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Una storia di Stegia18

Questa storia è presente nel magazine Fiabe, favole e racconti

Le interviste impossibili: Caterina Sforza

La guerriera di Forlì

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11 minuti

Pubblicato il 09 marzo 2020 in Altro

Tags: #CaterinaSforza #IntervisteImpossibili #DonneNellaStoria

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Nella foto: Lorenzo di Credi, Dama dei gelsomini (presunto ritratto di Caterina Sforza), Pinacoteca Civica, Forlì (, 1485-1490 circa).

«Caterina Sforza nota come “la tigre di Forlì”, una delle più celebri guerriere della storia. Certamente la più famosa del suo tempo. Capace di conquistare Castel Sant’Angelo alla morte di Papa Sisto IV e la rocca di Ravaldino a Forlì dopo l’uccisione di suo marito, che ne era i il Signore.

Ma andiamo con ordine e ci parli della famosa presa della fortezza romana»

«Girolamo Riario, mio marito, aveva ottenuto la Signoria di Imola e Forlì che erano vicariati pontifici. Era anche Capitano Generale della Chiesa e rivestiva numerose altre cariche. Lo chiamavano “il vicepapa” per il potere che deteneva. Tutto questo non certo per i suoi meriti militari o politici, ma solo grazie allo sfrenato nepotismo di suo zio Papa Sisto IV, che conferiva favori ed incarichi ai suoi congiunti, con lo scopo di assicurarsi una corte fedele. Ma Girolamo non ha mai saputo utilizzare la sua posizione di forza per conquistarsi il favore dei romani, anzi fomentava le faide tra le famiglie nobili, che insanguinavano Roma ed era eccessivamente crudele nelle sue vendette. Sui campi di combattimento, nonostante la carica che rivestiva, si vedeva ben poco, preferendo osservare gli scontri armati dal proprio accampamento, piuttosto che guidando gli uomini sul terreno di lotta. Perciò alla morte di Papa Sisto IV, sapendo che tutto sarebbe cambiato e temendo per la mia vita e per quella dei miei figli mi recai a Castel Sant’Angelo, occupando la rocca in nome di Girolamo. Tenevo sotto il controllo delle mie artiglierie il Vaticano e tutti i cardinali in conclave, affinché eleggessero un nuovo pontefice che fosse ben disposto verso di noi»

«Per dodici giorni è rimasta asserragliata lì, mentre nelle strade si consumavano vendette e aumentavano i disordini e i saccheggi. La vostra residenza fu assalita, depredata di ogni oggetto, anche di quelli di scarso valore, e quasi interamente distrutta. Infine ha ceduto, seppure accompagnata dall’onore delle armi da parte dei suoi soldati, che riconoscevano il suo valore militare. Cosa l’ha fatta desistere?»

«In effetti avrei potuto mantenere a lungo la mia posizione che mi permetteva, in pratica, il controllo della città, in attesa che mio marito intervenisse, a sua volta, con l’esercito. Avremmo potuto determinare il nome del nuovo Papa! Ma Girolamo, non seppe decidersi e infine accettò il compromesso offertogli dai cardinali e mi ordinò la resa, dimostrando ancora una volta uno scarso acume politico e militare»

«Il risarcimento dei danni subiti alle vostre proprietà, la conferma della signoria su Imola e Forlì e della carica di capitano generale della Chiesa, oltre ad ottomila ducati. Non sembra un cattivo compromesso»

«Tutt’altro. Quanto sarebbero potuti bastare quei denari, una volta tornati nelle nostre terre, per assicurare ai sudditi l’esenzione dalle tasse che lui aveva concesso quando ci insediammo a Forlì? Per quanto tempo avremmo potuto mantenere una così piccola signoria, una volta lontani dallo splendore di Roma e dalla benevolenza del papato?»

«Infatti il nuovo Papa, Innocenzo VIII, al secolo Giovanni Battista Cybo, che non vi era certo favorevole, mantenne solo in parte la parola, riconfermando a Girolamo la carica di capitano generale dell'esercito pontificio, anche se solo come titolo onorifico, dispensandolo dalla presenza a Roma e lo privò anche del relativo stipendio».

«È stato l’inizio della fine. Ben presto i denari hanno cominciato a scarseggiare. Ho impegnato i miei gioielli, il vasellame prezioso e perfino le opere d’arte, ma non poteva bastare. Infine Girolamo fu costretto a ripristinare i dazi che aveva promesso di abolire per sempre, estendendoli anche alla nobiltà e guadagnandosi il malcontento della popolazione»

«Sul piano politico un altro evento si rivelò assai sfavorevole per i Riario. Innocenzo VIII, di salute cagionevole e carattere debole, trovò un fantastico alleato in Lorenzo de’ Medici. Non temiamo di essere smentiti affermando che questi fu il più grande statista italiano dell’epoca. La sua politica era improntata al mantenimento di una, seppure precaria, pace tra i vari stati. E, naturalmente, anche alla sempre più marcata affermazione dell’importanza della sua famiglia, suggellata dal matrimonio tra la figlia Maddalena e il figlio naturale del Papa, Franceschetto Cybo e culminata nella nomina a cardinale del suo secondogenito Giovanni, di soli tredici anni, il quale sarà il futuro Leone X. Naturalmente, Lorenzo non dimenticava che Girolamo era stato tra i promotori della congiura de’ Pazzi, in cui aveva perso la vita il suo amato fratello Giuliano e operò in tutti i modi contro la vostra signoria»

«Tuttavia le lettere che io scambiavo con lui erano improntate alla stima reciproca, ognuno riconoscendo nell’altro le reali capacità, che travalicavano l’inadeguatezza di coloro che ci circondavano. Del resto la mia stima nei suoi confronti già cominciò a germogliare quando, da bambina, accompagnai mio padre nella visita a Firenze e potei ammirare le opere che grazie al suo mecenatismo e alla sua lungimiranza politica avevano reso grande e potente la Repubblica fiorentina»

«E i Medici, infatti hanno avuto sempre un’importanza notevole nella sua vita. Ma torniamo al discorso iniziale. Ci racconti, adesso, le circostanze che la condussero alla conquista della rocca di Ravaldino a Forlì»

«L’imposizione delle tasse e l’incapacità di governare di mio marito avevano provocato un grande scontento tra la popolazione. Già erano stati sventati vari tentativi di congiura, fino a quell’ultima, fatale, che si concluse con la morte di Girolamo. Il suo cadavere fu denudato ed oltraggiato, mentre io ed i miei figli fummo imprigionati. Poi i congiurati si apprestarono ad entrare a Ravaldino, dove il castellano si dichiarava ancora fedele ai Riario. Intanto io, non senza difficoltà, ero riuscita a mandare un messaggero a Milano, con una richiesta di aiuto per mio zio Ludovico Sforza, detto il Moro. Dopo alcuni giorni di prigionia, con uno stratagemma, riuscii a convincere i miei carcerieri a farmi entrare nella rocca per contrattarne la resa col castellano. Ma appena entrata mi sono attivata per una difesa ad oltranza e, anzi, feci rivolgere l’artiglieria verso il centro della città, tenendo sotto scacco i congiurati. Questi fecero erigere ai piedi della rocca delle forche, minacciando di uccidere i miei figli e tutta la mia famiglia»

«Fidando nella sua sensibilità di madre, che, speravano, l’avrebbe indotta a cedere per salvare loro la vita. Invece non fu così: racconta Machiavelli che la sua risposta fu “uccideteli pure, ho gli strumenti per farne altri”»

«Machiavelli racconta per sentito dire un episodio che si andò modificando nella trasmissione di bocca in bocca, utile solo a giustificare il mio inaspettato rifiuto e la mia tenacia, inusuale in una donna del mio secolo. Avevo il compito di conservare la signoria per il mio primogenito Ottaviano. Se mi fossi arresa la nostra vita si sarebbe trascinata in qualche sudicia e buia cella di prigione, se non, addirittura conclusa con un’esecuzione pubblica. Confidavo nell’aiuto del Duca di Milano, che, se non per motivi di parentela, almeno per opportunità politica, non mi avrebbe abbandonato»

«Infatti Ludovico inviò in suo aiuto un esercito di dodicimila uomini che ebbe, in breve, ragione dei congiurati, i quali si separarono e ben presto furono catturati. Le esecuzioni capitali che seguirono per suo ordine le hanno conferito una fama di donna crudele e vendicativa»

«L’uccisione di un Signore non può passare sotto silenzio, né era possibile una clemenza che avrebbe solo favorito il reiterarsi di congiure e tentativi di impossessarsi del potere, tanto più se detenuto da una donna. Ho agito come necessario per stroncare ogni velleità, prima ancora che nascesse»

«Infine, dopo pochi mesi, arrivò anche la nomina a signore di Imola e Forlì, per suo figlio Ottaviano, sotto la sua reggenza, data la minore età»

«Le esperienze vissute mi convinsero che mai sarei stata al sicuro risiedendo in città, perciò mi trasferii definitivamente a Ravaldino, facendo costruire sulle rovine dell’antico forte il nostro personale alloggio denominato “Il paradiso”. Da lì ho governato i miei stati, ho diminuito le tasse, addestrato personalmente la milizia a loro difesa, cercato di raggiungere una situazione di pace che portasse serenità e benessere»

«Infatti gli storici sono concordi nel riconoscerle la capacità di rimanere neutrale nel conflitto che opponeva il regno di Napoli al ducato di Milano e che vide la discesa in Italia del potente esercito francese, il cui re desiderava appropriarsi delle terre meridionali d’Italia. Una neutralità che le ha permesso di mantenere il favore sia di Ludovico il Moro che del Papa, i quali parteggiavano per le opposte fazioni, oltre che di evitare i disastri che la guerra avrebbe inevitabilmente comportato per le terre di Romagna.

Ma, in quel fatidico 1492, che tanti cambiamenti ha portato nella storia, morirono, a distanza di pochi mesi, sia Lorenzo il Magnifico, che Innocenzo VIII. Lorenzo era stato a lungo l’ago della bilancia che aveva tenuto a freno le rivalità tra gli stati italiani. La nomina a pontefice di Rodrigo Borgia, che avrebbe dovuto favorire proprio Ottaviano, di cui era padrino di battesimo, si rivelò, invece, fonte di catastrofe e segnò la fine della vostra signoria»

«Cesare Borgia, figlio del Papa Alessandro VI, desiderava crearsi un proprio principato in Romagna a spese dei vari vicariati pontifici. Era un uomo assai spietato e vendicativo, che non rifuggiva l’intrigo, capace di ogni nefandezza per raggiungere i suoi scopi. Ma non posso negargli le indubbie doti di condottiero e di politico. L’alleanza con il re di Francia, ottenuta con il sottile ricatto messo in atto dal padre Papa, lo vedeva a capo di un formidabile esercito, con molti uomini e un’artiglieria di prim’ordine. Imola si arrese per prima. L’assedio di Forlì si protrasse per quasi un mese. Nella rocca avevo le riserve di armi e di cibo per resistere a lungo, ma alla fine la sua strategia si rivelò vincente. Il bombardamento continuo, di giorno e di notte, rese impossibile il ripristino delle difese. Infine, attraverso i varchi venutisi a creare, i suoi soldati riuscirono a penetrare a Ravaldino e a conquistarla. Fui presa in ostaggio da Cesare e condotta a Roma. In seguito al mio rifiuto di abdicare alla signoria, fui imprigionata a Castel Sant’Angelo. La reclusione rese precarie le mie condizioni di salute poi, quando in seguito alle rimostranze dei francesi, la cui legge vietava la prigionia militare per le donne, cedetti, dovetti firmare un documento di rinuncia dei miei stati»

«Vi recaste quindi a Firenze per risiedere, ormai da privata cittadina, nelle proprietà che erano state del vostro terzo marito Giovanni de’ Medici.

E parliamo adesso di loro, dei tre mariti che hanno condizionato la vostra vita»

«Girolamo Riario, che ho sposato a nove anni, mi fu imposto da mio padre per motivi politici, per un accordo col Papa che desiderava per il nipote l’unione con la nostra nobile e potente famiglia, mentre ambedue tendevano a contenere le mire dei fiorentini che desideravano espandersi in Romagna»

«Avete avuto sei figli. Fu dunque un matrimonio felice?»

«Tutt’altro. Girolamo, nel timore di un futuro annullamento, qualora fossero cambiate le alleanze politiche, volle consumare il matrimonio nonostante la mia età. Né io ho potuto dimenticare il dramma di quel primo incontro»

«Oggi lo definiremmo pedofilo!»

«I figli che abbiamo generato sono stati il frutto che il dovere coniugale mi imponeva. Li ho comunque tutti amati, così come fa ogni madre»

«Il suo secondo matrimonio, invece è, stato davvero un matrimonio d’amore»

«Un amore travolgente, oltre ogni convenzione sociale, dato che Giacomo era soltanto un garzone di stalla, quando ci siamo conosciuti. Ma le nostre nozze avvennero in segreto, altrimenti avrei perso la reggenza dello stato e la tutela dei figli»

«Tuttavia il favore da lei concessogli, gli incarichi, il potere da lui conquistati crearono in molti l’idea che volesse togliere la signoria al legittimo erede, Ottaviano. Così si consumò il suo omicidio. La sua vendetta nei confronti degli esecutori e delle loro famiglie è stata feroce oltre ogni limite, creando una scia di sangue, talvolta innocente, che ha terrorizzato l’intera città»

«Ero accecata dal dolore e ho sbagliato. Mai potrò perdonarmi per quelle morti che ora capisco, furono non solo inutili, ma anche politicamente dannose. Persi il favore dei miei sudditi, che cominciarono a temermi, invece di amarmi, senza riuscire ad attenuare la mia sofferenza»

«Come ha conosciuto poi il suo terzo marito?»

«Giovanni fu inviato a Forlì, come ambasciatore, dalla Repubblica fiorentina per trattare l’acquisto di un grosso quantitativo di grano delle mie riserve, per sopperire alla carestia che affliggeva la sua città. Era bellissimo. Cresciuto alla corte di Lorenzo il Magnifico, ebbe come maestri il Poliziano e Marsilio Ficino. Aveva un bagaglio culturale che non mancò di conquistarmi: fu un amore intellettuale, oltre che fisico. Ancora una volta mi sposai in segreto. Quando infine la notizia trapelò trovò comunque l’approvazione di mio zio Ludovico e dei miei figli. In fondo Giovanni apparteneva ad una delle più potenti e ricche famiglie dell’epoca!»

«Ma ancora una volta il tuo matrimonio non è stato fortunato. Dopo pochi mesi dalla nascita del vostro bambino, Giovanni si è ammalato gravemente ed è morto, lasciandoti nuovamente sola. Poi dopo la liberazione dal carcere di Castel Sant’Angelo andasti a vivere a Firenze, avendone acquisito la cittadinanza»

«Ormai non più Signora di Imola e Forlì, mi ritirai nei possedimenti fiorentini di Giovanni, dedicandomi ai miei prediletti studi alchemici e alla cura dei miei figli, particolarmente dell’ultimo, il mio adorato Giovannino, nel quale ritrovavo il carattere combattivo degli Sforza».


Giovannino, meglio noto come Giovanni dalle Bande Nere, divenne uno tra i più grandi capitani di ventura del suo tempo. Morì ventottenne mentre combatteva, nei pressi di Mantova, per impedire la discesa dei lanzichenecchi verso Roma, dove portarono morte e devastazione come mai si era vista prima.


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