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Una storia di Brividogiallo

Questa storia è presente nel magazine Vari volti dell'amore

Il predatore di bambini

Rispetto al crimine della pedofilia non è possibile formulare giustificazioni. Esiste forse azione più deplorevole?

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13 minuti

Pubblicato il 26 gennaio 2021 in Thriller/Noir

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Il corpicino giace immobile sull'erba, sembra una bambola che è stata maltrattata, la posizione scomposta, come fosse stata gettata con violenza.

Un cane si avvicina a lei, la annusa e poi lecca la ferita profonda che ha sulla tempia e da cui continua a uscire qualche goccia di sangue tra quello già rappreso. Va via lentamente, il suo istinto gli fa capire di aver dato un segno di conforto a chi non lo può più apprezzare.


"Ispettore hanno trovato una bambina morta su un prato a Trigoria. Sotto a un muro del centro sportivo." l'agente è pallido, pensa a sua figlia di sei anni e prova un brivido dentro, un senso di malessere, sente che deve vomitare.

"Mi scusi" farfuglia e corre in bagno.

L'ispettore si prende la testa tra le mani, è sconcertato e ha tutte le ragioni di pensare di aver a che fare con un serial killer. Di bambini.

Due mesi prima è scomparso un bambino di sette anni sempre nella stessa zona e le indagini sono ancora in corso.

Dopo alcuni minuti l'agente torna nella stanza.

"Siediti Paolo. Chi l'ha trovata?"

"Purtroppo una mamma che stava passeggiando su quel prato con la figlia di otto anni. In un primo momento ha pensato che si trattasse di una bambola di pezza ma le sembrava troppo grande. Ha mandato la figlia a raccogliere dei fiori poco distanti da lì, si è avvicinata e si è resa conto che si trattava di una bambina sui tre anni. Ci ha chiamati subito."

"Vai a prendere la macchina e aspettami lì, io avviso il medico legale e la scientifica."


Due ore dopo, il punto dove è stata trovata la bambina è stato circoscritto dal nastro.

Il medico ha appena finito di esaminare il corpo e, sulle prime, sembra che la causa della morte siano stati forti colpi dati con un corpo contundente rigido, probabilmente un martello sulla tempia destra della bambina che, infatti, presenta un avvallamento e fratture ossee che le hanno causato un'emorragia cerebrale.

Il dottor Magrini, seppure avvezzo a certe situazioni, appare scosso e non nasconde la sua ira.

"Lo metterei nella stessa cella di altri sei o sette detenuti che sanno perché si trova lì. Credo che gli farebbero rimpiangere di essere nato."

"Già, accidenti, farò di tutto perché questo accada. Un bambino sparisce, un'altra viene uccisa tutto nell'arco di due mesi e in una zona molto circoscritta, si tratta sicuramente della stessa mano."

"La situazione si fa pericolosa ma, per fortuna, ci penseranno i media a mettere in allarme le famiglie che risiedono in questa zona e in quelle limitrofe" dice Magrini afferrando con rabbia la sua borsa.

Nel frattempo, la scientifica sta setacciando la parte di prato circostante il corpo della bambina e la bambina stessa alla ricerca di qualche indizio.

Squilla il cellulare dell'ispettore, alcuni minuti e chiude la comunicazione.

"Paolo due persone, marito e moglie sono andate in commissariato a denunciare la scomparsa della loro bambina di tre anni. Non la trovano da oltre tre ore, era nel giardino della loro casetta e stava giocando. Quando la mamma è uscita per controllarla la bambina non c'era più."



Questa è la parte del suo mestiere che l'ispettore Manfredi detesta. Fare da portavoce di tragedie, spesso efferate e crudeli come questa. Anni di militanza nel corpo della polizia non lo hanno indurito, né abituato a questa incombenza.

Dopo aver parlato con l'ispettore e aver visto la foto della bambina morta, i genitori sono in preda ad una disperazione profonda, l'uomo prende la sedia su cui è seduto e la scaglia contro il muro, rabbia e dolore incontrollabili.

L'ispettore aspetta che si calmino poi comincia a far loro qualche domanda.

"Quanto tempo è passato dal momento in cui vostra figlia è uscita in giardino a quando vi siete accorti che non c'era più?"

"Non più di mezz'ora. Io ero sola in casa, mio marito non era ancora tornato dal lavoro ma io sono sempre stata tranquilla quando Serena giocava in giardino. C'è un muro di cinta alto e un cancelletto che non si può aprire dall'esterno, c'è un pulsante apricancello posto troppo lontano per chi si trova fuori." risponde la mamma

"La bambina sapeva dov'era questo pulsante?"

"Sì, certo. Le piaceva essere lei ad aprire il cancello quando uscivamo." dice la mamma

Manfredi rimane qualche istante pensieroso.

"C'è da pensare che sia stata la bambina ad aprire il cancello a chi l'ha poi portata via.

Conosceva qualcuno che non appartiene alla famiglia e di cui aveva fiducia e simpatia?"

I genitori ci pensano un attimo, si guardano, poi l'uomo risponde :"Non ci viene in mente assolutamente nessuno. Non aspettavamo visite oggi e le uniche persone che Serena conosceva sono i suoi compagni di asilo. Inoltre lei sapeva molto bene che non doveva aprire a sconosciuti e se qualcuno chiedeva di entrare doveva venire da noi, mai aprire da sola."

"Ho sempre avuto paura per Serena, sono una persona ansiosa e fin da quando ha iniziato a capirmi l'ho sempre messa in guardia dagli sconosciuti. Non capisco...non capisco proprio.."


Rimasto solo, Manfredi, ancora scosso, comincia a pensare.

"Una bimba piccola in un giardino privato dove non si può avere accesso dall'esterno. Deve aver aperto necessariamente lei. Ma chi può essere questa persona che ha spinto Serena ad aprire il cancello senza prima chiamare la madre? "

Il giorno dopo, si reca da Magrini per avere il referto dell'autopsia.

La faccia rabbuiata del medico gli fa presagire che ha scoperto qualcosa di estremamente spiacevole.

"Manfredi, abbiamo a che fare con un killer della peggiore specie. Prima di essere uccisa, la bimba è stata brutalmente stuprata. Cazzo! Non voglio nemmeno immaginare la scena!

Ovviamente la piccola non ha avuto modo di difendersi. Le cose di cui disponiamo sono una carta di caramella che aveva dentro la tasca del giacchino e, naturalmente, il DNA dell'assassino ma se non si è premurato di far sparire il corpo, dubito che sia un pregiudicato. Può essere una persona qualsiasi, anche la più insospettabile."

"Se il DNA non si trova negli archivi, dovrò fare qualcosa che mi costerà quasi quanto avvisare i genitori della morte della loro bambina."

"Chiedere il DNA del padre." dice Magrini

"Purtroppo è la prassi, non lo posso evitare."



Mirko si era finalmente appisolato. Ora è sveglio si guarda intorno, nella penombra vede, dalla finestrella a sbarre posta sulla parte alta della parete, che il sole sta sorgendo.

Fra un paio di ore arriverà con la tazza di caffellatte e due fette di pane. Tutto il cibo della sua intera giornata.

Poi inizieranno i suoi lavori.

Fargli il bagno, asciugarlo e massaggiarlo poi, se gli andrà bene, passerà alla casa. Pulire la camera dove l'uomo dorme, lavare i suoi piatti, i pavimenti, pulire il bagno. Se gli andrà male, dovrà sottostare al solito rituale che, inizialmente lo terrorizzava e lo faceva urlare per la paura e il dolore. Ormai si è abituato, è un rito al quale si sottopone senza più ribellarsi tanto sa che è inutile, se si ribella lui prende una cinta e inizia a frustarlo fino a che la sua schiena non diviene rossa come una ciliegia. Nessuno lo sente, sono isolati, non sa neppure dove si trova quella casa in cui è prigioniero, dove gli sembra di stare da un tempo infinito.

Quando resta solo, Mirko piange pensando alla sua mamma, al suo papà.

Crederanno che sia fuggito di casa senza dare notizie, che sia un bambino cattivo che non vuole bene ai suoi genitori.

Tante volte ha cercato un modo per scappare da lì ma la porta di casa è robusta e pesante, le finestre hanno tutte le inferriate e lui è come un topolino caduto in una trappola.

È un bambino sveglio Mirko. Fin da piccolissimo è stato abituato a provvedere da solo a se stesso, a lavarsi, a vestirsi e riordinare la sua camera. I genitori lavorano entrambi dalla mattina alla sera e lui sono due anni che torna da scuola da solo, si prepara un panino e resta in attesa del ritorno di mamma e papà.

Poi, un giorno, mentre sta tornando da scuola, percorrendo una strada poco trafficata, un furgone azzurro gli si accosta e un uomo gli chiede dove si trova una certa via.

Lui si avvicina per dirglielo ma l'uomo apre la porta e lo tira dentro, chiudendo dall'interno le portiere.

Mirko urla e si agita ma il furgone corre veloce verso una strada di campagna dove non lo potrà sentire più nessuno.

Ma non ha perso le speranze. Le grate delle finestre si aprono con delle chiavi che da qualche parte devono pur stare. E sa che stanno in casa perché quando l'uomo deve aprire una grata, lo chiude in bagno perché non veda dove le nasconde.

Mirko sa che lui non le metterebbe mai in un luogo scontato e da circa una settimana, passa quasi tutto il tempo in cui è solo, a cercare in ogni posto, in ogni angolo ma finora non è riuscito a trovare niente.

Non si perde d'animo, però, in quella casa, da qualche parte dove lui non è ancora arrivato, ci sono le chiavi che potranno farlo fuggire da quel mostro.


"Ispettore, purtroppo il DNA che abbiamo trovato sulla bambina non è presente in nessun database. Si tratta di persona incensurata, un ago in un pagliaio."

"Non avevo alcuna speranza che fosse presente, non si è disfatto del corpo, sa che non possiamo risalire a lui."

"Cominciamo col chiedere il DNA al padre?"

"No, aspettiamo Paolo, questa è una cosa che mi voglio tenere come ultimo tentativo. Non credo affatto che il padre c'entri qualcosa, sarebbe solo un ulteriore colpo inferto a un uomo che già sta soffrendo abbastanza."

"Anche sul fronte del bambino scomparso siamo in situazione di stallo. Continuiamo a chiedere, a parlare con chi lo conosceva ma dopo che quel giorno è uscito dalla scuola nessuno lo ha più visto.

Se mettessimo una ricompensa per chi sa dirci qualcosa o sospetta qualcuno?"

"Ci ritroveremmo immediatamente un manipolo di persone che dicono di sapere, di aver visto ma che in realtà non hanno visto un cazzo."

"Ha ragione. ma non abbiamo un punto da cui partire. Possiamo soltanto continuare a chiedere, a parlare con la gente del posto, non possiamo fare altro, anche se penso che se qualcuno sapesse qualcosa, l'avrebbe già detto."

"Molte volte la gente ha paura a infilarsi in questo tipo di faccende losche, l'omertà è il primo nemico contro cui dobbiamo combattere."


L'uomo è appena uscito. Questa mattina non aveva voglia per questo Mirko la considera una delle giornate fortunate. Sta lavando i piatti e, appena finito di insaponarli toglie il tappo del lavandino ma l'acqua non va giù.

Si deve essere intasato con qualcosa. Ricorda che la mamma, una volta, a un lavandino che si era otturato, buttò dentro della polvere bianca. Sul barattolo c'era scritto "Soda caustica" allora va nel ripostiglio per vedere se c'è un barattolo con quella polvere.

C'è una scaffalatura con vari ripiani. Sui primi, dove Mirko arriva a leggere le etichette, non vede ciò che cerca, allora si arrampica sul primo scaffale e con le mani tasta per sentire se ci sono barattoli, quando sente qualcosa di freddo, metallico.

Afferra. È un mazzo di chiavi, le conta, sono otto, come le finestre con le inferriate.

Corre come un pazzo alla finestra del soggiorno, dove il terreno è più vicino e il salto sarebbe meno alto e comincia a provarle, una ad una finché non trova quella giusta.

Fatica un po' ad aprire l'inferriata con la serratura leggermente arrugginita ma alla fine ci riesce, la spalanca e, senza pensarci, si butta giù.

Nell'atterrare sente un leggero dolore alla caviglia ma non ci fa caso, corre, corre come una lepre inseguita da una volpe. Non sa neppure dove sta andando ma non importa, quello che conta è fuggire più lontano possibile da quella casa e dal mostro.

Corre per i campi e vede un casolare in lontananza.

Ci arriva e appena si ferma davanti alla porta sente le gambe cedergli. Fa in tempo a suonare il campanello prima di cadere a terra privo di sensi.


Mirko apre gli occhi. Gli sembra di aver dormito per ore. Vede la luce fuori dalla finestra e si chiede come mai l'uomo non si è ancora fatto vivo. Poi si guarda intorno e vede un ambiente che non conosce e ricorda tutto.

Si mette a gridare e una donna con un bambino in braccio si affaccia sulla porta.

Si avvicina a lui e Mirko si rende conto di essere sporco, i capelli in quei due mesi gli sono cresciuti e gli vanno sugli occhi, teme di essere scambiato per un vagabondo. Ma poco importa è libero!

"Signora sono stato rapito, voglio tornare a casa dai miei genitori mi può aiutare?"

La giovane donna lo guarda bene, gli scosta i capelli dal viso poi esclama :"Ma sei tu! Il bambino che hanno rapito più di due mesi fa! Sei riuscito a fuggire tesoro? O ti ha lasciato andare chi ti ha rapito?"

"No sono riuscito a scappare, ho paura che mi ritrovi, devo andare a casa!"

"Calmati qui sei al sicuro. Tu sei Mirko, hanno parlato di te anche in televisione. Ora tranquillizzati, chiamo la polizia e ti porto qualcosa da mangiare, sei molto più magro rispetto alle foto che hanno fatto vedere in TV."


Mezz'ora dopo, L'ispettore è a casa della signora.

"Si è riaddormentato, era stremato povero piccolo, pensi che ha suonato alla porta ed è svenuto."

Manfredi prende le generalità della signora poi va sul divano dove Mirko riposa e lo sveglia dolcemente.

Il bambino apre gli occhi e nel vedere quell'uomo sconosciuto si spaventa.

"Tranquillo Mirko sono un poliziotto. Ti riporterò a casa. Ma prima devi portarmi nel posto dove ti tenevano prigioniero."

"No! Lì non ci torno ho paura."

"Non sarai solo, ci sarò io e anche altri poliziotti ma dobbiamo andarci subito, prima che si accorga della tua fuga o scapperà anche lui e non lo prenderemo più. Tu devi solo portarci a quella casa, poi una macchina della polizia ti accompagnerà dai tuoi genitori. Noi aspetteremo che torni e lo metteremo in prigione. Tu non lo vedrai mai più"


Salvatore Malerba è un trentacinquenne che ha un chiosco fuori dall'asilo che Serena frequentava.

Ha sempre avuto un'insana attrazione verso i bambini, sia maschi che femmine ma è sempre riuscito a contenerla perché se sua madre avesse scoperto che era un pedofilo, sarebbe morta di crepacuore.

Ma sua madre, due anni prima, era se ne era andata all'improvviso per un infarto e Salvatore, ripresosi dalla morte della madre, aveva ricominciato ad avere quei brutti pensieri.

Cercava di scacciarli ma i bambini diventavano sempre di più la sua ossessione.

Li vedeva uscire dall'asilo, le bambine con i capelli che fluttuavano al vento e i loro visini sorridenti, così dolci, le trovava irresistibili.

I maschi con la loro irruenza e l'inesauribile vitalità, li avrebbe voluti come piccoli schiavi, disposti a soddisfare ogni sua esigenza.

Fu così che rapì Mirko, senza pensarci troppo. Non fu difficile.

Serena era una bimba che spesso, quando usciva dall'asilo, si fermava con la mamma, per comprare le caramelle. Lui le sorrideva, le piaceva da morire quella bambina e Serena lo trovava simpatico e buono perché spesso, oltre a quelle che la mamma le comprava, lui gliene regalava altre.

Il signore delle caramelle, alla piccola Serena, sembrava un angelo che stava lì per far felici i bambini, sempre allegro e sorridente.

A Salvatore piaceva troppo Serena e, un giorno, pur sapendo di correre un rischio si avvicinò al cancello della casa di Serena. Seppure lo avessero visto parlare con la bambina, non ci avrebbero fatto nemmeno caso. Era l'uomo delle caramelle, lo conoscevano tutti.

L'azzardo fu farsi aprire da Serena e portarla via verso il chiosco delle caramelle. Ma ne valeva la pena. Appena furono vicini al chiosco, Salvatore aspettò il momento opportuno, poi mise una mano sulla bocca della bambina e la lanciò nel furgone azzurro.


La mamma di Serena ha perso il sorriso e la gioia di vivere. La sua bambina le manca troppo e non riesce nemmeno a pensare a quello che deve aver passato, alla paura, al dolore.

Ha saputo chi ha ucciso Serena e che, per la gravità dei reati commessi, non uscirà più dalla prigione.

Un giorno, passando davanti a un'edicola, legge su una locandina :"Salvatore Malerba, il signore delle caramelle, si è impiccato nella sua cella con il lenzuolo."


















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