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Una storia di Ilprof23

Questa storia è presente nel magazine Racconti

Il Seminatore

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6 minuti

Pubblicato il 15 marzo 2020 in Altro

Tags: #racconti #storici

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Estate 1945
Dopo alcuni giorni di marcia sotto al cocente sole estivo, il partigiano Francesco Daffini e i suoi uomini arrivarono nel Viterbese. La prima impressione fu di trovarsi in una località fantasma.
«Non c'è anima viva qui.» disse un ragazzo dall'aria spaesata.
«Lo vedo» rispose Francesco. «Mi avevano detto che molte di queste zone erano ormai disabitate. Chi se ne è andato per fuggire dai tedeschi, chi per trasferirsi nelle grandi città per ricominciare una nuova vita.»
Continuarono a camminare in cerca di un posto ombreggiato per potersi rifocillare e riposare un po', quando videro a poca distanza da loro un uomo che lavorava un appezzamento di terra con una vanga. Il “contadino” era alto e sembrava avere una certa età, accentuata dai capelli bianchi e dalla folta barba grigia. Aveva un fisico possente e portava sulla schiena un grosso sacco di canapa che però non dava l'idea di pesargli molto.
«Signore, che fa?» chiese Francesco.
«Non le pare evidente? Sto seminando.»
«Lei vive qui?»
«No. Sono solo di passaggio.»
«E allora perché sta lavorando il terreno?»
«Se non lo faccio io, chi lo fa?» fece il vecchio aggrottando la fronte. «Come vede non c'è molta gente in giro.»
«Ma se non intende fermarsi qui perché fare questa fatica?»
«Si chiama fare qualcosa per gli altri.»
«Ma quali altri? Qui non c'è nessuno!» rispose Francesco confuso.
«Ma forse qualcuno capiterà da queste parti. E' successo a me, come anche a voi. E trovarsi in un posto dove c'è qualcosa è sicuramente meglio di trovarsi in una landa desolata.»
Mentre gli altri ragazzi si erano seduti per mangiare, Daffini continuò a parlare con il vecchio che, in pausa dalla semina, conficcò la vanga a terra appoggiandovisi.
«Lei di dov'è?» domandò Francesco.
«Sono abruzzese, di Pescara. Sono arrivato qui da qualche giorno e tra poco ripartirò.»
«Per dove?»
«Non ho una meta definita. Dove vedo che c'è qualcosa che si può rimettere a posto o, soprattutto, un terreno ancora fertile da poter seminare, mi fermo qualche giorno per poi ripartire. Lo faccio perché, come accennavo prima, molte persone di questi tempi vanno e vengono. Alcuni sono in viaggio per tornare a casa, altri per costruirne una nuova. Quello che faccio può aiutare entrambi.» spiegò l'uomo.
«Beh è una bella cosa quella che fa. Non sono in molti a preoccuparsi per il prossimo e...»
«Non faccia di me un santo» lo interruppe il vecchio. «Se non mi trovassi da solo non farei tutto questo. Mi occuperei della mia famiglia, come tutti.»
«Ha perso i suoi cari?»
«La guerra, i nazisti e anche gli “Alleati” mi hanno portato via tutto. A poco a poco si sono presi: il mio primogenito sul campo di battaglia, mia moglie e mia figlia durante l'occupazione, mio fratello col bombardamento di Pescara di due anni fa.»
«Lei ha combattuto nel '15-'18 immagino.»
«Si. Un'esperienza tremenda, anche se parte del mio attuale altruismo penso venga da lì. In fondo niente può sviluppare lo spirito di collaborazione fra gli uomini come la lotta per la sopravvivenza. Lei, invece, avrà partecipato a quest'ultimo conflitto.»
«In realtà no» disse Francesco. «Sono stato per anni un disertore e fuggitivo, non per paura della guerra, ma per schifo della fazione per cui avrei dovuto combattere.»
«Si è unito da molto alla Resistenza?» chiese il vecchio, che aveva notato le loro armi e la mancanza di uniformi ufficiali.

«In realtà la nostra divisione non è propriamente sotto il loro controllo. Poco dopo aver cominciato a seguire le campagne partigiane alcuni capi hanno iniziato a etichettarmi come attaccabrighe, mettendomi sempre più ai margini. Così sono andato per la mia strada e, mano a mano, ho incontrato i miei compagni e ci siamo organizzati per conto nostro. Abbiamo storie abbastanza simili, quindi non è stato difficile andare d'accordo.»

«Disertori e ribelli.»
«Più o meno.»
«Dove siete diretti?»
«A sud. Dato che la Resistenza per lo più opera al nord, noi abbiamo pensato di dirigerci verso il meridione.»

Francesco si alzò in piedi e dopo essersi sgranchito un po' la schiena e le gambe si voltò verso i compagni. Qualcuno era vigile e aveva seguito con interesse la sua conversazione con il vecchio, mentre gli altri si stavano ancora riposando. Il ragazzo li esortò ad alzarsi.
«Ragazzi prima di ripartire che ne dite di dare una mano a questo signore a sistemare e seminare il resto del terreno? Lavorando insieme ce la sbrigheremmo in poco tempo.»

Tutti i giovanotti diedero il loro assenso con entusiasmo.
«No!» disse il vecchio con decisione.
«Perché no?» fece Daffini interdetto.
«Apprezzo le vostre intenzioni, ma seminare queste zone è il mio modo di contribuire al bene comune.»

«Ma noi vogliamo aiutarla proprio per questo. In fondo il nostro obiettivo è aiutare le persone.» «Non credo proprio. Voi, come molti altri partigiani, non vi siete uniti alla causa per amore verso il prossimo, ma nella speranza di fare il culo ai nazifascisti. E non vi biasimo, anzi.»
«Beh chi non vorrebbe dare una lezione a quei bastardi! Però non è solo questo.» tentò di spiegare Francesco.
«Si invece, è soprattutto questo. Anzi vi auguro di trovare al più presto qualcuno di loro con cui sfogarvi, e subito dopo vi suggerisco di tornare dalle vostre famiglie.»
«E perché solo lei dovrebbe fare dell'altruismo e noi no?»
«Ho imparato nel tempo che alla comunità, così come a una causa che riguarda solo una certa categoria di persone, ci si dedica per lo più chi non ha battaglie o famiglia propria. O qualcuno che, come me, ha perso tutto ciò» disse il vecchio. «Quando avevo ancora i miei cari e la mia vita di prima non mi sono mai occupato così tanto del prossimo, non perché non me ne importasse ma perché avevo i miei problemi. Infatti non critico chi mette la propria famiglia al di sopra di tutto, persino del paese. Credo sia giusto così.»
I ragazzi capirono che il vecchio era irremovibile e decisero di desistere, accomiatandosi da lui. Daffini si fermò un po' di più per salutarlo. Aveva preso in simpatia quell'uomo, e il modo di parlare che aveva gli ricordava suo padre.
«Solo un'ultima domanda» fece Francesco. «Girando per l'Italia se ne vedono parecchie, troppe, di persone che rimaste sole come lei. Alcune decidono di farla finita prese dalla malinconia, molte altre, fortunatamente, cercano il modo di cambiare aria emigrando. Lei perché ha deciso di fare questo?»
«Perdere la mia famiglia è stato terribile e anche io ho pensato al suicidio. Poi però ho pensato che ero sopravvissuto alla due guerre, ai nazisti e persino al bombardamento... quindi ho creduto che forse il mio destino non era morire ma trovare un nuova ragione di vita, che stavolta però non poteva essere una famiglia, perché la mia l'avevo avuta e non avrei mai voluto averne un'altra. Quindi occuparmi del bene comune poteva essere la risposta.»
Il vecchio fece un attimo di pausa e voltò lo sguardo verso il terreno che aveva lavorato.
«E poi non sarei mai andato via, non sarei mai scappato dal mio paese. Non avrei mai dato la soddisfazione al destino e soprattutto a quegli uomini, se così si possono definire, di vedermi fuggire!»


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