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Una storia di BaroneBirra

La pagina bianca

(o l'imprevedibile paura di rimanere senza parole)

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4 minuti

Pubblicato il 10 febbraio 2017 in Altro

Tags: #arte #paura #pensieri #racconto #scrittura

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Ero seduto alla scrivania. Le gambe accavallate. Le mani sulla tastiera. Cercavo di distrarre lo sguardo dal monitor inesorabilmente bianco, non una parola, solo la barra che continuava a lampeggiare come per tenere il tempo di quel momento senza pensieri. E' strana la vita, ti ritrovi a pensare a storie mai accadute prendendo spunto da quelle che ti passano sotto il tuo sguardo, per strada, con gli amici, a letto. Quando poi dovresti scriverne una ti rendi conto che non ci sono storie da raccontare, nessuna di rilevante che hai visto o che hai vissuto. Quando gli occhi tornavano sullo schermo il bianco cambiava colore, diventeva un bianco diverso. Si espandeva intorno alla stanza occupando tutto il campo visivo, mi ritrovai catapultato in una valle di neve in preda ad una bufera. Il vento così forte che mentre mi tagliava la faccia rimbombava nelle mie orecchie. Non riuscivo a pensare. Il freddo mi aveva paralizzato oltre le dita anche la mente. Girai la testa verso la finestra. Fuori c'era il sole. Poteva essere il miraggio dell'oasi nel mio deserto di neve, la mia salvezza, o forse era solo un dettaglio che mi ricordava che ero sempre stato seduto nel mio studio, al caldo. Ero confuso. A volte mi capitava di partire con la fantasia e confondere la realtà con l'immaginazione. Non dico che non mi piacesse, ma non ne andavo nemmeno fiero. Non ne avevo mai parlato con nessuno, nemmeno con mia moglie. Era il mio piccolo segreto. Quel particolare che mi faceva credere che fossi diverso dagli altri. Ma infondo sapevo che non era così. Confondevo la realtà con l'immaginazione così come confondevo la mia idea del mondo oggettiva con la favola che mi ero raccontato per continuare a vivere. Infondo cosa c'era di diverso tra me che scrivevo per lavoro e il cameriere che serviva per campare? Perchè mi ero sempre sentito superiore? Perchè avrei dovuto guardarlo dall'alto in basso? Era un idea che mi faceva male. Non riuscivo a non reputarmi un coglione ogni volta che iniziavo a fare questi discorsi tra me e me stesso. D'altronde erano proprie queste malsane idee che avevano ispirato le mie dita e che mi avevano messo un tetto sulla testa e il pane a tavola. Mi alzai dalla poltrona per esorcizzare definitivamente quel discorso. Fuori la finestra avrei potuto vedere qualcosa, avrei trovato uno spunto, avrei potuto cogliere la poesia in una foglia secca che veniva buttata su e giù dal vento mentre si dirigiva nel cumulo che si era formato all'angolo della strada.

No. Niente di rilevante. Guardavo giù e c'erano solo macchine che andavano chissà dove portate da chissà chi. Non c'era poesia, e la mia testa continuava a tornare sulla critica di me stesso che per tutta la vita mi sono sentito un dio. Come se vedere cose che non ci fossero o immaginare eventi improbabili fosse un superpotere che mi potesse collocare su un piano di superiorità, come se immaginare cose assurde mi rendesse una persona speciale a cui la vita fosse obbligata a dare tutto. Sia sogni, sia incubi. Ma sempre speciali. Questa semplice verità non ero stato io a partorirla, o meglio, mi era stata suggerita da un altro me, quello che vedevo riflesso nella finestra. Fluttuava a mezz'aria sul traffico con il suo mezzobusto un po' curvato e con lo sguardo accusatore. Ci fissavamo negli occhi e mentre scrutava nelle mie paura si allontanava sempre più prendendo spazio tra la finestra a sè. Era sempre più lontano, ma il suo sguardo non si modificava, mentre il mio prendeva sempre più i caratteri della paura. La paura di chi sta affrontando se stesso da solo, di chi sta combattendo la battaglia della sua vita. Arrivò al centro della strada e si fermò. In quel momento notai chiaramente che la sua espressione cambiò, la sua bocca formò un ghigno. Mi derideva. Sapeva che ero solo uno sciocco a cui faceva paura persino la sua immagine riflessa. Non perse altro tempo e volò via. Via dai miei occhi, via dalla battaglia che avevo palesemente perso. Ero riuscito a scappare da me stesso, mi ero voltato le spalle perchè sapevo che ero un caso perso, una persona con cui non avrei voluto avere niente a che fare. Mi sentii solo, nemmeno più con me stesso. Il rumore della porta che si apriva mi fece sobbalzare. Notai chiaramente le pupille dei miei occhi riflessi nella finestra che si contraevano fino a diventare punti, come se volessero chiudersi del tutto per paura di vedere cosa stava succedendo nel mondo reale. Era solo mia moglie.

-Che stai facendo lì impalato a guardare il vuoto?-

-Sto lavorando! Lasciami stare...-

La pagina era finalmente piena di parole. Non quante avrei voluto scrivere, non quelle che avrei voluto pensare, ma c'erano. Era già qualcosa.


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