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Una storia di Partenope

Lemmings (Including cog)

Quanto tempo ci resta?

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13 minuti

I stood alone upon the highest cliff-top,
looked down, around, and all that I could see
were those that I would dearly love to share with
crashing on quite blindly to the sea.
I tried to ask what game this was,
but knew I would not play it:
the voice, as one, as no-one, came to me:



“We have looked up on the heroes
and they are found wanting;
we have looked hard across the land,
but we can see no dawn;
we have now dared to sear the sky,
but we are still bleeding;
we are drawing near to the cliffs,
now we can hear the call.
The clouds are piled in mountain-shapes,
there is no escape except to go forward.
Don’t ask us for an answer now,
it’s far too late to bow to that convention.
What course is there left but to die?



We have looked up on the High Kings,
found them less than mortals:
their names are dust before the just
march of our young, new law.
Minds stumbling strong, we hurtle on
into the dark portal;
No-one can halt our final vault
into the unknown maw.
And as the Elders beat their brows
they know that it’s really far too late now to stop us.
For if the sky is seeded death
what is the point in catching breath? – Expel it.
What cause is there left but to die
in search of something we’re not quite sure of?”



What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
I really don’t know why…



I know our ends may be soon
but why do you make them sooner?
Time may finally prove
only the living move her and
no life lies in the quicksand.



Yes, I know it’s
Out of control, out of control:
Greasy machinery slides on the rails,
Young minds and bodies on steel pikes impaled…
Cogs tearing bones, cogs tearing bones;
Iron-throated monsters are forcing the screams,
Mind and machinery box-press the dreams.



But there still is time…



Cowards are they who run today,
the fight is beginning…
no war with knives, fight with our lives,
lemmings can teach nothing;
death offers no hope, we must grope
for the unknown answer:
unite our blood, abate the flood,
avert the disaster…
There’s other ways than screaming in the mob:
that makes us merely cogs of hatred.
Look to the why and where we are,
look to yourselves and the stars and in the end
What chance is there left but to live
in the hope of saving
our children’s children’s little ones?



What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
To save the little ones?



What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?




Stavo in piedi da solo sulla cima della scogliera più alta…
Guardai giù, intorno, e tutto ciò che riuscivo a vedere
erano quelli con cui avrei tanto voluto condividere
continuare a schiantarsi ciecamente nel mare.
Ho provato a chiedere che gioco fosse,
ma sapevo che non ci avrei giocato:
la voce, come una, come nessuna, mi arrivò.



“Abbiamo cercato gli eroi,
ma abbiamo scoperto che sono scomparsi.
Abbiamo cercato con impegno per tutta la terra,
ma non vediamo l’alba (una via d’uscita).
Ora abbiamo osato bruciare il cielo,
ma stiamo ancora sanguinando:
ci stiamo avvicinando alle scogliere,
ora sentiamo il richiamo.
Le nuvole sono impilate a forma di montagne.
Non c’è scampo se non andare avanti.
Ora non chiederci una risposta.
È davvero troppo tardi per inchinarsi a quella consuetudine.
Quale strada è rimasta, a parte morire?



Abbiamo cercato i Grandi Re,
e li abbiamo trovati meno che mortali.
I loro nomi sono polvere
innanzi alla marcia della nostra giovane, nuova legge.
Le menti inciampano rovinosamente,
continuiamo a precipitare nell’oscuro portale.
Nessuno può fermare il nostro volteggio finale verso le fauci sconosciute.
E mentre gli anziani sbattono le ciglia,
sanno che è davvero troppo tardi per fermarci adesso.
Poiché, se il cielo è seminato di morte,
che senso ha prendere fiato?
Buttalo fuori.
Quale ragione è rimasta, eccetto morire, in cerca di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri?”



Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Davvero, non so perché…



Lo so che la nostra fine potrebbe arrivare presto,
ma perché la fate arrivare prima?
Il tempo potrebbe infine rivelare
che solo la vita la muove/commuove
e che non c’è vita nelle sabbie mobili.



Si, lo so, è fuori controllo,
fuori controllo:
macchinari unti scivolano sulle rotaie.
Giovani menti e corpi impalati su picche d’acciaio.
Ingranaggi che spezzano le ossa,
ingranaggi che spezzano le ossa.
Mostri dalla gola di ferro stanno forzando le grida.
La mente e i macchinari comprimono i sogni in scatole.



Ma c’è ancora tempo…



Codardi sono coloro che oggi scappano,
la battaglia sta cominciando.
Niente guerra con i coltelli,
combattiamo con le nostre vite.
La morte non offre speranza,
dobbiamo cercare a tentoni la risposta sconosciuta,
unire il nostro sangue, fermare l’alluvione, evitare il disastro.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella folla;
questi ci rende soltanto ingranaggi di odio.
Guardate al perché e al dove siamo,
guardate voi stessi e le stelle,
e alla fine
quale possibilità è rimasta se non vivere?
Nella speranza di salvare i figli dei figli dei nostri figli?



Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Per salvare i piccoli?



Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?




Scritta da:


Peter Hammill


Eseguita da:

  • Peter Hammill – Voce, chitarra, pianoforte
  • David Jackson – Sassofoni tenore, contralto e soprano, flauto traverso
  • Guy Evans – Batteria
  • Hugh Banton – organo elettrico, mellotron, sintetizzatore



Un piccolo appunto: per tutta l’analisi parlerò di sax al singolare, sebbene per la stragrande maggioranza del tempo, il mostruoso David Jackson ne suoni due contemporaneamente, cosa che rese il sound del gruppo unico e particolarissimo. Purtroppo non so distinguere tra un sassofono tenore, contralto o soprano.




Ciao a tutti, rockers e non!



La canzone di oggi mi era stata richiesta anni fa da una persona molto speciale per me.



Vi presento l’ennesimo capolavoro che il prog-rock ci regala: Lemmings (Including cog), dei Van Der Graaf Generator.
Prima traccia del quarto album della band, Pawn Hearts, è stata pubblicata nell’ottobre del 1971.



Prendiamoci un attimo per analizzare il titolo del brano: Lemmings (Including cog).
I lemmings sono dei piccoli roditoriche abitano nella tundra artica, e sono noti per una triste pratica: quando la popolazione raggiunge numeri eccessivamente alti, i lemmings sisuicidano in massa gettandosi in mare da altissimi promontori.
Al giorno d’oggi sappiamo che questa altro non è che una leggenda metropolitana, probabilmente fomentata e diffusa non solo dalla storia a fumetti di Carl Barks (inventore di Zio Paperone) “Zio Paperone e il ratto del ratto” (1955), ma anche dal documentario della Disney “Artico Selvaggio” (1958), che gli valse un oscar e nel quale furono costretti al suicidio decine di lemmings.
L’egoismo umano non smette mai di sorprendermi.



E “Including cog”?
Lo vedremo presto.



Ma allora, come mai questo titolo?
Scopriamolo insieme.
Il brano comincia con un caldo arpeggio di chitarra acustica, seguito da un leggiadro flauto traverso e da una batteria in punta di piedi. La soffusa sinfonia dal sapore medievale acquista sempre più carica con l’entrata in scena dell’organo, che farà da collante per tutta la durata del pezzo.
Sembra quasi che stia per cominciare una favola da un momento all’altro, ma cosa narra la voce da menestrello del nostro Peter?
Il tema è in crescendo.
Immedesimato in un ignoto protagonista di cui l’unica caratteristica conosciuta è l’essere da solo, osserva i suoi cari lanciarsi in mare da una rupe, in massa, alla cieca.
Perché i lemmings, con la loro leggenda, sono l’emblema della moltitudine ottusa votata all’autodistruzione.
E questo concetto è applicabile al branco o all’intera società.
L’unico antidoto per evitare il disastro è affermare la propria individualità, con tutti i pregi e i difetti, le idee e le mancanze. Osservare il mondo senza mai farsi condizionare, ma sviluppare la propria personalità, anche a costo di confrontarsi con il senso di inadeguatezza, con l’impressione di avere la scritta “errore di fabbricazione” stampata in fronte, con la paura della solitudine.
Anche a costo di impazzire di dolore per le troppe storture, violenze psicologiche e non, insensatezze e altre orribili cose e situazioni che si osserveranno, come con una lente d’ingrandimento, dall’esterno. Perché non ne vorrai far parte.
Anche a costo di vedere le persone che ami autodistruggersi, come i lemmings.
E vorresti essere come tutti gli altri o farla finita per sempre prima di loro, per sottrarti all’orrore.



E ovviamente, il dubbio.
I know our ends may be soon, but why do you make them sooner?
Perché il suicidio di massa?



Mentre sotto imperversa un riff bizzarro e spigoloso, la voce si fa aspra.
La risposta arriva, pronunciata da una voce all’unisono (as one), ma che preannuncia già l’amara scomparsa (as no-one); sembra quasi sia un fantasma a parlare.



Di fronte alla caduta di rassicuranti idoli, modelli, precetti, di figure mitizzate di uomini o dèi, che ragione di vita è rimasta?
Che senso ha vivere?
Perché affannarsi a cercare, brancolando nel buio, una ragione di vita che probabilmente non troveremo mai?
È un incubo senza via d’uscita.
L’unica soluzione sembra essere per il singolo il suicidio, per la massa l’incontrollata, lenta ma inserorabile, autodistruzione.



I fraseggi di sax e una sostenuta batteria accompagnano la risoluta e incontestabile voce di Hammill, che diventa, alla fine, disperata.
What cause is there left but to die?



Arrivati quindi al minuto 3.37, se si presta attenzione, magari con le cuffie, è possibile ascoltare dei suoni realizzati con un mellotron o un sintetizzatore (credo) che, almeno secondo me, imitano dei singhiozzi.



Nella strofa successiva, la traccia vocale è composta da sovraincisioni dissonanti che, come spesso accade nel progressive, creano un senso di alienazione nell’ascoltatore.
Molto interessante è l’attribuzione dell’aggettivo possessivo femminile herall’entità asessuata time, che dà origine ad una prosopopea, cioè ad una personificazione.
Secondo voi perché proprio femminile?



La riflessione contiene in sé uno spiraglio di speranza.
Il tempo potrebbe rivelare che solo la vita lo muove/commuove*.
Ma contemporaneamente, si può dire che il tempo come entità esiste perché noi umani l’abbiamo inventato e suddiviso.
E per questo, esiste solo se esistiamo anche noi.
Agli altri animali, e ancor meno al mondo vegetale, lo scorrere del tempo non interessa minimamente.



Ad un tratto, un momento di calma, in cui flauto e chitarra acustica sono protagonisti.
E poi un motore carica, carica, carica ed esplode: assistiamo ad un cambio di tema sia a livello musicale che poetico.
Sembra di stare su un’altalena, tra scoppi di aggressività fatti di suoni ora confusi e dissonanti, e momenti pacati. È spiazzante.



Ricordate il titolo?
Bene, perché siamo arrivati a “Cog“.
Peter riprende il concetto di annullamento della personalità, ma sotto una diversa luce.



Young minds and bodies on steel pikes impaled.
Prima, la denuncia contro la guerra, frutto delle azioni e non-reazioni, dell’appiattimento del pensiero e delle non-decisioni della massa pigra, facilmente manipolabile da chi ne sfrutta l’ignoranza, dirottandone le paure e l’odio verso bersagli innocui.
Mi viene in mente la situazione politica in cui versiamo oggi.



Poi cogs tearing bones.
L’individuo, con tutti i suoi limiti, si annulla di fronte alla potenza e alla perfezione della macchina.



Infine, mind and machinery box-press the dreams.
La fredda razionalità che gli umani rivendicano con molto orgoglio come una caratteristica esclusiva, così come fa una qualsiasi altra macchina, schiaccia, comprime i sogni in scatole.
Mi chiedo, è giusto chiudere in scatole i propri sogni, per poi buttarli via e dimenticarli?
È giusto confinarli in favore di ciò che è utile o più conveniente, ma che non ci rende felici?
In poche parole, è sano sacrificare ciò che ci rende felici a vantaggio di ciò che è utile o più conveniente?
È sana una società come la nostra, in cui contano solo il freddo calcolo, il profitto, in cui non c’è spazio per l’emotività, la filosofia, l’arte, la natura (di cui noi siamo parte integrante, nonostante non perdiamo mai l’occasione di alzare una barriera tra il “mondo degli umani” e il “mondo naturale”, rivendicando una presunta e ridicola superiorità.
Forse sarebbe meglio abbandonare la limitante prospettiva antropocentrica).



But there still is time
Ma c’è ancora tempo. Possiamo fermare tutto questo.
Si conclude così Cog, un brano nel brano.



Ma andiamo avanti.
Nella nube di suoni disarmonici, tra cui il suono di un pianoforte, si fa largo, imperante, il riff originario.
Adesso la musica ribolle.
Siamo tornati in Lemmings, e la prospettiva è tutta nuova.
È incantevole l’idea della vita come arma.
Infatti, di fronte allo sfacelo della società, a tutti gli orrori e le devianze, di fronte a quella che sembra una battaglia impari la nostra arma è rimanere in vita.
No war with knives, fight with our lives.
Di fronte al crollo di tutte le certezze, dobbiamo continuare a cercare la nostra ragione di vita, anche se si nasconde da noi.
Dobbiamo combattere con le nostre stesse vite e dobbiamo combatterla insieme questa battaglia, unite our blood.



E poi, due versi che, nuovamente, ci dovrebbero far riflettere sulla situazione politica attuale.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella la folla: questo ci rende solo ingranaggi di odio. E non a caso, l’enfasi cade sulla parola cogs, ingranaggi, come a voler sottolineare la spersonalizzazione dei tanti individui che compongono la moltitudine di cui alcune figure si servono per orientarne l’odio cieco, che porta allo scontro e infine alla distruzione.



In un ultimo duetto tra sax e organo, i versi finali. La musica si addolcisce.
Dopo aver finalmente riflettuto, osservato e scoperto le cose bellissime che ci circondano, come le stelle o anche noi stessi, quale altra scelta abbiamo se non vivere?
Vivere per agire e reagire. Per cambiare le cose.
Quale altra scelta se non far sopravvivere la nostra specie nella speranza di un futuro migliore?
Tutto sembra acquietarsi e l’ultima domanda risuona limpida:
quale altra possibilità, se non provarci?



Che dire ragazzi, è commovente.
Meraviglioso il messaggio finale, meravigliosa la batteria che riproduce il battito di un cuore.
È la vita che trionfa.



Ma di nuovo note oscure suonano come un avvertimento: sulla sinistra base di organo si immette una cantilena di sax quasi da horror, mentre i piatti incorniciano la cupa atmosfera.
E sulle note acute e fatate di flauto e organo, un piccolo stacco di batteria chiude il brano.



E voi cosa ne pensate?
Spero abbiate trovato la canzone e l’articolo interessanti!
Personalmente, io ho adorato questo pezzo. A livello musicale lo trovo meraviglioso.
Pensate che, se ho capito bene, non contiene né un basso né una chitarra elettrica. Però che rock 😍.



Detto questo, ci vediamo alla prossima recensione / analisi / canzone.
A presto!!



artenope

*Nella traduzione ho voluto rispettare l’ambiguità del verbo to move, che in inglese vuol dire sia muovere che commuovere, proprio per conservare anche l’immagine del tempo come essere superiore che si emoziona nell’osservare i viventi.

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