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Una storia di Carbolatente

Questa storia è presente nel magazine Ispirazioni improvvise

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Write Here, Write Now.

Senza parole

311 visualizzazioni

10 minuti

Pubblicato il 14 settembre 2018 in Altro

Tags: #parole #provocare #risate #vivere #writeherewritenow

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“Il treno Frecciarossa 9714, delle ore 8.48 con destinazione Torino Porta Nuova, è in arrivo in orario al binario 3; allontanarsi dalla linea gialla”.
Sono qui in stazione a Padova e sto per salire sul treno che mi porterà a Torino, e purtroppo per me esplodo in una grassa risata, dalla quale mi riprendo solo quando il treno è ormai davanti a me e si sta per fermare.
Ennesima figura di merda da aggiungere alla mia ormai lunga lista… E non serve che ridiate anche voi. Vi sfido a rimanere impassibili, dopo aver visto le Poop di _RT e quelle su Luke Skywalker contro un Darth Vader che ha proprio la voce degli annunci dei treni di Trenitalia. Semplicemente un qualcosa di fenomenale; se non l’aveste ancora fatto vi invito ad andare a vederle.
Ma ritornando a noi, mi rendo conto che devo aver dato spettacolo, in particolare a una ragazza poco lontano da me, che con fare preoccupato prende le valigie e si dirige verso la carrozza 6. La mia stessa carrozza. Lei sale prima di me e io subito dietro dopo aver fatto passare un signore anziano.
Cerco il mio posto, il 13A, e metto il bagaglio a mano nella cappelliera. E con divertimento misto a imbarazzo noto che la ragazza di poco fa ha il suo posto proprio davanti al mio. Fortunatamente non c’è nessuno di fianco a me e mi posso godere il finestrino, senza dover avere in mezzo alle gambe lo zaino, che metto sul sedile libero.
Mi siedo, chiudo gli occhi un attimo e poi mi gusto quella sensazione che tanto adoro, legata al viaggiare in treno. Sarà anche che ormai questa tratta l’ho fatta talmente tante volte che ci ho fatto l’abitudine, però l’aver tre ore di viaggio nelle quali posso liberare la mente, mi da una sensazione di pace senza eguali.
Come ogni viaggio che si rispetti, tiro fuori dallo zaino il libro che sto leggendo in questo periodo “La colonna di fuoco” di Ken Follet e inizio a leggere.
Dopo poco siamo in arrivo a Vicenza e la voce che da l’annuncio mi strappa nuovamente un sorriso, nulla di più; fortunatamente stavolta so trattenermi. La compagna di posto coglie il mio sorriso e con fare cordiale mi fa: “Certo che devi essere messo male se Trenitalia ti fa così ridere”.
Alzo lo sguardo con fare interdetto. Mi ci vogliono un po’ di secondi per rendermi conto di quanto mi ha appena detto. Sono senza parole. E purtroppo non riesco a trattenermi, ed ecco che mi parte un altro attacco di risate.
Non chiassoso come quello sui binari, ma è una risata di quelle che anche se trattieni il volume, richiede una buona ventina di secondi per esaurirsi.
Ok la tizia è decisamente divertita.
“Allora ci tengo a precisare che non sono ne ubriaco alle 9.30 di mattina e che non mi sono neanche fatto una canna prima di salire in treno, seppur in stazione a Padova non avrei avuto difficoltà a trovarne una”.
E la prima flebile difesa che provo ad abbozzare.
“Semplicemente c’è tutta una storia dietro, legata a dei video di poop in internet, dove la voce di Trenitalia ha un ruolo importante. E sono fantastiche. Se le avessi viste anche te, potresti capirmi”.
Il suo inarcamento di sopracciglio con sguardo da “Ma mi stai prendendo per il culo?” mi strappa ancora un mezzo sorriso e decido di giocarmela... tanto peggio di così!
Prendo il cellulare cerco il video su Youtube e la invito a darci un’occhio.
Lei decide di darmi un minimo di fiducia, inforca le cuffiette e si mette a guardarlo.
E finché lei è impegnata con il video, ne approfitto per guardare meglio chi ho davanti, cosa che finora non ho fatto.
A occhio e croce deve avere più o meno la mia età.
Rossa, quel rosso che mi fa impazzire ogni volta, buon gusto nel vestire, è una ragazza normale, semplice, con dei lineamenti dolci. Un piccolo piercing sul lato destro del naso le dà un tratto distintivo.
Ed ecco che accade il miracolo.
Il video le strappa da prima un sorriso e poi una risata cristallina le si irradia su tutto il viso e riempie la carrozza.
Sono onestamente incantato. Non sarà Julia Roberts, ma ha un sorriso veramente bello.
Chiariamoci, quando ridiamo di gusto e in maniera spontanea, siamo tutti belli. La gioia che trasmette chiunque in quei momenti è una cosa splendida.
Ma lei in questo momento mi sta proprio trasmettendo allegria semplice e pura. Non che ne avessi bisogno ma mi gusto quel bel volto con piacere.
Si riprende, finisce il video e mi restituisce il telefono dopo averlo guardato un attimo incuriosita. In effetti non ho ancora visto nessun altro con un telefono come il mio in questi mesi.

“Hai ragione, devi chiederti scusa per averti creduto pazzo”
Ormai c’è simpatia nell’aria e rilancio: “A dire il vero non ho mai detto di non essere pazzo. Semplicemente non era tutta farina del mio sacco prima”.
E come sempre siete in grado di fare donne, lei scende a patti: “Ok ok te lo devo concedere. In ogni caso piacere Rita”. E lo fa porgendomi la mano accompagnando il tutto da uno splendido sorriso. Un altro.
Mi presento e concludo con un: “Comunque Grazie”.
“Per cosa?” Mi chiede incuriosita.
“Beh per avermi creduto, ma soprattutto per la risata di poco fa e per il sorriso che mi hai appena regalato”. E lo dico sorridendo. Fa bene ogni tanto essere sinceri e diretti.
Recentemente una persona mi ha dato un consiglio e proprio ora ho deciso di metterlo in pratica per la prima volta: “Sii sincero come sanno esserlo i bambini”.
La vedo piacevolmente colpita, e da lì parte una chiacchierata di conoscenza reciproca che ci accompagna fino a Milano. Nel frattempo, passano con la colazione e le riviste e mentre io prendo la gazzetta, lei sorprendendomi va di Corriere della sera.
Scopro che è una studentessa universitaria di Torino che era a Padova in visita dai nonni e che ora sta tornando a Torino per dare l’ultimo esame prima di iniziare la tesi.
La solita sosta di 15 minuti a Milano da parte del treno, e lei ne approfitta per andare in bagno.
Cercando di non farmi vedere, butto l’occhio al suo corpo, e devo dire che le forme piene e il modo in cui i pantaloni la fasciano non mi lasciano indifferente.
Dopo un po’ torna e nel sedersi, e visto che nel frattempo gli altri due posti non sono stati occupati, mi spiazza con un'altra frase: “Vedo che non hai perso tempo e mi hai fatto il check-up completo”. Accompagnato sempre da un mezzo sorriso divertito, stavolta di sfida.
Altri secondi nei quali non so che dire e da parte mia un’altra risata a stento trattenuta, ma non divertita.
“Colpito e affondato, ammetto le mie colpe”. Dico un po’ a disagio.
“Sotto sotto siete tutti uguali”. E su questo clichè non mi trattengo.
“Ehilà da un po’ che non sentivo la classica battuta generalista. La prossima?”.

Stavolta è lei a restare zitta per qualche secondo. “Ok devo chiederti scusa. Non sono stata molto delicata”.
“Ma davvero?” le ribatto. Cazzo sembra che ci conosciamo da un bel po’ non da 2h.
Divertenti questi viaggi in treno che prendono pieghe inaspettate.
“Certo però che non perdete un attimo”.
“E cosa pretendi? Che distolga lo sguardo?” rispondo un po’ stizzito.
“Sarebbe una bella cosa”. Sembra una gara a chi ribatte prima.
“Guarda ho tanti difetti, ma non quello di essere ipocrita. Fidati che se non mi avesse attratto il tuo modo di fare, l’occhio non sarebbe caduto”. E su questo mezzo complimento sembra calmarsi.
Nel frattempo, il treno riparte e per la prima volta da Vicenza non stiamo parlando.
Stavolta prendo le cuffiette e inizio ad ascoltare la musica.
Passano 20 minuti e richiamando la mia attenzione, aspetta che mi tolga le cuffie, e mi chiede. “Ma che telefono è il tuo?”. Le dico il modello e per la prima volta dice una cosa che condivido pure io: “Mi piace è compatto ed è pure bello”.
“Si è vero l’ho preso qualche mese fa appena è uscito. Non sopporto i telefoni grandi”.
E con fare chiaramente allusivo se ne esce con una frase scontata ma che non mi piace:” Nemmeno io, odio quando non riesco a tenere in mano una cosa. Ma non è sempre così…”. Accompagnata da una sguardo in modalità emoticons da 3 di briscola.
La mia parte bambinesca non sa stare zitta e la metto k.o. con un: ”Ma cosa sei? Dr. Jekyl e Mr. Hyde? Milano ti ha fatto uno strano effetto?”. Stavolta è lei quella a disagio.
Sopporto tutto ma non chi vuole provocare forzatamente. Cala di nuovo il silenzio tra noi.
Ormai stiamo arrivando a Torino. La mia fermata e anche la sua è Porta Susa.
Con calma ci alziamo in piedi, recuperiamo il bagaglio e ci dirigiamo alla porta, visto che non è il capolinea e la sosta è sempre breve.
Ed è lì protetti dalle porte a scorrimento che lei tenta la pacificazione.
“Ok scusami ho sbagliato, non volevo essere così sfacciata. Non è mio solito. Ma credevo saresti stato al gioco”.
“E di grazia, se posso saperlo, cosa te lo ha fatto credere?” Chiedo incuriosito e un pelo stizzito. Se è così che intende “pacificarsi” ha sbagliato modo.
“Beh il feeling che si era creato era prima era bello… e boh ho voluto provare... tanto cos’avevo da perdere?”.
Basta non ci vedo più dalla rabbia.
Mollo il bagaglio a meno e in attimo sono davanti a lei. Mal che vada si incazza, ma è stata lei a iniziare.
“Se proprio vuoi provocare, devi farlo come si deve”.
Mi piazzo a 5 centimetri dal suo viso e la guardo in maniera seria e diretta negli occhi. E’ più bassa di me e in questo momento non ho problemi a sostenere lo sguardo.
Sorprendendomi, pure lei non distoglie lo sguardo. È intimorita lo percepisco, ma non si è lasciata sorprendere. 100 punti per la Grifona rossa.
“Se vuoi provocare, devi farlo con stile, con gradualità e con un desiderio che sia vero. Se io non sono un uomo qualunque, nemmeno te mi sembri una qualunque. Quindi non cercare di passare per quella che non sei”.
Mi avvicino con le labbra alle sue e lei completa lo spazio che manca.
È un bacio bello serio quello che ci scambiamo. Per la foga sembriamo due 15enni.
Ma altri 15anni di vita hanno saputo aggiungere molto di più e in breve ci ritroviamo a corto di fiato per tutto ciò che questo bacio ha scatenato. Lingue che sanno cosa devono fare, labbra che non lasciano nulla al caso. E mani che nel frattempo ci hanno stretti uno all’altra.

Il treno sta rallentando, tra poco scenderemo.
Ci stacchiamo giusto un attimo prima che la porta alle nostre spalle si apra per fare spazio ad altri passeggeri che devono scendere. Ma prima di staccarci del tutto appoggio un ultimo bacio su quel piercing che da prima ha attratto la mia attenzione.
Ci ricomponiamo, io abbasso la maglietta per coprire gli effetti del bacio e lei si sistema quei boccoli rossi che si sono scomposti.
Il treno si ferma e scendiamo.
Un attimo di indecisione ed è giunto il momento dei saluti perché lei deve uscire e io devo prendere una coincidenza. E decido di sfoggiare alcune delle parole piemontesi che adoro di più.

“Com’è? Tutto bene?”. Le chiedo.
“Si si tutto bene”. E un sorriso tipico da commiato da parte sua. E anche un pizzico di imbarazzo che sta smaltendo velocemente.
“E allora vai, buon ultimo esame studentessa”
“Buon colloquio a te, ingegnere”.
“Va bin, Cerea ragassuola, fa la brava e sii sempre te stessa, non forzare la mano”.
Una stretta di mano, un po’ strana ma spontanea, un suo cenno di assenso e saluto e poi ognuno per la sua strada.
È proprio vero. Torino sei la mia città dagli incontri particolari.


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