprattutto di carattere agiografico e simbolico che si pongono alla base della lunga trattazione sulla data di nascita del Bambino, se bene è accertato che nacque a Bethleem al tempo di Augusto. In quel tempo, un editto imperiale romano, fissava al 25 dicembre la più antica festa del ‘Solis Invicti’ designata dalla tradizione al culto agrario:
Le genti erano allora in uso di andare per i campi a suonare e danzare in onore di déi arcaici come Pan e Bacco, Calpurnia e Sibilla, Flora e Cerere, accompagnati da suoni di tibie, buccine, cimbali e fistule, in qualche caso facendo uso della voce in brevi intermezzi inneggianti i ‘Ludi scenici’, anche detti ‘circensi’, eseguiti durante le cerimonie ufficiali dell’antica Roma, in occasione dei quali, venivano distribuiti pane e frutti della terra e si componevano ghirlande di sempreverdi.
La data del 25 dicembre per la ricorrenza cristiana della Natività del Signore, celebrata dai primi cristiani il 6 gennaio, giorno detto in seguito dell’Epifania in ricordo dell’arrivo dei Magi dall’Oriente, si vuole sia stata adottata in epoca tarda, non prima del IV sec. e formulata su criteri non strettamente storici o astronomici, bensì per distogliere i fedeli cristiani dall’osservanza delle feste imperiali, ritenute pagane. Con la teofania, fissata al 25 dicembre, datazione che in seguito fu accettata e che arriva fino ai nostri giorni, la religione cristiana siglò il proprio calendario liturgico. Dovettero, tuttavia, trascorrere alcuni secoli, prima che questa data fosse definitivamente ricordata da tutta la comunità concorde, come il genetliaco della nascita divina.
Si sa con certezza che la commemorazione liturgica della Natività venne introdotta dopo l’Editto di Costantino del 313, con il quale veniva concessa la libera circolazione del culto cristiano in tutto l’Impero Romano. In questa atmosfera trionfante, che nonostante l’apparenza rivelava già i sintomi della decadenza della Roma imperiale, sorsero numerosi centri di diffusione della fede e vennero fondate le prime grandi basiliche adibite alla preghiera dei fedeli. Con la caduta dell’Impero Romano, la vita sociale, priva ormai di stabilità, smarrita e incredula, si andò lentamente strutturando attorno alla Chiesa di Roma, come all’unica autorità capace di salvaguardare il cammino terreno.
Testimonianze relative ad una prima celebrazione liturgica della Natività risalgono al 379, anno in cui fu celebrata a Costantinopoli. All’anno 386 fa invece riferimento la prima testimonianza di Antiochia; ma è solo nel 529, che l’imperatore Giustiniano ne decreta la sua celebrazione ufficiale fra le festività pubbliche della cristianità. Con la definitiva affermazione dell’iter messianico, con il quale il calendario liturgico rievoca le tappe della vita di Cristo, dalla nascita alla sua avvenuta morte, entro quindi una precisa scansione rituale, la Messa assume la sua principale importanza, formalizza cioè la secolarizzazione della fede cristiana all’interno del culto: estatica al tempo dell’Avvento, mistica durante la quaresima, drammatica durante la settimana di Passione, di giubilo per la resurrezione.
Lo stesso accadeva nel canto, dapprima austero e ieratico nella forma del ‘gregoriano’, fino ad allora recluso nella liturgia officiante estatica e misurata, a un certo momento, apre al germogliare delle lingue volgari, dando un maggiore impulso alla libera interpretazione vocale nella ‘laude’ più vicina al sentimento popolare comunitario che va caratterizzando la società medievale. Ben presto la ‘laude’, in origine semplice canzone spirituale di tipo religioso ma, comunque, extra-liturgica, assunse aspetti vocali qualitativamente affrancati dalla devozione.

Copertina del disco di 'Laude' del 14sec.
Copertina del disco di 'Laude' del 14sec.
Copertina del disco di'Laude'
Copertina del disco di'Laude'

Nell’ispirazione profonda che tutti sempre unisce nel canto, voglio qui ricordare una bellissima ‘lauda’, tratta da "Il Laudario di Cortona", la più antica raccolta di ‘laude’ che ci sia pervenuta, con la quale nel lontano XIII sec. si dava inizio alla Sacra Rappresentazione della ‘Natività’ nel raccolto dell’Annunciazione:

Da ciel venne messo novello / ciò fo l’angel Gabriello.
L’angello fo messo da Dio, / ben començò et ben finio:
saviamente, sença rio, /annuntiò lo suo libello.
«Ave Maria, gratia plena, / Dio ti salvi, stella serena!
Dio è con teco che ti mena / enn-el paradiso bello.»
«Come fie quel che tu ài decto? / Nom credo a torto né a dritto,
e ben ne posso far disdetto:
non cognosco hom, vecchio né fancello.»
L’angelo disse: «Non temere, / tu se’ a Dio si a piacere,
altra madre non vole avere / se non voi, con k’io favello.»
Respose la kiara stella: / «Io son qui ke so’ su’ ancella,
sia secundo la tua favella: / cusì mi chiamo et apello!»


Alla Natività sono dedicate alcune delle più belle “Cantigas de Sancta Maria”, attribuite ad Alfonso X el Sabio, (1221-1284) re di Castiglia e León, e che fanno parte della più vasta raccolta medievale di canti e musiche esistente: 400 composizioni strutturate sul ‘virelai’ provenzale e in parte alla ‘laude’ italiana, oggi patrimonio di una vasta area musicale che dalla Spagna si estende, attraverso l’Occitania, fino alla Lombardia e consente di cogliere gli effetti di un avvenuto interscambio musicale che ancora la Spagna alla cultura del resto d’Europa. Contemporaneamente all’evolversi della Messa, insorsero non poche rivalità tra le varie città che si contendevano zone d’influenza tra il dominio spirituale e quello temporale, tra clero secolarizzato e riformatori ortodossi.

Immagine pittorica di San Francesco d'Assisi.
Immagine pittorica di San Francesco d'Assisi.

In questo mondo di dissensi e di confusione Francesco d’Assisi (1182-1226), predicatore originario dell’Umbria, con il suo bellissimo e lineare del suo “Cantico delle Creature” volse l'allora aulico messaggio religioso, alla portata di tutti, con l'esempio di una vita semplice e austera. Tuttavia il primo grande poeta a comporre ‘laude’ fu Jacopone da Todi (1233-1306) del quale voglio qui ricordare “Il pianto della Madonna” che veniva cantato in occasione della ‘Settimana Santa’.

Sono questi i temi che infine entrerono a far parte della tradizione popolare, liturgica e spirituale medievale, quegli stessi che, in seguito, trasfonderanno nel affinato impianto musicale della "Messa pro Nativitate Domini", il vigore della fede profondamente sentita, in cui l’essere, dimentico della propria solitudine, recuperava la seppellita coscienza .".per cui la vita è sul nascere veritiera promessa: il dono più grande".

Particolare di un presepe napoletano del '700.
Particolare di un presepe napoletano del '700.


E metterò in movimento tutte le genti, perché verrà il Desiderato da tutte le genti, ed empirò di gloria questa casa, dice il Signore degli Eserciti”.


(Aggeo II v.VIII – Antico Testamento)


La creazione del Presepe come espressione d’arte, affermatasi sul terreno artigianale e popolare, ha contribuito in gran parte all’affermazione della complessa iconografia del Natale, adducendo all’immagine liturgica contemplativa, la rappresentazione scenica, tipicamente figurativa, degli usi e dei costumi dei popoli in cui trova la sua massima affermazione, con l’anteporre alla realtà storica il ‘nunc et semper’ del meraviglioso, con il quale si è voluto sollecitare la visualizzazione estetica di un ‘effimero rituale’, in cui il Presepe esercita la propria catarsi, quella stessa esautorata infine dalla pittura dei grandi maestri.
Le figure che compongono il Presepe, altro non sono che le immagini edonistiche di mitiche incarnazioni collettive fermate nella materia, nella gestualità attonita, illuminata dalla rivelazione divina. Natura, archeologia, etnografia, folklore, spettacolo colto e popolare, rappresentazione religiosa e di strada, a un certo momento conversero nel boccascena di quel teatro immaginario e fantasioso che rappresenta il Presepe cortese napoletano. Un’esperienza mondana fatta di curiosità artistica e vanità culturale, ambizione ricca e di evasione, dal consueto contesto religioso ed ecclesiale. Tale da diventare quasi un ‘gioco’, originale quanto costoso, assai lontano dal piccolo e pur significativo ‘presepio popolare’ che si costruiva e ancora oggi è costruito in casa con pazienza e modestia di intenti.

Domus Sanctae Genitricis  Il complesso scultoreo, attribuito ad Arnolfo di Cambio (1240- in Santa Maria Maggiore -Roma
Domus Sanctae Genitricis  Il complesso scultoreo, attribuito ad Arnolfo di Cambio (1240- in Santa Maria Maggiore -Roma

Lontano da quell’origine umile che il Presepe aveva conosciuto a Greccio nel lontano 1223 per opera di San Francesco d’Assisi, cui dobbiamo la prima rappresentazione ‘vivente’ con pastori e contadini umbri, secondo la devozione che ispirava i drammi liturgici del tempo, e nel desiderio di rendere palesi a tutti, le verità dello spirito. Inizialmente semplici ed essenziali, le prime raffigurazioni riferite alla Natività, pongono autorevolmente l’artigianato popolare sul piano stesso dell’arte, fuse in una simbolica espressione artistica la cui spinta giungerà a lambire la grande manifestazione figurativa e pittorica dei secoli successivi.
Un simbolismo iniziatico confluito nell’arte dai racconti evangelici in quella che è oggi considerata la prima, vera e propria espressione presepiale, conservata a Roma nella Basilica di Santa Mara Maggiore, un tempo detta “Santa Maria ad Praesepe”, dove si conserva ciò che rimane della Domus Sanctae Genitricis (nella foto sopra), così attestata già nel VII sec. Il complesso scultoreo, attribuito ad Arnolfo di Cambio (1240-1310), è costituito da singoli gruppi statuari di media altezza che per la sua collocazione angusta in cui è relegato, lascia titubanti sulla sua appartenenza specifica all’arte presepiale. Ciò nonostante che, oltre ad essere un esempio di rilevante pregio artistico, rimane la prima testimonianza plastica del Presepe, relativa all’entrata nell’arte aulica di una dichiarata tradizione popolare.

Napoli- Museo San Martino - Presepe CUciniello
Napoli- Museo San Martino - Presepe CUciniello

Scrive Mario Praz: “Nessuna scena è mai stata così affollata come quella di un Presepe napoletano; si direbbe che tutta Napoli voglia farsi intorno alla culla per scaldare col fiato il Bambino. E in tanta urgenza di figure e di gesti, e in tanta abbondanza di disparate cose offerte, v’è pure una profonda tenerezza che si scopre a poco a poco all’osservatore attento, quand’abbia superato la prima impressione d’accesso”.


Lo spazio presepiale è pertanto lo spazio stesso del sacro nel suo divenire epifanico. Il credente è chiamato al diretto coinvolgimento, alla partecipazione del fatto ‘meraviglioso’ che lo pone in stretta comunione con la divinità che in esso si rivela. Così interiormente visualizzato, il presepe accoglie in sé flusso benefico dell’arte che si esprime attraverso il plagio di una realtà suggestiva, emozionale, trasognata, tipica dell’animo popolare. Un documento prezioso della credenza popolare che ripete, nell’insegnamento della fede, il senso della pietà umana, pari alla grandezza incommensurabile di un autentico atto d’amore.
A San Alfonso de’ Liguori è riferito uno dei canti più belli e popolari della tradizione partenopea: “Quanno nascette ninno”, che egli compose in forma semplice nel linguaggio del volgo, onde renderlo accessibile alla gente del suo tempo cui egli aveva dedicato il suo apostolato e che avvolse nei raggi luminosi della carità cristiana:


Quanno nascette ninno a Bettalemme
era nott’è pareva miezo juorno.
Maje le stelle – lustre e belle
se vedettero accossì:
e a chiù lucente
jett’a chiammà li Magge all’Uriente.
De pressa se scetajeno l’aucelle
Cantanno de na forma tutta nova:
pe’nsì agrille – co li strille,
e zombanno a ccà e da llà.
È nato, è nato,
decevano, lo Dio , che nce ha creato.
Co tutto ch’era vierno, Ninno bello,
nascetteno a migliara rose e sciure.
Pe’nsì o ffieno sicco e tuosto
Che fuje puosto – sott’a Te,
se’nfigliulette,
e de frunnelle e sciure se vestette...”.


(il testo completo è molto più lungo e veniva cantato come 'novena' di Natale).


Nell’Italia centrale, più che altrove, è in uso festeggiare il Natale in forma solenne secondo i canoni della Chiesa di Roma con piena osservanza della liturgia ufficiale, allo scopo di accompagnare e celebrare le funzioni religiose nel rispetto del culto. Inni e canti assumono così il compito di offrire un quadro suggestivo, sebbene, austero dell’atmosfera natalizia che si propaga allo stesso modo in ogni regione e in molte città d'Europa.

Roma Piazza San Pietro - Presepe 2018
Roma Piazza San Pietro - Presepe 2018

È tuttavia rilevante sapere, che le prime testimonianze riguardanti il Presepe, sono successive alla datazione che viene fatta per le sculture di Arnolfo, attorno al 1289. Nelle chiese romane ma soprattutto nelle grandi basiliche sorsero a più non posso presepi permanenti formati da grandi figure lignee, di terracotta o di marmo, di notevoli dimensioni, la cui visita richiamava un gran numero di fedeli da ogni parte, rasentando talvolta la blasfemia di quale fosse il più grande e il più ricco.

L’attività svolta dalle botteghe artigiane dedite alla creazione delle figurine e delle più complete scenografie presepiali che si sono viste a memoria d’uomo soprattutto in Italia diede, a un certo tempo, impulso a tutta una categoria manifatturiera di pregio artistico che ebbe un peso sociale e culturale di notevole entità. I ‘pasturari’ sicialiani e calabresi, i ‘figurari’ partenopei, i ‘pupazzari’ laziali, i creatori di ‘piputì’ bergamaschi, gli ‘intagliatori’ valdostani, tutti si misurarono nella difficile arte della miniaturizzazione, ad esempio: delle diverse tipologie somatiche delle diverse razze, delle espressioni tipiche del ‘meravigliato’, lo ‘stupito’, l’ ‘adorante’, lo ‘spaventato’ ecc., lavorando anche materie povere come la creta e il gesso, la cartapesta e il legno tenero.

Nel medievale fondaco di San Gregorio Armeno a napoli, la tradizione colloca la bottega dell’artista Giuseppe Sammartino (1720-1793), il genio della scultura napoletana del Settecento, considerato il creatore delle figure da presepe più belle che si conoscono. Alcune delle quali figurano nei presepi ‘storici’ più rappresentativi che si conservano nel Museo intitolato al maestro. Purtroppo, nessuno dei molti presepi napoletani dell’epoca è pervenuto a noi nella sua interezza. Sempre trasformato, aggiornato, arricchito ma anche contaminato, è oggi impossibile risalire alle prime manifestazioni del Presepe Napoletano, determinarne le origini come forma d’arte a se stante. L’approssimazione cronologica parla dell’età di alcuni manufatti, non della sua appartenenza ai fatti della fede o in quale luogo di provenienza attribuire la sua nascita.
Vi si trovano statuine finemente modellate e dai colori vistosi, vestite e agghindate secondo l’usanza del luogo di provenienza, o la moda di corte dell’epoca; che raggiungevano l’estro dell’arte o la bizzarria della ricerca parodistica, e anche della tridimensionalità scultore. Altre volte erano informi, non decorate e neppure colorate a seconda del grado di povertà e indigenza delle famiglie, eppure tutte toccate dal calore di quell’amore di chi le aveva prodotte, di chi nell’immaginazione rimetteva la speranza di una vita di pace e di serenità futura.

Napoli - la via dei presepiari al fondaco di San Gregorio Armeno.
Napoli - la via dei presepiari al fondaco di San Gregorio Armeno.
Gli immancabili suonatori di strumenti tipici nel presepe.
Gli immancabili suonatori di strumenti tipici nel presepe.

Ed ecco sfilare davanti ai nostri occhi: la vecchia con l’arcolaio, il pecoraio con le ricotte, la lavandaia, il ‘verduraro’ con le sue ceste, il ‘ciaramellaro’ suonatore di ciaramella lo strumento tipico del Natale, il boscaiolo, il suonatore di flauto, il pastore dormiente, il mulattiere, la portatrice d’acqua con le sue brocche che arriva dal pozzo o dal ruscello, e tantissimi altri che seguono la via che porta alla capanna, o al luogo santo, dove la sacra famiglia composta da Maria, Giuseppe e il Bambino Gesù, stanno attoniti, col bue e l’asinello, nella fissità e nello splendore che li attornia, aspettando la visita dei Re Magi e le schiere degli Angeli che caracollano dal cielo.

Su tutti soprassiede un canto composto da san Alfonso de’ Liguori (1696-1787) “Tu scendi dalle stelle", così conosciuto, tanto da essere ormai un ‘classico’ della tradizione popolare natalizia, oggi eseguito e cantato anche nell’ambito delle cerimonie liturgiche ufficiali.


Tu scendi dalle stelle,
o Re del Cielo,
e vieni a una grotta,
al freddo al gelo.
O Bambino mio Divino
io ti vedo qui un tremar,
o Dio Beato
ahi, quanto ti costò
l'avermi amato!
A te che sei del Mondo
il Creatore,
mancano panni e fuoco;
o mio Signore!
Caro eletto Pargoletto,
quanto questa povertà
più mi innamora
giacché ti fece amor
povero ancora”...


(il testo prosegue ma solitamente si canta solo questa prima parte)

Ma mentre il Presepio popolare artigiano, è vissuto nel tempo come esperienza comunitaria senza pretese di qualche velleità artistica, quello ‘colto’ allestito all’interno palazzi signorili e chiese, vanta una storia autonoma. Dalla fine del Cinquecento a tutto il Settecento, infatti, il diffondersi di allestire il Presepio determinò una molteplicità di manifestazioni collaterali che trovavano motivazione nell’interesse riservato ai grandi complessi scenografici, i famosi ‘scogli’ realizzati a Napoli in epoca barocca.

'Scoglio' napoletano.
'Scoglio' napoletano.

(Continua)


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