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Una storia di Yolima

Amos Light e la Zona Oscura, capitolo tre.

di Yolima M.

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8 minuti

Pubblicato il 04 maggio 2020 in Fantasy

Tags: #avventura #cupo #fantasy #harrypotter

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Amos nascose sotto le coperte il suo pezzo di vetro, poi si alzò lentamente e iniziò a dedicarsi alla pulizia del corpo. Terminato questo prese i vestiti del giorno prima e li indossò. Fuori un vento gelido soffiava forte sulla casa Puffley e sulla stalla ma Julian attendeva, furente, le sue uova al tegamino così Amos si avvolse una sciarpa di lana intorno al viso e uscì, non prima di aver salutato Puff, il gatto di casa Puffey.


Davanti alla porta d’ingresso si tolse le scarpe e attraversò il corridoio che portava direttamente in cucina. Il Signor Puffley visto il tempo aveva acceso il camino e ora odore di fumo alleggiava per tutta la casa. Il tavolo di cucina scompariva quasi completamente sotto la pila di tazze, piattini, forchette, cucchiai, coltelli. Sembrava che da lì a qualche minuto si sarebbe svolto un grosso banchetto reale. Amos sospirò. La Signora Puffley aveva tirato fuori sei uova e le aveva messe, con estrema attenzione, in fila sul bordo del tavolo. Amos allungò la mano e prese un uovo. Appartenevano tutte a Gina e Pina, le galline che vivevano nella stalla con lui. Qualcuno, forse sua zia, aveva messo dell’acqua a bollire per il tè. Amos prese le uova e iniziò a preparare la colazione per suo cugino Julian, ma non solo. Ogni mattina preparava la colazione per tutti, quasi ogni sera, prima di andare a letto, sua zia Patricia li lasciava un biglietto con scritto quello che volevano il giorno dopo a colazione e poco importava se Amos fosse capace oppure no. Lo doveva fare, punto e basta.


« è pronto il mio bacon? Ricorda: lo voglio croccante e no unto. L’ultima volta era così unto che mi è rimasto sullo stomaco per tutto il giorno. »

Zio Hugo entrò in cucina mentre Amos prendeva il bacon dal frigo e lo metteva nella padella insieme alle uova. Quella mattina indossava una camicia a quadri e dei pantaloni color verde pastello. Sembrava un leprecauno irlandese conciato in quella maniera ma Amos si guardò bene nel dirlo a voce alta.

Alle nove in punto entrarono in cucina tutta la famiglia. Nessuno dei presenti si degnò di salutare Amos che stava trafficando come un matto ai fornelli, dimenticandosi, più volte, di coprirsi le orecchie a punta che sbucavano fuori dai lunghi capelli color fuoco.

L’ultima ad entrare fu zia Patricia che lanciò un occhiata al nipote ma non disse nulla e si sedette accanto al marito. Dopodiché prese la mano del marito e insieme, a voce alta, pregarono. Ringraziarono il Signore per il cibo che stavano per ricevere e lo pregarono di starli vicini e aiutarli nella vita di tutti giorni.

Amos mise in tavola i piatti con le uova e il bacon mentre l’intera famiglia urlava un grosso “ Amen” al cielo. La colazione di Amos prevedeva bacon, un uovo strapazzato e un pezzo di pane. Ma avrebbe potuto sedersi e mangiare solo dopo che gli altri si fossero abbuffati. Infatti se le prime volte, Amos, si sedeva insieme alla famiglia durante i pasti, negli ultimi anni zio Hugo aveva pensato bene che il ragazzo dovesse mangiare dopo di loro, come la servitù. La cosa non infastidiva Amos peccato che aveva solo cinque minuti per mandare tutto giù prima di essere preso e mandato a pulire la stalla prima di andare a scuola.


La scuola era sempre stato un argomento delicato per zio Hugo. Secondo lui il ragazzo non aveva bisogno d’istruzione, lo avrebbero istruito loro, a casa ma seconda zia Patricia invece il ragazzo doveva andare eccome a scuola. Ma come facevano? Avevano sempre cercato di tenere nascosto l’esistenza di Amos, se fosse andato a scuola, tutti lo avrebbero visto e fatto domande. Domande scomode che zio Hugo non voleva assolutamente rispondere per questo aveva pagato alcuni professori che insegnassero al nipote a fare di conto, a scrivere e a leggere a patto che non rivelassero il segreto della famiglia Puffly.


Amos adorava andare a scuola. Era il suo momento preferito. Amava imparare cose nuove e la professoressa Hill era la sua insegnante preferita.

La professoressa Hill era una giovane donna che insegnava lettere moderne a Oxford Si occupava di Amos solo due giorni alla settimana: il mercoledì e il venerdì. Le lezioni venivano svolte dentro a una piccola, vecchia, polverosa aula. Di solito s’iniziava a commentare un testo e si finiva per discuterne in maniera più approfondita e si cercava di paragonare tale testo con altri testi di altri scrittori contemporanei.

Ma la cosa che rendeva la professoressa Hill la preferita di Amos era che lo trattava come un essere umano. Era gentile e spesso rideva alle battute del ragazzo.

Amos era ancora intento a pensare alla professoressa Hill quando Julian, secondogenito commentò così la sua colazione: « Sono crude queste uova! » disse rivolto a sua madre che fulminò con lo sguardo il nipote impegnato a pulire una padella.

«Caro, ne sei certo? »

«Mi chiedi se ne sono certo?! Assaggiale vecchio! »

Zio Hugo non apprezzava la maleducazione ma per chissà quale motivo la accettava dai suoi figli. In silenzio, come un cane bastonato, prese il piatto e né assaggiò un uovo per poi sputarlo fuori subito dopo.

«Ragazzo! » disse rivolto a Amos che abbandonò tutto per correre al fianco di suo zio.

« Si, signore? »

«Volevi avvelenare mio figlio? »

Amos guardò suo cugino Julian e quel suo brutto naso ricurvo e pensò che se avesse davvero voluto avvelenare il cugino sicuramente avrebbe usato qualcosa di più piccante del pepe.

« Forse mi sono distratto e le ho tolte prima del dovuto. Scusami Julian»


Julian che aveva sedici anni e l’anno prossimo sarebbe entrato ufficialmente nella squadra di rugby della sua scuola, guardò sprezzante il cugino e disse: « Non farlo mai più. Hai solo un compito sfigato, quello di prepararci la colazione, rifarmele e portamele alla fermata del bus. »

Amos avrebbe voluto replicare che non era vero che aveva solo un compito ma più compiti nell’arco della giornata e che le sue uova strapazzate se le poteva infilare solo lui sapeva dove ma in quel momento squillò il telefono e zia Patricia andò a rispondere.

Quando ritornò era scura in volto.

« Brutte notizie, quest’anno dovremo portarci dietro anche questo qua al luna park. Non c’è nessuno disposto a tenerlo» e così dicendo indicò Amos con un brusco cenno della mano.

Julian e Sally spalancarono la bocca inorriditi, mentre Alice fece un sorrisino diabolico e disse con tutta l’arroganza di questo mondo: « Beh forse è la buona volta che lo potremo scaricare a qualcuno. Il Signor Forst non ha sempre bisogno di nuovi animali per il suo circo? Potrebbe unirsi alla compagnia dei clown o delle scimmie. »

« Lo prenderebbero subito, con quelle orecchie a punta sarebbe la star della serata» disse divertito Tom mentre addentava un pezzo di bacon croccante.

« Basta! Nessuno deve vedere le sue orecchie! Immaginate cosa accadrebbe se qualcuno noterebbe quelle maledette orecchie a punta! Ragazzo voglio che indossi un cappello e guai a te se ti allontani da me, ci siamo capiti? »

« Ma papà non puoi dire sul serio! » si lagnò Julius che nel frattempo aveva spazzolato il suo piatto e si apprestava ad addentare la fetta biscottata di sua sorella.

Zio Hugo lo fulminò con lo sguardo

« Amos verrà con noi, fine della storia. »

Era molto ma molto raro che zio Hugo chiamasse Amos per nome, di solito lo chiamava “ragazzo” o “ tu qui!” o “muoviti!”. Zia Patricia guardò suo marito, annusò il pericolo e disse:« Ma certo caro, il ragazzo verrà con noi. »

Zio Hugo guardò i figli e Amos, con lo sguardo li sfidò ad aprire la bocca ma nessuno lo fece. Poi tornò a finire la sua colazione e questo voleva dire solo una cosa: la questione era giunta alla fine, Amos sarebbe andato al luna park con i suoi cugini e suoi zii. Il cuore li balzò di gioia. Per una volta anche lui avrebbe potuto assaggiare lo zucchero filato, comprare un palloncino a forma di cavallo, bere l’idromele, assaggiare gli hot dog e fare una corsa sulle macchine. Ovviamente per fare tutto questo aveva bisogno di soldi e per fortuna, zia Patricia ogni mese li dava la paghetta, misera, ma lui era un grande risparmiatore e con tutto quello che aveva messo da parte poteva permettersi di fare tutto quello che avrebbe sempre desiderato.


Dopo colazione, Amos iniziò a sistemare i piatti nella lavastoviglie e mangiare qualcosa pure lui. Aveva messo la sua colazione nel forno, per tenerlo al caldo, quando la tirò fuori il suo stomaco ritornò a brontolare più forte che mai. Visto che erano tutti fuori chi a scuola e chi al lavoro, si sedette al tavolo di cucina e mangiò in silenzio.

Zia Patricia non si era accorta che solo il giorno prima, Amos aveva “rubato” una fetta della torta di cioccolato che aveva preparato per tutti gli altri. Era stato molto attento a non farsi beccare da nessuno e ora poteva gustarsela in pace, senza che nessuno lo rimproverasse per qualcosa che non aveva fatto. Si tirò su le maniche del maglione quando dall’entrata della porta udì un rumore. Raddrizzò le orecchie, era certo che tutti fossero andati via. Aveva visto i suoi cugini, dal più piccolo al più grande salire sul bus giallo e i suoi zii salire sulla vecchia fiat 500 e lasciare casa.


Quindi chi o meglio cos’era stato?


Si disse che era stato il gatto, era un pasticcione, ovunque andasse faceva cadere qualcosa. Per nulla preoccupato ritornò alla sua colazione, diede un morso alla torta al cioccolato di sua zia e si versò del buon succo all’arancia rossa.


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