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Una storia di OrnellaStocco

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Con le scarpe da tennis

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3 minuti

Pubblicato il 06 febbraio 2019 in Altro

Tags: #supergaestategiovent

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C'era un tempo in cui me ne andavo in giro sfrontata, quasi arrogante. Percorrevo le vie della mia città sotto il sole cocente. O il diluvio universale. Con sciarpa e berretto.
La percezione del caldo e del freddo era paragonabile alla voglia di studiare. Inesistente. Zero.
Era il tempo delle "vasche" e dei " chissà cosa diventerò da grande".
Era un tempo che mi arriva come una folata di vento estivo che non assopisce ma risveglia.
Era il tempo dei bluejeans che non avevano stagioni e lavarli era dissacrante.
Era il tempo delle scarpe di tela, sempre quelle, sempre bianche. Quando erano nuove. Sembrava che i negozi di scarpe avessero solo quella marca. O forse ero io che volevo solo quelle.
Da tennis. Mitiche.
Quando sono diventata grande, e non mi ponevo più tante domande, in quel negozio ci sono entrata con scarpe diverse, vestiti diversi, insomma, diversa. La marca delle scarpe, sempre quella, ma in svariati colori. In una specie di rivendicazione del monocolore ho acquistato scarpe da tennis blu, rosa, rosse, verde chiaro, verde scuro, grigio e, ovviamente, bianche. In ricordo delle mie mitiche "Superga" quelle che usavo come i jeans. In tutte le stagioni.
Me ne liberai definitivamente un brutto giorno. Sciolte per la pioggia, scrostate dal sole, indurite dal gelo, sono state decorate con la medaglia al valore "incivile" nel senso che è da incivili portare scarpe ridotte così. Ma in quel tempo erano intoccabili. Come lo ero io, che quando un ragazzo cercava di toccarmi, partivano ceffoni.
Quello con le mie scarpe fu un abbandono doloroso. Molto più doloroso degli abbandoni con i ragazzi. I ragazzi a differenza delle "Superga" si cambiavano ad un ritmo stagionale. Ed era divertente, non doloroso. Nulla mi feriva. Niente mi addolorava. Non sudavo per il caldo. Non tremavo per il freddo.
A quel tempo raggiungevo Piazza dei Signori con la "Graziella" di mia madre.
L'appuntamento con il fidanzatino di turno era al bar "Cristallo" alle 14 in punto. Era il tempo delle vacanze e per studiare c'era sempre tempo. Due chilometri sotto un sole che scioglieva l'asfalto incollandosi alle gomme della bici ma non una goccia di sudore imperlava la mia fronte.
Niente aloni rivelatori sotto le ascelle. Niente affanno. Fresca come una rosa senza una goccia di rugiada. Mi invidio da sola!
Ma di che cosa ero fatta. Di quale materiale era avvolto il mio corpo snello e tonico? Come facevo a non incendiarmi, a non sentire il bisogno di bere almeno due litri d'acqua. Niente. Assuefatta a tutte le temperature.
Penso. Se sono resistita a quella che considero una prova di sopravvivenza ho buone possibilità di arrivare ai novant'anni. Giù di lì.
Era il tempo dei "Calippo" da leccare con malizia.
Ed era il tempo della "maglietta fina" sotto la quale non c’era bisogno di nient’altro. Quelle due cose lì che sembravano bucare qualsiasi spessore potevano stare benissimo su senza aiuti.
Era il tempo delle collanine di perline e di ... scarpe da tennis bianche e blu seni pesanti e labbra rosse...oh! Marta io sì ti ricordo così...
Era il tempo dei... se non mi ami ne trovo subito un altro...
Ed era il tempo che se non tornavo a casa per cena la "Graziella" non la vedevo più e mi toccava fare due chilometri a piedi. Ma chi se ne importava. A quel tempo sarei potuta andare a Roma a piedi. A Roma no ma Verona sì. Luglio 1980. Ho girato tutta Verona in cerca di un ragazzo.
Pazza e fantastica quella ragazza. Non si fermava di fronte a niente, a nessuno.
Era il tempo delle amiche invidiose.
Della giostra che mi faceva volare in aria, delle notti inquiete e dei sogni sospesi.
Adesso quel tempo non c'è più.
Voglio tornare sui miei passi. Con le scarpe da tennis. Bianche e blu. ​


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