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Una storia di AndyArton

Questa storia è presente nel magazine Descendio

Capitolo 1

Henri Dumont

204 visualizzazioni

8 minuti

Pubblicato il 31 dicembre 2020 in Fantasy

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Le esplosioni divamparono improvvisamente nel buio. Il fischio della sirena d’allarme si sollevò dopo pochi secondi in tutto l’accampamento della divisione di fanteria leggera.

Un uomo in divisa militare e una fascetta bianca al braccio stava tornando alla sua tenda quando fu scagliato a terra dal contraccolpo. Non appena riprese i sensi e aprì gli occhi non ricordò chi fosse, o dove si trovasse.

Si guardò intorno confuso, le grida dei soldati arrivavano attutite, il sangue pulsava martellante nelle orecchie. Dovunque guardasse c'erano scarponi che correvano frenetici all’altezza dei suoi occhi sollevando nuovole di polvere. Il dolore spezzava ogni respiro così boccheggiò in cerca di ossigeno, ma inalò solo fumo rovente che lo costrinse a tossire. Fu una tosse agitata che gli scosse tutto il corpo. Ad ogni nuovo tentativo di liberare i polmoni dalla fuliggine una fitta all’addome si irradiava al torace.

Cercò nella confusione della sua mente di dare un senso a quelle circostanze, uno che potesse spiegare razionalmente quell’inferno di fuoco, ma solo una sensazione arrivò chiara. Era in pericolo. Una consapevolezza, forse un’intuizione, o semplicemente istinto di sopravvivenza.

Provò ad alzarsi per mettersi in salvo, ma i muscoli dolenti rispondevano con fatica ai suoi comandi, impedendogli movimenti rapidi e fluidi. Si issò prima sui gomiti, poi sulle ginocchia. Rimase piegato carponi con la testa bassa per non respirare il fumo denso che si sollevava dall’accampamento. Strisciò lontano dal grosso dell’incendio, cercando riparo dietro una delle tende ancora intatte e mentre tornava finalmente a respirare si arrischiò a sbirciare oltre il suo nascondiglio.

C'erano fiamme ovunque, il fumo si sollevava denso, uomini in divisa militare correvano impazziti in ogni direzione. I ricordi presero lentamente a tessere le trame di quella situazione prima estranea, ma poi sempre più familiare.

Si chiamava Henri Dumont, medico di guerra, volontario al fronte da un mese e sette giorni, non aveva mai visto in vita sua un incendio da così vicino. Era una cosa spaventosa e imponente, gli dava quella sensazione distinta di una tragedia in corso che però, non risuciva a smettere di guardare. Il petto prese a sollevarsi e abbassarsi rapidamente, l’aria che entrava e usciva dai polmoni indolenziti sovrastava ogni altro suono. Poi un’altra esplosione. Lancinante, rabbiosa. Gli trapassò i timpani facendolo piegare su se stesso con le mani premute a tappare le orecchie e la testa tra le ginocchia.

Da lontano, nel silenzio assordante dell'ultima esplosione, vide uomini accorrere con secchi d’acqua e facce sporche, smorfie d’ansia.

Sapeva che avrebbe dovuto aiutare, alzarsi e prendere un secchio. Invece rimase lì, immobile ad osservare quella scena come fosse dipinta in un quadro, estranea. Non poteva essere davvero lì. Quel dolore non gli apparteneva, quel corpo non gli apparteneva, quella guerra non gli apparteneva.

D’altronde non era mai stato intenzionato ad andare volontario al fronte. La sua partenza era stata più una questione di famiglia che il dettame di uno spirito nazionalistico. Suo fratello minore, Jean, era partito di nascosto per arruolarsi contro il volere della famiglia. Era da un po’ che si interessava ai circoli filomonarchici più radicali, per Henri niente più di un gruppo di incoscienti in cerca di onori, medaglie, o croci al valore militare, ciechi di fronte alla brutalità della guerra e quel che era peggio, alla possibilità di morire.

Henri si era maledetto per non aver dato peso alle parole di Jean sul dovere civile di partecipare al conflitto, eco delle parole del Reggente di Austro in persona. Dopo la sua fuga si era tormentato per giorni nel buio del suo studio, scambiando corrispondenza con tutti i vertici militari che riusciva a contattare. Fino a quando non prese la decisione estrema di arruolarsi per riportare Jean a casa.

Henri era un marito, un padre, un dottore in un importante ospedale di La Vande, Prima Città di Soleil. Aveva tutto ciò che un uomo rispettabile potesse desiderare, prima d’allora la guerra era solo una preoccupazione di confine nella sua vita perfetta e non avrebbe mai immaginato di diventare un giorno anche un soldato.

Quando era arrivata ai giornali la notizia che i ribelli di Wyd avevano dato fuoco alle navi mercantili della Monarchia, Henri aveva intuito che quell’insurrezione non avrebbe portato niente di buono, nè per Austro, nè per i suoi paesi alleati, compresa la sua Soleil. Da quel giorno la guerra si era diffusa a macchia d’olio in tutta Wyd, trascinandosi per più di cinque anni. I guerriglieri ribelli sapevano usare il territorio a proprio vantaggio, nessuno conosceva quelle distese di campagne e boschi meglio di loro. Così sfuggivano allo scontro frontale per evitare che l’esercito nemico potesse impiegare fino in fondo la propria superiorità di fuoco e di numero, preferendo così colpire di nascosto, la notte, per poi sparire nel folto dei boschi.

Vigliacchi.

Puntavano ad uccidere chiunque, senza esitazione. Non tenevano in alcun conto la vita umana, nemmeno la propria, preferivano morire piuttosto che finire nelle prigioni di Austro.

Un gruppo di pazzi fanatici, ecco cos’erano a suo parere. Pericolosi e spietati. Animavano i peggiori incubi di Henri da più di un mese, li immaginava fare a pezzi il corpo esanime di suo fratello, esattamente come i cadaveri che la sua brigata aveva trovato nelle foreste.

Solo l’amore fraterno e il terrore di tornare indietro da solo, lo trattenevano ancora sul campo di battaglia.

Aveva saputo che Jean era impiegato nella terza brigata di fanteria della decima divisione, così aveva fatto di tutto per essere inserito in quella stessa divisione. Aveva raggiunto così la settima brigata a Brutach poco prima che ripartisse. Era stata mandata nella regione sud-occidentale di Wyd con l’obiettivo di rastrellare tutta la zona che si dipanava da lì fino alla capitale, Beinn. Quei movimenti facevano parte della più grande operazione militare condotta dalle forze delle Nazioni Alleate di cui Austro era la principale sostenitrice.

Tutto ciò che gli veniva richiesto in quell’immensa manovra era di salvare quanti più soldati possibile e tanto avrebbe fatto fino a quando la sua brigata non si sarebbe unita al resto della prima divisone ai piedi di Coille, dove contava di ritrovare il fratello. Da lì in poi avrebbe improvvisato un modo per andare via, deciso a non mettere la propria vita in pericolo più del necessario.

Alla partenza la consapevolezza che in virtù del suo ruolo non avrebbe combattuto in prima linea con il resto della truppa era stata un sollievo, sebbene l’ansia per le sorti del fratello gli gravassero nel petto ancora più delle sue. All’arrivo però, aveva compreso la dura verità: gli attacchi di guerriglia non risparmiavano nessuno, anzi sembrava che i ribelli cercassero in ogni modo di far saltare in aria le tende deputate alla cura dei feriti. Un comportamento ignobile a suo parere, che riteneva la cura dei malati un diritto di tutti, anche in guerra. Persino l’odio che provava nei confronti dei ribelli di Wyd non lo avrebbe trattenuto dal curare uno di loro se l’avesse avuto su una branda, nonostante nessuno arrivava mai nelle sue mani che ancora respirava.

Prenderli vivi era a dir poco impossibile, si muovevano come fantasmi nella notte, sfruttavano il buio e la rapidità d’azione. Venivano fuori dal nulla, uccidevano e sparivano, strappando dignità all’esercito e al significato stesso della guerra.

Henri avrebbe apprezzato l’abilità e l’astuzia di quegli uomini se non avesse avuto costantemente sotto gli occhi i risultati di quegli attacchi. Giovani soldati, urlanti, sofferenti, straziati dal fuoco e dai proiettili, dalle marce forzate e dalla spossatezza. L’immensa pietà che provava di fronte a tutto quel dolore lo legava intimamente a quella guerra e lo repelleva al tempo stesso, inasprendo il suo odio per quelle terre e i suoi abitanti.

In quel momento, nascosto dietro una tenda, tutto il decoro che pensava di avere come uomo lo stava abbandonando. Odiò fin nel profondo del suo cuore gli uomini che lo stavano costringendo a quell’umiliazione, privando di dignità persino il suo naturale attaccamento alla vita. Si sentiva un codardo.

Improvvisamente una mano lo strattonò per un braccio costringendolo con forza ad alzarsi.

Gli occhi azzurri e risoluti del colonnello Benjamin Dancy lo fissavano fermi oltre il viso sporco e i ciuffi unti di cappelli scuri. Senza dire una parola l’uomo lo trascinò lontano dal tumulto di fuoco fino a quelle che Dumont immediatamente riconobbe come le tende per il ricovero dei feriti. Ancora prima di entrare le grida degli uomini ustionati raggiunsero con orrore le sue orecchie, ma niente poté prepararlo a ciò che vide all’interno.

Il dottore sopraffatto rimase immobile per qualche secondo, poi la presa sul suo braccio scomparve così come il colonnello al suo fianco. I soldati erano ammassati su ogni superficie disponibile, terra, brande, tavoli, ridotti per gran parte a grumi agonizzanti di carne viva tra i brandelli di tessuto carbonizzato.

«Dottor Dumont!»

Sentendosi chiamare Henri tornò di nuovo presente a se stesso. A gridare, con quel suo accento aspro, era stato il suo apprendista. Era un giovane di Pivnich, in gamba, ma i modi irruenti e rudi tipici della sua terra natale lo rendevano un medico impulsivo e a volte persino superficiale. Anche se la guerra, in effetti, non offriva molte occasioni per cimentarsi in lavori di chirurgia accurati.

Henri si portò a passi svelti al fianco del ragazzo, che operava uno dei tanti soldati.

Il resto della notte fu un incubo lungo e affannoso, che la sua mente rifuggì nascondendosi dietro suture e sangue pur di non soffermarsi sui volti lividi dei ragazzi che gridavano aiuto.


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